I.
Il conte Camillo Benso di Cavour nacque dal marchese don
Michele Giuseppe e da una ginevrina, Adelaide Susanna Sellon, il 10 agosto
1810. Antica e nobile stirpe era la sua: egregi fatti di guerra e di pace,
erano stati cagione che il cognome della sua famiglia ricorresse spesse volte
nelle storie del paese, al quale egli doveva maturare così grandi destini.
Il conte Camillo ebbe da’ padri suoi quel sentimento che le
razze antiche e nobili, se non degeneri, hanno; quel sentimento intimo ed
instintivo della storia patria, di cui sono state una parte, nel quale si
fondono i ricordi del passato colle speranze dell’avvenire, e quegli e queste
diventano insieme la base su cui l’uomo di Stato, non intento solo a
conservare, ma ad innovare, poggia l’edificio e trova l’equilibrio della sua
politica. Cotesto sentimento è la cagione per cui suole generalmente accadere
che quelli i quali appartengono a famiglie già illustri nella storia d’una
nazione, si trovino adatti a continuarla meglio di quelli che escano da famiglie
le quali v’hanno a registrare il lor nome per la prima volta.
A’ tempi della giovinezza di Camillo Cavour, il suo cognome
non era de’ più amati in Piemonte. Suo padre, una gentile ed onesta persona in
qualità di privato, si trovava, come vicario della città di Torino, troppa
parte egli stesso d’una amministrazione pettegola, incerta e sospettosa, perchè
dell’odio nutrito dal pubblico contro il governo non si versasse una gran parte
sopra di lui. Il Vicario, che d’ogni cosa faceva relazione a Carlo Alberto, —
spinto ora per un verso, ora per l’altro da’ dubbii della sua mente, dalle
opposte qualità della sua indole misteriosa, — non s’accorse di certo, nè
riferì poi che gli viveva in casa chi avrebbe con risolutezza cooperato a
mettere, e poi avviato il Piemonte per una strada in cui Carlo Alberto, a que’
tempi, non si risolveva ad entrare, quantunque sentisse che da quella in cui
era, avrebbe pure una volta ad uscire.
Camillo Cavour, adunque, visse gli anni di sua giovinezza, son
per dire, contraddicendo, e i primi tempi della sua vita civile e politica
furono un contrasto continuo tra il pubblico e lui; giacchè quello voleva
giudicarlo e spiegarne gli atti da ciò che si sapeva e s’esagerava del suo
parentado; egli, continuando per la sua via, si teneva sicuro che si sarebbe
pur dovuto finire col giudicarlo da lui medesimo. Questo contrasto temperò
l’animo all’uomo; e gli dovette, sin da giovane, dar l’abitudine di desiderare
con ambizione di gloria il suffragio de’ suoi concittadini, ma di non piegarsi
per ottenerlo.
Fu educato, come la più parte della nobile gioventù
piemontese, nell’Accademia militare. Ed insieme, per la cagione della istessa
intrinsichezza che passava tra suo padre e Carlo Alberto, allora Principe di
Carignano, ebbe l’onore d’essere nominato a paggio; onore, del resto, di cui
nessun altro s’addiceva meno alla sua indole vigorosa, pronta e recisa sin da
fanciullo, e dal cui onere, quindi, fu, a breve andare, liberato da Carlo
Felice, che gli diede licenza; giacchè a dieci anni dava già troppi segni che
la livrea gl’incresceva; tanto che quando l’ebbe scossa via, gli parve e disse
d’essersi tolto il basto. Uscito dal collegio a diciott’anni luogotenente del
Genio, non sostenne lungo tempo la disciplina del silenzio e dell’obbedienza.
La vivacità sua naturale e la svegliatezza della sua mente, così adatta e lesta
al sarcasmo, unita con la fierezza e la consapevole ambizione dell’animo, gli
dovevano rendere durissimo l’obbedire a chi e come s’obbediva a que’ tempi,
così vicini a noi e che pur paiono così lontani. Di fatto, com’egli era nel
trentuno a Genova, a sorvegliare alcuni lavori di fortificazione, fu sentito
parlare liberamente: e per punizione spedito di guarnigione al forte di Bard.
Si dimise; e parte attese all’agricoltura, parte viaggiò, cercando, oltre Alpi,
a quell’ingegno che il Plana gli aveva riconosciuto ed ammirato, un alimento
che l’atmosfera serrata e chiusa della sua patria gli negava. Qui, per troppa
calma o per moti scomposti e compressi, la vita sociale era ferma, o sobbalzava
di tratto in tratto: e quel giovine signore la calma non poteva sopportare, e
a’ moti non si poteva risolvere a prender parte: giacchè la sua mente,
assuefatta al calcolo, computava le forze dei governi che si difendevano e
quelle delle sètte che assaltavano, e non trovava che ci fosse, non ch’altro,
possibilità che le forze delle sètte soverchiassero quelle dei governi. Oltre
che gli doveva parere che, se i governi andavano per una via pessima, le sètte
camminavano per una via, se si fosse potuto, peggiore; non tenendo esse maggior
conto del passato, di quello che i governi facessero dell’avvenire.
II.
Dimorò lungamente in Inghilterra, ed ivi, alla maniera dei nobili
inglesi, s’educò a forti studî, senza chiudercisi dentro, e ricusare le
distrazioni della vita ed i sollazzi del mondo; contrasse amicizie potenti, e
sopratutto un affetto ed un’ammirazione, non solo per le instituzioni inglesi,
ma per il concetto inglese della libertà, ch’è il vero. Giacchè in Inghilterra
non s’intende la libertà come in Francia, dove basta, perchè si sia liberi, che
il ministero deva procedere d’accordo con le maggioranze dei deputati spediti a
Parigi da una maggioranza più o meno grande d’una classe più o meno larga di
elettori; quantunque la mano dello Stato continui a comprimere e reggere del
pari la vita dei comuni, delle province, degli individui, del commercio,
dell’insegnamento. In Inghilterra invece la società stessa è libera, e lasciata
padrona di sè; l’individuo, da solo o associato con altri, v’ha pienissimo il
gioco delle facoltà sue, e la società è libera non solo perchè il governo ha a
dare ragione di sè ai deputati, ma perchè l’azione sua non si surroga a quella
d’ogni altra forza sociale. E questo fu poi il concetto di libertà, che il
conte di Cavour portò a suo tempo al governo: quantunque sin oggi1 le
quistioni, ora di finanze, ora di politica, gli abbiano preoccupato l’animo ed
impedito di attuarlo in altro che nelle sue conseguenze economiche.
E questo suo amore dell’Inghilterra non fu poi una delle sue
minori colpe agli occhi del partito democratico e del retrivo, nel Piemonte,
quando egli, ritornato in patria, cominciò a prender parte alla vita politica e
ad ascenderne uno dopo gli altri i gradini.
Egli aveva, di fatto, previsto quello che da questo suo
affetto all’Inghilterra gliene sarebbe arrivato sul continente. «Da San
Pietroborgo a Madrid — scrive egli stesso — in Germania come in Italia,
gl’inimici del progresso e i partigiani delle convulsioni politiche considerano
del pari l’Inghilterra come il più formidabile dei loro avversarî. I primi
l’accusano d’essere il focolare su cui tutte le rivoluzioni si scaldano, il
rifugio assicurato, la cittadella, per così dire, e de’ propagandisti e de’
livellatori. Gli altri, pel contrario, forse con maggiore ragione, riguardano
l’aristocrazia inglese come la pietra angolare dell’edificio sociale europeo, e
come l’ostacolo più grande alle lor mire democratiche. Questo odio che
l’Inghilterra inspira a’ partiti estremi, dovrebbe renderla cara agl’intermedi,
agli uomini amici del progresso moderato, dello sviluppo graduale e regolare
dell’umanità; a quegli, in una parola, i quali, per principio, sono opposti del
pari alle tempeste violente ed alla stagnazione della società. E pure non è. I
motivi che gli porterebbero a nutrir simpatia verso l’Inghilterra, son
combattuti da una folla di pregiudizî, di memorie, di passioni, la cui forza è
quasi sempre irresistibile. E non ci ha quindi che pochi uomini sparsi e
solitarî, i quali sentano per la nazione inglese quella stima e quell’interesse
che deve inspirare uno de’ più gran popoli che hanno onorato l’uman genere, una
nazione che ha gagliardamente cooperato allo sviluppo morale e materiale del
mondo, e la cui missione di civiltà è ben lontana dall’esser finita»2.
III.
Nè gli studî e la dimora oltre Alpi restarono senza frutto e
senza dar prove di sè. Giacchè il conte Cavour in quel frattempo scrisse
francese in varie riviste, sopra le quistioni di maggiore urgenza e rilievo,
che si andavano affacciando nel campo delle scienze e de’ fatti. Scrisse come
uomo a cui lo scrivere non sarebbe bastato: scrisse da gentiluomo, poco e non
cercando, ma accettando, le occasioni, scrisse come persona che ha non solo
meditato molto, ma discorso anche molto su quello di cui scrive: come persona
che sa le obbiezioni nascose e le palesi, che indovina quelle e non ischiva
queste. Nei suoi scritti fa prova d’una mente larga e rigorosa; d’una
erudizione adeguata, ma non soverchia, indizio così della mente e della
compitezza degli studî fatti sul soggetto stesso, come della deficienza degli
studî letterarî non potuti fare al collegio; d’una forza di ragionamento
rarissimo; d’una instancabile caccia delle difficoltà del quesito e delle
soluzioni possibili; d’una indipendenza di giudizio assoluta. Vi si mostra
amico d’ogni progresso politico ed economico: e perciò d’ogni mezzo efficace ed
adatto a promuoverlo; ma nemico del pari risoluto d’ogni mezzo violento,
perchè, nel suo parere, ogni mezzo violento è inefficace: in somma, vi si
mostra della scuola di quegli illustri uomini di Stato inglesi, che, promovendo
la libertà, allontanano le rivoluzioni, e de’ quali non si può dire se più
amino quelle od avversino queste. La sua dicitura è come la sua mente, netta,
chiara, coerente; ma non ha vivezza nè colpi, e lo stile, per il più, manca,
quantunque a volte la forza del pensiero dia rilievo ed efficacia alla frase.
Anzi, il conte Cavour si può, come scrittore, allegare a prova di quanto sia
falsa la massima che lo stile sia l’uomo: giacchè sonvi pochi scrittori in cui
l’animo sia più risentito e colorito, e pure si riverberi e s’imprima meno
nella parola.
I suoi scritti hanno a soggetto questioni economiche,
politiche, agricole o finanziarie3: e rispetto alla cognizione
dell’uomo e del futuro suo indirizzo politico, due sono i più notevoli: quello Sulle
idee comuniste e sulla maniera di combatterle, e l’altro Sullo stato dell’Irlanda
ed il suo avvenire. Nell’uno e nell’altro si riconosce quella vasta e
compiuta maniera di concepire il soggetto, e di sviscerarlo, che dicevamo sua
propria. In lui con lo scienziato e con lo storico si vede già unita quella
propria e particolare qualità dell’uomo di Stato, che consiste nell’abbracciare
d’una occhiata tutta l’arruffata matassa delle cause e degli effetti sociali,
nel non estrarne e considerarne da sè una serie sola; anzi d’ogni fatto di cui
si cerca le origini, riconoscere o per una divinazione difficile a ragionare,
come accade alla più parte degli uomini di Stato, o per una consapevole e
ragionata convinzione, come accade al Cavour, riconoscere, ripeto, in quanto e
quale intreccio sia con altri fatti, e quale modificazione nasca in ciascheduno
degli elementi sociali da questa sua complicata coesistenza cogli altri. Così,
dove parla delle idee comuniste, non ischiva di mostrare quanto arduo sia il
contrasto, che si deve sciogliere per confutarle a fil di logica, tra due
diritti, i quali paiono inconcussi del pari, quello della vita, e l’altro di
proprietà. Egli prova come questo contrasto non sia tra due diritti assoluti, i
quali non si potrebbero contraddire, ma bensì tra due dritti relativi, e de’
quali ciascheduno non ha valore che in un certo giro. Crede che, ove la scienza
s’imprimesse bene di questa dottrina, essa sarebbe il miglior antidoto del
comunismo; giacchè gli torrebbe ogni forza, perchè ammetterebbe la limitazione
del diritto che i comunisti negano, e perchè mostrerebbe d’accettare il diritto
che i comunisti contrappongono. E fida che dalla scienza la persuasione
passerebbe negli animi del volgo; giacchè non gli par da mettere in dubbio e
conferma co’ fatti l’utile efficacia delle idee scientifiche nella trasformazione
de’ sentimenti volgari. Ma aggiunge, che questa trasformazione non si
opererebbe, se i ricchi non l’aiutassero con la beneficenza verso i poveri. «A
ciascheduno dunque, conclude, l’opera sua. Il filosofo e l’economista nel
chiuso del loro studio confuteranno gli errori del comunismo; ma l’opera loro
non sarà feconda, se non in quanto gli uomini onesti praticando il gran
principio della benevolenza universale, agiranno sui cuori, mentre la scienza
agisce sugli intelletti».
Il Cavour, tutto pratico oggi e tutto intento agli affari,
forse ora sorriderebbe se gli si ricordasse che, in questo scritto, fa
all’Inghilterra un appunto che non si crederebbe sia potuto mai uscire dalle
sue labbra. Dopo esposte le teoriche del Malthus sulla popolazione, che egli
accetta, e le conclusioni severe e crudeli che il Malthus ne trae, e ch’egli in
parte rigetta, aggiunge, per ispiegare come questi errori si fossero potuti
insinuare nella mente del grande economista inglese, che «il Malthus — bisogna
pur convenirne — aveva dovuto renderlo affatto nuovo alle speculazioni di alta
filosofia, necessarie alla soluzione del problema morale implicito nella
questione. Dal Locke e dal Clarke in poi, l’alta metafisica è stata, sino a’
nostri giorni, molto trascurata in Inghilterra, e il genio britannico sembra
non avere concessa la sua attenzione e la sua stima che a’ principî filosofici
suscettibili d’una applicazione immediata e pratica. Se da ultimo alcuni indizi
sembrano palesare, a questo riguardo, un leggiero miglioramento, non si può
contestare che le alte verità speculative non fossero a’ tempi del
Malthus molto trasandate nella sua patria. Il grande economista non si è dunque
accorto punto dell’antinomia contro la quale il suo soggetto lo gettava; non
che cercarne la soluzione, non ha sospettato che esistesse»4.
Nello scritto Sulla condizione dell’Irlanda e sul suo
avvenire, il Cavour ha un soggetto più conforme all’indole dell’ingegno
suo. Fu letto con molto applauso in Inghilterra, e, certo, io credo che pochi
scritti meritino meglio l’approvazione di uomini pratici ed imparziali. Senza
sconoscere le grandi piaghe dell’Irlanda, senza negare tutti gli antichi torti
dell’Inghilterra, non manca di indicare con quanta lealtà i ministeri inglesi
si fossero applicati da alcun tempo in qua a medicare quelle e riparare questi.
Ammira e loda O’Connell del nuovo indirizzo dato da lui al partito nazionale
irlandese, sviandolo dalle insurrezioni sterili d’effetti buoni, e solo feconde
di nuovi danni e di sangue, per avviarlo sulla via regia della resistenza
legale e del progresso determinato. Ma questa ammirazione non gli vela la
vista, e mostra come l’O’Connell, in quell’agitazione allora iniziata, e che
era l’occasione prossima dello scritto del Cavour, in quell’ultima agitazione
rimasta senza riuscita, che aveva a scopo la revocazione dell’editto d’unione
de’ due Parlamenti promosso dal Pitt nei principî del secolo, O’Connell fosse
dissimile da se medesimo e corrompesse il bene già fatto alla sua patria. Le
ragioni che il Cavour dà della nessuna utilità di quella rivocazione, anzi del
danno che ne sarebbe risultato all’Irlanda stessa, provano una cognizione
accurata e pratica delle intenzioni e de’ maneggi dei partiti: come non mostra
minore acutezza nel discernere quanto ci fosse di posticcio e di vero, di
ipocrita e di sentito nel gridìo universale contro la tirannide inglese; e
quanta ignoranza del mirabile edifizio dell’inglese costituzione si
manifestasse nei giudizî contraddittorî che si portavano presso di noi, sulle
forze reciproche dell’Inghilterra e dell’Irlanda, e sugli effetti di quella
lotta, ogni di cui fase pareva ai politici nostri una ruina compiuta, evidente
ed irreparabile ora dell’una parte, ora dell’altra. E finisce coll’indicare i
veri mezzi che il governo inglese avrebbe potuto adoperare; e son quelli, di
fatto, che ha poi applicato e va di mano in mano applicando alla cura di
quell’ammalata: la maggiore diffusione dell’istruzione popolare, lo sviluppo
del commercio e dell’industria, i lavori pubblici promossi, il sistema inglese
della beneficenza legale maggiormente esteso, le leggi sulla proprietà
territoriale riformate; e mostra come a procurare ciascheduno di cotesti fini
l’unione de’ due paesi dovesse avere maggiore efficacia della loro disunione.
È troppo osservabile in questo scritto il ritratto che il
Cavour disegna dell’illustre Pitt, perchè non ci paia bene di metterlo avanti
agli occhi de’ nostri lettori. Parecchi sarebbero tentati di credere che molti
tratti della fisonomia dello statista inglese convengano a maraviglia a quella
dell’italiano. Di fatto, scrive così: «E’ corre, in genere, un giudizio molto
falso su questo illustre uomo di Stato. E’ si commette un errore gravissimo
rappresentandoselo come il partigiano di tutti gli abusi, di tutte le oppressioni
a modo d’un lord Eldon, o d’un Principe di Polignac. Ben altro; il Pitt aveva i
lumi del suo tempo: il figlio di lord Chatam non era l’amico del despotismo, nè
il campione dell’intolleranza religiosa. Spirito potente e vasto, amava il
potere come un mezzo, non come un fine. S’introdusse nella vita politica
col fare la guerra all’amministrazione retriva di lord North, ed appena
ministro, uno de’ suoi primi atti fu di proclamare la necessità di una riforma
parlamentare. Certo, il Pitt non aveva una di quelle anime ardenti che si
appassionano per i grandi interessi dell’umanità, che non guardano, quando li
vedano pericolare, nè agli ostacoli che loro si frappongono, nè a’ danni che il
loro zelo può cagionare. Non era uno di quegli uomini che vogliono riedificare
la società da capo a fondo coll’aiuto di concetti generali e di
teoriche umanitarie. Ingegno profondo e freddo, spoglio di pregiudizî,
non era animato che dall’amore della sua carriera; vide le parti difettose del
corpo sociale, e volle correggerle. Se avesse continuato a esercitare il potere
in un periodo di pace, di tranquillità, sarebbe stato un riformatore alla
maniera del Peel e del Canning, accoppiando l’arditezza e l’ampiezza delle
viste dell’uno con la saggezza ed abilità di quelle dell’altro. Ma
quando vide spuntare sull’orizzonte l’uragano della rivoluzione francese, con
la perspicacia propria delle menti che sovrastanno, previde i guasti de’
principî demagogici, e i pericoli che avrebbero suscitati all’Inghilterra. Si
fermò a un tratto ne’ suoi disegni di riforma, per provvedere ai bisogni della
crisi che si preparava. Comprese che dinanzi al movimento delle idee
rivoluzionarie che minacciavano d’invadere l’Inghilterra, sarebbe stato
imprudente di toccare l’arca santa della costituzione, e infiacchire il
rispetto ch’ella inspirava alla nazione, applicandosi a ricostruire le parti
lese d’un edificio5 sociale consacrato pure dal tempo. Dal giorno in
cui la rivoluzione, soverchiando i confini del paese che l’aveva vista nascere,
minacciò l’Europa, il Pitt non ebbe che un oggetto solo davanti a sè:
combattere la Francia, con l’impedire alle idee ultra-democratiche di farsi
strada in Inghilterra. A questo supremo interesse consacrò tutti i suoi mezzi,
a questa sacrificò ogni altra considerazione politica».
La stessa tempera d’animo, la stessa risolutezza di spirito,
la stessa pervicacia di proposito, la stessa audacia d’intraprendere, avrebbero
— nè egli stesso lo prevedeva — fatto del conte Cavour un uomo di Stato di non
minor valore di Guglielmo Pitt. Ma la fortuna sua e le circostanze gli
avrebbero permesso di non mettere contrasto tra i primi desideri del suo animo
e l’indirizzo dovuto prender poi, tra le intenzioni di libertà e i fatti dovuti
eseguire. Il conte Cavour si sarebbe trovato, invece, spinto dall’amore della
libertà per la stessa via per la quale era spinto dall’amore della patria;
giacchè, ne’ tempi nei quali sarebbe venuto a reggere lo Stato, una previdenza
anche minore della sua avrebbe scorto che il Piemonte si sarebbe perso da sè se
non si fosse applicato a salvar l’Italia insieme con sè. E la libertà non si
doveva tra noi salvare da chi l’avesse potuta opprimere, ma crearla e
sostenerla contro chi voleva impedire che nascesse: la libertà, salvezza del
Piemonte, era la salvezza dell’Italia, e la salute del Piemonte e d’Italia
tornava a salute della dinastia stessa di cui il Cavour avrebbe dovuto esser
ministro. Insomma, gli si facevano incontro de’ tempi fortunatissimi, in cui
l’uomo di Stato non avrebbe trovato de’ fini contraddittorî, al conseguimento
dell’uno de’ quali avrebbe dovuto sacrificar l’altro. La libertà, la patria, il
Re, mostravano una stessa strada, nuova, davvero, ma a un occhio sicuro di
certa riuscita. Bisognava che de’ pregiudizî non gl’impedissero di rompere
parecchie tradizioni: e gli studî e la conoscenza de’ varî popoli avevano
nell’animo del Cavour estinti i pregiudizî. Bisognava avere perspicacia
sufficiente per iscovrire la meta, e contare, con animo equo e non trepido, le
forze che vi avrebbero incagliato ed aiutato nel cammino. Bisognava, scoverto
il cammino e la meta, mettersi con animo audace e risoluto all’impresa. E
perspicacia, audacia, e risolutezza covavano nell’animo ancor giovenile del
Conte; e non mancavano che le occasioni perchè apparissero al mondo.
IV.
Quando il Conte fu da’ suoi viaggi e dai suoi studî ritornato
in Piemonte, non fu de’ meno pronti a procurare presso i suoi concittadini la
diffusione di quel moto de’ migliori concetti economici e civili, del quale era
stato testimone oltre Alpe. A lui questa diffusione doveva parere migliore
preparazione a libertà politica, che non l’assaltare di tratto in tratto i
governi con successi degni di riso, se il sangue sparso non li avesse fatti
degni di pianto. Ebbe mano alla fondazione degli asili infantili, e fece parte
della direzione; quantunque dopo alcun tempo ne dovette uscire, pregato
di farlo dal presidente Cesare Saluzzo per il bene della società, alla
quale avrebbe potuto portar danno e pericolo la sua riputazione di troppo
liberale6. E fu poi di quegli i quali nel maggio 1842, proposero al Re
un disegno di statuto d’un’associazione agraria, di cui fu eletto a presidente
il marchese Alfieri di Sostegno, ed il Cavour stesso, già membro di una
Commissione superiore di Statistica, nominato consigliere. Ebbe così modo di
diffondere quelle precise e variate cognizioni di agricoltura, ch’egli aveva
attinte dalla pratica e da’ libri, e per le quali aveva egli il primo
introdotti o fatti introdurre nuovi metodi, concimi e coltivazioni in Piemonte
e nella Sardegna. Nel giornale di quest’Associazione pubblicò uno scritto
contro l’instituzione de’ poderi-modello, nel quale, non ostante la voga
momentanea in cui erano, con la sua solita indipendenza di criterio, ne provava
inefficace e dannosa l’introduzione, e consigliava mezzi più pratici e di più
sicuro effetto pel miglioramento dell’agricoltura. «Caldissimo partigiano
dell’istruzione, egli diceva, mosso da ardentissimo desiderio di vederla a
propagarsi sotto tutte le forme ed in tutte le classi della società, dichiaro
che se i poderi-modello dovessero contribuirvi, io diverrei uno de’ loro più
zelanti promotori, qualunque fosse l’opinione mia particolare sul loro merito
agrario. Se io li combatto, se io mi vi oppongo, si è perchè li ritengo
improprî a questo fine». Parole che attestano il bisogno di difendersi da
sospetti i quali potevano cagionare che le sue intenzioni fossero fraintese nel
pubblico, e molta destrezza nell’affrontarli e disperderli.
Quantunque il governo si fosse premunito per ogni modo perchè
l’Associazione agraria non uscisse dai confini del suo titolo, pure basta che
uomini colti siano lasciati riunirsi perchè, a’ tempi come i nostri, la libertà
politica diventi l’oggetto più o meno apertamente dichiarato de’ loro discorsi.
Uno non dirò de’ più fieri, ma de’ più pertinaci avversarî di quella classe
aristocratica piemontese che forniva all’Associazione agraria la maggior parte
de’ suoi membri, confessa che «a fronte della più assidua vigilanza, un sottile
venticello di politica andava bisbigliando nelle regioni dell’agricoltura, e in
più d’una discussione di taglio di boschi si rivelò qualche germe di mal
compressa democrazia. Nei banchetti di provincia, dove una volta all’anno
raccoglievasi la scienza agronomica, spuntavano di tratto in tratto vivacissimi
brindisi, che l’abate Pullini, il revisore, non avrebbe in coscienza
approvati» 7.
E parecchi altri segni di rigenerazione prossima si
presentivano o si vedevano. La stampa, a mano a mano più audace, quantunque non
ancora invadesse i campi della politica; i Congressi e i libri del Gioberti e
del Balbo e gli scritti del d’Azeglio; e il governo piemontese applicarsi
sempre più a migliorare lentamente l’amministrazione dello Stato ed a tener
testa alle pretese dell’Austria; e Carlo Alberto, di tratto in tratto, aprire
il cupo animo, e lasciarsi sfuggire di bocca parole d’ira e di sprezzo contro
la nemica dell’Italia e della fortuna di Casa Savoia. E poi, la morte di
Gregorio XVI, e l’elezione subitanea di Pio IX, il quale, costretto dalle
enormezze del governo precedente, le quali egli si sentiva, per bontà di cuore
e per impossibilità effettiva di resistere all’ira de’ sudditi, inabile a
continuare, persuaso anche da una certa sua vanità naturale di applausi e di
lodi, e da certi confusi ed esagerati concetti sui destini del Papato e
sull’influenza della religione, principiò, con la più riservata e prudente
delle amnistie, un movimento politico, che certo egli non prevedeva, ed ha poi
mostrato di non volere, e i cui effetti ultimi non avrebbe previsto nessuno, e
non prevediamo con certezza nè vediamo ancor noi.
Carlo Alberto, tenero della dignità di principe e del potere
assoluto, fu degli ultimi a cedere a un moto, dal quale egli temeva che, per
essere cominciato sotto influenza non sua, dovesse venire piuttosto scapito che
guadagno a quella che egli s’era andata acquistando, e, per essere spinto dalle
aure e da’ fremiti popolari, s’avesse a diminuire la forza del principato, che
poteva sembrare piuttosto rimorchiato che rimorchiatore. Pure, cedere dovette;
e data il 30 ottobre del 1847 maggiore larghezza alla stampa, il Cavour fu de’
primi a volerne profittare; ed unitosi con parecchi degli amici, da’ quali si
avrà poi a dividere più tardi, col Balbo, col Galvagno e col Santarosa, uscì
fuori, il 17 dicembre, con un giornale — il Risorgimento — che aveva per
iscopo l’indipendenza d’Italia, l’unione tra’ principi e i popoli, il progresso
nella via delle riforme e la lega de’ principi italiani tra di loro; e che
proclamava che i più nobili come i più sinceri caratteri del diritto e della
forza fossero la calma e la moderazione, due qualità che, secondo la mente del
Cavour e de’ suoi compagni, non volevano e non vogliono dire remissione d’animo
e fiacchezza di proposito, ma risoluto e imperturbato avanzare verso un fine
chiaramente concepito con mezzi proposti ed approvati, non da una fantasia
ammalata e delira, ma da una mente sana, e consapevole.
Il 21 dicembre dello stesso anno, il conte Cavour firmò con parecchi
altri una supplica al Re di Napoli, che non si risolveva a seguire l’esempio
dato prima da Pio IX e da Leopoldo di Toscana, e poi cominciato a seguire da
Carlo Alberto. Lo supplicavano a consentire «alla politica della provvidenza,
del perdono, della civiltà e della carità cristiana».
Ma il 7 gennaio del 1848 potette dare maggiore e miglior prova
della perspicacia della sua mente e della risolutezza del suo spirito. Egli
aveva già fermato in mente dove il movimento italiano potesse riposare, e doveva
credere che il governo, solo anticipando e prevenendo le richieste avvenire e
prevedibili del popolo tumultuante, avrebbe potuto riguadagnare quell’efficacia
morale che doveva aver persa coll’accordare, sforzato e a spilluzzico, le
riforme che gli si andavano strappando di mano l’una dopo l’altra. Perciò,
quando una deputazione venne da Genova e chiedere al Re Carlo Alberto la
instituzione della guardia civica e l’espulsione de’ Gesuiti, e i varî
direttori e scrittori dei giornali politici venuti su in quei tempi nel
Piemonte, il Brofferio del Messaggiere Torinese, il Valerio della Concordia,
il Durando dell’Opinione, e il Galvagno, il Santarosa, il Cornero, il
Castelli e il Vineis, si furono, sotto la presidenza del marchese Roberto d’Azeglio,
raccolti a deliberare, ed ebbero risoluto di appoggiare le proposte di Genova,
il Cavour, che, in qualità di direttore del Risorgimento, era presente,
si contrappose egli solo, e gridò: «A che servono delle riforme che non
concludono, delle dimande che, acconsentite o negate, turbano lo Stato e
diminuiscono l’autorità morale del governo? Si chieda la Costituzione. Poichè
il governo non si sa reggere sulla base sulla quale si è retto sinora, se ne
dia un’altra conforme all’indole dei tempi e a’ progressi della coltura, prima
che sia troppo tardi, e tutta l’autorità sociale sia sciolta e precipitata
davanti a’ clamori del popolo».
La più parte de’ presenti dissentì; e molti di quegli i quali
allora dissentirono, anzi tutti, il Cavour li vide poi nel Parlamento, egli
ministro, sostenere che la libertà amassero più di lui. E questo non voglio che
sia inteso come un rimprovero a quelle egregie persone. Dovette lor parere o
prematura la richiesta, o sospetta l’intenzione della proposta. Alcuni potettero
credere che quella Costituzione che preveniva piuttosto che seguisse i desideri
popolari, avrebbe quetato l’ardore di questi, avrebbe dato una sosta al moto
italiano, gli avrebbe tolto quel carattere di una progressione infinita verso
un ideale non bene ancora distinto nelle lor menti, ch’essi vagheggiavano con
le accese fantasie.
De’ presenti, non tennero dalla parte del Cavour che
l’Azeglio, il Santarosa e il Durando, e per servirmi della frase di uno
scrittore democratico, tutti gli uomini dell’aristocrazia; che forse fu
la cagione per cui appunto quelli che in questa classe vedevano degl’inimici
nascosti o palesi, oppugnarono. Solo il Brofferio acconsentì risolutamente alla
proposta audace, unendosi, per la prima e forse per l’unica volta, in questo
col Cavour, e ne dette a ragione il voler egli essere sempre di quegli i quali
co’ discorsi e co’ desideri si spingano più avanti. Però, questi due uomini
divideva prima, e divise poi, l’indole affatto contraria della mente; giacchè
al Brofferio l’andare avanti vuol dire il lasciarsi spronare dall’impeto delle
frasi senza guardar mai dinanzi, nè intorno, nè dietro di sè; il Cavour non
meno pertinace nell’avanzare, vuole aver prima raccolta, co’ fatti e co’
calcoli, convinzione che nel fare il passo non s’entri in un sentiero troppo
sdrucciolo, e non si riesca quindi al contrario; e perciò crede che andare
avanti non si possa, se uno non si guardi prima dinanzi, indietro ed intorno; e
non si lasci all’audacia, alla quale spetta sempre il risolvere, se non quello che
non si può concedere alla prudenza.
Fu data commissione al Durando di esporre in una reverente
supplica al Re la proposta del Cavour. Raccoltisi da capo i pubblicisti — per
dare anche noi agli scrittori di giornali cotesto nome che preferiscono — ad ascoltare
la supplica e deliberarla, l’approvavano; quando il Sineo e il Valerio cogli
altri della Concordia, sopraggiunti, si opposero fieramente, e furono
cagione che ogni cosa sfumasse.
Alcuni giorni dopo, i direttori del Risorgimento, del Messaggiere,
e dell’Opinione, perchè certe voci false sparse nel pubblico non
allignassero, si risolsero di stampare ne’ loro fogli un ragguaglio de’ casi
occorsi nell’adunanza. Ma in Piemonte stesso non poterono; il Gazzera, ottima e
liberale persona, non osava, in qualità di revisore, permetterlo. I ragguagli
furono pubblicati dalla stampa toscana.
Il Re ebbe certo contezza dell’avvenuto, e se avesse voluto,
anche senza che gli assenzienti avessero presentato la supplica, avrebbe potuto
seguire il consiglio. Non so se il Cavour facesse capitare nelle mani del Re la
supplica firmata da soli quattro, come taluno afferma. Forse non avrebbe
giovato: ma forse sì, giacchè il Re, quantunque restio, aveva risoluzioni e
motivi difficili a prevedere. Certo che più tardi la Costituzione fu dovuta
accordare alle dimande dei municipi, alle grida delle piazze, e all’esempio di
Ferdinando di Napoli!
V.
Il Cavour continuò sul Risorgimento a chiarire i suoi
concittadini della strana gagliardia ed ampiezza della sua mente come della
vigorosa tempera del suo spirito. E a noi ci bisogna intenderlo, e per questo
fine raccogliere le sue parole, affinchè d’un uomo, dalle cui mani il governo
non è uscito ancora, nè uscirà per un pezzo, noi possiamo non solo spiegarci il
passato, ma prevedere l’avvenire.
Quando i timorosi amici di libertà, i quali s’avvolgono in un
circolo perpetuo aspettando sempre che i popoli sieno maturi per conceder loro
quelle instituzioni che sole sarebbero appunto adatte a maturarli, non
sapevano, senza una gioia mista di trepidazione, rallegrarsi della Costituzione
conceduta il 27 gennaio 1848 dal re di Napoli, il Cavour si faceva a
confortarli mostrando quanta differenza ci corresse tra le condizioni d’Italia
e quelle di altri paesi, come la Francia e la Spagna, nei quali la chiamata del
popolo alla partecipazione del governo era stata principio di un moto non
potuto frenare nè quetare, se non quando tutti i vincoli sociali si furon
disciolti, e l’estrema ruina d’ogni cosa ebbe impressa da capo nelle menti e
negli animi la necessità d’una autorità sociale fortemente costituita e
certamente obbedita. Qui, non riforme sociali a fare, come in Francia; non una
rivoluzione religiosa da compiere come in Inghilterra; non un partito retrivo,
potente d’interessi e di tradizioni, da dissolvere, come in Ispagna. «Qui non
si tratta che di ottenere che quelle le quali, a torto forse, si chiamavano
testè classi privilegiate, scambino i vecchi pregiudizî e le distinzioni
immaginarie, di cui si credevano fregiate, co’ benefizî reali e stabili che gli
ordini nuovi conferiscono a tutti i cittadini. Ad ottenere questo cambiamento
non si richieggono misure violente; basta l’azione regolare e benefica delle
nuove instituzioni politiche». Cosicchè fidava — e davvero, come i fatti
provarono, fidava troppo — che Ferdinando di Napoli, Pio IX e Leopoldo di
Toscana avrebbero saputo condurre a compimento «la gloriosa ed impareggiabile
loro impresa, fondando su ferme e profonde basi il più splendido edificio de’
tempi moderni, la libertà italiana». Invece, parte non seppero, parte
non poterono, parte non vollero; perchè di fatto l’impresa non era loro, e ci
erano stati messi, piuttosto che ci si fossero messi da sè. Però, quello che a
noi serve in queste parole, è che esse ci attestano — come i fatti provano oggi
— quello che allora i partiti negavano; cioè che il Cavour vagheggiasse sin
d’allora e con sincero animo quell’edificio di libertà nazionale, di cui ha
innalzata così gran parte.
E 8 non teneva
che que’ pregiudizî, che si sarebbero dovuti scambiare dalla classe
aristocratica cogli utili effettivi delle instituzioni politiche, meritassero
che il gran principio delle società moderne, l’eguaglianza civile 9 fosse loro anche in piccola parte
sacrificato. Prevalse in quei tempi l’opinione che per agevolare l’unione de’
Lombardi e d’altre provincie d’Italia al Piemonte bisognasse modificare in
qualche parte lo Statuto piemontese. Oggi noi, diventati più savi, ci siamo
persuasi che la questione dello Statuto è affatto diversa da quella dell’unione
al Piemonte, e abbiamo compiuta questa senza toccar quello. Allora, i
prudentissimi non la ischivavano, e il ministero Balbo fece, nel discorso
d’apertura del primo parlamento, professione di voler esso promuovere quelle mutazioni
nella legge statutale che avessero potuto far grandeggiare i destini d’Italia(10. E il
Cavour, discorrendo di quella che sarebbe stata di maggior rilievo — il modo di
formazione della Camera alta o del Senato — dichiara apertamente che due
devono, per parer suo, essere le Camere legislative, «non per giungere con ciò
ad ottenere l’equilibrio dei poteri, ma in vista di un moto continuo,
di un non interrotto svolgimento, di un moto, di uno svolgimento
ordinati e progressivi; per la qual cosa riputava indispensabile il dividere il
potere legislativo fra due assemblee, nell’una delle quali l’elemento popolare,
la forza motrice predomini, mentre nell’altra l’elemento conservatore,
coordinatore, eserciti una larga influenza». Se non che, per questo non basta
«scrivere nello Statuto che ci siano due Camere, bisogna ancora far sì che
quella il cui ufficio si è di temperare l’ardore dell’altra, possegga una forza
intrinseca tale da opporre efficace resistenza alle passioni violente, alle
fazioni incomposte e sovvertitrici dell’ordine». Ora, come il Senato potrebbe
averla codesta forza? Non dall’eredità del seggio senatoriale nelle famiglie,
come in Inghilterra: giacchè in Italia gli elementi d’una paria ereditaria
mancano affatto, e il Cavour, com’egli stesso dice, «accagionato spesso
d’essere cieco ammiratore degl’Inglesi, e di sentire in segreto il colpevole
pensiero d’introdurre fra noi la parte aristocratica delle loro instituzioni»,
dichiara «altamente che lo imitare in questo caso la Gran Bretagna sarebbe un
errore funesto, sarebbe un deporre nella nostra Costituzione de’ germi sicuri
di futura rivoluzione; il tentar di fondare una paria somigliante alla paria
inglese sarebbe il colmo della stoltezza». Cosicchè de’ tre modi che restano, e
che sono o di concedere la nomina dei senatori al Re, come oggi è disposto
dallo Statuto, o di lasciare la proposta agli elettori e la nomina al Re,
ovvero di darne la nomina stessa agli elettori, il Cavour prova che
quest’ultimo solo può riuscire allo scopo; quando la composizione dei collegi
elettorali, dai quali i senatori hanno ad essere nominati, fosse diversa da
quella de’ collegi che nominano i deputati, e a’ candidati senatoriali fossero
imposte alcune condizioni di eleggibilità, ed aumentata la durata del mandato dell’eletto 11.
Il Cavour, così certo sostenitore di progresso e di libertà,
aveva maggior fiducia nell’efficacia naturale delle instituzioni politiche, che
non nella violenza, per estirpare alcune congreghe dannose, le quali non
isvelte mai sinora che a forza, son sempre ripullulate, perchè la forza stessa
adoperata contro di esse ha ridato loro vigore. Quando i Genovesi chiesero
l’espulsione dei Gesuiti, il Cavour propose che si chiedesse la Costituzione:
giacchè credeva che, «se essi in tempo del dominio assoluto potevano esercitare
qualche influenza, possedere qualche impero sull’animo dei governati, se nel
regno delle tenebre loro fu dato, mercè i cupi loro raggiri, costituire una
specie di potenza nella nazione, rimarrebbero impotenti e disarmati in faccia
alla luce». E quando non si riformino, «si estingueranno come si sono estinte
le instituzioni che contrastano alla forza irresistibile che spinge i popoli
nelle vie dell’avvenire» 12.
Quindi, inteso a riformare le cause, anzichè a riparare gli effetti uno per
uno, chiedeva che, quando il tempo fosse venuto di modificare lo Statuto, vi si
fosse annunciata la libertà de’ culti; giacchè «un principio di così
gran rilievo non si sarebbe potuto introdurre nella costituzione d’un popolo
altamente civile per via indiretta; deve essere proclamato come una delle basi
fondamentali del patto sociale».
Con questa tempera di mente, non poteva credere che l’uomo di
Stato avesse e potesse avere altri mezzi efficaci a promuovere i fini economici
e politici della nazione, se non quelli che fossero in accordo colle
instituzioni e coll’effettive forze sociali, e colle disposizioni reali e non
supposte degli animi. Perciò s’oppose fortemente alla teorica dei mezzi
rivoluzionarî, teorica ereditata dalla rivoluzione francese, la quale non
persuade le menti se non perchè affascina le fantasie. «Concepire uno scopo,
appoggiarsi sopra un’ipotesi, procedere di pensiero in pensiero, formare una
concatenazione di elementi prescelti, estrarli dalle realtà che li circondano e
li modificano, disprezzar gli ostacoli, irritarsi davanti a loro, abbatterli ed
aprirsi un passaggio; ecco tutto il sistema nella sua nudità. È un mondo
ideale, architettato nel silenzio del gabinetto sugli istinti buoni e perversi
del nostro cuore, e un tratto dell’umana superbia, al quale la natura oppone
costantemente o l’impossibilità momentanea, o la punizione del disinganno.
«Gli uomini dalle misure energiche, gli uomini davanti ai
quali noi non siamo che miserabili moderati, non sono già nuovi nel
mondo: ogni epoca di rivolgimento ha avuto i suoi, e la storia c’insegna che
non furon mai buoni se non ora ad accozzare un romanzo, ora a rovinare le cause
più gravi dell’umanità. Quanto più disprezzano le vie segnate dalla natura,
tanto meno riescono. Noi potremmo pubblicare e spargere a milioni di copie le
belle parole di Cormenin sull’indipendenza d’Italia, questo completo sistema
d’insurrezione lombarda; ma finchè nel mondo reale esistono le contrarie forze
di cui l’illustre scrittore non tenne conto nella sfera ideale del suo
progetto, egli avrà scritto delle pagine di una sublimità inimitabile, ed il
soldato tedesco seguirà a riposarsi tranquillo in Milano.
«Quando poi non si tratti dell’impossibilità momentanea, si tratta
sempre di un trionfo effimero ed illusorio. La moltitudine applaude, il saggio
tace; l’evento sopravviene e giustifica le previdenze del saggio. Un momento vi
paiono vittoriosi; l’indomani sorge la fredda ragione, sorgono i bisogni
inerenti alla specie, sorgono gl’invincibili interessi della famiglia; sorgono
tutti come un’ondata, ingoiano il mezzo rivoluzionario, e lo scopo è
fallito. Si direbbe che la natura li adeschi e li attenda, per poi beffarsi di
loro od avvezzarli a venerarne le leggi.
«Infatti chi ha perduto mai sempre le rivoluzioni più belle e
più giuste? La smania de’ mezzi rivoluzionarî, gli uomini che pretesero
rendersi indipendenti dalle leggi comuni, e si credettero forti abbastanza per
rifarle da capo.
«Era fra le leggi della natura che, dove manchi ordine e pace,
ivi il danaro si debba nascondere, e il credito debba sparire. La rivoluzione
dell’89 si credette superiore a quesito supremo decreto della Provvidenza, e
creò gli assegnati. Era energica e risoluta misura, collocata all’altezza
delle circostanze, ma le mancava pur nondimeno di essere all’altezza della
natura, e malgrado tutto il suo carattere rivoluzionario, doveva appunto
aggravare que’ mali che intendeva guarire.
«L’assegnato tirò dietro a sè il corso forzoso; questo
chiamò la legge del minimo; quindi i venditori si ascosero, quindi la
guerra al fantasma del monopolio, quindi la fame; e al trar dei conti, il mezzo
rivoluzionario nacque, compì il suo corso, morì, lasciando dopo di sè il
discredito, la penuria del numerario, la rovina delle fortune, i mali tutti che
si voleva evitare con un sol tratto di penna ed a dispetto della natura.
«La natura ha voluto che il cuore umano senta orrore del
sangue, e si ribelli a colui che lo versi. Marat e Robespierre pretesero invece
avere scoperto il gran mezzo rivoluzionario, allorchè concepirono il pensiero
di seppellire nel sangue tutto ciò che venisse a rallentare il corso de’ loro
ambiziosi progetti. Caddero migliaia di teste, ma che cosa ne raccolse la
rivoluzione francese? Il Direttorio, il Consolato, l’Impero.
«La natura ha voluto che le nazioni conservino le loro
autorità speciali, che rispettino a vicenda i confini, le abitudini, le lingue,
che si amino e non si fondano, che vivano ciascuna da sè e non sieno
violentemente accozzate e asservite. Napoleone, il gran maestro di mezzi
energici, credette che con ugual facilità si potesse vincere una battaglia sul
ponte di Lodi e cancellare una legge della natura. Tutto gli arride un momento,
e tutto si piega davanti a lui. Distrugge i troni nemici e dispensa novelle
corone, calpesta le masse, ride de’ sapienti, forza a suo modo fino il
commercio e l’industria; ma nel momento in cui pare vicino a stringere nel suo
pugno la monarchia universale, una manovra sbagliata sul campo di Waterloo sopravviene
a scoprire che tante fortune non erano se non lo splendore di una meteora,
trascorsa la quale doveva apparire la verità semplice e nuda quanto l’isola di
Sant’Elena.
«Una setta iniqua e ignorante si è or ora levata sopra un
ipotetico desiderio, vecchio come la storia, e sucido come il più cieco
egoismo. Trova contro di sè la scienza, l’affetto, l’individuo, la famiglia,
ogni legge fondamentale dell’umana specie... Che importa! Essa ha fede
vivissima nel mezzo rivoluzionario, è sicura di trionfare, ed intraprende il 24
di giugno. Il sangue francese scorre a fiumi, la Francia all’orlo d’un abisso
si desta, accorre e sopprime la nuova follia. Che cosa è avvenuto? Cercavamo
una repubblica democratica e sociale, avevamo in mano il germe di molte
idee, che, svolte pacificamente e con mezzi ordinarî, avrebbero probabilmente
fruttato qualche nuovo progresso nella scienza; e invece abbiamo raccolto a
Parigi lo stato d’assedio, in Piemonte una mediazione lenta e dubbiosa, a
Napoli una vergognosa amicizia tra l’inviato repubblicano e il tiranno
Borbonico... Attendiamo ancora un momento, e vedremo l’ultimo effetto del mezzo
rivoluzionario, Luigi Napoleone sul trono!» 13.
Questa giusta e larga veduta del vero fondamento
dell’efficacia de’ mezzi adoperati a ottenere un fine sociale, e questa acuta e
profonda censura di quelli che agli spiriti fumosi e fantastici paiono
efficacissimi, mentre sono, davvero, di nessuno o di contrario effetto, non era
scompagnata nella mente del Cavour da cognizioni precise e da opinioni
determinate sull’indirizzo migliore della vita economica della nazione: nel di
cui più giusto e prospero sviluppo consiste la riprova delle stesse
instituzioni politiche: giacchè, se la libertà non si avesse a tradurre in un
maggior benessere comune, sarebbe disperata cosa l’amarla. E il Cavour credeva
che «il risorgimento politico di una nazione non va mai disgiunto dal suo
risorgimento economico: le condizioni dei due progressi sono identiche. Là dove
non è vita pubblica, dove il sentimento nazionale è fiacco, non sarà mai
industria potente. Una nazione tenuta bambina d’intelletto, cui ogni azione
politica è vietata, ogni novità fatta sospetta e ciecamente contrastata, non
può giungere ad alto segno di ricchezza e di potenza, quand’anche le sue leggi
fossero buone, paternamente regolata la sua amministrazione».
Così fornito il Cavour, si presentava alla vita pubblica, che
egli stesso era stato uno dei più ostinati a voler introdotta pienamente nella
sua patria. Sarebbe stato uomo certamente e deliberatamente costituzionale; ma
lo Statuto l’avrebbe inteso non come una parola morta ed uno scopo raggiunto,
ma come una parola di vita od un mezzo di progresso continuato ed ordinato a
raggiungere i fini economici e politici del Piemonte. Se non che cotesti fini
non credeva che il Piemonte avrebbe potuto raggiungerli se con esso non li
avesse raggiunti l’Italia: anzi la libertà italiana gli pareva dovesse
essere l’eredità lasciata dalla generazione nostra alle avvenire. Cosicchè
questi fini, a’ quali si sarebbe avviato con mezzi pratici, attinti alla
considerazione stessa delle condizioni d’Italia e d’Europa, gli sarebbero parsi
più legittimi d’ogni altro dritto che in Italia si volesse contrappor loro. La
Costituente stessa italiana, che, nei termini e nei tempi in cui era proposta
dal Montanelli, gli pareva un fantasma trasportato dalle piazze al dicastero,
credeva però che non fosse impossibile, anzi necessaria ed utile, e presto o
tardi si sarebbe dovute avere 14.
Questi fini gli sarebbero, dunque, parsi il vero diritto, avanti a cui i
diritti storici avrebbero dovuto cedere, se non ci si fossero potuti
conformare. Il Cavour, insomma, sarebbe stato uno di quegli uomini a cui il
diritto ideale, verso cui l’umanità s’incammina attraverso la storia, avrebbe
illuminata la mente; ma che non avrebbe creduto che si fosse potuto o dovuto
riuscire ad attuano sforzando gli effetti, bensì preparando le cause. Uomo di
progresso, non sarebbe stato uomo di rivoluzione, se non si vuol chiamare ad
arbitrio con questo nome ogni mutazione nella forma della sovranità sociale;
giacchè come una mutazione simile diventa di tratto in tratto necessaria,
siamo, quando questa necessità è potente e sentita, rivoluzionarî tutti; e il
nome perde ogni significato proprio per la troppo larga applicazione.
Ma il Cavour, così tramezzante tra il partito aristocratico,
coi di cui capi era legato di parentela e d’amicizia, e il democratico, sarebbe
entrato nella vita pubblica senza la fiducia del primo ed inviso al secondo.
Era però risoluto di non cedere le sue idee e il suo avvenire nè agli amici
suoi, nè a’ suoi avversarî. Entrava nella vita pubblica persuaso, com’egli
stesso disse più tardi nel suo discorso sul trattato di commercio da lui
concluso colla Francia, che «quando si accetta di prendervi parte in tempi così
difficili, bisogna aspettarsi i disinganni più dolorosi. Vi son preparato.
Dovessi rinunciare a tutti i miei amici d’infanzia, dovessi vedere i miei
conoscenti più intimi trasformarsi in inimici accaniti, non fallirei al dover
mio, non abbandonerei mai i principî di libertà a’ quali ho votato me medesimo,
del cui sviluppo io ho fatto il mio còmpito, e a cui tutta la mia vita io sono
stato fedele» 15.
VI.
Quando, il 22 marzo, i Milanesi ebbero scosso il giogo e
fugate, con una facilità che gl’illuse, le schiere austriache, il Cavour
scriveva, il 23, nel Risorgimento: «L’ora suprema per la monarchia
Sabauda è sonata; l’ora delle forti deliberazioni, l’ora dalla quale dipendono
i fati degl’imperi, le sorti de’ popoli. In cospetto degli avvenimenti di
Lombardia e di Vienna, l’esitazione, il dubbio, gl’indugi non sono più
possibili; essi sarebbero la più funesta delle politiche. — Uomini noi di
mente fredda, usi ad ascoltare assai più i dettami della ragione che non
gl’impulsi del cuore, dopo di avere attentamente ponderata ogni nostra parola,
dobbiamo in coscienza dichiararlo: una sola via è aperta per la nazione, pel
governo, pel Re. La guerra! la guerra immediata e senza indugi».
Quantunque così risoluto amatore di libertà e di Italia, il
conte di Cavour non fu mandato deputato alla prima Assemblea Piemontese che
nelle seconde elezioni; tanto i partiti — e nel 1851 ne menavano ancor
vanto 16 — erano stati
d’accordo a combatterlo e respingerlo. Venuto poi deputato di Torino, disegnò
ogni giorno più e meglio il suo concetto politico; giacchè per il tempo che
rimase deputato, seduto sui banchi del centro destro, fieramente si oppose ad
ogni moto che, partendo di sinistra o di destra, gli pareva che dovesse
riuscire a distruggere del pari, in favore di ubbie repubblicane, o dispotiche,
la legge fondamentale dello Stato.
E come a’ que’ tempi le ubbie democratiche prevalevano, il
Cavour non ischivò di rendersi impopolare, contrastandole; nè i fischi co’
quali i suoi discorsi erano talora accolti dalle gallerie, o gli applausi che
accoglievano i discorsi dei suoi avversarî, gli fecero mutar proposito mai.
Sostenne il ministero Balbo con maggior persuasione della
bontà delle intenzioni che non dell’abilità di governo de’ ministri. Sentiva in
quante difficoltà si trovassero; ma non per questo schivò di censurarli della
loro condotta dubbiosa e discorde rispetto all’accettazione del voto di fusione
della Lombardia con quelle condizioni che dal governo provvisorio vi erano
state apposte. Il suo primo discorso, il suo Maiden’s speech, come
dicono gl’Inglesi, ebbe in parte questa censura ad oggetto 17. Quando poi il Gioia ebbe proposte alcune
leggi eccezionali di polizia perchè il governo avesse maggior balìa di frenare
i maneggi de’ partiti ed impedire i disordini, il Cavour, relatore della
commissione eletta a discuterle, opinò che la proposta si rigettasse,
sostenendo che le leggi già esistenti bastassero, e non parendogli forse utile
che le guarentigie accordate dalla Costituzione dovessero così presto esser
violate e dichiarate incompatibili colla difesa sociale; il qual suo parere fu
assentito dall’Assemblea. E lungamente, nella tornata del 22 luglio, combattè e
ragionò contro i progetti finanziari del Revel, mostrandogli con gran copia
d’idee e di ragioni, affatto inadeguati, e sostenendo che molto miglior esito
avrebbe avuto, come proponeva il Salmour, un prestito all’estero; nè ritirò una
sua contro-proposta nè poi gli emendamenti coi quali passo a passo contese il
campo, se non proclamando che il sistema di cui il governo era deliberato a
servirsi, era affatto erroneo e pregiudizievole allo Stato 18. Però nella questione stessa, che fu
l’occasione prossima per la quale il ministero chiese definitivamente licenza
al Re, il Cavour non tenne dalla parte dell’opposizione; la quale, abilmente
capitanata dal Rattazzi, ottenne che la Camera, a piccola maggioranza, votasse
l’articolo sesto del Progetto di unione, in cui molto improvvidamente si
deliberava, che ci sarebbe stata una Consulta lombarda sovrana insino alla
chiusura della Constituente.
Un deputato non può seguire, con utile del paese, un indirizzo
così indipendente dalle parti, non può stare così disciolto tanto da chi
sostiene, quanto da chi oppugna il governo se non quando si senta abile a
diventar capo di parte e reggere il governo egli stesso. Questa coscienza il
Cavour l’aveva; e al fatto ha provato che egli l’avesse a ragione. Ma
quantunque si possa ora giudicare che il suo consiglio fosse il migliore, a
que’ tempi codesta sua condotta fu dovuta tenere e tenuta piuttosto abile ed
ambiziosa, che non retta e sicura. E se n’accrebbe contro di lui l’odio della
parte aristocratica, nè acquistò, a compenso, l’affetto e la fiducia della
democratica.
Le cose precipitarono. Appena conosciuta la sconfitta di
Custoza, il Cavour corse volontario ad arruolarsi: ma l’armistizio di Milano
impedì che partisse. Rimasto in Parlamento, gli parve che s’avesse a sostenere
un ministero, come quello che il Re (19 agosto 1848) aveva nominato in quei
frangenti, nel quale, col marchese Alfieri a presidente, sedevano il Perrone,
il Dabormida, il Revel, il Pinelli, il Buoncompagni, il Merlo e il Santarosa. E
gagliardamente lo sostenne colla parola e colla stampa. E fieramente s’oppose a
quel turbinio di concetti e di desiderii ardenti e scomposti che trascinarono
mezza Italia dietro di sè coll’attrattiva della democrazia. Il Gioberti,
piuttosto allucinato che persuaso, nuovo agli uomini e alle cose, e colla segreta
ambizione del governo, dette l’autorità del suo nome a sentimenti, come poi si
vide, non suoi; e il Cavour — e i giornali avversi credevano che bastasse a
contrapporre i due nomi per provare la poco men che risibile audacia sua, —
contrastò al Gioberti, e dichiarò, ch’egli facesse cosa indegna dell’ingegno
suo soffiando nel foco delle ire partigiane, ed impedendo, con parole men che
prudenti e veridiche un cómpito per sè difficilissimo 19. L’opposizione, spinta da’ suoi principii
e da’ suoi desiderii a voler la guerra, dalla necessità delle cose costretta a
non volerla, non sapeva davvero cosa si volesse, secondo il Cavour scriveva nel
Risorgimento come accade sempre, quando le opposizioni, scontente d’un
ministero, non si sentono in grado di surrogarlo. Ma l’opposizione andava a’
versi alle passioni che si chiamano popolari, perchè suscitate abilmente nella
parte più schiamazzatrice e torbida delle plebi. E il Cavour, piuttosto che
andare cauto nello sfidarle, le provocò spesso contro di sè, esponendosi nella
Camera alle grida delle tribune, e di fuori, ai fischi della piazza, a’
sarcasmi e alle calunnie della stampa. Chi, per censurarlo della sua fiducia
nell’Inghilterra, chiamava il suo giornale Milord Risorgimento, come
egli stesso ricordò poi, non senza risa degli ascoltanti, in un suo
discorso 20: chi gridava che il
lord Camillo, direttore del Risorgimento, non fosse paragonabile che col
cav. Regli, direttore del Pirata, l’uno abilissimo, a sostenere i
ministeri senza cervello, come l’altro a difendere cantanti senza voce e
ballerini senza gambe 21. Ma lo
spirito, come il Cavour stesso ebbe a dire, strabocchevole di codesti scrittori
non bastava a distoglierlo dal difendere un’amministrazione i cui fini erano
retti e la condotta savia.
Con quanta determinazione il Cavour si mettesse all’opera
della difesa di quel ministero, pochi tratti della sua vita parlamentare di
que’ tempi bastano a dimostrarlo; e a noi non è possibile di trasandarli, come
quelli che ci scolpiscono di gran rilievo le risentite fattezze della sua
persona. Nella tornata del 20 ottobre 1848, interpellati i Ministri quanto
tempo avrebbero ancora soprasseduto alla ripresa della guerra, rispondevano,
che avrebbero aspettato o che una occasione si presentasse di romperla, o che
la mediazione, offerta da Francia ed Inghilterra, ed accettata da’ ministri
precedenti come da loro, fosse rimasta vuota d’effetto. Il Brofferio propose
che la Camera dichiarasse, non si dovesse attendere l’esito della mediazione e
si venisse a guerra sull’attimo; proposta almen chiara e logica prima che il
ministro avesse dichiarate le condizioni dell’esercito, ma profondamente
assurda dopo queste dichiarazioni; le quali parevano così esplicite e dolorose
al Brofferio stesso, che alcuni anni dopo scriveva egli stesso, che i ministri
democratici succeduti, che ripigliavano le offese nel marzo seguente, dovevano
averle dimenticate 22. Se non
che la proposta dell’opposizione, guidata dal Rattazzi, avea il merito di
essere assurda prima e dopo; giacchè, senz’accettare pace nè rompere guerra,
pretendeva che la Camera indicasse ai ministri un giorno, dopo il quale la
mediazione s’intendesse risoluta e l’armistizio rotto. Nei momenti che si
discuteva, la rivoluzione di Vienna sparpagliava le forze dell’Austria, e si
poteva dubitare che occasione migliore non si sarebbe presentata. Bisognava che
la Camera avesse spirito profetico per indovinare che l’occasione ci sarebbe
stata per quel tempo ch’essa fissava per anticipazione. Pure, la proposta del
Brofferio raccolse nella votazione 13 voti, e quella dell’opposizione 58: per
fortuna, col ministero votarono settantasette.
E a questo risultato non ebbe poca parte il Cavour con un
discorso, la cui somma era questa: che egli era interesse dell’Inghilterra che
la mediazione riuscisse, e perciò si doveva aver fede che quella si fosse posta
all’opera con leale e sincero animo; che in una nuova rivoluzione della Francia
non s’avesse a sperare; che, del resto, le trattative della mediazione non si
dovessero interrompere, non perchè molto effetto se ne potesse attendere, ma
perchè non sarebbe giovato di alienarsi due potenze amiche, e che, intanto,
negl’indugi delle pratiche, delle occasioni più opportune che le presenti non
erano, si sarebbero potute presentare, parte perchè le condizioni d’Italia non
erano allora tali che ne potesse venire aiuto al Piemonte, parte perchè quelle
questioni di razze, che allora agitavano l’impero austriaco, non erano arrivate
a scompigliarlo quanto più tardi avrebbero fatto. Si dovesse, concludeva,
lasciare «il governo del Re libero di determinare nell’intimo della sua
coscienza quale sia l’ora la più opportuna per rompere la guerra. Quell’ora
suprema potrà suonare domani, potrà suonare fra una settimana, fra un mese (susurro),
ma qualunque volta essa suoni ci troverà, ne son certo, pienamente riuniti e
concordi sui mezzi della guerra, come lo siamo già tutti sul principio di essa
(applausi)». Il pubblico, che susurrava dalla procrastinazione
annunciata possibile d’un mese, n’aspettò poi sei; e la guerra avrebbe avuto
forse contrarî effetti se si fosse aspettato, per alcune settimane di più, che
l’Ungheria, pronunciando la sua indipendenza, avesse avverate le parole del
Cavour.
In quella tornata fu però turbata parecchie volte la dignità
della Camera, e gli applausi e i fischi delle tribune interruppero parecchie
volte i discorsi degli oratori. Il Cavour, nel più forte della burrasca, si
leva in piedi e grida e rimprovera al Gioberti Presidente, di non far
rispettare la dignità della Camera (schiamazzi dalla galleria), perchè
non vi è libertà dove si permette che gli applausi... (interruzione) dichiaro
altamente in faccia al paese, a quelli che cercano di volercene imporre...
(nuovi rumori dalla galleria e dalla sinistra).
Il 22 novembre ebbe a difendere la Guardia Nazionale di Torino
contro alcune accuse del Brofferio; e poichè le tribune, che avevano con beffe
e rumori interrotto il suo discorso, seguitavano, mentre discorreva il ministro
degli interni, a strepitare, il Cavour si levò e invitò il vice-presidente
Demarchi a farle sgombrare.
Ed il 28 novembre, da capo, ebbe a dar prova di quello che è
il più raro dei coraggi, e senza cui non vi ha coscienza che nella vita
pubblica non si corrompa. Il Pescatore aveva fatta proposta d’una legge
d’imposta progressiva, fantasma che appar benefico da lontano, ma che,
considerato da vicino, mostra quanti semi di danno porti nel grembo; e il
Cavour s’opponeva. «Voi sapete, o signori, egli diceva, quanto le leggi
retroattive sono odiose, quanto esse facciano paura ai capitalisti, a coloro
che dispongono del credito. Ma forse il deputato Pescatore mi dirà: non è una
legge retroattiva; è una legge nuova che impone un prestito forzato su coloro
che posseggono un capitale maggiore di 150.000 franchi estensibile dall’1 al 4
per cento. Ma allora, se questa legge è considerata sotto questo aspetto,
questa legge retroattiva sarà ingiusta, contraria al principio dello Statuto
perchè colpisce una sola classe di persone arbitrariamente (bisbiglio dalle
gallerie). Lo ripeto: i rumori non mi turbano nè punto nè poco; chè ciò
ch’io reputo essere la verità, lo dico malgrado i tumulti e i fischi (rumori).
Chi m’interrompe non insulta me, ma insulta la Camera, e l’insulto lo divido
con tutti i miei colleghi (applausi dal centro e dai ministri). Ora
continuo» 23. E conchiudeva,
che non si fosse dovuta ammettere alla discussione la proposta, così
applaudita, del Pescatore, se non si fosse provato che non ne dovessero
risultare quei danni ch’egli era andato dimostrando 24.
Quanta ira il Cavour concitasse nel partito democratico contro
di sè con questa sua fiera baldanza di combatterne la prevalenza, si vide ai
fatti; quando, caduto per i casi di Roma e di Toscana e per il continuo
contrasto della Camera il ministero Perrone, ed affidata l’amministrazione al
Gioberti, questi sciolse la Camera sperando averne una nuova più addetta a lui
e a quelli che credeva suoi amici, e n’ebbe una in cui cotesti suoi amici,
sotto il coverchio del suo gran nome, ottennero dagli elettori de’ deputati dai
quali il Gioberti fu abbandonato, sconosciuto e rinnegato, appena mostrò di non
voler cedere al turbinìo delle passioni, e d’intendere a quali condizioni la
monarchia costituzionale si potesse reggere in Piemonte e la indipendenza
d’Italia essere vinta e guarentita. Il Cavour, in codeste elezioni del gennaio
1849, non fu eletto. Il partito democratico e gli elettori del suo collegio di
Torino gli preferirono un tal Pansoya 25.
E il Cavour contrastò con quel mezzo, che gli rimaneva, del giornale, al furore
dei sedicenti democratici, i quali non si mostravan tali che di nome, e pareva
che credessero che la democrazia dovesse consistere in una imitazione delle
violenze e dei soprusi della Rivoluzione di Francia. Quando il Gioberti, con un
concetto capace di salvar la patria, come salvò in parte la sua riputazione di
uomo politico, risolse di intervenire in Toscana e Roma, e rifare in quella
intervenzione il credito del governo e l’unità delle forze, il Cavour approvò e
difese; e quando quell’illustre filosofo, abbandonato dai suoi compagni, che
rifuggirono dal compromettersi in un’impresa contraria alle smanie del partito,
si ebbe a dimettere, il Cavour non derise l’idolo caduto, che gli adoratori
piaggiarono prima e calpestarono poi nell’intervallo di pochi giorni.
Ritrattosi il Gioberti, il Piemonte si trovava in condizioni,
che nè la guerra avrebbe potuto più fare con forze adeguate ed ordinate, nè la
pace, senza gravi turbamenti interiori, accettare; e neanche in
quell’incertezza ed aspettativa, che non era guerra nè pace, persistere a lungo
senza sciuparsi affatto, e, dissolversi ogni giorno, più tra il contrasto de’
partiti, o fallire per l’enormità delle spese.
La guerra, dunque, era oramai il minor de’ mali; e al
ministero Rattazzi non va fatto rimprovero di averla dichiarata, quanto d’aver
condotto il paese a termini nei quali era impossibile di sperare che l’avrebbe
potuta fare con avvantaggio. Il Cavour, quantunque s’opponesse a
quell’amministrazione democratica, e l’accusasse di voler reggere in Piemonte
come l’imperatore Nicola a S. Pietroburgo 26, sostenne il partito della guerra,
credendo che, dopo venuta meno la mediazione, non ci fosse altro modo di salvar
l’onore del Piemonte, e dichiarando che, qualunque fossero le sue ragioni di
dissenso co’ ministri d’allora, la dichiarazione di guerra le avrebbe fatte
tacer tutte.
Novara recise per allora le speranze di Italia. Una nuova
Camera fu dovuta radunare. Il Cavour questa volta parve a’ suoi elettori da
preferire al generale Campana, che la Concordia gli opponeva; ma la sua
presenza in un’assemblea, nella quale le speranze del 48 abbagliavano ancora
gli spiriti, non bastò a rimutar d’animo l’opposizione, la quale incagliava il
ministero d’Azeglio, quantunque sentisse di non potere surrogarlo, nè l’avrebbe
osato. Parlò parecchie volte per raddirizzare le menti, e persuaderle della
dura necessità delle cose; ma non riuscì, e la Camera fu dovuta sciogliere. Le
elezioni del 10 dicembre 1849 ne mandarono una, in cui la parte ministeriale,
distinta in destra e in centro-destro, prevaleva; la opposizione
era stremata di membri, e divisa in se medesima tra alcuni, pochi — un trenta —
risoluti a non capir nulla nè allora nè poi, la pura sinistra, e un centro-sinistro
composto di uomini, i quali s’intitolavano di governo, e non rinunciando
nè al lor passato nè a’ loro concetti, si dichiaravano pronti a fare della
necessità virtù e a non osteggiare il governo per sistema, non perchè questo
fosse secondo il loro animo, ma perché non vedevano come si potesse per allora
mutarlo in meglio. Il paese aveva, dunque, sentita la leale parola del Re, che
l’Azeglio gli aveva fatto dirigere con ardire degno d’un uomo di Stato, e colla
coscienza sicura sotto l’usbergo del sentirsi pura.
A capo del centro-destro era il Cavour, a capo del sinistro
era il Rattazzi 27: due uomini
di levatura diversissima, e il primo troppo superiore al secondo quanto alla
larghezza de’ concetti politici, all’intelligenza della libertà e al tatto e
previdenza dell’uomo di Stato, ma ambedue abilissimi nella condotta delle parti
e delle discussioni parlamentari. Il Rattazzi gli è un oratore dalla parola
fluida ed elegante, dal ragionamento stretto e sottile, che nessuna
dimostrazione spaventa, nessuna difficoltà arresta; destro a scoprire i vani
delle proposte altrui per ficcarvi il cuneo della sua dialettica e scinderle e
scioglierle, destro a velare le lacune delle proprie, e nascondere
coll’apparenza d’una logica rigorosa la deficienza intrinseca dell’argomento.
Quando, il 14 marzo, propose, all’entrata della seconda campagna, una legge
sospensiva d’ogni libertà (la qual cosa parve enorme al Cavour), alcuni
deputati gli facevano osservare quanti soprusi da questo arbitrio concesso al
governo sarebbero potuti nascere; ed egli rispondeva: «Se noi siamo capaci di
abusare, non abbiamo bisogno di leggi; la forza l’abbiamo già, e possiamo
abusarne sin da ora» 28; quasi
non ci corresse divario tra il sopruso a cui contrasta una legge, e quello cui
una legge permette. E il giro del suo argomento non esce dalle forme stesse in
cui la quistione gli si presenta; non l’abbraccia, non la sviscera, non la
trascende: contrasta od accozza le varie parti del concetto altrui o del
proprio, non guarda cotesto concetto nel complesso delle sue relazioni, nella
sua origine, ne’ suoi effetti. Il suo ragionamento è una prova o una
confutazione, a modo di un avvocato, a cui la tesi da respingere e da
appoggiare è data altronde: non è esso stesso una scoperta, od una divinazione,
a modo d’un filosofo in cui la vastità della scienza, o d’un uomo di Stato in
cui la sicurezza dello sguardo apra e segni la via. Poichè il suo ragionamento
non s’alza, la sua parola, limpida, non ha slancio; e poichè la sua logica non cerca
l’abbrivo ne’ principî stessi sociali o politici, profondamente meditati o
sentiti, la sua parola fluida non ha colore. Fornito di tutte le qualità che
fanno l’avvocato eccellente, è un uomo di Stato mediocre; perchè non vi ha
qualità che si conciliino meno di quelle che contraddistinguono l’una o l’altra
di queste due sorti di capacità umana. Adatto a vincere la più parte delle
cause avanti a’ tribunali, lasciato a sè, ha preso o rischiato perdere la causa
del suo paese più volte. Abilissimo capo d’una opposizione e oratore abilissimo
d’un ministero di cui l’indirizzo principale politico non ispetti a lui, non si
è chiarito sin oggi e non è probabile che si chiarisca poi adatto a dirigere la
politica del paese egli stesso. Pure, è giusto di riconoscere che il Piemonte
dovrà in qualche parte a lui che le instituzioni costituzionali vi siano
allignate. Giacchè egli fu dei pochi del suo antico partito a comprendere in
quali necessità si ritrovasse il Governo dopo la disfatta di Novara, stante il
nuovo vigore ripreso dai retrivi in ogni altra regione d’Europa. Cosicchè
condusse e formò i liberali più esagerati della Camera a consigli più
temperati, e vi riuscì tanto meglio in quanto egli stesso s’era trovato del
numero. E con questo fu cagione che potessero con lui ritornare in parte al
governo. Ora, le instituzioni costituzionali non diventano salde se non quando
tutti i varî partiti che le accettano, si persuadono che quelle sono abbastanza
capaci e duttili per permettere a ciascuno di essi di sperare che deva pur
venire per ciascun d’essi la volta del potere.
Uomo di qualità, di mente e di animo affatto diverso è Camillo
Cavour. Quello che fa la sostanza dell’eloquenza dell’avvocato, il Cavour lo
trascura; giacchè il suo discorso non si dibatte tra le angustie della tesi che
vuol sostenere od abbattere, ma s’eleva al di sopra; afferra il concetto della
proposta sua od altrui, lo guarda da ogni parte, ne accusa gli effetti, ne
cerca l’origine, ne scovre le relazioni. E questa sua maniera di considerare e
sviluppare il soggetto suo è tutta pratica; o, voglio dire, è tutta attinta ad
una chiara e sentita cognizione della vita politica delle nazioni, e delle
varie forze che l’agitano, e che ne allentano od accelerano il corso. Se
potessi servirmi di termini che appariranno troppo scientifici e persin
pedanteschi alla più parte de’ miei lettori, io direi, che il Cavour prova la
differenza tra l’ingegno speculativo e pratico, e l’ingegno astratto e curiale.
Il primo consiste nella facoltà d’una sintesi vasta, sicura di se medesima
perchè consapevole di tutte le analisi parziali sulle quali si regge; cosicché
è pratico insieme, non apparendo la capacità speculativa e la pratica diverse,
se non a quelli che non sanno in che l’una e l’altra consista, o che confondono
con le qualità della mente alcune qualità dell’animo, come sono l’energia del
volere e la prontezza del risolvere, senza le quali l’attitudine pratica della
mente non basta a rendere l’uomo adatto al governo. Invece, l’ingegno astratto
e curiale sì trascina tra le analisi parziali e le sintesi sottordinate: e non
appar logico se non perchè, trascurando nel suo ragionamento ogni altro aspetto
della cosa fuori di quello che gli sta davanti in quel punto, par che cammini
per una via diretta, e senza temperare punto il vigore della deduzione;
quantunque, davvero, il complesso stesso del ragionamento sia illogico tutto,
non avendo un riguardo continuo all’effettivo reale intreccio delle
complicazioni de’ fatti ed applicando alle intralciate materie sociali una maniera
di argomentazione che non è propria se non delle più semplici parti delle
matematiche.
Cotesta facoltà di abbracciare con tanta larghezza e giustezza
di sguardo il concetto suo, il Cavour l’accompagna con una chiarezza di
esposizione e con una copia di cognizioni tanta e tale, che un suo discorso può
tener luogo di un trattato sulla materia. E dal complesso, di cui tutte le
parti cooperano l’una coll’altra, si genera una persuasione così compiuta
nell’animo di chi l’ascolta, che, quando non si abbia o una prevenzione
anticipata o dottrine affatto contrarie, riesce molto difficile di non
consentire con lui. Di qui deriva la prevalente autorità del Cavour in una
assemblea, autorità che egli ha tutta dovuta all’ingegno suo, e la quale si era
da principio così poco disposto ad accordargli, come si è stati di poi incapaci
a contrastargli.
Ma la sua parola non è fluida nè elegante: la sua voce acre,
il suo tono a volte aspro, e, per l’abitudine del potere, diventato poi forse più
aspro. Le parole gli s’intoppano in bocca: e quantunque nasconda con una tosse
invocata a proposito la difficoltà del trovarle, cotesto suo stento
stancherebbe gli uditori, se lo spirito non fosse rilevato dalla speranza,
continuamente soddisfatta, d’una idea lucida, che gli brillerà davanti, alla
fine d’un periodo, interrotto sempre, e non rotto mai. Giacchè se l’intoppo
della sua lingua non riesce a fargli smarrire il filo della frase, vi riescono
molto meno le interruzioni dei suoi contraddittori, le quali egli piuttosto
provoca che non teme, sicuro della risposta. E la risposta è pronta sempre e
franca, ma a volte è derisoria, a volte superba. Egli crede cosa impossibile la
risoluzione delle varie imposte nella imposta unica sulla rendita; e rimproverava
quelli che la sostenevano, di sostener quello che essi stessi non avrebbero
potuto metter in pratica. Si compromise un deputato di presentare nell’anno
prossimo una proposta di legge, dalla quale sarebbe apparsa la possibilità
dell’attuazione. Non lo fece: e il Cavour gli ricordava di non averlo fatto. Il
deputato si scusava di non aver potuto per essere stato assente. «Ebbene,
riprendeva Cavour sorridendo, lo farà poi l’anno prossimo». — Un’altra, volta
allegava gli scritti politici del Farini, accennando come fossero stati
encomiati dalla stampa inglese; e tradotti in inglese da un illustre uomo di
Stato: alcune risa l’interruppero: ed egli riprese: «Queste risa non possono
muovere che da persone il cui nome non arriva sin là». A una questione delicatissima,
un altro voleva che egli rispondesse per un sì o per un no. «Ed
io non voglio — diceva lui — contentarmi di dire un sì o un no; nessuna persona
al mondo mi può forzare a ridurre la mia risposta a un monosillabo». E per
citare un ultimo fatto, quando un deputato, che il pubblico, forse a torto,
riputava d’animo poco saldo al pericolo, si alzò ad accusarlo di non aver egli
in un certo caso fatta prova di coraggio, il Cavour, non senza suscitare una
grandissima tempesta, rispose: che aveva ben previsto a quanti disinganni,
dolori e calunnie si sarebbe esposto entrando nella vita politica; e vi avea
preparato l’animo: ma non aveva previsto che gli si sarebbe mai potuto far
rimprovero di viltà da chi allora glielo faceva.
La stessa prontezza di mente che l’abilità ad abbracciare
tutte le relazioni del suo concetto, gli fa intendere alla prima dove
l’avversario vada a conchiudere, e come, e su quali ragioni si fondi, e con
quali s’abbia a rispondergli. Perciò, se l’oratore che parla non gode la sua
stima o si sciupa in parole, tutta la persona del Cavour diventa impaziente, e
i suoi occhi mobilissimi, vivaci a un tempo e stanchi, corrono da una parte
all’altra dell’assemblea, ovvero affissa il banco, e colla stecca tormenta e
lacera le carte che vi si trovano. Ma a un avversario nuovo o di vaglia fissa
gli occhi sul viso; nè li rimuove se non quando o può dire a se medesimo: —
questi è vinto e lo riporrò a dormire cogli altri; — o la forza dell’argomento
lo costringe per poco a raccogliersi. Un oratore incerto, o inabilmente amico,
e che risichi, con una proposta inopportuna, di sviare la maggioranza, è però
quello che gli dà maggior noia: nè ha più membro che tenga fermo, nè trova una
giacitura in cui possa posare, sinchè il discorso continua, e non gli è data
facoltà di chiarire il sunto e ravviare gli animi. Un sorriso continuo gli sta
sulle labbra, le più volte, ma non sempre un sorriso di ironia. Dico non
sempre, perchè gli affari, davvero, non lo gravano, e di sotto al loro peso
egli si move leggermente; perciò, senza difficili e insolite complicazioni,
egli non è preoccupato che di rado; nè la sua fronte resta accigliata od il suo
sguardo pensoso, se non sin quando ha trovato il modo di sciogliere il gruppo e
preso un partito, nel quale — e lo prende subito — resta fermo ed irremovibile.
Oltre di che, è d’animo benevolo, e senza rancori. Pronto alla collera, non se
ne fa mai trasportare in modo che non sia più in grado di dominarla; e dalla
maggiore concitazione passa alla maggior calma subito. Certo del fine suo, e
consapevole di potervi e sapervi arrivare, non ha avversarî che quelli i quali
per il momento l’impediscano, prontissimo, a servirsi oggi di quelli che
l’hanno combattuto ieri, se oggi è il giorno in cui gli possano tornare utili.
Così, d’altra parte, non ha amici, a’ quali si creda, come uomo pubblico, in
debito di restar legato quando non sieno più acconci a’ suoi fini politici;
anzi, a volte, temendo quasi che la sua indole risoluta potrebbe trascinarlo a
sostenerli anche a sproposito, va nell’estremo opposto e li abbandona
frettolosamente. A compagni nel potere, come accade agli uomini vittoriosi da
un pezzo ed assuefatti ad aver ragione, preferisce chi non lo possa adombrare
col nome, o resistergli con la forza del volere e con la capacità della mente;
del pari che ad instrumento, nell’eseguire, presceglie volentieri uomini nuovi
e fatti dominati da lui. Al lavoro e alla spedizione degli affari ha
un’attitudine ed una infaticabilità piuttosto unica che rara; quantunque di
molte parti dell’amministrazione, la cui importanza gli par minore, non si dia
nessun carico se vanno male, convinto, parrebbe, che non può andar bene ogni
cosa. Fatticcio della persona, piuttosto pingue e basso, non rivela l’altezza
della mente e la determinazione della volontà se non nella fronte spaziosa,
nello sguardo vivo e sicuro, in tutto il carattere della fisonomia. La
gentilezza continua del tratto e la finezza dello spirito attestano in quali
ordini sociali sia nato e abitualmente vissuto: ma della nascita e delle sue
dignità, nè l’ambizione, nè la cognizione dei tempi e degli uomini gli
permettono di dimostrarsi altero; e di fatti non ha alterigia di nobile, nè
sussiego di ministro. La coscienza di se medesimo gli lascia apprezzar meno in
se medesimo tutto quello che non è lui.
VII.
Qual concetto si fece il Cavour della condotta che egli
nell’assemblea ed il Governo avanti al paese avrebbero dovuto tenere? Sullo
scorcio del 1849 i principi restaurati, Luigi Napoleone nominato presidente in
Francia, l’Ungheria vinta, l’Austria ridiventata padrona di sè, e la prevalenza
dell’opinione moderata nel Piemonte stesso e nell’assemblea accennavano che
l’Europa si sarebbe andata avviando per un indirizzo contrario a quello in cui
l’avevano spinta le rivoluzioni del 1848. L’Azeglio disse un giorno, che quando
si era tirati troppo a destra dall’aura momentanea del partito che tollerava,
anzichè amasse, le instituzioni libera, bisognava, perchè queste si reggessero
e il governo non fosse spinto a terra, che il ministero s’inclinasse un poco
verso sinistra. Questo stesso fu il pensiero del Cavour; che diceva del pari in
un’altra occasione, che quando il vento soffia per un verso, è troppo rischioso
di abbandonarglisi in preda, e che se il moto verso la reazione può in sui
principî essere lentissimo, diventa poi rapido, e trascina con una forza, alla
quale non sono più abili a far testa quegli stessi che si erano messi per
quella via con tutt’altro proposito. Tra il Cavour però e l’Azeglio, concordi,
come si è poi visto, nel fine, non si divariava che nella maggiore o minore
inclinazione di codesto angolo di inclinazione o divergenza. L’uno e l’altro
sicuri che il loro passato attestava che non avrebbero patteggiato co’ partiti
estremi, credevano di poter senza pericolo fare professione sincera di
intenzioni liberali, anche quando l’Europa cominciava ad adombrarsene. Per un
pezzo camminarono insieme, ma venne un giorno in cui all’Azeglio parve che il
Cavour temesse troppo poco di sprigionare i venti e di fare a fidanza con le
tempeste, e volesse scordare troppo più del possibile in quell’orrendo concerto
del quale a que’ tempi l’Europa si compiaceva; e il più prudente si divise dal
più audace, e non si riunì da capo con esso se non quando l’opera dell’audacia
ebbe bisogno — e sapeva che ne avrebbe avuto bisogno e contava che l’aiuto non
le sarebbe mancato — del concorso di tutti gli amici del Piemonte e d’Italia.
In quella prima sessione il Cavour, deputato, si andò
staccando sempre più dalla destra pura, opponendosi nel giornale ad ogni
riforma sulla legge della stampa; e sostenendo nell’assemblea contro i più
guardinghi la legge sull’abolizione del Foro ecclesiastico proposta dal
ministero d’Azeglio; giacchè diceva, che se allo Statuto non si fossero fatti
portare quei frutti di libertà, de’ quali doveva essere il seme, avrebbe perso
ogni credito e perso con esso ogni credito la Monarchia. E alla fine della
sessione tenne un discorso in cui chiarì le condizioni alle quali egli e i suoi
amici avrebbero nella sessione prossima sostenuto il ministero; ed erano:
l’abolizione de’ comandanti militari, la riforma del bilancio, la
determinazione d’un piano finanziario, da cui si ottenesse o si potesse sperare
almeno di ottenere in un certo tempo l’equilibrio degli esiti e degl’introiti;
l’introduzione de’ principî liberali nella materia daziaria; la collazione
delle gabelle accensate, «contrarie a’ principî di giustizia e di moralità, e
gravanti il povero»; ed il peso della contribuzione esteso alle proprietà
fabbricate. In pari tempo difendeva il ministero dalle accuse direttegli contro
da altre parti dell’assemblea; le quali erano o insussistenti, nel parer suo,
ovvero mosse da opinioni o non pratiche, o contradditorie, o funeste.
Dopo questo discorso il Cavour avrebbe potuto, come lord
Eldon, dimandare a se medesimo, perchè mai egli non era ministro. Nè la dimanda
avrebbe ritardato a ricevere una risposta. Morto il Santarosa, fu invitato
egli, amicissimo del defunto ministro, nell’intervallo della sessione, a
prenderne il posto di ministro di Commercio e Marina.
Dall’ottobre del 1850 sin oggi il Cavour non ha cessato, se
non per brevi intervalli, d’essere, sui principî, ministro, e poi il ministro
in Piemonte. Quando il suo nome fu proposto a Vittorio Emanuele, il Re, con
quel rarissimo senso degli uomini che non è la minore delle sue qualità,
rispose a’ proponenti: — Sta bene, ma questi vi leverà di seggio tutti; — la
qual cosa davvero importava poco al Presidente de’ ministri d’allora, al
d’Azeglio, che del governo accettava il dovere, senza averne l’ambizione.
VIII.
Saremo più brevi nel raccontar la vita del Cavour ministro, di
quello che siamo stati nel chiarire i passi per i quali giunse al ministero. Ci
basterà, dopo accennate le vicende principalissime della sua vita, per il tempo
che è rimasto al governo, raccogliere in poche parole i principî seguiti e gli
effetti ottenuti.
Uscito il Nigra dal ministero d’Azeglio, il Cavour cumulò con
l’ufficio di ministro del Commercio quello di ministro delle Finanze. In
effetto cotesto era un posto al quale le sue cognizioni specialissime e le
aspettazioni del paese lo chiamavano. Durò a capo dei due ministeri dall’aprile
del 1851 al maggio del 1852, quando il ministero d’Azeglio si disciolse, per
aver il Cavour appoggiata, senza l’assenso de’ suoi compagni, la nomina del
Rattazzi, capo del centro-sinistro, alla presidenza della Camera rimasta
vacante per la morte del Pinelli; nomina la quale rincrebbe agli altri e
sopratutto al Galvagno, che rappresentava nel ministero l’indirizzo opposto a
quello di cui v’era fautore il Cavour. Il d’Azeglio, chiamato dal Re a comporre
un nuovo ministero, ne ricostituì uno, di cui nè il Galvagno nè il Farini nè il
Cavour facevano parte. Ma il ministero nuovo non si resse a lungo; le difficoltà
insorte con la Chiesa di Roma volevano, per essere se non isciolte, almeno
vinte, una politica o più risoluta o più rimessa di quella a cui il ministero
d’Azeglio avrebbe voluto acconsentire. Nell’ottobre del medesimo anno il
d’Azeglio stesso consigliò al Re di chiamare a capo del governo il conte di
Cavour, che in quel frattempo si era, per non essere accusato di brigare,
allontanato dal Piemonte; ed aveva raccolte testimonianze di stima e di
simpatia dai maggiori statisti inglesi e francesi, e s’era presentato egli
stesso ed aveva presentato alla corte di Napoleone III Urbano Rattazzi, che era
venuto a raggiungerlo in Parigi.
Il Cavour, adunque, accettato l’invito del Re, compose un
ministero, in cui egli fu presidente e ministro di Finanze, e prese a compagni
il Dabormida agli Esteri, il San Martino agli Interni, il Lamarmora alla
Guerra, il Boncompagni alla Grazia e Giustizia, il Paleocapa a’ Lavori pubblici
e il Cibrario alla Pubblica Istruzione, i quali tutti, dal Dabormida e dal San
Martino in fuori, avevano presa parte all’amministrazione del d’Azeglio. Ma
nello scorcio del 1853, volutosi per ragioni affatto private ritirare il
Boncompagni, il Cavour, continuando nell’avviamento già preso, suggellò il
patto col centro-sinistro, proponendo a ministro di Grazie e Giustizia il
Rattazzi; il quale, quando il San Martino s’ebbe più tardi a dimettere,
s’addossò del pari la reggenza provvisoria degl’Interni.
Il Rattazzi, dopo passato ministro stabile degl’Interni verso
la fine del maggio 1855, quando fu affidata l’amministrazione della Giustizia
al Deforesta, durò al ministero sino al dicembre 1857. Allora la non prevenuta
congiura mazziniana di Genova, e le mal sorvegliate elezioni, dalle quali nella
nuova Camera era venuto fuori per intrighi e brogli elettorali un nugolo di
deputati retrivi, furono cagione che l’ora pubblica gli si suscitasse contro,
ond’egli, con giusto criterio e nobile prova d’amor patrio, dette non richiesto
le sue dimissioni, affinchè fosse reso più agevole alla parte liberale il
governo, e questa avesse maggiore probabilità di vincere nelle elezioni de’
collegi ancor vacanti. E il Cavour, che, oltre la presidenza del Consiglio e le
Finanze, reggeva, per la dimissione prima del Dabormida e poi del Cibrario, il
ministero degli Esteri, s’assunse quest’ultimo stabilmente, e prese a reggere
provvisoriamente quello degli Interni, sgravandosi sul Lanza
dell’amministrazione delle Finanze. Tra queste due date del dicembre 1853 e del
dicembre 1857 nuove contese sopravvenute col Clero, per via della legge sulla
soppressione di alcune comunità religiose, erano state cagione che il Cavour
con tutto il ministero chiedesse licenza al Re, affinchè questi fosse libero di
provare se con altri ministri avrebbe potuto riuscire a comporle. Nessun’altra
amministrazione si era potuta costituire; ed il Re, per nuovo consiglio del
d’Azeglio, aveva dovuto richiamare il Cavour, cosicchè codesta breve
interruzione non era servita se non a provare che non c’era che egli solo in
Piemonte il quale osasse e sperasse di poter tenere e salvare il paese in
quella via sulla quale egli l’aveva messo.
Ed egli, dopo l’uscita del Rattazzi dal ministero, continuò,
si può dire, solo a reggere, sino alla pace di Villafranca, il governo del
Piemonte ed i destini d’Italia, raccogliendo in sè un’immensa fiducia non solo
dell’Assemblea, ma di tutti gli Italiani. Nè credo che mai uomo abbia governato
con una così sicura fede di tutti nella forza dell’ingegno e dell’abilità sua,
in tempi così combattuti e frementi di speranze e di dubbî, di odî e di
affetti. Nè il Cavour pareva che amasse di dividere con altri il potere ch’ei
raccoglieva smisurato nelle sue mani; anzi mostrava di prediligere ne’ suoi
compagni piuttosto degli animi pieghevoli all’obbedienza, che non dei voleri
tenaci al comando. Nè forse trovava facilmente chi volesse assumersi parte
della responsabilità enorme che allora pesava ed ancor pesa sulle sue spalle.
Cosicchè quando Lamarmora partì per l’ultima guerra d’Italia, egli, già
presidente del Consiglio e ministro degli Esteri e degl’Interni, anche della
Guerra dovette addire a se medesimo l’amministrazione.
La pace di Villafranca non poteva essere accettata da lui,
perchè non concordi gli effetti con le promesse, nè col fine dell’indipendenza
nazionale, la cui necessità tutta l’Europa riconosceva. Egli stesso, adunque,
dimettendosi, consigliò al Re a chiamare il Rattazzi e a dargli incarico di
comporre una nuova amministrazione. Di quella fu presidente il Lamarmora, ma il
Rattazzi stesso l’effettivo capo politico. Se non che neanche questa volta
mostrò questi animo e mente pari alle occasioni. Quantunque, nell’affrontare
gl’interessi e le vanità municipali, facesse prova di un coraggio degno d’un
uomo di Stato — di un coraggio, devo pur dire, che i ministri che gli succedettero
dovrebbero avere ereditato almeno in parte — pure, nel complesso, tenne
all’interno una politica violenta sotto un rispetto, e debole sotto un altro,
che ebbe per effetto di turbare soverchiamente gli animi de’ Lombardi, e di
suscitare i partiti estremi; e, senza impedire, non progredì abbastanza nella
soluzione delle gravi questioni che l’Italia, in quel frattempo, presentava;
giacché i voti dei popoli di Toscana e dell’Emilia faceva accogliere dal Re, ma
non esaudire, e senza indietreggiare a dirittura, non si risolveva ad avanzare;
nè mostrava credere che si potesse quello che, di certo, da ottimo italiano
ch’egli è, nel segreto dell’animo desiderava. Dalla qual fiacchezza ed
esitazione sarebbe poco meno che risultato l’esautoramento del Piemonte
nell’indirizzo dei destini di popoli, che non abbandonava nè prendeva con sè.
E molto allora si gridava dai ministeriali contro il Cavour,
l’ombra del cui nome e la memoria della cui amministrazione minacciavano tanto
più pronta rovina, quanto più gli avvenimenti ingrossavano, al ministero
Rattazzi. La paura di scendere dall’una parte, e la voglia di salire dall’altra
furono, forse del pari, cagione che gli antichi legami si sciogliessero, e
l’amicizia, durata parecchi anni, si raffreddasse. D’altronde, il pubblico,
vedendo nessuna cosa risolversi all’esterno, ed ogni cosa poco meno che
imbrogliata all’interno, cominciava, con le sue tante voci, nell’assenza
dell’Assemblea, la cui troppo prorogata convocazione era una appunto delle
accuse contro il Rattazzi, a gridare e chiamare il conte Cavour. Le ragioni che
avevano costretto questo a lasciare il ministero, non gl’impedivano ora di
ritornarci; giacchè l’iniziativa audace e franca del Farini nell’Emilia e del
Ricasoli nella Toscana rimettevano l’Italia e il Cavour in grado di continuare
il lor compito. E il Rattazzi quindi ebbe a dimettersi e il Re a richiamare il
Cavour.
Il quale non tardò a prender un partito netto e determinato.
Temperato il malumore della Francia ed assicuratosi il suo beneplacito con la
cessione di Savoia e Nizza, consigliò il Re ad accettare a dirittura i voti dei
popoli di Toscana e dell’Emilia, ed a mutare così l’antico e piccolo regno
ereditato da’ padri suoi in un nuovo regno, già grande oggi per sè e più grande
per le speranze avvenire. Questi, in breve, i casi principali e le vicende
dell’uomo; riassumiamo ora in breve ed a gran tratti il concetto politico e
l’indirizzo del ministro e i meravigliosi effetti ottenuti.
IX.
I casi del quarantotto avevano lasciata l’Italia stremata di
forze, ma accresciuta di riputazione. Il partito liberale v’era stato bensì
sopraffatto da capo, ma cogli sforzi dei due più potenti Stati militari
d’Europa; ed aveva sentito come sarebbe dipeso da esso stesso, quando non si
fosse dissoluto e scisso in se medesimo, se non di vincere, almeno di cadere
dopo più fiera battaglia. Il Piemonte, che aveva preso la difesa aperta ed
ufficiale dell’indipendenza d’Italia, era riuscito dalla rotta di Novara,
diminuito di gloria militare, fiaccato nelle sue forze, esausto nelle sue
finanze, deserto d’alleati, lacerato dagl’interni partiti, con un giovane Re,
la cui grandezza e lealtà d’animo non erano ancor note, ed a cui dai nemici
della monarchia non era risparmiata nessuna calunnia, come dagli uomini del
reggimento assoluto non era risparmiato nessun consiglio. Ma la dinastia di
Savoia aveva chiaramente asserita avanti all’Italia e all’Europa l’alta sua
ambizione; e gl’Italiani avevano potuto vedere al fatto, come il Piemonte solo
avesse quella forza ordinata, la quale, se aveva perso, aveva però pur potuto
combattere e ritentare le grandi battaglie; una forza ordinata intorno a cui le
forze vive dei partiti liberali e popolari delle varie parti della penisola si
sarebbero potute, in un caso, aggruppare.
Gli uomini di Stato del Piemonte, che furono dopo il 1848
eletti a reggerne il governo, e sopratutto il d’Azeglio prima e il Cavour poi,
si proposero di mantenere intatte le istituzioni liberali, e salvarle dagli
assalti di destra e di sinistra, come quelle le quali sole rendevano il
Piemonte adatto a formare d’intorno a sè le parti liberali d’Italia; e gli
facevano trovare in queste il sostegno e l’equilibrio che aveva smarrito,
quando, accettando contro l’Austria una querela mortale, s’era tolta per sempre
ogni possibilità di futura alleanza con essa. Così la dinastia di Savoia
avrebbe potuto continuare il suo compito, il compito che aveva incominciato da
secoli; bensì non più bilanciandosi tra Francia ed Austria, come aveva fatto
sin allora, ma sorreggendosi sulla parte più viva ed illuminata delle
popolazioni italiane e sulle amicizie che avrebbe tentato di acquistare tra gli
Stati liberali d’Europa.
Il Cavour si distinse dall’Azeglio in questo, che credette che
le simpatie delle popolazioni italiane fossero una leva di tal possanza, che
bisognasse, a mantenerla e rafforzarla, una politica più risoluta di quello che
all’Azeglio paresse prudente; e che, per impedire che la reazione, la quale
cominciava a strapotere di fuori, prevalesse al di dentro, si dovesse, senza
scrupoli e vani rispetti, costituire fortemente il partito liberale, e fonderne
al possibile le varie sfumature; staccarsi recisamente dagli amici timidi delle
instituzioni costituzionali e del loro sviluppo, e tanto più aderire a’ principî
di libertà quanto più l’Europa paresse volerli dimenticare. Nè però il Cavour
credeva che in questa difficile manovra si dovesse procedere senza una prudenza
abile. Quando l’Impero fu fatto in Francia, e di qui partivano accese calunnie
ed invettive contro il futuro alleato d’Italia, quando il generoso ma traviato
Orsini tentò il colpo omicida, il Cavour non esitò nè l’una nè l’altra volta a
proporre, ed ottenne, che la legge della stampa fosse modificata in maniera che
non potesse turbare leggermente le relazioni internazionali dello Stato.
Maggiore ed assoluta fu poi la scissura che, rispetto alle
quistioni economiche e politiche, s’aperse tra il Cavour e quegli antichi suoi
amici che sedettero sui banchi a destra della Camera. Egli voleva cambiare
affatto il piano finanziario dello Stato, credendo che i mezzi che avrebbe
potuto offrire l’aumento del bilancio, quando i proventi di cui s’alimentava
non avessero mutato di natura e d’origine, non avrebbero mai potuto bastare a
supplire alle spese necessitate dalle nuove condizioni del Piemonte. Però, non
teneva che, come gli si proponeva da parecchi banchi della sinistra, in questa
innovazione si dovesse o si potesse procedere per principî teoretici od
assoluti: gli pareva non solo meglio, ma unicamente possibile di attingere, a
misura che se ne sentisse il bisogno, alle varie fonti della ricchezza
pubblica, cercando non un’assoluta eguaglianza nelle gravezze imposte a
ciascuna, ma un’equa e relativa e possibilmente perfetta proporzione per via
d’imposte speciali; cosicchè ciascuna di quelle fonti di ricchezza sopperisse
per la sua parte ai bisogni dello Stato, senza che nessuna si sentisse
esaurire. Così non approvò nè un nuovo assetto dell’imposta fondiaria su un
catasto provvisorio, nè accettò di surrogare un’imposta unica sulla rendita
alle parecchie e svariate che nutrono i bilanci attivi d’ogni Stato. Perciò
andò introducendo con raro coraggio, sfidando così le calunnie delle persone
civili come le ire, talvolta persin minacciose, delle plebi, parecchie imposte
già in uso oltremonti, con le quali si colpiva le ricchezze investite nei
fabbricati urbani, ne’ commerci, nelle industrie. Se non riuscì con questo a
colmare del tutto la deficienza de’ proventi rispetto alle spese, vi s’era già
avvicinato di molto, prima che la nuova guerra del 1859 scoppiasse; anzi si può
dire che quando, come davvero non si deve, non si tenga calcolo delle spese
cagionate dalle grandiose opere pubbliche intraprese, il ragguaglio tra
l’entrata e l’uscita s’era affatto ottenuto.
Ma il Cavour non credette che queste semplici misure di
finanza potessero, non aiutate da profonde modificazioni nelle leggi
economiche, produrre il restauro dell’erario pubblico. Gli pareva che si
dovessero d’ogni parte stimolare le forze produttive del paese, perchè,
aumentata la ricchezza pubblica, questa potesse tollerare più facilmente i
nuovi balzelli e gittare maggiori somme nelle casse dello Stato. Nè per
produrre questo fine trovò altro mezzo migliore che l’applicare gradualmente il
sistema del libero scambio, abbassando a mano a mano le tariffe dei dazî sui
vini sulle sete, sui bestiami, e delle poste, e migliorando con delle strade
ferrate da ogni parte dello Stato intraprese o promesse, le comunicazioni da
provincia a provincia, e dal porto di Genova coi paesi di Germania. È
meravigliosa la spinta data, per questo fine, a tutti i rami dell’attività
sociale; spinta che la società piemontese seguì con maggiore foga di quello che
avrebbe immaginato chi n’era l’autore. Noi non vogliamo nè possiamo esaminare
se in alcuna parte dal Cavour si trasmodasse nell’esecuzione d’un concetto
pratico e vero; a noi basta dare l’idea dell’uomo. Questo è certo, che nel
periodo dei dieci anni la ricchezza pubblica e la floridezza del Piemonte, si
sono aumentate di molto; e più avrebbero fatto, se i mancati raccolti del vino
e della seta non avessero per più anni combattuto, e non combattessero ancora
gli effetti delle riforme economiche del ministro, danneggiando così
irreparabilmente i due maggiori proventi del paese, e quelli da’ quali più gran
somma di danaro entra e gira per le mani dei cittadini.
E il Cavour si servì di questi suoi concetti economici per
principiare a rimettere il Piemonte nel concerto degli Stati europei. Egli
temperò il rigore della dottrina economica, perchè aumentassero i vantaggi
politici delle riforme che quella inspirava. La diminuzione dei dazî e la
rinunzia al proteggere le manifatture devono per se medesime cagionare aumento
di prodotto all’erario e sviluppo delle forze naturali dell’industria paesana.
Ma il Cavour presentò ai varî Stati d’Europa queste diminuzioni e queste
rinuncie, che erano l’effetto dei suoi piani economici, come dei favori
accordati al commercio e all’industria di ciascheduno di loro. Perciò il primo
periodo della sua operosità ministeriale fu tutto occupato da varie
stipulazioni di trattati di commercio con la Svezia, con la Danimarca, col
Belgio, con la Francia, con l’Inghilterra, e persino, quando il colpo del 2
dicembre ebbe data in Europa tanta lena e speranza a’ retrivi, coll’Austria.
Ma queste alleanze commerciali non sarebbero alla lunga
bastate a torre il Piemonte dalla solitudine in cui esso si trovava
nell’Europa, non sostenuto che dalle lontane e non efficaci e, per le mutazioni
ministeriali, non sicure simpatie d’Inghilterra. Due nemici aveva già certi e
dichiarati, due nemici i quali non aspettavano se non una propizia occasione di
compiere la sua rovina, Roma ed Austria. Le necessità stesse della libertà, gli
effetti stessi i più semplici, i più naturali, i più inevitabili del concetto
moderno dello Stato, mettono in una guerra aperta e continua con Roma qualunque
Stato oggi nel mondo riformi se medesimo, e accetti rispetto al giure pubblico
civile ed ecclesiastico le conseguenze della scienza e della storia ne’ tre
ultimi secoli. Il Cavour sostenne da deputato la riforma del foro
ecclesiastico, proposta dal Siccardi, e da ministro, assentendo e difendendo la
presentazione della legge sulla soppressione di parecchie comunità religiose, e
di quella sul matrimonio, continuò ad asserire l’indipendenza del potere
civile, e la necessità di costituire lo stato laico. Pure, anche in questa
parte mostrò quella sua propria indipendenza e fermezza di giudizio; giacchè si
rifiutò sempre di proporre l’incameramento de’ beni ecclesiastici, parendogli
che fosse un provvedimento da cui dovessero tornare effetti contrarî a quelli
che se ne auguravano coloro i quali se lo proponevano; giacchè non si potesse
argomentare che ne avesse, per prova di logica e di fatti, a resultare altro
che una maggior dipendenza del clero da Roma, ed una maggiore scissione di esso
dalla società civile, con cui non avrebbe più avuto a comune nessun interesse.
Roma, la quale vedeva per la prima volta ripenetrare in Italia
dei concetti e de’ propositi i quali essa sperava che coi Francesi avessero
rivalicate per sempre le Alpi, e li vedeva rifarsi avanti accompagnati dalla
libertà politica, appunto nel tempo che essa cercava di farli disdire dagli
eredi di Giuseppe II, Roma combattè fieramente; e il clero, inspirato da essa,
principiò una guerra accanita d’intrighi e di calunnie contro il ministro
autore di così spaventose innovazioni. Le si diceva: Ma non avete ammessa in
tutta Europa tutto quello che ora noi introduciamo in Piemonte? Ammesso, no,
rispondeva, risponde e risponderà Roma; tollerato, sì; ma l’ho tollerato per
non potere altrimenti, pronta a ricacciarmi da capo avanti, appena lo Stato sia
costretto dai suoi pericoli interni a ritrarsi indietro.
E l’Austria, in quel tratto di tempo che è scorso dal 1848 al
1859, si ritraeva appunto indietro, e rinunciava alla miglior parte delle sue
leggi; la qual cosa dava delle Speranze grandissime e, son quasi per dire,
delle allucinazioni a Roma. L’Austria seguì in quell’intervallo una politica
verso Roma affatto contraria a quella che seguiva il Piemonte: questo
spingendosi nelle vie dell’avvenire, quella ricalcando le vie del passato.
L’Austria e Roma in quel frattempo cercarono di compire la loro alleanza;
giacchè, sorelle da gran tempo nel giro della politica, erano sin allora
rimaste peggio che due nemiche nel giro delle questioni ecclesiastiche. Con
quanta lealtà l’Austria cedesse, s’è visto a’ fatti; giacchè il concordato non
è poi rimasto una realtà che sulla carta. Se non che Roma è astuta, e si contenta
delle apparenze. L’ipocrisia è un ossequio alla virtù; e l’ottenere che vi si
ceda, anche apparentemente, è una prova che la vostra riputazione di forza se
n’è migliorata ed aumentata.
Più pericolosa era la inimicizia d’Austria, contro la quale
bisognava tener ferma ed alta quella bandiera inalberata da Carlo Alberto,
bandiera di libertà e d’indipendenza italiana, che ad essa minacciava rovina. E
l’Austria lo sentiva, nè nascondeva a se medesima, che, quando il Piemonte
fosse lasciato andare per la nuova via, sarebbe ad essa rimasto impossibile di
continuare per l’antico suo indirizzo e di rimanere alla lunga padrona di
Lombardia e della Venezia. Bisognava adunque far prova a riprese d’audacia e di
prudenza, non recidendo nessuna parte del programma italiano annunciato nel
1848, ma non rischiando neanche di averlo momentaneamente a sopprimere per la
prevalenza delle armi altrui. Il Cavour, quindi, nel tratto dei dieci anni,
senza provocar mai una guerra, che al Piemonte da solo sarebbe stata rovinosa,
compì egli stesso o s’associò a quei ministri che compirono atti solenni coi
quali si fece fronte, nel giro della diplomazia, alle pretensioni e alle
minacce dell’Austria. Quando questa, con insigne violazione di diritto, ebbe,
nel 1853, sequestrati i beni di parecchi cittadini piemontesi per punirli di
colpe non loro, il Dabormida, ministro degli esteri nel ministero di cui il
Cavour era capo, protestò gagliardamente con un memorandum spedito a
tutti i gabinetti d’Europa. L’Austria rispose alle querele del governo
piemontese richiamando l’Appony, suo ministro presso la Corte di Torino, e il
governo piemontese richiamò il Revel, che lo rappresentava presso la Corte di
Vienna. E il Cavour, ministro delle finanze, chiese alla Camera de’ fondi per
venire in aiuto alle famiglie de’ sequestrati.
I due governi si premunivano. Mentre l’Austria, non contenta
dell’occupazione continua delle Romagne, concludeva trattati con Parma e con
Modena, ed afforzava Piacenza, il ministero del conte Cavour si preparava a
migliorare le condizioni difensive del Piemonte, fortificando Casale,
rinforzando Alessandria, e trasportando la marineria militare da Genova alla
Spezia. E quante aspre battaglie non ebbe il Cavour a sostenere nel Parlamento
contro coloro che, o per isbaglio di vista politica, o per il facile allarme
degl’interessi municipali, s’opposero all’esecuzione di disegni così provvidi!
Le fortificazioni di Casale, le quali sono state la salvezza del Piemonte
nell’ultima guerra, ed erano state intraprese dal ministro nell’intervallo
delle sessioni, essendogliene parso urgente il bisogno, non vennero approvate
che alla maggioranza di due voti. Del rimanente, coteste battaglie
parlamentari, come torna ad onore del Cavour l’averle vinte, così torna ad
onore della libertà l’essersi dovute combattere; giacchè non è che con queste
larghe e fiere discussioni che l’opinione pubblica si costituisce e si genera;
e se la luce del vero non riesce sempre a conquidere i partiti nel Parlamento,
riesce sempre a vincere gli animi del pubblico fuori. Ed è mediante queste
discussioni che l’idea del fine che la nazione deve raggiungere, e dei mezzi
adatti a raggiungerlo, si fa strada nel popolo; e si distinguono gli uomini, e
se ne forma un retto giudizio e proporzionato piuttosto a’ loro meriti effettivi,
che non alla boria delle loro frasi, o alla attrattiva delle loro lusinghe.
Sinchè però il Cavour non fosse riuscito a trovare alla sua
patria alleati in Europa, non poteva parere ad un uomo di così calmo giudizio
come il suo, che il Piemonte si trovasse in sicura e franca posizione.
L’avvenimento dell’Impero dovette sin da principio parergli una miglior
soluzione delle cose di Francia rispetto all’Italia che non la gelida ed
egoistica monarchia di Luigi Filippo, e la debole e pregiudicata Repubblica.
Quantunque l’Impero si annunciasse con parole di pace, non poteva non chiudere
in grembo ambizioni di guerra. Che cosa, infatti, avrebbe voluto dire per la
Francia l’Impero, se non avesse significato l’onta dei trattati del 15
cancellata? Pure, su’ principî, quest’Impero rinnovato era in sospetto degli
effetti e delle influenze della libertà piemontese; e appunto perchè gli urti
non precedessero e non rendessero impossibili le amicizie, il Cavour temperò il
linguaggio sfrenato della stampa liberale di Piemonte; credendo che, se la
libertà non potesse avere altro che beneficî nelle relazioni interne, non
avrebbe potuto invece essere cagione che di danni, lasciata libera di turbare
le relazioni esterne. La guerra di Crimea fu l’occasione della quale il Cavour
si servì, non con fretta soverchia, ma però a tempo, per istringere tra
l’Impero e la dinastia di Savoia quell’alleanza che avrebbe potuto permettere a
questa di aprirsi la via ad un più largo avvenire. Ognuno previde che i soldati
piemontesi che andavano in Crimea a combattere allato ai Francesi non avrebbero
avuto solo quelle lontane battaglie comuni con questi, e che ben presto, sopra
un campo di guerra più vicino, avrebbero fatta comune prova di valore. Ma un
partito nel Parlamento non lo vide, o non lo volle vedere; e fu fortuna del
Piemonte che allora, come prima, la maggioranza si stringesse d’intorno
all’opinione dell’abile Conte.
Il valore che i soldati piemontesi in Crimea, comandati da quello
stesso Alfonso Lamarmora da cui era stato rifatto l’esercito, avevano mostrato
al mondo, ristorò la riputazione militare del paese; come, d’altra parte,
l’ordinato uso della libertà e l’intelligenza e l’applicazione delle sane
dottrine economiche avevano aumentata la riputazione civile del Piemonte e
ristorata per mezzo suo quella d’Italia agli occhi d’Europa; giacchè davvero
que’ moti, piccoli e subitanei, che avean preceduto e seguito il quarantotto,
se potevano persuadere l’Europa che un partito avverso a’ governi ci fosse in
Italia, e non mancasse di pervicacia e di ardire, avevano però anche dovuto
darle cagion di credere, che questo partito fosse scarso di numero come di
mezzi, assistendo le popolazioni con tanta noncuranza alle sue continue disfatte.
Oltre di che, parecchi de’ mezzi adoperati da cotesto partito erano di tal
natura, che il solo vederli prescelti arguiva non solo un certo scadimento
morale nell’indole di quelli che li adoperavano, e per riverbero, della nazione
a cui questi appartenevano, ma anche una certa smania rabbiosa e sconsigliata,
che pareva scaturire, anzichè dalla speranza di raggiungere il fine, dalla
disperazione di non poterlo ottenere.
Il frutto di questa riputazione accresciuta del Piemonte, il
Cavour lo raccolse al Congresso di Parigi, dove, non senza la contraddizione e
la ripugnanza dell’Austria, fu chiamata la sua patria a deliberare alla pari
de’ grandi Stati d’Europa. Questo vantaggio politico il Cavour cercò di
migliorarlo al possibile; ma non potette quanto avrebbe voluto. Giacchè la
discussione aperta per sua persuasione dal Walewski sugli affari d’Italia, e
favorita dall’Inghilterra, non fu voluta accettare dall’Austria. Il Cavour però
fu in grado di mostrare ai ministri raccolti delle potenze d’Europa, quanto
dura fosse la condizione d’Italia ed instabile e travagliata, e quanto il
potere dell’Austria oltrepassasse oramai perfino i confini indicati da’
trattati stessi del 15, ed annullasse tutti gli altri governi minori d’Italia.
E partendo lasciò e diresse all’Inghilterra e alla Francia un memorandum;
in cui ripresentava, colla sua chiarezza di concetto e di frasi, le miserie e i
pericoli della sua patria; e, non uscendo dal giro dei diritti riconosciuti e
legali, proponeva i rimedi a’ mali più urgenti. In questo memorandum,
nel quale il Cavour mostrava il dominio esercitato dall’Austria sui governi di
Parma, di Modena, di Toscana e di Roma, e proponeva, come soluzione provvisoria
della quistione romana, la separazione amministrativa delle Romagne, non era
certo chiarito il pensiero finale del Cavour, ma vi si vedeva di che maniera
egli intendesse procedere. Egli non ha una soluzione inflessibile nella mente,
la quale ha necessariamente ad esser quella; e quando non vi si possa arrivare
d’un tratto, ogni altro palliativo si deva piuttosto ricusare, per la speciosa
ragione, che tutto ciò che modera un male, rendendone meno acuto il dolore,
renda insieme meno sentito il bisogno di risanarlo affatto. A lui pare invece
che il meglio sia nemico del bene, e non crede, come molti credono, che un
passo fatto in avanti accresca, anzichè diminuire, il cammino.
Gl’Italiani ebbero tutti grado al Cavour della difesa presa di
loro davanti a chi soleva prima sorridere a’ loro dolori e persino ghignare. Da
quel punto il nome suo divenne grande nella penisola; e parecchie medaglie gli
furono offerte per sottoscrizione pubblica da parecchie parti d’Italia, ed un
busto dai Toscani colla leggenda:
Colui che la difese a viso
aperto.
Egli, di ritorno da Parigi, spiegò i risultati ottenuti dalla
sua politica sino allora; e parecchi de’ suoi oppositori, i più fieri, si
strinsero d’intorno a lui, e cedettero, persuasi cogli effetti della bontà
della causa. Nè mancò di far sentire quanto più radicale ed aperta ed
inevitabile fosse diventata la scissura tra Austria e Piemonte.
Questa scissura s’andò nei tre seguenti anni aumentando sempre
di più. Quando e come cominciassero i concerti del Cavour con Napoleone è cosa
troppo incerta per farne oggetto di racconto. Chi prima invitasse l’altro a disegni
più vasti, è dubbioso; è certo però che l’assicurazione dell’appoggio
dell’Imperatore aumentò continuamente la baldanza del governo piemontese e la
sospettosa ira dell’austriaco. Da quel tempo in poi i fatti sono troppo vicini
ed evidenti per aver bisogno di racconto, e le cagioni particolari troppo poco
chiarite per esser capaci di storia. L’alleanza fra il Piemonte e la Francia fu
stretta e poi confermata mediante il matrimonio della principessa Clotilde col
principe Napoleone; l’Austria prestò il fianco alle offese provocando; e il
Piemonte non cessò di dar materia e soggetto alle provocazioni dell’imprudente
avversario. Alessandria fu guernita di cannoni per una pubblica sottoscrizione
raccolta in tutta Italia; fu accettato dal Municipio di Torino il dono di
parecchie centinaia di migliaia di lire mandato da’ Lombardi a fine di erigere
un monumento all’esercito piemontese in memoria della guerra di Crimea, il
giorno stesso che l’imperatore Francesco entrava in Milano; all’Imperatore non
fu spedito nessuno che da parte del governo piemontese lo complimentasse; le
proteste altere del Buol contro la stampa piemontese ebbero risposta altera e
severa nelle note diplomatiche e nelle gazzette ufficiali; le relazioni
internazionali, appena mantenute sin allora per mezzo d’incaricati d’affari,
furono rotte. Le parole dell’imperatore Napoleone nel capo d’anno del 1859
annunciarono la guerra; le trattative diplomatiche, nelle quali l’abilità del
Cavour vinse e sopraffece la superbia contegnosa del Buol, la sospesero durante
tre mesi. Infine, l’Austria, prorompendo a sproposito, invase il Piemonte, che
con rara costanza d’animo si lasciò devastare le sue provincie, raccogliendo
l’esercito attorno Casale ed Alessandria insino a che fosse pronto all’offesa;
le schiere di Francia calarono all’aiuto; e Palestro, Magenta e Solferino
posero fine al dominio dell’Austria in Lombardia e alla sua prevalenza in
Italia.
Il Cavour e Napoleone III non avevano, io credo, gli stessi
intendimenti, l’uno nell’invitar l’altro a calare in Italia, l’altro
nell’accettare l’invito. E potrebbe essere che questo dissenso intimo fosse
stato la cagione più prossima della pace di Villafranca. Il Cavour desiderava
ristaurare l’Italia, e raccoglierla, se non tutta a un tratto, almeno la Lombardia
e la Venezia, sotto la dinastia di Savoia: ma non poteva volere, che in
qualunque altra parte d’Italia si lasciasse nido a qualunque altra dinastia
forestiera, che, appoggiata da influenze estranee, avesse potuto rimetterci
negli antichi guai. Non so se i moti di Toscana fossero dal Cavour voluti, e se
non avrebbe preferito in que’ primi bollori un temperamento provvisorio col
Granduca. Credo che i moti delle Romagne e dei Ducati entrassero di più ne’
suoi disegni; ma ad ogni modo mi pare che gli uni e gli altri e la
proclamazione, di Vittorio Emanuele a dittatore contribuissero ad arrestare sul
Mincio il volo delle aquile imperiali.
Il Cavour, di certo, non aveva potuto conformarsi a tutte le
regole della prudenza chiamando in Italia un alleato più potente che il
Piemonte non era, e col quale, per sopraggiunta, sentiva di non poter
concordare del tutto. Ma la prudenza non basta a risolvere; ed uno de’ più
illustri e rispettati italiani suol dire, che il Cavour per questo appunto è un
valente uomo di Stato, perchè ne ha le due qualità necessarie, la prudenza e
l’imprudenza. Di certo è sempre l’audacia quella che gitta l’ultimo peso nella
bilancia, e senza cui nessuna cosa di grande nè di bene non si conchiude. Il
Cavour non aveva per giugnere coll’Italia al fine proposto, che un mezzo solo,
quello dell’alleanza francese. Questa aveva certo de’ rischi; ma quando questi
rischi non si fossero voluti correre, quel mezzo stesso, e con esso il fine,
almen per ora, si aveva a ripudiare.
Il Cavour fidava sull’Europa e su’ sentimenti italiani stessi
per ovviare a’ rischi di quell’alleanza. Di fatto dopo Villafranca, e mentre
durava il ministero Rattazzi, che, se non osava avanzare, non retrocedeva
neanche, l’Italia centrale, per riparare ai danni di quella pace, si andò
ricostruendo da sè, e preparando alla unione col Piemonte sotto l’egida della
Francia; che, non amando gli avvenimenti a cui doveva assistere, pure era
impegnata dall’onor suo a non turbarli essa stessa e a non lasciare che altri
li turbasse.
La cessione di Savoia e Nizza alla Francia, quando il Cavour
risolse, contro il palese volere di questa, d’accettare l’annessione
dell’Italia centrale, era tanto più necessaria, quanto maggiore era l’aiuto
dato dalla Francia a fatti che nel suo parere non erano i più favorevoli ad
aumentare la forza relativa della sua potenza in Europa. Ricusare Savoia e
Nizza al solo alleato che ci restava, e di cui avevamo già contrastati in gran
parte i desideri, sarebbe stata non audacia, ma pazzia. E il Cavour adunque
accordò la cessione, e quantunque in alcuni particolari avesse proceduto con
troppa fretta, n’ottenne l’approvazione dal Parlamento; giacchè gli dimostrò
quanto necessaria conseguenza essa fosse della politica seguita e degli effetti
ottenuti, della politica da seguire e degli effetti sperati.
Quali questi effetti sono? Ogni italiano li sa, e il Cavour
non mostra ch’egli disperi di arrivare col concorso d’Italia ad ottenerli. Sin
oggi egli è stato al timone, perchè gli avvenimenti preparava, non aspettava:
ed ha guidata bene la nave, la quale, se non è ancora in porto, nè al sicuro
dalle tempeste, non ha però ancor dato in uno scoglio. Stende egli ora il suo
sguardo, il Cavour, non solo all’Isonzo, ma all’estremo confine dell’Italia
meridionale? Spera egli o crede di potere del mezzogiorno d’Italia farne
tutt’uno con questo dell’Italia centrale? Aspetta egli questi avvenimenti, che
s’accavallano l’uno sull’altro miracolosamente, o li dirige ancora? Sarà egli
sempre la prima figura del rivolgimento italiano, o si vorrà rassegnare a
diventar la seconda? Io credo che diriga egli, ed io spero che voglia e possa
continuare a dirigerli lui, perchè non credo che l’effetto finale possa essere
durevolmente raggiunto, se il corso dei fatti non è diretto da una mente la cui
attitudine sia già provata, e la cui audace prontezza sia temperata dall’abile
consiglio; giacchè solo una mente di cotal tempra, intendendo quali sieno e
devano essere le instituzioni liberali che ci reggono, può sapere erigere sopra
di esse, come sopra base saldissima, quell’edificio, che il Cavour stesso
diceva, dodici anni fa, dover essere l’onore ed il decoro dell’età presente, la
libertà e l’indipendenza d’Italia.
X.
Adunque, l’ultima pagina di questa biografia è da scrivere.
Sarà quella di maggior rilievo, e darà valore e significato a parecchie delle
precedenti.
Torino, 15 aprile 1860.
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