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| Gian Pietro Lucini Le antitesi e le perversità IntraText CT - Lettura del testo |
Una via attraverso alla campagna. I prati sono ingemmati di fiori e si ridestano. Le ciminiere delle officine urbane, nella nebbia, si profilano lontano, senza pennacchii di fumo. La luce irrompe dalla chiostra celeste. Una brezza scompone mollemente le chiome arboree, tenere e novelle. Prevedesi una calma giornata di sole in un’epoca nuova. Indistinta armonia.
Voci dai prati
Fiori: un amore incita
linfa nuova alli steli
sulli sfaceli delle cose cadute e sui detriti
dei palazzi superbi ed oziosi - Fiori:
Che un sangue vivido incolori i petali viventi e cortesi:
e, sui paesi della gramigna, la rosa si sposa
al gilio imbalsamato,
Le campane
Noi prolunghiamo un giubilo che il rito non consacra.
Invidiando alla luce, la nostra squilla vuol esser luminosa.
Una voce
Egli è giunto!
Le campane
Ed i gufi notturni spaventati fuggono all’oscillare
del bronzo: oh! Ve’ le stanche ali remiganti volgono al nido tra i vecchi merli
ch’innonda la luce.
Una voce
Voi avrete una pace.
Voci dai prati
Fiori; s’aprono i cuori
nel dì beato e senza condizione: l’aria conduce
a torno una parata di forme nobili, di forme giovani.
L’anima ha preso forma: e l’augusta torma
danza nel ritmo infinito del Tempo.
I sussurri
Vengono dalle case passi allegri.
Essi batton sul suolo in ritmo dolce, come battono i cuori nel petto
in questo giorno, armoniosamente. Che sperano? La brezza è calda e profumata.
Voci di una folla lontana
O giocondo sentire di più grati profumi; tenerezze alle piante rinnovano, alle stanche
membra lena al lavoro di domani.
I sussurri
Li uomini sognano ancora; forse non anche
han visto il mutamento.
(Una Folla di Contadini e di Operai passa sulla via; s’incontrano, si fermano e parlano, alzano li occhi al cielo ed accorgono qualche cosa).
I contadini
Non sitivan le piante giorni fa? La pioggia della notte
passata ristorò l’ardore.
Li operai
Le machine stridean nelle officine: poi si fermar d’un tratto.
I contadini e li operai
Questa luce novissima pare.
Un contadino
Io vidi creature fluttuanti, sopra l’erbe e dentro ai colonnati
delli alberi: m’invitavan a loro e lunghi baci, d’in sulla punta delle dita,
inviavanmi. L’erbe fremeano: nebbie si stendeano: qua e là sorgevano
steli tra ricchi fiori, e, com’io passava, si rialzavano dai margini,
coi calici a tentarmi fin sopra al petto: ed anche dalle oscure capigliature
delli alberi si protendean figure fino alla bocca, sfiorandomi le labra.
Li armenti riedevano e le giovenche sferzavansi i fianchi colla prolissa ed infioccata coda,
li occhi desiderosi: lungi il muggito dei bovi. - Io pensava: «lavor senza febre e dolori
o amar soavemente, per mezzo delle messi; amor che dona il calice squisito
delle labra e che dà la fonte pura della vita! Amor, profumo dell’esistenza!»
Fra tanto s’accendevano le stelle e la luna accennava a comparire.
Io ebbi il principio rivelatore che qualche cosa doveva giungere.
Un operaio
La Città de l’industrie strepitava nell’assordata diana dei martelli:
fuora, per l’aria densa, scarsi lumi a tremolar tra i vapori adagiati sui tetti delle case.
Io stava alla vigilia: le machine russavano; nel bujo a tratti a tratti per i sotterranei
qualche lume a risplendere: colli d’acciajo tesi, lucidi e forbiti,
suste d’acciajo, ruote d’acciajo, vorticavan nel buio. Fruscio di stoffe
e gemer d’acque e sibili compressi e stridere di lime,
oltre al russare immenso. Io invigilava al moto. I colli
vorticavano, le membra si stiravano, a scatti, cadenzate,
e le seghe passavan sui metalli, senza arguzia di denti famelici,
e come un olio lubrificava tutto, e bambagia all’udito facea
intoppo: ma le viventi machine russavano: fremean nei sotterranei.
Poi, di tra un roseo fumo, sulle botti di rame inchiavacciate,
vidi esprimersi un grigio sembiante: non vidi l’occhi né la bocca;
nulla vidi di forma che m'indicasse una presenza umana:
pure credetti che ella fosse donna. E non parlò: non accennò
ad alcuno. Distintamente fu uno smuover di veli, un aprirsi
di pieghe prolisse, un prosciogliersi dolce di cintura;
e alcuni veli caddero, e alcune membra apparver luminate
tra i veli, che il desiderio della vista intiera per quel bel corpo
ancor mi punge, ... o forse fu un delirio. Quella nebbia
fantastica e grigia si librò sulle machine nel roseo vapore,
gigante, oltre la volta e sui martelli in moto. - Io colsi fiori,
varii fiori di acuto profumo.
Un contadino
Se non fu sogno, questo s’ugguaglia alla mia avventura.
L’operaio
Odorai di quei fiori e uscito fuori, all’alba, dopo la sveglia
laboriosa, parvemi altro mondo la terra.
Il contadino
Come a me in questo punto.
L’operaio
Poi che scoppiò il primo tuono, quando l’Apparizione, sforzando
la volta ascendea verso il cielo, oh, l’acciajo s’incinse d’un pensiero!
Sciolse il grembo la Forma umanata e fu sorriso sopra le machine.
Il contadino
La mia donna è pregnante di promessa: raggia il ventre rotondo ed opimo,
come vidi raggiere a torno all’ostie, sopra l’altare.
Li operai ed i contadini
Questa è la prima aurora:
i Principi destini han stabilito in noi l’essenze prodigiose.
Nel candido mattino, i flutti oscuri del mar vengono placidi
sulle scogliere, ai baci delle roccie, ed il rumor del bosco
ora c’incanta con accoglienze nuove all’inno delli alati.
L’aria palpita d’ignorate ebrezze; profumi senza ambagi
si sprigionano ai sensi: fiori vediamo ancora sullo stelo,
che già produsse fiori. La tenebria crolla
muro di rame, in contro al volere delli Umili imperanti.
L’operaio
La mia progenitura di veli, di fiori e di fumi
mi pose in man lo scettro d’un pensier che non ha pari.
Il contadino
Il grembo della mia Donna ci apporta tale dono
umanato, cui lo sguardo dei potenti non potrà sostenere.
L’operaio ed il contadino
Questa forza si svolge per noi all’infinito;
poi che la notte pronuba appresta all’uno un corpo
umano ed all’altro una machina, e in quel punto di sopra
alla materia si compiva, nell’uragano, un duplice volere.
Noi abbiamo voluto, noi abbiamo regnato procreando,
e fu il piacer sovrano, poi che si volse il frutto ai posteri aspettanti.
I contadini e li operai
E noi saremo i Padri di chi dovrà regnare; già la semente gonfia il seno della Madre.
L’operaio
O Città, e alla fine riassunta nella tua gloria, per cui non stanno
invidiose chiostre, o liberata! Canteran sotto i raggi del Titano,
come l’uccelli al riaccendersi in ciel dell’alba pura, li uomini
emancipati nel lavoro; squilleran l’inni del giorno della festa
per le donne e le bimbe ch’han penato, e fuggiran lontano i vecchi
retori ch’obbligar il silenzio sopra le rosse labra. Anima mia,
tu canterai nella feconda fatica; anima mia, ch’hai ritrovato
compimento di sopra alla terra dei padri al tuo sogno incantato!
La voce
O lasciate che scenda il mio grido per la pianura, a richiamar
colei che solitaria pena!
I contadini
Odi dal cielo clamare a vittoria!
Li operai
Odi la rispondenza
al nostro cuore!
Il contadino
Odi la vecchia annunciazione sorta per incanto, qui, fuori
sulle strade, che passano tra i campi e che conducono alla Città!
L’operaio
Io vengo
dalla Città.
La voce
Ecco la grazia della Quietudine: ogni cosa si mostra
nel suo aspetto! L'ora è venuta: il Sogno è morto, il Figlio è nato!
Un borghese tra la folla
Che voglion dire queste oscure parole ch’odo, ma che provengono da bocche strane!
Che vogliono sapere questi barbari ch’io mi veggo a torno?
Il poeta al borghese
Oh morituro, convien sostare
e credere fors’anche. Umiltà vi spiana intendimento al mistero.
Il borghese
Io non credo.
(Una limpidissima atmosfera incombe: li alberi sembrano dissolversi e diafanarsi nella raggiera, ed il volto delli uomini spira infinito sentimento celestiale. Quasi nessuna ombra danno le cose poi che tutto è luce, tutto movimento: sembra che ogni cosa si veda vibrare, secondo le leggi di natura di questo paradiso.)
L’operaio
L’Ora novella rifulge, diamante, tra l’ombre del sospetto
in fronte a quelle nebbie, rapide al corso, precipitanti a vuoto.
Il contadino
L'Ora novella è qui: il sogno si risolve e si rinfrancan le membra
sulla terra. Di qui non onderan le fonti
sopra le avare glebi ribelle e proibite.
L’operaio
Né le viventi machine
le membra d’acciajo volgeran alla bisogna d’altrui, che nulla
fa ed a dolore dei condottieri, se quel Bambino è giunto.
Il contadino
E ancor la Madre pia tra li animali che son natura, all’alleanza
dolce producerà quel suo fiore di carne: e fermi li animali
staranno a contemplarlo.
La voce
Egli venne col Sogno, e pur al Sogno
diede sostanza intera. Egli è incoronato di mirti e di olivi
e sta su tutti i Templi d’ogni religione. Due sole ha condannate
tra le cose terrestri: Egoismo e Ignoranza.
Li operai ed i contadini
O portento: ogni cosa si ridesta
ferma e soave alla nostra coscienza ch’ogni cosa ignorava. O portento:
credenza al sopra naturale or non ci accieca più, da che sappiamo
come si plasmi in noi tutto il creato.
(La Folla si prostra sulla strada. Solo sovrastano il Borghese ed il Poeta. L’umiltà dell’atto in tanta luce, appare sublime. Confuso ed ispirato, prima lento, poi errompente e fortissimo, si svolge il cantico.)
Li operai
Salve, o Sogno del Mondo fatto carne!
I contadini
Salve, o Cristallo
fermo di Giustizia!
Li operai
Salve, o Lievito santo di Sapienza!
I contadini
Salve,
Coppa di balsami eterni!
Li operai
Salve, o Rosa dorata, od Alleanza perenne
avanti all’Arca di tutti i Popoli!
I contadini
Salve, Stella surgente in sul mattino,
Re dei profeti, intemerato, inviolabile, salve!
Li operai
Salve, o Raggio splendente
d’Amore!
I contadini
Salve, o Stella del mar pacificato.
Li operai
Salve, o fiore di Gloria futura!
I contadini
Salve, o Fortezza dei nostri lombi e Bastone sicuro per la via!
Li operai
Salve, o Martire santo per l’Idea trionfata e universale!
I contadini
Salve, o Consolazione d’ogni pena, Pargolo redentore delle lagrime
dei Padri!
Li operai
Salve, Sorriso d’incominciamento, prestigioso Aspetto!
I contadini
Salve, spargente grazia ed umanato Spirito di pietà!
Allelujah! Allelujah! La mia Donna s’incinse del Messia;
io m’inchino a quel seno che racchiude la promessa incondizionata.
Li operai
Allelujah! Allelujah! La mia Mente
S’incinse della Idea, bandiera tesa e ferma in contro
alle Barbarie; e come spiegherà la sua divisa il gonfalone
al vento la faccia della Terra sarà tutta mutata!
Il poeta
Nulla vi dice al cuore questo cantico libero e giocondo, questa canzone verginale?
Nelle mille coscienze che clamano a vittoria, nelle voci del cuore, qui, osannanti,
voi non udite in voi la rispondenza amata? Non un grido di donna o di fanciullo
vi commuove le viscere? Lagrime non vi scendon dalli occhi? Voi non avete senso?
Voi non sofriste mai? Non aveste già mai una gioia? Il vostro cuore è muto?
Un borghese
Perché tentarmi, perché irritarmi? Non voglio altro sapere.
Voi un rogo accendete e tanto sangue volete spargere d’innondare la terra,
dentro l’Idea s’abrucia l’ali e s’impaluda. Sobillatore di coscienze,
pregate pace.
Il poeta
Rassegnazione? Ma domani
chi regge avrà paura di questa preghiera rassegnata,
che serra molte cose inesplicate per lui. Ma domani chi regge
scruterà pei ventri feminili, gestanti, torbido e sospettoso,
fremendo a quelle intumidite viscere, che forse dentro pregnano
l’avvento minacciato. Il ventre feminil, ara d’offerta,
dà l’attuarsi oscuro, predestinato, preludio sanguinoso
delle rivelazioni.
Un borghese
Serpe! Non volgete le mani alla famiglia,
alle sacre memorie delli avi. Come vuoi che ti creda, se tutto ciò è parola
condannata?
Il coro dei contadini e delli operai
Allelujah, allelujah!
Un borghese
Cantico di Chiesa: la vostra religione scimiotteggia la vana
e decrepita. Dove l’avviarsi a conquista? Voi tornate alla Chiesa col vecchio inganno;
voi fantasticherete per i posteri: Cristo spirò, mite, sopra una croce: Voi frabricate
vento di sopra al vento. Lunga stagione fu per snebbiarvi la mente dal fumo
delle fattuccherìe. L’Avi nostri vi diedero la vista pura: voi l’intorbidate.
Pontificate salmi senza redenzione. Lasciatemi quieto. Lasciatemi goder di questa
mattinata: son troppo vecchio, vecchio goliardo, a cui piacevolezza
svolgono le miserie che contempla, e tento ridere.
Il poeta
Sofri per la vecchiaia! Ma sai tu
se domani così misera e sola s’abbatterà sul capo del lavoratore?
Un borghese
Non tentatemi, non parlatemi più.
Il poeta
Sai tu se la tua donna
ti morirà di stenti e di fatiche, avanti il tempo, nella grama
casa, sospirerà riposi, travagliata; avrà sete di fiori e di gioconde
viste, per sempre niegate a lei; sai tu se il tuo figliolo avrà
mai fame nel bel tempo futuro?
I contadini e li operai
Cammineremo nella vita astretti
di corone di rose, e, ingioiellate le fronti, le fanciulle sorrideranno a quel nostro passare.
Verranno li animali gravi al passo, salutandoci in torno, i fratelli animali.
Allelujah, allelujah! Poi che in questo natale, una Forma si smuove
insperata dalli occhi invidiosi.
(La luce si attenua in cielo, ma, sopra alla Folla inginocchiata, persiste un globo di fuoco. A poco a poco l’aspetto del paesaggio ritorna consuetamente a dimostrarsi. Il Borghese sta ritto ed il Poeta tenta amorevolmente di piegarlo colli altri.)
Un borghese
Non credo, non credo più!
Il poeta
Inchina la fronte!
Tal vento ideal qui passa che rovescia anche i troni. E piega le ginocchia!
Questa forza non teme rivali! Questa litania non invoca la Vergine o Dio;
non i Santi, non i Re; non è ringraziamento a diniegato
bene, non vaneggiar d’isterismo. Coscienze umane parlano
il sentire universo di tutta una famiglia; troppo ha soferto
l’uomo, troppo ha pianto, troppo ha sperato ancora.
Allelujah, allelujah, ecco il Messia che porta guerra
e pace, e la Regina Arte a Lui s’inchina, gli apre il cammino
tra i roveti acuti egli infiora il sentiero. Già gli spalanca
la porta del tuo cuore. Inginocchiati, passa in questa aurora
il soffio dell’Idea fatta Azione. Inginocchiati: il Re del Mondo
nasce: Uomo, fratello all’uomo, Uomo, Vittima e Dio sopra
l’uomo, per l’uomo redento.
Un borghese
Che è quel globo di fuoco che sovrasta
sopra il capo delli umili inchinati? Che è mai il turbamento
che mi prende?
La voce
Io distendo qui l’ali late e ferme, che difendon
la terra dall’oltraggio d’ogni folgore pazza d’Iddio.
I contadini
Non vedi tu
quel fuoco su nel cielo?
Li operai
E non senti il tuo cuore alzarsi a Lui,
fuoco anch’esso odoroso sì come fosse attratto?
Il poeta
Anima! Io vengo
in te. Il mio corpo ha raggiunto la perfezione.
(S’inginocchia.)
Un borghese
Oh potessi pregare; potessi credere! Sgorgan lagrime amare sopra la tomba
de’ miei figli e della moglie, là dove piangon tutti; solo rido ai nepoti
superstiti. Non odo forse il nepote più caro cantar con quei pezzenti?
Io vorrei credere, io non posso pregar che alla memoria?
Io ritto sfido qualche cosa che non so, forse quel fuoco che intimamente
amo, ma che non posso ancora venerare. O fra tutti costoro,
io che non abdico alla mia fermezza e non mi piego
al sogno, non son forse il più pazzo ed il meno felice?
Il contadino
Io sono nel divino fanciullo!
L’operaio
Io son fuoco tra il fuoco siderale!
Il poeta
Io mi sublimo in questa umiliazione come un Cristo risorto.
(Tutta la Folla è inginocchiata; lentamente il Borghese si flette e cade colla faccia a terra.)
Le campane
Suoniam gioconde la liberazione: ora i gufi acciecati si sbatton nella polvere
coll’ali inutili. Il nostro suono è luce.
I sussurri
Tutta la terra palpita, come un gigante buono.
La rosa bacia il gilio: e la spiga il papavero.
L ‘erbe soffici e verdi preparano i giacilii delli amori.
Fiori. Nei cuori germina la certezza.
Nella purezza del cielo immensurato
corre un beato fremito. Sanno e riposano.