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| Gian Pietro Lucini Le antitesi e le perversità IntraText CT - Lettura del testo |
(Da «Canti e Danze di Maschere»)
Io vidi i Re venir dall’Oriente
l’uno era giovane, l’altro era bruno ed il terzo un vegliardo cadente.
Per la città silente e nevicata
passar portando doni ognun pe’ bisogni
dei bimbi, delle bimbe e dei malati e dei sofrenti:
lunga parata di camelli e schiavi vestiti a stole d’oro
e magico lavoro d’oreficeria.
Squillano le campanule d’argento
per il vento invernale a quando a quando:
gettansi fior’ da canestri ingemmati
i bei fior’ della state incensando.
La fistola silvestre sopra le cennamelle
Ci proclama i prestigio
trilla e gorgheggia il piffero
dalla pancia ventosa
or si riposa
ora ride ora sospira.
Oh meglio che la lira,
l’armonia rusticana
dice la storia strana
di questa caravana
che ha trovato il Messia.
La fistola silvestre sopra le cennamelle
acqueta le procelle nei cuori avvelenati.
Le mortelle ora son troppo verdi,
sulla neve caduta troppo bianca,
e il capperuccio e la bauta
troppo oscuri sui visi feminili?
I Re d’Oriente van per far ritorno
Quest’altr’anno in letizia,
Io chiesi a loro perché camminassero
di notte e in pompe per la città:
le cennamelle diedero un sospiro e la fistola tacque nell’aspettare.
Il primo disse:
«Io son giovane e biondo
e viaggio pel mondo:
son porporato e ho scettro
sopra strani abitanti,
ch’ignorano le lagrime ed i pianti.
Incapace il tuo plettro
non saprà raccontar le mie virtù.
Ho nell’anfore il vino della vita,
pei moribondi appresto il calice
essi bevono e sperano ancora.
Le mie corone fatte di giacinti;
di rubini e di perle
pajon soli a vederle.
Tre ne porto di sopra al berretto
e mi prometto
di largir dolci sogni ai derelitti
ed a chi sofre per li altrui delitti.
In ciel la stella caudata e vaga della buona fortuna
per la diafana e buona tenda notturna
testé si soffermò sopra a una casa.
Là giù una turba immota e persuasa
attende ad un natale: passerem dalle soglie
a fare riverenza:
la presenza
imperial d’un triplice corteggio
s’inchina al seggio
di paglia d’un pastore:
sempre al nascer d’un bambino
si profondono l’ori dei potenti
e attende l’indovino a strologar sull’astri
congiunzioni mirabili.
Il Bambino vagisce
e la terra fiorisce.
Vedeste, uomini miei, un’aurora più dolce
splendere a mezza notte se si addolce
la luna sulla neve con uno sguardo d’azzurro?
Udiste di tra i canti anche un sussurro
anelante e convinto per la rivelazione?
Molti bambini sognan delle spade
e molte bimbe dei baci.
Largirem spade e baci dentro al sogno
per la bisogna della felicità.»
Ed il primo si tacque.
In modo flebile batte l’accordo,
il piffero singhiozza.
Udite meglio? le giulive note
mujon dentro alla strozza
del suonatore.
Battono l’ore o suonano a mortorio?
Il riso del Re giovane era un’ingenuità
sulla rigidità di queste vie.
Silente la città sembra che dorma:
auspicii enormi vengono poi.
Prepariamo sarcofaghi alli Eroi.
La Caravana passa sui ghiacciuoli:
le cennamelle hanno malinconia
per l’allegrie perdute.
Fiori all’inverno?
E pure molti fiori dai canestri
gettansi ancora dai famigli ornati,
de’ fiori tristemente profumati.
Disse il secondo:
«Io son rozzo e mal destro:
venni per mar senza che il navalestro
spingesse vela o battesse di remo.
E pure i miei paesi son lontani.
Là stanno per i piani
a battaglie elefanti ed unicorni
e portan grappoli d’acini acri
i peschi e l’olmi.
Idoli neri cui morde la ruggine
si ascondon nel mistero,
e reggon sulle teste gaschi lucidi
e diamante e cimiero.
Veglian la Morte.
So il perché della Morte:
fra la mirra nascondo il buon nepente
che fa dimenticare.
Tutte le cose care
volgon dentro alla notte.
Non volete sofrire?
Non s’allenti l’ardire
di scoperchiar la fiala dei profumi
che lieti vi conducono a’ bei fiumi
della mia eternità.
Io sono nero.
Rosse troppo s’accendono le labra
di tra le guancie.
Porto le melarancie medicate
pel bimbo che si lagna:
così chiuderà l’occhi;
la testina reclina sui ginocchi
della mamma che vigila.
Dorme tranquillo?
Oh, più tranquillo d’ora,
non potrà mai dormire.
So la Natura: ha bisogno di sangue:
io vengo a richiamar tutti li stanchi.
Oh quante molli bocche desianti una pace!
Oh come tace ermetica questa vergine bocca!
Sono il buon Re della liberazione.
Ho corone di ferro e manto verde;
tutto che qui si perde
io raccolgo per via.
Così affaticano sotto ai fardelli
di mille cose disparate e oscure
quest’umili camelli
che vengon dietro.
Odo vagir là giù:
un essere di più su questa terra?
Porterà pace o guerra?
Forse un predestinato
e molto sofrirà.
Faremo riverenza di presenza
a questa devozione fatta carne.
Seminerà pei posteri:
un mio ministro già gli prepara
la più rustica bara.
Ancor si sente piangere là giù:
o voi pregate; o voi sperate?
Se nel passar mi apriste la postierla
vi condurrò a vederla
la ben amata, la Felicità.
Molti bambini sognano delizie
tra le pigrizie dei letti spiumacciati.
Sogno beato se non vi destate.
Molte bambine sognano amori
sorridendo tra i fiori
di giardini impossibili.
Sognate quindi se volete vivere.
Dispensieri, dei sogni, ancor dei sogni,
da questi aerei troni
si domina la vita.
E se il sogno è la Morte
Dispensier’ spalancate le porte
a quest’anima vagola e sperduta.
Tutto che qui si perde
io raccolgo nel mio mantello verde
soffice come l’erbe
e riposa alla fine
sotto all’ oscuro
mio sguardo di notte,
sicuro.»
Ed il secondo tacque.
Colle baute passano mute
altre rigide forme,
e un consigliere
dal borzacchiere rosso
s’avvoltola la barba nella pelliccia folta.
Le ciocie montanine
calpestano la neve e si maceran dentro.
Venite tutti qua!
Il piffero sogghigna
e la fistola ghigna.
Codesta pifferata
ha una pazza intenzione.
Se va Filosofia per la via
dovrà stare al suo tono.
Vengono ancor camelli,
son ripieni i cestelli
d’altre preziosità:
l’ultimo che verrà
sarà assai più munifico.
Questi Re spensierati
hanno ducati a staja,
ne spendono dovunque: alla fungaja
e sopra ai mosaici.
Dei lumi alle finestre.
Venite tutti qua.
Lasciate le minestre insipide,
ecco dei maccheroni.
Se va Filosofia per la via
deve far luccicar cospiquii doni
all’occhi che li sognano,
e dar nelle parole
cenere coi carboni.
Il piffero sogghigna
e la fistola ghigna,
le argute cennamelle
dan la baja alle stelle.
E disse il terzo
«Sono vecchio e canuto,
tutto ho veduto,
perciò la mia cesarie
più giova delle parie
membra d’Elèna
e della forte e piena
gamba di Paride.
Sotto il cranio ricciuto
ritrovi vento e vuoto.
Fui sopra l’anni
sopra li affanni
e coi tiranni.
Son Sacerdote e Re: è semplice il perché
dei tristi inganni.
La Plebe al zuccherino
fa le moine come il bambino,
zuccherino oratorio.
Sopra il martirio
d’ogni civiltà
stesi uno scettro imarcescibile.
Venne lo scibile in compunzione
a recitarmi la sua devozione.
Io sorrisi e ricolsi nelle ceste
parole che scintillano e fumi che sfavillano
all’aria come stille: fuochi di gioia
contro alla noia; sorrisi che dismagano
e guardi che rinnegano,
e i dilemma che danno e che non danno
un motivo e disfanno.
Così i cestelli portano i fornelli
delle materie prime,
fanno la neve il gelo e le pruine
il buon caldo ed il vento:
e nelli affaticati crogiuoli dei tempi
stampar l’immemoriali eterni esempii
di quanto ora qui sta.
Badate all’oro,
questo è un tesoro
che non muta fortuna.
Io fui sopra l’Istoria
e se esiste memoria
eccomi gloria
vivente ed ultima.
Sono Teocrazia e Dispotismo,
presso di me il cinismo vale la forca.
Son l’Impostura ricca e la Paura
dell’Inferno angosciata
e sono una cruciata
divinità rabbiosa.
Krônos, Saturno?
Faccio ritorno in me.
O Sapiente o Filosofo?
Per l’indomani
carezzo i ciarlatani
perché faccian prodigi
e sui fastigi delle torri di rame
do il folgore innocente
per la gente che grida.
Ah! Ah! Oh! Oh!
Il vecchio riso
tra la barba bianca
è l’ultima ironia che balbetta e manca
sulle livide labra d’un morente.
Filosofo da burla, se contemplo il passato!
Schiavi gettate argenti
commisti a’ bei rubini
questi pezzenti, applaudiranno
con mille inchini.
Schiavi, che le bombarde
vomitin fuoco:
questi pezzenti hanno le gambe tarde,
si scalderanno un poco
all’incendio improvviso e dentro al sangue.
M’han detto poco fa che è nata a pena
una dolce e serena meraviglia:
per chi si piglia
a tali annunci basta
un vagito di bimbo.
Or, tutto il limbo è pieno di tali intenzioni.
Un Messia? Una eresia!
Andrem per intricare di presenza
a fare riverenza
al nuovo Re del mondo.
Or voi, Sicarii, bene osservate
il suo musetto biondo,
per ritrovarlo al colpo che decide.
Sciocchi, sciocchi!
Solo i pitocchi
hanno queste speranze lontane
che dormon sulla paglia de’ giaciglii
nel presepe.
Altri sono migliori i consigli.
Li Eroi van sulle cime della vita
come a scalar Bastiglie,
li Schiavi stanno a basso vicino ai palafreni
e lavoran di striglie.
Le donne curiose fremono delli Eroi
tendon le braccia, tendono i seni:
sotto a’ cieli né oscuri né sereni
ingorde assorbono la genitura:
li Schiavi come i buoi, tiran l’aratro.
E i forti dan presenti d’astri e di stelle
all’incaute belle.
Esse giuocan coi fuochi e vi s’abbruciano
coi diletti guerrieri.
Oh! jeraticamente sta nel mondo
Amor, gran Dio, porpureo all’aspetto,
porpureo come un pazzo ed un predestinato,
con ali d’oro in cima dell’elmetto.
E faretra pei clivi e le boscaglie
dove cozzan zagaglie
invidiose e gelose.
Io passai sui cadaveri recenti
risi ai tormenti, risi alle fiamme:
ricolsi lance spezzate e versiere
per il piacere della vendetta;
e per dono alli eredi delli estinti.
Altro vuol l’Uomo: un Dio, forse se stesso.
Vidi la luna scioglier lo strascico
sui limpidi paduli;
vidi garzoni ignudi
giocar nell’acque pregne di luna:
vidi il corteo che aduna
l’orror del bujo.
Passai sulle paure e risi ancora.
Molti raggi di luna ho là raccolti,
e bene involti
nella malinconia,
largisco qui a favore d’una prosodia
che suda sulla rima.
Oh, ma in me stesso era tutto il creato;
guardai nel cuor per veder tutto il mondo:
fummo una schiera
ora solo rimango,
ed i morti non piango.
Di tra i ferri crudeli e dardeggianti
fu gran copia di pianti,
e le mitre orgogliose
sorrisero alle rose.
Dei leopardi a’ piedi ingiojellati,
furbi e domesticati
venivano a lambire
squittendo come volesser morire
di voluttà,
e delle donne dopo aver danzato
han sospirato nell’ultimo momento
il nostro nome.
Sospiri ed aliti ho pur riposti
sotto nascosti a piume rare
in queste bare che portano i somieri:
ai bimbi altieri
che tornano al passato per comporre
un giocondo a venire
farem piovere sopra all’origlieri
questi pensieri gravi di lagrime.
Oh le magie!
I capricci disfoggiano la veste
Più inusitata:
gustai le atroci feste
di sangue e di baci:
l’unghie polite
s’intriser nel vermiglio
delle ferite,
per veder di cosa sanguinavano.
Famiglie, ora è questo il tugurio
del portento umanato?
È cattivo l’ augurio
di nascer tra lo strame.
Schiavi, per il festino una volta conviene
colle verbene mescere il vino:
chi ne assaggia di rado
perde tosto la mente:
astutamente incitiam la catastrofe.
Molti garzoni sognano vittorie
tra le glorie dei nimbi cimmerii:
ai focolari
deporremo una croce ed una ruota.
Molte fanciulle sognan balli e sciali:
in sulli alari
deporremo li specchii e le collane.
Schiavi: l’harem or mai mi va in fastidio.
Evireremo i forti in eunuchi;
penseran sui caduchi
lauri di quanto fu.
Comprerem le zitelle, le più belle
fra quante si guardar dentro allo specchio
il collo ornato di queste collane
regalate di notte ad intenzione.
Passiamo altrove: son ricco troppo,
ho paura di troppo donare.»
Anche l’ultimo tacque.
Saran tutti passati, saran tutti sfumati, in fondo della via,
per la città silente e nevicata,
or per poco destata
al calpestio dei barbari camelli e al tintinnire delle catenelle?
E tutti i fiori e tutti li ori? Oh, son gelati i fiori
per i rigori della bianca stagione!
E le baute, ed i cappucci, e quelle forme mute?
E le ciocie bagnate nella neve? Ed il mantello del consigliere?
Pifferi, pifferi:
dalla pancia ventosa danno il gorgheggio,
e colle cennamelle, rustiche sorelle,
in questa nenia.
Calmo riposo in ciel sotto le stelle:
l’alberi ricoperti di diamanti.
sembrano stanchi
imperator’ di gelo.
Non un velo per l’aria:
precedendo la luna
un chiaror sorge dietro le torri e i campanili.
Lieta cullante, buona incurante
triste graziosa e tenebrosa
la pifferata
sembra intuonata
sopra al raccoglimento,
e un sentimento
grave accoglie la terra.
Questo mantello peso di ghiacciuoli
non soffoca la vita, non soffoca il respiro.
Ed i valletti che seguono i potenti,
e i dispensier’ li schiavi ed il carnefice,
lagriman nel cammino e gettan doni.
Oh incatenati ai fati
di una lunga sciagura!
Oh vinti alla congiura
della fame e del freddo!
Ah a ah! oh ooh!
La culla dondola
sotto l’occhio materno,
non prevalgon lo scherno e l’impostura.
Oh ooh! Ah aah!
Chiudi l’occhi che son troppo sereni
e ch’han lo sguardo libero e sicuro.
Dormi, a domani:
i Re t’han fatto festa, alla tua testa
chinaron le corone e le tiare.
E come pare limpida la notte.
Tra i sempre verdi
e le mortelle
il capannuccio
rustico sta.
E in un cantuccio
sopra la greppia piena ed odorosa
color di rosa in fasce
dorme e si giace
l’imperial divina maestà.
Soffiano il bove e l’asinello
similitudine di carità
sul frutto tenerello,
sangue e miele commisto, di tra i baci d’un amor senza pari
bel giojello e tra i rari
se uscito fuor di culla spezzerà all’umili il pan d’or della parola
ed ai forti veggenti donerà
una teda pel bujo e una bipenne
per la foresta della cattività.
Passa un ascoltatore che se ne intende: sogghigna e se ne va.
«Codesta pifferata» dice, «par confettata come una disgraziata
parata funambolica. Andate là:
o i suonatori perdono le note o sono vuote le zucche dei marrani
che aspettan l’indomani sopra il trillo dei pifferi.
Ed in fine m’annoia.»