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| Gian Pietro Lucini Le antitesi e le perversità IntraText CT - Lettura del testo |
a Luigi Rossi
Essi stanno, riguardando e non sanno: e pur nelle pupille,
immote e intente al nuovo caso e strano,
erra un novello lume, una fiamma indecisa
timida ancora e presta a divampare.
Ingenuità si turba alla presenza di questa forma
prona dell’angoscia;
e va cercando in se ragion’ che ne riveli
simiglianza o ricordo.
(La neve alpina sta candida, ignara così dell’orma umana
e tutta si commuove a quel suggello d’un primo
passaggio nella liliale apparenza muta:
se avvien che alcun la turbi e rappresenti
simbolo di possesso essa ne freme e geme quasi
a quella macchia oscura.
Non mai prima su quelle eccelse cime, valicò l’ardire
non mai qui s’ebbe vita).
Ma piange la nera forma di Donna: e colle mani
al viso tenta nasconder le lagrime e frenare
quello strazio di pianto soffocante: oh l’onta, l’onta
delle percosse sopra il corpo oppresso
dalle miserie e dalle privazioni: oh la brutalità di quelle
voci a minaccia oscena,
contro a un affetto, contro alla pia speranza, contro a un desio
di migliori giornate!
Ella piange e i singulti l’urtano il petto; Ella piange
per sé, per l’a venire: in un’ora, in un’esigua ora
di tempo, tutta la vita infranta! Ritorneran le gioje
le domestiche gioje incantatrici?
Non forse in quest’ora l’eternità enorme invincibile del Dolore?
E le gaiezze a volo,
farfalle d’amor disertanti la chiusa casa ed oscura,
dietro al raggio danzante;
e le gaiezze a volo pel ciel calmo del vespero!
I bimbi intorno stanno e temono comprendere.
«Perché piange la donna e si lamenta? Non le carezze
scendono sulla fronte reclinata
balsamo d’ogni piaga, conforto d’ogni lagrima?
Non splende il sole,
il bel sole giocondo ch’innonda il villaggio e che spinge
l’infanzia ai giuochi?».
«Non ha madre chi sofre? Sui Loro pianti scende
benigna ed alacre a tergere la materna mano e la bocca
mormorante di pace e d’oblio; vigilano e conservano,
dopo l’affanno, il sorriso geniale.»
Essi non vider mai: estasiati e pur turbati ancora
miran l’occhi innocenti,
e dalla vista un turbine di cose al petto fan tumulto:
splende l’occhio ed attende.
E pure il sol che in fondo alla strada montana or si ritira,
poco fa lumeggiava per l’androne li scabri gradi della scala
usata e la porta di quercia persa e ferrata:
è ver che stan le foglie, sparse foglie
d’oro vivissime cui il turbine l’altra notte spinse
fin dentro nel villaggio:
ma queste foglie scintillano, ed ardori e letizie
bacchiche qui ammoniscono.
Poi che più lontano intorno alla fontana che canta e trilla
nelle fresche acque del prossimo ghiacciajo, la luce tenta
luminelli e giuochi, e in questi incanti erranti
sulle muraglie e per le chiome arboree,
vengon le forosette, il secchio garrule portando, ad attingere;
vengono ed i parlari
ed i sorrisi rinnovare coi galanti preti al convegno dall’ufficio
dei morti ritornati.
Così gioja si spande: spandasi pur la gioja e allegri il cuor e l’occhio
delli aspetti più amati, e sian lungi le prone forme
oscure dell’angoscia vibrante. La Donna sta. Di quel tempo beato
forse è muto il ricordo alla coscienza;
e per quell’ore Farfalle d’amor disertanti la chiusa casa,
dietro al raggio danzante,
colà tra i dami e l’accorse giovanette libere e sincere
erran le gioje a sciami.
I Bimbi mirano ancora: ragion sferza la via a perscrutare
e già afferra, ragion della Maggior tra Loro che li guarda
e Li serba stese le braccia esili al crocchio, maternamente.
Certo la Donna sofre e piange e prega.
Oh su quel fronte non può scender consilio di genitrice or mai,
poi che madre è chi sofre,
poi che la Soferenza è Madre della Vita e dell’Amore.
E sulle rosse gote
ingenue giù scorron le lagrime e l’Anima si desta
nel petto e sorge forse a conquista, forse a ribellione.
Felicità cercano intorno: dove Felicità? nel bacchico autunno,
in quel raggio danzante alla fontana?
(Perché le nuove urgenze dei boccioli floreali attendono
favonii e brezze meliche
per vivere nel mondo, e il Bimbo attende la bufera e il dolore
per vivere ed amare?).