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I.
Nei giorni che io finivo di scrivere l’ultima pagina del
precedente racconto, era molto intricata la condizione d’Italia. Un uomo di
Stato, come il conte di Cavour, trovava molti intoppi da ogni parte, nè poteva
facilmente risolvere di dove s’avesse a fare per superarli. L’Italia centrale
era, bensì, unita al Piemonte: ma la Francia pareva avere piuttosto tollerata
che voluta l’unione; l’Austria protestava, non frenandola dall’intervenire
altro che la paura di attirare da capo i Francesi in Italia con maggior sua
rovina. L’esercito pontificio aumentava, racimolando da ogni parte denaro e
soldati: e un generale d’illustre riputazione gli dava credito e baldanza.
L’esercito napoletano si raccoglieva sulle frontiere; e il Re di Napoli,
quantunque tentato con ogni qualità di proposte, si mostrava risoluto a seguire
l’indirizzo del padre suo, e a restare fedele al Pontefice e all’Austria. Il
conte Cavour aveva pericolo nel fermarsi e nel continuare. Il fermarsi gli
suscitava contro la parte più vivace e impetuosa, più audace e vigorosa del
partito unitario italiano, il quale era andato ingrossando, a misura che gli
avvenimenti erano andati rendendo probabile quello che da prima era parso
impossibile, l’unità italiana. E quella parte diventava un pericolo interno
tanto maggiore, quanti più erano gl’incentivi alla sua azione: e allora appunto
se n’era suscitato uno grandissimo, l’insurrezione di Sicilia, a cui non pareva
tollerabile che i liberali dell’Alta Italia, tanto per la fratellanza
dell’origine, quanto per la comunità degli interessi, degli affetti alla patria
e degli odî a’ Borboni, non arrecassero aiuto. Anzi, c’era meglio che un
incentivo; quella audace e numerosa parte aveva un capo, un capo il cui nome e
i suoi fatti affascinavano gli animi giovanili, e gl’inducevano nella
persuasione che veruna impresa generosa dovesse parer temeraria; un capo, per
soprappiù, nemico al governo del conte di Cavour, così per i casi occorsi
durante il ministero Rattazzi nello scorcio del 1850, quanto per la cessione di
Nizza, che a Giuseppe Garibaldi, nizzardo, era parso un insulto ed una
fellonia.
Il conte Cavour non poteva, come aveva fatto prima e ha fatto
poi, sviare le punte delle spade altrui, afferrandone l’elsa; non poteva, vo’
dire, far egli quello che la gioventù italiana avrebbe pur fatto con Garibaldi
senza di lui. E non lo poteva, giacchè egli non avrebbe messo a repentaglio
solo poche migliaia di bravi ed ardenti giovani: ma bensì tutto uno Stato nuovo
di undici milioni, a cui uno scacco in Sicilia sarebbe stato un certo principio
di rovina. D’altra parte, persino le Potenze più amiche e benevole all’Italia
protestavano che non avrebbero tollerato che dal governo dell’Alta Italia
fossero aggredite Roma e Napoli. Francia, in quel caso, non guarentiva più
dall’intervento austriaco, e ogni speranza avvenire, come ogni successo
passato, sarebbero potuti andare perduti; giacchè gli undici milioni d’Italiani
già raccolti assieme sotto Casa Savoia avrebbero avuto contro di sè gli
eserciti d’Austria al settentrione, di Roma e di Napoli al mezzogiorno.
Non c’era adunque modo d’impedire che dalla
parte più fiduciosa dei liberali italiani non si tentasse senz’altro indugio un
ulteriore29 passo verso il compimento
dell’unità italiana, con una avventurosa spedizione in Sicilia. Nè era utile
che s’impedisse; giacchè, quando fosse riuscita, un desiderio, comune a tutta
oramai la gente colta ed influente della penisola, si sarebbe potuto compire,
quello di costituire un’Italia unita; se non fosse riuscita, il governo
dell’Alta Italia, che non ci si era impegnato esso stesso, sarebbe di certo
rimasto infiacchito, ma non avrebbe incorso esso stesso nessuna responsabilità
troppo grave. Insomma, se la fortuna avesse favorito, non c’era che beneficî a
raccogliere: se contrariato, il danno, ad ogni modo, non era grande.
Se non che cotesto passo doveva pure essere fatto in modo
diverso da quello in cui si erano compiti i passi precedenti che ci avevan
condotto sino alla Cattolica. Sin allora, un governo regolare co’ suoi mezzi
legali e colle sue forze ordinate ci aveva guidati: a quell’ultimo passo, che
pure senza gli anteriori non sarebbe stato possibile, non si poteva avere la
stessa guida. Il governo s’aveva a nascondere e l’indirizzo doveva
necessariamente venire alle mani d’un capo popolare, come il compimento aveva a
trovarsene affidato a forze scompigliate e di natura, son per dire, spontanea,
che, come si sarebber raccolte sotto l’impulso impetuoso d’un’idea e di un
nome, così avrebbero poi ripugnato alla soggezione della legge e all’autorità
d’un governo, qual fosse.
A dirla in altre parole, quel passo fatto a questo modo, — che
era pure il solo in cui si sarebbe potuto fare —, avrebbe accresciuta la
vigoria dell’elemento che si suol chiamare rivoluzionario, e che non si può
chiamare altrimenti; giacchè la parola senza esprimere nulla di ben preciso,
significa pure un complesso di sentimenti, d’idee e di fatti che sarebbe
malagevole indicare con altra. La vigoria di questo elemento accresciuta
avrebbe forse potuto corrompere i beneficî che dalla riuscita si potevano
augurare: e corromperli sino a disperderli affatto, e convertirli in una
immensa sciagura. Se non che da simile risico non c’era scampo di sorta: non
restava che di avere bene in mente che il pericolo ci potesse essere e grave; e
cercare nel corso degli avvenimenti un momento in cui si sarebbe potuto sviarlo;
anzi, di quella stessa minaccia servirsi ad occasione e pretesto di maggiori
imprese.
Si vede, che il conte Cavour aveva ben ragione di dire che
quella, in cui si trovava egli allora, non era già una delle più difficili
congiunture in cui si fosse trovato mai, ma bensì la più difficile. La sola via
ad uscirne e profittarne era pur questa, che altri, — giacchè non poteva il
governo — profittasse del credito, che la riuscita dell’impresa di Sicilia
potesse dare, o s’assumesse la responsabilità della sconfitta: lasciare,
insomma, che, non per sua opera, una nuova serie di fatti s’aprisse, e spiare
l’occasione opportuna per usufruirla a vantaggio della patria comune e del
governo legale.
Giuseppe Garibaldi adunque salpò egli da Genova il 6 maggio: e
con soli mille eroici giovani corse in aiuto dei Siciliani. Il conte Cavour non
impedì, e alle potenze estere disse che non avrebbe potuto impedire se non a
risico di suscitare all’interno una perturbazione gravissima: nè palesemente
aiutò, perchè non venisse al governo nessuna esterna difficoltà da una
violazione, che sarebbe stata patente, del diritto internazionale riconosciuto.
Il conte Cavour salvò ogni apparenza, tentando ad impedire tutti i mezzi che
non sarebbero stati valevoli ad altro effetto, che a torre altrui ogni diritto
d’affermare, che il governo di Vittorio Emanuele concorresse.
II.
Giuseppe Garibaldi compì, con fortuna pari all’ardire, una
impresa, che, non che ad ogni altro, a lui stesso sarebbe parsa, a ragionarvi
su, impossibile. Sbarcato a Marsala il 17, era il 27 in Palermo, fugando
davanti a sè le schiere borboniche e forzandole a resa, egli con soli 1000
uomini contro 25.000. La riuscita d’un’opera così disperata accresceva il
fascino del suo nome su’ popoli non solo d’Italia, ma d’Europa, e d’ogni parte
convenivano sotto la bandiera dell’eroico e felice capitano giovani baldi e
sicuri a cui l’ardore dell’animo non faceva computare i pericoli; gli
entusiasmi dell’idea, aprivano i larghissimi campi delle speranze avvenire d’ogni
nazione che gema, e la felicità del capitano non lasciava menomamente dubitar
del successo. Chi gli avrebbe mai potuti fermare, e dove mai si sarebbero
potuti fermare? Abbracciavano già con la capacità dell’affetto ogni popolo; e
ad ogni querela, fondata o vana, si promettevano di fare contro i veri o
presunti oppressori giustizia. La prima volta, pareva loro, il diritto e la
forza s’erano date un bacio, pegno di amicizia non più dissolubile.
La spada di Garibaldi dette l’ultimo urto alla monarchia
de’ 30 Borboni; ma questi, a
principio, credettero potersi reggere non mutando che di sistema. Mentre il filibustiere,
come essi chiamavano l’eroe popolano, ingrossava in Sicilia il suo esercito
improvvisato, Francesco II, cedendo alle istanze della Francia, accordò una
Costituzione ai suoi popoli. Gittava a mare i suoi diritti di sovrano assoluto,
sperando che, intanto, la barca dello Stato, alleggerita, sarebbe riuscita a
scampare dalla tempesta, ed egli poi avrebbe potuto a suo tempo ripescare quei
diritti da capo. Gli onesti, ma poco oculati uomini che il Re di Napoli scelse
da prima a reggere il governo durante cotesto esperimento costituzionale, non
potevano non vedere che non sarebbero mai stati in grado di condurlo a bene
senza l’aiuto ed il beneplacito del governo di Vittorio Emanuele. Cosicchè si
affrettarono a proporre patti di alleanza e di concordia, e spedirono a questo
fine Giovanni Manna a Torino.
Questi non doveva avere maggior successo in Torino di quello
che il conte Salmour, inviato dal conte Cavour pochi mesi prima della
spedizione di Garibaldi, avesse avuto a Napoli. E, in effetti, perchè il Manna
riuscisse, bisognava appunto che il conte Cavour desse prova di tanta poca
previdenza coll’accettare, quanto poca ne aveva mostrata il governo napolitano,
alcuni mesi prima, col rifiutare.
Il conte Cavour non poteva dubitare che, a qualunque patto,
una lega col Re di Napoli non sarebbe stata accettabile. Qual vantaggio avrebbe
potuto arrecare nel presente, e quale sicurezza nell’avvenire? Nel presente, il
governo di Napoli avrebbe avuto bisogno che gli si fosse corso in aiuto per
difenderlo da Garibaldi; nell’avvenire, i Borboni di Napoli, ritrovato vigore,
ma non messi a parte dei beneficî che l’indipendenza d’Italia guarentiva a
Vittorio Emanuele, si sarebbero di nuovo distaccati da questo, e raccostati
all’Austria. Il conte Cavour, oltre di ciò, aveva, a rifiutare l’alleanza, la
stessa ragione che l’Inghilterra portava alla Francia per non inframmettersi,
come n’era richiesta, tra Garibaldi e Francesco II. Inframmettendosi, si
diventava garante alle popolazioni napoletane delle promesse del loro Re; e chi
osa farsi garante d’una promessa tre volte fatta e tre volte negata?
Ma poniamo che il conte Cavour avesse trovato in questa
alleanza il solo vantaggio che gli si faceva presentire — di trovarsi con essa
in grado di vincere il partito più estremo e più avverso a lui e alla sua
politica in Italia — chi gli assicurava che questo vantaggio, se anche fosse
potuto continuare a parer tale dirimpetto all’unità italiana — si sarebbe
potuto raccogliere con un alleato che vacillava, e di cui nessuno avrebbe
potuto presumere che sarebbe vissuto? Il certo era che, accogliendo l’alleanza,
avrebbe alienato da sè i tre quarti dei liberali italiani, nè si sarebbe
conciliata nessuna amicizia valevole a compensare tanta perdita d’influenza e
tanto scapito di forza morale.
Se non che questo vantaggio stesso non c’era; giacchè il conte
Cavour, se non desidera che la spinta del partito rivoluzionario vada troppo in
là, e gli vinca la mano, sa d’altra parte quanto in un’impresa così difficile
come quella che dobbiamo menare a termine, sia necessario di non sciupare nè
dispregiare nessuna delle forze vive della nazione; e di queste non era certo,
nè è la minore, quella che l’idea d’Italia suscita spontaneamente e raccoglie
ora intorno al nome di Garibaldi nel seno delle popolazioni.
Ma se era evidente che l’alleanza napoletana s’avesse a
respingere, non era facile il modo; giacchè era molto caldamente raccomandata
dalla Francia, dalla Russia, dalla Prussia, nè all’Inghilterra spiaceva. Il
conte Cavour s’aveva a schermire da due scogli; l’uno dei quali lo faceva
naufragare per un verso, l’altro per un altro. Navigò tra i due con non minore
abilità di quello che facesse prima dello scoppiare dell’ultima guerra con
l’Austria. Alle Potenze diceva, che, quanto a sè, non respingeva in principio
l’alleanza; agli inviati napoletani rispondeva: Il vostro governo faccia prima
prova di poter essere; ed io mi risolverò poi se mi debba e mi possa
accompagnare con esso. Ed intanto, prima di venire a nessuna trattativa,
domandava che Napoli rinunciasse a riconquistare, in ogni caso, la Sicilia.
Così si consumarono i tre mesi circa che scorsero dalla presa
di Palermo al passaggio di Garibaldi sul continente napolitano. Il conte
Cavour, che non aveva da prima creduto alla possibilità del successo — come, di
certo, non vi si sarebbe potuto credere — cominciò a prestarvi fede dopo la
presa di Palermo, nella quale si vide tanta bravura e perizia da una parte, e
tanta vigliaccheria ed imperizia dall’altra. A lui, che non credeva sicuro di
allearsi col Re di Napoli, doveva parere molto più pericoloso che questi, senza
il sussidio del Piemonte, si rinfrancasse. Certo, se Giuseppe Garibaldi fosse
stato vinto, i Borboni avrebbero ripigliato forza; e questa forza sarebbe stata
tutta spesa contro il Piemonte, che accagionavano dei pericoli che avevano
corso, e contro cui tanto maggiore ira avrebbero avuto quanto più s’eran visti
prossimi ad una estrema rovina per opera sua. Il conte Cavour, nel tempo stesso
che respingeva accortamente l’alleanza napoletana, augurava un finale successo
a Garibaldi; lo aiutava sottomano; e non impediva che da ogni porto dello Stato
gli giungessero volontarî, ed in ogni città gli si raccogliesse danaro. Quando
a lui si faceva rimprovero dall’Inghilterra e dalla Francia, rispondeva: Come
volete che ai popoli italiani io vieti di correre in aiuto a’ loro concittadini
e consaguinei, quando voi non potete vietarlo ai popoli vostri?
Garibaldi passò lo stretto di Messina il 21 agosto, e non ebbe
che a combattere una sol volta a Reggio per giungere il 7 settembre in Napoli.
Percorse quelle province tra gli applausi delle popolazioni attonite; ed entrò
in Napoli solo con sette ufficiali, passando sotto i cannoni de’ castelli
custoditi da’ soldati di Francesco Borbone, i quali, a vederlo, pareva
dimenticassero essere egli il nemico d’un Re, che amavano, e gli presentavano
l’armi. E che amassero il Re, lo provarono alcuni giorni dopo, quando, inviati
a sgombrare i castelli, acconsentirono, ma a patto di essere lasciati
raggiungere l’esercito, al quale appartenevano.
Questi eventi parvero portare lo stampo di un’azione, più che
umana, divina. E lo portavano di fatto. Giuseppe Garibaldi appariva come un Dio
che scendesse a sciogliere un nodo, le cui fila non eran tutte intrecciate da
lui, e a precipitare una catastrofe che i fatti precedenti annunciavano
inevitabile, ma che però, senza di lui, avrebbe tardato di molto, e sarebbe
stata più intricata a produrre. E i fatti precedenti erano: il discredito e la
sfiducia del governo borbonico; la diffidenza, parte naturale, e parte
procurata, nell’esercito, tra gli ufficiali e i soldati; il sentimento unitario
penetrato nelle menti e ne’ cuori, e le preparazioni dei Comitati, che s’eran
già viste cagionare un effetto lor proprio nella insurrezione di Basilicata, e
avevan disciolto, colle dimissioni e colle diserzioni, l’esercito e la marina.
A queste preparazioni avevano preso parte non solo quelli che facevan capo a
Garibaldi, ma molti più altri che facevan capo al conte Cavour; il quale,
persuaso che il governo di Napoli non si potesse reggere, voleva cansare che la
sua rovina rischiasse di portare all’Italia maggior danno di quello che già
avesse potuto farle la sua perfidia vivace ed ostinata. Ora, il conte Cavour
credeva — nè aveva torto — che quando tutta l’Italia meridionale si
raccogliesse senza contrasto sotto l’autorità di Giuseppe Garibaldi, questi,
uomo di maggior fantasia che raziocinio, avrebbe potuto lasciarsi indurre a
disegni che ci avessero suscitato contro la Francia; e nel governo si sarebbe
fatto vincer la mano da persone che egli soleva prediligere, perchè disposte a
dipendere affatto da lui, ma le cui professioni politiche, o non erano
monarchiche, o eran tali da troppo poco tempo e con troppo poche prove per
esser credute, e i cui principî governativi ed amministrativi avrebbero potuto
sconvolgere ogni assetto sociale, ed alienare le classi conservative, dal cui
concorso era proceduto sinora l’andamento continuo e regolato del moto
italiano.
III.
Cotesto contrasto d’influenze, che potevano pretendere d’aver
concorso del pari allo stesso fine, aiutate l’una e l’altra dall’interna
rivoluzione, dallo scontento universale e dal desiderio comune di mutare stato,
fu la prima e vera cagione delle difficoltà, sperimentate di poi da tutti i
governi che si sono succeduti dal sette settembre in oggi, nel riordinare le
province napoletane, e ravviarle dallo scompiglio, in cui una così grande
convulsione aveva a gittarle e le gittò davvero.
Il conte Cavour tentò ogni modo, perchè la rovina della
monarchia Borbonica non desse le provincie d’Italia meridionale in balìa del
partito di cui Garibaldi si circondava; perchè in quella mutazione le forze
natie del paese prevalessero e precedessero, affinchè l’Europa non prendesse
appicco a sostenere, che quel moto prendesse vigore e principio al di fuori;
perchè, accadendo la mutazione, il partito costituzionale e monarchico, che,
come è più numeroso, se non meglio ordinato, in quella del mezzogiorno, avesse
diritto a reggere laggiù come regge quassù, affinchè tra le due parti d’Italia
non si introducesse un dissenso pericolosissimo; perchè, insomma, gli effetti
dell’impresa eroica del Garibaldi fossero tutti benefici, e la nave non
rischiasse di affondare quanto s’era così prossimi ad approdare.
Il conte Cavour non si dovette quetare all’idea della
dittatura del Garibaldi, se non quando la poca vivacità del paese, diminuita
dall’aspettazione di Garibaldi, che avrebbe, esso solo, con minore incomodo di
tutti, compiuto ogni cosa, e la nessuna speranza di condurre l’esercito
borbonico a qualche partito risoluto, concorde e italiano, l’ebbero persuaso
che e’ non c’era modo di venire a capo della dinastia borbonica in Napoli,
diverso da quello in cui vi s’era riuscito in Sicilia. Il ministro di Vittorio
Emanuele, uomo tenace e flessibile, piegò adunque, aspettando e spiando una
migliore occasione di rimettere nelle mani del governo il freno e l’indirizzo
del moto italiano.
Era un’ambiziosa voglia o un acuto discernimento quello che
moveva il conte di Cavour a mettersi in grado di frenare da un lato, mentre
agevolava dall’altro, i disegni del Garibaldi? Quanto a me credo, che egli non
fosse mosso se non da un giusto giudizio delle condizioni d’Italia e di Europa,
e delle qualità come de’ difetti del miracoloso capitano, che da Marsala aveva
condotto i suoi militi volontarî sino alle rive del Volturno.
Giuseppe Garibaldi è uomo in cui l’audacia dell’intraprendere
è pari alla fermezza nel proseguire. Un solo fine ebbe da giovanissimo
nell’anima: il riscatto d’Italia e il restauro dell’antica gloria del valore
italiano. A questa pensava, non curando la varietà dei mezzi e la diversità de’
luoghi, nella malaugurata impresa di Savoia il 34, come nell’impresa di Sicilia
il 60. Le bandiere, ne’ due casi, eran diverse; ma l’aura che le moveva, era
una sola. Quando da Nizza andò, fuggiasco, in Marsiglia, quando da Tunisi, non
satisfatto di sè nè d’altrui, partì solo per l’America del mezzogiorno, quando
tornò nel 1848 in Piemonte, una sola idea aveva a guida dei passi suoi, una
sicura fiducia che la libertà avesse a rinascere nel mondo, e la nazione in
Italia. Non disperò mai: non a Gualeguey, incarcerato e preso da’ repubblicani
egli difensore d’una repubblica nascente; non a Bajada tra gli scherni ed i
tormenti; non a Laguna, chiuso e poi assalito dalla flotta brasiliana, e
costretto a tentare l’ultima difesa di sè e de’ suoi, e d’una donna, sposata
pure allora tra’ cimenti di quelle battaglie, col bruciar la sua nave egli
stesso; non a Goya, nel Paranà, quando con tre legni sdrusciti attaccò la
flotta di Rosas, e vinto e distrutto, si aperse con pochi il passo a Montevideo
attraverso l’esercito nemico; non a Salto, dove con pochi Italiani respinse,
giubilando, quell’esercito stesso; non a Luvino, nel 1848, non a Roma nel 1849,
non a Ravenna; egli solo ed inseguito, accanto al letto della sua Anita
morente; non a Varese, nel 1859, non a Calatafimi, non a Milazzo, non al
Volturno nel 1860, egli a capo di piccola schiera contro nemici numerosi e
potenti.
La giustizia del fine che gli brilla davanti, gli riscalda
l’animo, e lo persuade, che a un fine, sentito giusto da lui e da tutti, ogni
mezzo debba essere proporzionato, quando la pervicacia del volere, in chi ha a
servirsene, non manchi. Nel suo cuore ogni querela di popolo trova eco; nessuna
discolpa di governo trova adito. Ogni arte gli pare perfidia; ogni riposo
viltà; ogni temperamento bassezza. Egli non intende che per arrivare a un punto
ci sia altra via da quella che ci mena in diritta linea; il girarvi attorno è
una abbietta stoltezza per lui. Quello che nell’uomo di Stato è un concetto
politico, in lui è un istinto. Non ragiona il suo desiderio; lo sente. Questo
carattere ha comune col popolo; e una comunanza così intima, appunto, gli fa
esercitare sulla fantasia popolare un fascino così potente. Egli intende il
popolo, come e quanto ne è inteso; perchè in lui il sentimento che agita quello
resta tale, e non si tramuta o s’eleva in idea; acquista maggior efficacia e
forza perchè si aduna nel foco del suo animo, ma non piglia forme, sotto le
quali alle immaginazioni volgari non sia più facile o possibile di raffigurarlo
e seguirlo. Perciò, egli a gran parte del popolo italiano — e sopratutto alla
più ardente e fantastica — appare come una incarnazione dell’Italia risorta.
Coteste qualità rendono il Garibaldi così adatto a suscitare
uno spontaneo moto di popolo, come disadatto a reggerlo. Non trova nella
moltitudine che lo spinge e con cui si confonde di volere e di sentimenti,
quantunque tutta l’oltrepassi del capo, quel freno che non trova in sè. I suoi
concetti diventano smisurati; e tra i mezzi preparati e gli effetti voluti,
quando fosse lasciato a sè, non solo non cerca, ma sdegna ogni proporzione.
L’audacia dà all’eroe un fascino magico, che il successo accresce. La riuscita
par prova d’un intuito che vola dove il calcolo non arriva. Egli stesso se ne
persuade, e nei suoi desideri s’infiamma. La sua frase, rotta e rapida,
s’attaglia a percezioni nette e repentine, com’è disuguale a’ ragionamenti. Il
suo pensiero come il suo discorso, non isgorgano da una fonte che scorra di
continuo, ma che ribolla, e spicci ad intervalli. Come accade, la sua frase
l’innamora, e finisce col tenergli luogo d’ogni più lungo raziocinio; questo si
ha tutto a disperdere e dileguare avanti al vigore di quella.
Un uomo, in cui la forza della fantasia sovrabbonda, e il
potere dell’influenza della propria persona soverchia, non può non avere
qualche briciolo di vanità e qualche stimolo d’ambizione. Avanti a Vittorio
Emanuele, che egli ama, ha tenuto nella sala del trono il cappello sul capo; e
l’abito rosso e bigio, semplice e sdruscito, non prova che si disdegni un abito
a galloni d’oro solo perchè troppo ricco. Il comandare gli piace; e non solo
su’ campi di battaglia, dove nessuno gliene contende l’abilità, ma nei governi,
dove nessuno gliela concede. Il comando non l’intende se non assoluto, come
solo può chi non usa, ragionando, cercare le varie difficoltà d’un partito, ma
lo piglia e vi s’ostina, perchè il cuore e l’immaginativa glielo hanno scelto.
Perciò, non solo ama essere egli il dittatore, nè, governando, saprebbe essere
altro: ma ha sognato parecchie volte che gli Italiani avrebbero senz’altro a
dare a Vittorio Emanuele la dittatura, se vogliono venir a capo della loro
impresa.
L’animo suo, come d’uno in cui il sentire e il culto di una
idea prevalgono, è così leale e fido nelle promesse e negl’impegni, nobile e
generoso ne’ propositi, dimentico di sè, e sdegnoso di privati vantaggi, come
facile all’impressioni e all’affetto. E perchè è lento al discernere, predilige
quegli i quali non lo turbano nelle sue inclinazioni e nei suoi amori
instintivi, senza fermarsi a giudicare perchè e come gli si mostrino amici.
Poichè il fine ch’egli si propone, gli sta davanti, piuttosto come un ansioso
bisogno, che come una idea distinta, chi gli discute la sua condotta, chi gli
censura o gli misura i passi, chi lo consiglia contro il segreto o palese suo
proposito, gli esce agevolmente dall’animo. Può ancora stimarlo ed amarlo; ma
quasi a malincuore. Perciò, risica di non ascoltare lungamente i migliori, e si
lascia facilmente aggirare. Però, i migliori possono su di lui, e tanto più
possono, quanto più lo contrastano. La contraddizione lo ferma, perchè lo
perturba. Si ravvede, perchè dubita; o perchè la luce della sua mente, se non è
estesa, ed intensa, e sforzata a raccogliersi, gli lascia vedere chiaro in un
attimo. I raziocinî altrui, de’ quali non si sa strigare, non s’imprimono già
molto fortemente sul suo animo, cosicchè di lì a poco non torni di dove s’era
lasciato rimuovere; ma gli scompigliano il suo disegno, che ha tutto davanti al
cuore piuttosto che non davanti alla mente.
La ragione per cui non è uomo di Stato com’è guerriero, è
facile a vedere. Non sa distinguere quali sieno i mezzi che dilungherebbero dal
fine voluto, anzi che servire a raccostarvisi; nè sa, nè vuole cercare se tra
tutti quegli i quali gli s’offrono a compagni, non ce ne sia parecchi, i quali
per via o al termine gli sarebbero piuttosto d’impedimento che non d’aiuto.
Vittorio Emanuele, egli di certo, lo vuole perchè lo ama; la monarchia vuole
anche, perchè sente che senza essa l’unità italiana andrebbe in dileguo; ma non
vede, che, con la guida e con la compagnia, che talvolta accetta, si troverebbe
avviato per un cammino in fin del quale nè Vittorio Emanuele, nè la monarchia
sarebbero più possibili, ed egli avrebbe a spezzar la sua spada, affranto di
dolore, e sciupata ogni sua speranza.
Il Garibaldi, giunto così improvvisamente e con una facilità
così maravigliosa in Napoli, non vedeva, egli e i suoi, confine a’ suoi
successi. Senza preoccuparsi se i Francesi in Roma gli avrebbero o no
resistito, egli pensava che, sgominati quei resti di esercito borbonico, che
sarebbero rimasti saldi attorno Capua, sinchè egli non ci fosse arrivato,
avrebbe, senza pausa nessuna, marciato su Roma; e liberate le Marche e
l’Umbria, e, col concorso dell’esercito italiano, ghermita all’Austria la
Venezia, avrebbe in Roma coronato Vittorio Emanuele a Re d’Italia. Di cotesto
magnifico dramma il protagonista sarebbe rimasto lui, perchè libero da ogni
impegno diplomatico, e non legato a nessuna apparenza di vecchi diritti, non
avrebbe avuto ritegno di sorta nell’ordirne e colorirne la tela. Ma perchè
questo gli si fosse lasciato fare, bisognava che il Re si levasse d’intorno
quegli i quali l’avrebbero consigliato a non tenersi pago alla parte che gli si
sarebbe fatta recitare nell’intervallo, parte alla quale la sua natura schietta
e guerriera già ripugnava tanto di per se stessa. Il Garibaldi, convinto di
ciò, mosso da’ suoi rancori contro il conte Cavour, e sobillato da parecchi di
parte repubblicana che gli s’erano messi attorno, ed accettando il suo grido di
«Italia e Vittorio Emanuele» gli erano entrati in fede, voleva giovarsi della
posizione che gli dava rispetto al Re la fortunata riuscita dell’impresa di
Napoli e di Sicilia per forzarlo, o, se la parola paresse irriverente, per
persuaderlo a mutare di Ministero.
Il ministero aveva raccolto un immenso voto di fiducia
dall’assemblea de’ deputati, quando questa, prima di essere prorogata, aveva,
con una deliberazione pressochè unanime, il 29 giugno, votato un prestito di
150 milioni. Se contro il voto della maggioranza grandissima de’ deputati, il
Re, alla voce d’un capitano, benemerito certo ed illustre, ma pur cittadino,
avesse licenziati i suoi ministri, la Costituzione sarebbe andata in un fascio,
ed ogni norma di legge e di diritto si sarebbe smarrita in cotesto moto
italiano; e noi quindi ci saremmo trovati per una via, in cui avremmo indugiato
poco a raccogliere i sospetti e l’inimicizia di tutta l’Europa, ed a cascare in
un precipizio.
Il conte Cavour, prima che Giuseppe Garibaldi passasse nel
regno, previde i dissapori che sarebbero potuti nascere, giacchè non avevano
che a germogliare, tra lui e quello che sarebbe stato dittatore delle due
Sicilie 31. Dubitò che egli
avrebbe provvisto meglio alla salvezza e al trionfo dell’indirizzo politico;
ch’egli continuava a tenere il solo efficace, quando avesse ceduto il posto ad
altri che avessero più agevolmente potuto condurre il Garibaldi a migliori
consigli. Quindi, offrì al Re la dimissione sua e quella di tutti i suoi
colleghi. Ma il Re, con un giudizio giustissimo e un tatto squisito, non
credette che sarebbe stato di buono effetto morale e politico l’accettare la
rinuncia d’un ministero, nell’intervallo di una sessione, e senza che nessun
voto dell’assemblea intervenisse a provare, che la maggioranza de’
rappresentanti della nazione fosse venuta in opinione che in altre mani stesse
meglio il governo.
Quando, dopo pochi giorni della sua dimora in Napoli, il
Garibaldi credette bene d’annunciare con una lettera pubblicata il suo malanimo
contro il ministro; e con missioni più o meno segrete e palesi, ebbe fatta
esplicita richiesta al Principe di licenziare i suoi consiglieri, il conte
Cavour non avrebbe più potuto retrocedere «senza recare», com’egli, stesso
diceva nella tornata dell’11 ottobre, «al sistema costituzionale una grave,
anzi una mortale ferita».
Fra’ beneficî dei quali l’Italia va debitrice a cotesto uomo
di Stato, non parrà ultimo la fermezza di cui egli dette segno allora; nè tra
le prove che si possono addurre della resoluta efficacia del suo carattere e
della lucidezza della sua mente, sarà reputata la più debole quella che si può
raccogliere da’ fatti che seguirono.
Egli intese, che restare al timone non si poteva senza
coraggio; ma che il coraggio, però, di per sè solo non sarebbe bastato a
rimanerci. Quando il Garibaldi aveva potuto fare una simile domanda al
Principe, il rifiuto di acconsentirgli era, di certo, indizio che non s’era
persa ogni forza; se non che l’essere stata fatta, d’altra parte, bastava di
per sè solo a mostrare, che l’autorità morale del governo e del partito
nazionale e legale ch’esso rappresentava, era pressochè spenta.
Per ristorarla, non c’era che un modo: mostrarsi adatto a
compiere i fini nazionali meglio di quello che Garibaldi non fosse. E cotesti
fini non potevano oramai essere che uno solo; l’unità Italiana. Se alla parte
politica, che si raccoglieva intorno al Garibaldi e s’ammantava del suo nome —
mettiamo che la sarebbe potuta riuscire, e non avrebbe, per contrario, rovinato
in fine ogni cosa — si fosse lasciato compiere da sè sola la liberazione del
napoletano, delle Marche e dell’Umbria, che autorità sarebbe rimasta al governo
di un Re, di cui alla risurrezione italiana non si sarebbe adoperato che il
nome?
Ma c’eran danni anche maggiori. La fortuna s’era sin allora
mostrata così costante amica al Dittatore che si sarebbe dovuto supporre in lui
una prudenza meglio che umana, per contenersi dal proseguire ad usurparne con
troppa violenza i favori. Avrebbe continuato il suo cammino su Roma. Ma a
questo patto l’imperatore francese, se anche avesse voluto allontanare le sue
schiere da Roma, non avrebbe più potuto farlo senza vigliaccheria; e la Francia
sarebbe dovuta diventarci risolutamente nemica.
Le Potenze d’Europa, le meno benevole al Piemonte, non vedendo
nè da chi, nè come il Garibaldi si potesse fermare, temevano che dall’indirizzo
ch’egli seguiva, dovesse resultare ben più che il proseguimento della rivoluzione
italiana; le parti conservatrici in ogni Stato entravano in sospetto, che,
innalzati e sollevati gli spiriti delle parti rivoluzionarie, ogni libertà ed
ogni progresso s’avesse da capo come nel 1848, a soffocare e sopprimere nel
sangue. Ogni cosa, a quel punto, pareva che avanti a Garibaldi si dissipasse;
l’unità italiana, compiuta coi mezzi d’un governo ordinato e legale, apparve,
per un momento, a’ governi che ci amicavano come a quelli che c’inimicavano, un
rifugio ed una salvezza.
S’aveva ad osare; e il conte Cavour non lascia sfuggir mai il
momento propizio all’ardire. «Se io non arrivo a’ confini del napoletano, prima
che le schiere dei volontarî ci arrivano, il governo è perso», egli diceva a’
diplomatici; e questi, la più parte, si stringevano nelle spalle, e speravano,
credo, timorosi di peggio, nel segreto del loro animo, che trovasse modo a
salvarlo.
L’11 settembre, quattro giorni dopo l’entrata di Garibaldi in
Napoli, il conte Cavour consigliò il Re che ricevesse una deputazione che
veniva dalle Marche e dall’Umbria ad esporre a quali mali quelle popolazioni
fossero esposte dall’ira disordinata dei mercenari raccogliticci dell’esercito
pontificio; e pubblicasse un proclama, in cui, annunciando d’accettarne la
tutela, comandava al suo esercito di valicare i confini, a fine «di restaurare
l’ordine civile nelle desolate città, e di dare a’ popoli la libertà di
esprimere i proprî voti».
L’audacia era grande, e la Francia mostrò di riprovarla, ritirando
da Torino il suo ambasciatore. Sola l’Inghilterra assentì. Se non che non
c’era, a quel punto, prudenza che nell’essere audaci: il Conte previde, che
nelle Potenze o avverse o freddamente amiche lo sbalordimento sarebbe stato più
grande che l’ira; e però non si sarebbe venuto, da nessuna parte, ai fatti
d’impedire con altre armi il progresso dell’armi italiane negli Stati del Papa.
Un appiglio diplomatico all’invasione trovò nell’esercito
Pontificio, composto della peggior feccia d’Europa, che il Papa aveva raccolta
a tutela sua e a danno dei popoli; ed in un memorandum, presentato a
tutti i governi di Europa, chiarì quali interessi nazionali e legittimi
necessitassero quell’apparente violazione di diritto; e come a tutti gli Stati
monarchici dovesse importare e piacere, che quegl’interessi fossero soddisfatti
piuttosto coi mezzi ordinati dal governo regio, che non con le forze
scompigliate e scompigliatrici della rivoluzione.
Come i fatti rispondessero a’ desideri, non serve qui il dire.
La battaglia di Castelfidardo e la presa d’Ancona aumentarono l’ardore e la
riputazione dell’esercito e restaurarono il credito del governo. Ma non s’era a
termine dell’impresa; restava il regno Napoletano, nel quale bisognava, che,
senza guerra civile, la crisi si risolvesse.
Nell’intervallo di tempo che scorse dall’11 settembre al 29,
giorno nel quale Ancona cedette, le cose nel Regno s’erano ingarbugliate di
molto. La facilità di liberarlo da’ Borboni era parsa a principio grandissima;
da Reggio a Capua era bastato a Garibaldi marciare. Tutto fuggiva davanti a lui
e gli applaudiva d’intorno, ma intanto ogni ordine di amministrazione si
scompigliava: il governo, fra le opposte voglie che lo dilaniavano, non
riusciva a costituirsi: e l’indirizzo di quegli i quali parevano avervi più
influenza, si mostrava palesemente avverso all’indirizzo seguito dal ministero
nell’Alta Italia. D’altra parte, Francesco II aveva raccapezzato un esercito
sul Volturno, intorno a cui si accozzavano i soldati, molto improvvidamente
lasciati liberi di tornare a casa. I volontarî, valorosissimi sul campo di
battaglia, non erano in grado di espugnare le due fortezze di Capua e di Gaeta,
sulle quali quell’esercito si appoggiava; cosicchè la lotta, al contrario di
ciò che era parso dapprima, mostrava voler essere lunga e ostinata. Il 2
ottobre, tutta l’estrema bravura dei volontarî e del lor capitano non era stata
soverchia a contenere l’impeto de’ Borbonici che tentarono di rompere le file e
di marciar sopra Napoli. A notte tarda, ottocento bersaglieri, i quali erano a
guardia della darsena a Napoli, furon chiamati a raggiungere attorno Capua
l’esercito dei volontarî: il generale Garibaldi non gli credeva superflui ad
assicurar la vittoria e diminuire l’ansia del dimani.
Come la portentosa e facile riuscita d’una impresa così
sproporzionata, quale era stata quella tentata dal Garibaldi, aveva resa
necessaria all’interno e possibile davanti alla diplomazia europea l’entrata
dell’esercito regio nell’Umbria e nelle Marche, così la condizione interna delle
province napoletane, e il ringagliardimento inaspettato della parte Borbonica
fecero accogliere con minor ripugnanza alla parte politica, che circondava
Garibaldi, l’entrata di quello stesso esercito vittorioso nelle province
napoletane. Dico con minor ripugnanza, ma non volentieri; giacchè ogni cosa
provò, che, se il Garibaldi non fosse stato, parecchi degli uomini, i quali
volevan prevalere sul di lui animo e pretendevano dirigerlo, avrebbero, di
certo, impedito per ogni via, che l’esercito e il governo del Re venissero a
risolvere una quistione, che un esercito e un governo, rivoluzionarî, avevano
creduto di poter disciogliere essi.
L’affetto del Garibaldi al Re, la rettitudine del suo animo,
che non gli lasciava vedere senza sgomento la possibilità che i nemici comuni
ridessero dei nostri dissidî, la condizione delle province napoletane, la sua
stessa posizione avanti Capua, gli fecero desiderare ed annunciare con gioia la
venuta del suo Re, e dei soldati che lo seguivano.
Questo nuovo passo il conte Cavour credette averlo a fare con
maggiore solennità, che non era parso necessario per la invasione delle Marche
e dell’Umbria. Perchè l’autorità del suo governo si rinfrancasse, convocò il
Parlamento il 2 ottobre: e volle che giudicasse quale era stata la condotta
sua, e deliberasse su quella ch’egli si proponeva di tenere.
Il suo proposito era chiaro e determinato. Egli non voleva,
che, per poco tempo o per molto, si costituisse nell’Italia meridionale un
governo che, sotto nome di Vittorio Emanuele, potesse operare da sè, e fuori
d’ogni influenza del governo centrale e del Parlamento comune dell’altre
province italiane: nè sopratutto, voleva, che questo governo venisse o restasse
alle mani di persone, le quali o non professassero principî monarchici, ovvero,
professandoli o credendo di professarli, compromettessero in tentativi
soverchiamente temerari o in prove d’amministrazione, già dannate
dall’esperienza dei popoli, la reputazione degli Italiani e il successo della
loro liberazione.
L’assemblea s’associò alla sua politica; e l’11 ottobre fu
votata una legge per la quale il governo era autorizzato «ad accettare e
stabilire per reali decreti l’annessione allo Stato di quelle province
dell’Italia centrale e meridionale, nelle quali si manifesti liberamente, per
suffragio diretto universale, la volontà delle popolazioni di far parte
integrante della nostra monarchia Costituzionale».
Il 9 ottobre Re Vittorio Emanuele era già entrato nel
Napoletano, annunciando all’Europa, che egli intendeva di assumere con mano
ferma la direzione del moto nazionale, del quale era responsabile lui; e alle
popolazioni napoletane, che veniva tra loro a raffermare l’ordine, far
rispettare la volontà loro, e dar loro modo di manifestarla liberamente; veniva
per iscongiurare il pericolo, che, all’ombra di una gloriosa popolarità, di una
probità antica, tentasse di riannodarsi una fazione pronta a sacrificare il
vicino trionfo nazionale alle chimere del suo ambizioso fanatismo.
Il voto presunto del Parlamento, e l’entrata prossima di
Vittorio Emanuele risolsero il governo napoletano. Lunghi erano stati i suoi
dubbi e i suoi interni dissensi; e c’importa di chiarirli con alcune poche
parole, perchè si intenda non solo da quali cagioni quei dissidî nascessero, ma
anche quali intoppi il conte Cavour si dovesse aspettare o trovare nel governo
delle province meridionali d’Italia.
Vi è presso di noi non un partito, davvero, ma un’accozzaglia
di varî e diversi residui di vecchi partiti, sia pullulati prima che in Italia
ci fosse una tribuna parlamentare, sia durante i dieci anni di vita del
Parlamento Subalpino; la quale non è tenuta insieme da altro vincolo, che dalla
comune ripugnanza a vedere il conte Cavour ministro del Governo e capo del moto
italiano. In alcuni di quegli i quali fanno parte di cotesta miscela di uomini
e di pareri, l’ira contro la persona serve di fomite e di ragione all’ira
contro l’indirizzo politico che la persona rappresenta; in altri, viceversa, è
il concetto politico diverso, che ha fatto venire in astio il propugnatore più
valido di un sistema che non si vorrebbe. Accade il primo caso in coloro che
sono stati sbalzati dalle lotte parlamentari in cotesta unione; il secondo in
coloro che vi sono stati gittati dagli oscuri intrighi e da’ passionati e
confusi disegni delle sètte. Nè con questo io voglio dire che il conte Cavour
non faccia nulla per meritarsi gli sdegni di alcuni; o che non si possa
intender le cose in una maniera diversa dalla sua. Spiego soltanto un fatto, e
ne noto i caratteri.
Giuseppe Garibaldi non appartiene nè agli uni nè agli altri,
perchè lascia gli uni e gli altri troppo dietro di sè. Ma l’indole del suo
animo così opposto, e la cessione di Nizza ne avevan fatto e ne fanno molto
naturalmente un inimico non meramente politico, ma a volta personale del Conte.
Egli si trovò, dunque, a servire, quasi all’insaputa sua, di centro a tutti
cotesti altri nemici, dei quali la più parte non avevan di comune con lui che
un dissenso, un dispetto od un disgusto. Disperati di potere scavalcare il
Conte coi mezzi legali delle elezioni e dell’assemblea, dove non il pugno, ma
il riso del loro avversario basta a schiacciarli, credettero di aver trovato
nell’Italia meridionale un luogo adatto ed una leva sufficiente a scalzarlo. E
ci si misero. Ma da soli non potevano. Se nell’Italia del mezzogiorno il nome
del capitano risonava di più che non quello del ministro, giacchè in effetti
quegli era stato, più che non questi, l’autore della trasformazione politica
che vi era accaduta: cotesta maggiore popolarità non bastava di per sè sola a
dar credito a’ nemici dell’uomo, in cui la coscienza pubblica riconosceva il
felice autore d’una politica, da cui era resultata l’alleanza con la Francia, e
con questa, la possibilità d’ogni altro mutamento avvenuto in Italia. Se non che
in un paese, il quale aveva vissuto con una monarchia autonoma otto secoli, non
poteva mancare un partito municipale; come, d’altra parte, la dinastia che ne
era stata scacciata, non poteva non avervi lasciate alcune radici, e molti
aderenti. Coloro, i quali avevano a disegno di servirsi delle forze morali
raggruzzolatesi nell’Italia meridionale, per dissolvere le forze legali che
reggevano nell’alta Italia il governo del Conte, trovavano, adunque, un
naturale sussidio in cotesto partito municipale e nel Borbonico. Oltre di che,
una buona parte di quegli avevano co’ municipali e co’ Borbonici un punto
comune e questo era l’odio al Piemonte, la cui prevalenza nel presente moto era
impossibile a negare come a cancellare; ora, di questa prevalenza avrebbero del
pari fatto lor pro per infiammare la suscettibilità degli spiriti nel
Napoletano, torcendo a male, ed invelenendo ciaschedun resultato dell’unione, a
fine di farla parere una servitù ed una conquista.
Questi partiti, così concordanti, provarono ogni mezzo, prima
per impedire che l’annessione si facesse, poi perchè si facesse in modo, che
restassero al governo italiano legate le mani e tolta l’Italia in maniera
conforme, e con le stesse norme di legalità costituzionale e di libertà
ordinata. E avrebbero vinto, se il Garibaldi, il quale non è incerto e non si
lascia sviare, se non sino a quando non si veda contrapposto un disegno che
chiaramente contrasti col suo, non avesse inteso che ogni qualunque condizione,
apposta all’unione, sarebbe stata un impedimento a venirne effettivamente a
capo: e non si fosse, nella lealtà del suo animo, persuaso che poichè il
Parlamento avrebbe di certo votato che l’annessione s’avesse ad accogliere
senza condizione, una risoluzione contraria del governo Napoletano avrebbe senza
riparo scissa e lacerata l’Italia; e poichè Vittorio Emanuele s’apparecchiava a
entrare nel Regno, e’ non si poteva tardare a lasciare esprimere a’ regnicoli
la volontà loro, non si poteva più, a proclamare il Re, aspettare che fosse in
Roma il Dittatore.
I popoli del Napoletano e del Siciliano furono, dunque,
chiamati l’8 ottobre a votare il 21 per l’Italia una ed indivisibile
— due parole lasciate nella formola, a memoria, consolazione ed indizio dei
partiti ripugnanti al plebiscito, le quali dovevano loro servire e servirono a
contrastarne gli effetti poi. — Un decreto che il prodittatore di Sicilia aveva
promulgato, il 5, per la convocazione di un’assemblea ordinata a preparare
il voto del popolo, rimase vuoto di effetto. Cotesti due decreti, raffrontati
insieme, indicano in quale indirizzo era trascinato il Dittatore dagli amici
suoi; e quale poi fosse quello, in cui la calma e potente iniziativa del Conte
l’inducesse a mettersi. Il Cavour e il Garibaldi provarono, quella volta, come,
uniti da uno stesso fine, sanno servirsi a vicenda, appunto perchè restano
avversarî, nè l’uno cede all’altro. Se il conte Cavour si fosse arrestato
avanti alla baldanza popolana del Garibaldi, avrebbe perso lui e l’Italia.
IV.
Così, mercè l’abile e coraggiosa politica del Conte, ogni
pericolo di audacie soverchie e di contrasti di governo, cessò nell’Italia
meridionale. Vittorio Emanuele, come faceva già di nome, cominciò a regnare di
fatto da Susa a capo Peloro.
Quegli i quali avevano a reggere, più o meno immediatamente,
così largo tratto di paese, non trovavano opera molto facile a compiere.
L’Italia meridionale era scompigliata tutta. I vincoli dell’amministrazione che
legavano le province alla capitale disciolti. La smania di profittare a
beneficio proprio del disordine pubblico, suscitata ed eccitata in tutti. In
ogni comune, venuti su tiranneggiando, sotto le forme di sindaco, o di
capitano, i più audaci od i più ladri. I governatori, lasciati a se medesimi,
e, — per le solite ubbie dei rivoluzionarî, i quali credono, che la forza sia
nel non aver freni —, forniti di poteri illimitati, avevano sciolte le
magistrature, e nominati magistrati nuovi, ed introdotte persone che aderissero
a loro, o che fossero riputate di sentimenti italiani in ogni amministrazione,
scacciando chi ci era prima. Nè si vuol fare loro rimprovero di ciò; sprovvisti
di forze, avevan pure a cercarne una nelle aderenze e nei favori; e d’altra
parte, la riputazione degli impiegati borbonici era tale, che il molto maggior
numero non si credeva potesse essere rispettato. Il governo napoletano
centrale, il cui potere era illimitato come quello de’ governatori, nominava
ancor esso a que’ posti che nelle provincie credeva che vacassero o che
potessero vacare; nè dimetteva sempre chi già n’era in possesso; cosicchè in
molti casi era accaduto, che parecchi affacciassero eguali diritti di usufruire
un salario, che si pagava, per amor di pace, a tutti, esentandoli, a un tempo,
tutti dal compierne gli uffici. In questo garbuglio, ogni funzione pubblica era
stata interrotta od intermessa; i tribunali chiusi o silenziosi; la sicurezza
pubblica svanita; la violenza, sotto nome di amor patrio, impunita: gli onesti
cittadini — quegli i quali domandano al governo la tutela della lor vita, e la
facoltà di attendere alle loro faccende — sbalorditi e paurosi.
A questo scompiglio s’aggiungeva la inimicizia di una gran
parte del clero, nel quale non tutti erano nemici d’Italia e di libertà, ma
tutti temevano gli effetti dei principî che s’annunciavano con la confisca
delle mense vescovili e in alcuni discorsi, non prudenti, del Dittatore. Le
plebi — sopra le quali, quanto più ignoranti, tanto maggiore influenza
esercitano i preti — insospettite, sopratutto nelle campagne, dove la magìa del
nome di Garibaldi non era giunta.
Le finanze esaurite. In Sicilia, aumentati gli oneri del
bilancio, n’erano stati diminuiti, per ingraziarsi le plebi, più della metà i
proventi. In Napoli non s’era davvero fatto altrettanto; ma le entrate, d’altra
parte, erano diventate affatto disuguali agli esiti. Il sale s’era venduto per
un pezzo, come se privativa non ci fosse stata mai. Le dogane, parte per il
contrabbando aumentato e le tariffe diminuite, parte per lo scompiglio
insinuatosi negli uffici, poco meno che ridotte a nulla. Le spese, oramai, per
dirlo in una parola, riuscivano sette volte maggiori che non gli introiti; dei
quali rimaneva intatta sola la fondiaria, che i proprietari, per l’antica
abitudine, non tralasciavano di pagare. Il governo del Re, insomma, non ritrovava
nel tesoro che 109.204 ducati; ed aveva in breve tempo a saldare l’enorme
arretrato del governo della dittatura, a pagare il semestre di rendita
napoletana, a far fronte a’ salari moltiplicati, a dare i compensi promessi, e,
per sopraggiunta, a fornire di sei mesi di soldo anticipati tutti i soldati e
gli ufficiali dell’esercito meridionale, che si volle dissolvere.
Ma il maggior male era nelle capitali stesse; in queste tutti
i malumori, diffusi per le provincie, prorompevano. Lì, la massa dei petenti
gorgogliava: lì, le voglie indecenti si nascondevano a vicenda per esser
troppe; lì, chi temeva di perdere e chi voleva acquistare — ed eran tutti —
s’affollava e s’urtava. In questa miscela di interessi, di voglie, di smanie, i
partiti gavazzavano e lavoravano. Ed i partiti eran tutti nemici; giacchè si
componevano o di gente nemica a monarchia, e sopratutto al ministero che
risedeva a Torino, ovvero di gente nemica a Casa Savoia e ripugnante all’unità
italiana. In Napoli poi, i partiti trovavano il loro maggiore sussidio in una
genìa violenta e procacciante, a cui su’ principî del governo costituzionale di
Francesco II era stata data la polizia nelle mani; e che adoperava l’influenza
e il potere che gliene veniva, a commettere quei delitti che avrebbe dovuto
sorvegliare; esigeva a suo profitto i dazi, tiranneggiava i venditori; e teneva
più alto che le leggi naturali del commercio non richiedessero, il prezzo delle
derrate. Questa genìa, numerosa ed organizzata fortemente, aveva cooperato a
gittar giù il governo Borbonico, dalla cui polizia era frenata e vessata; ma
temeva la venuta d’ogni qualunque regolare governo, giacchè da nessuno
presumeva potersi aspettare indulgenza.
Il governo del Re aveva a intendere questa natura di cose; e
prendere un sistema sicuro e certo per venire a capo di stabilirsi. Aveva
difficoltà sue proprie. In quel subbuglio scompigliato, il nome del Garibaldi,
la cui purezza e lealtà d’animo non era quistionata mai, e i cui meriti verso
le provincie meridionali non si potevano esagerare, era il solo che avesse
potenza e raccogliesse attorno a sè credito e forza. Ora, al governo del Re il
Garibaldi non era benevolo, e l’ostilità sua si riconobbe alle inattese e non
concesse richieste, e alla subitanea partenza; al che s’aggiungeva, che il
nuovo governo aveva necessariamente a trovarsi combattuto da tutti i municipali
di qualunque sfumatura fossero, da tutti i repubblicani, e da tutti quelli, che
un governo ha inimici, perchè nel governo hanno freno.
A cotesta opera difficilissima, che gli era commessa, il
governo del Re davvero si mise con molto maggiore precipitazione che consiglio.
Vi ha, del resto, una impazienza naturale nella mente del conte Cavour; per la
quale è disposto o a negligere o a disprezzare le complicazioni interne, persuadendosi
d’averle a risolvere col volarci di sopra piuttosto che col farcisi incontro.
Curando poco come e da chi si governasse nelle provincie napoletane, nè
sperando che i mali che vi erano, si potessero con successo curare con una
diligenza assidua e minuta, presuppose, che nello sviluppo successivo e felice
della rigenerazione italiana s’avesse solo a fidare per venirne a capo.
Così, non si schivò di aumentare a principio i semi di
disordine che già erano troppi. Era, di certo, necessario che l’esercito
meridionale si sciogliesse: giacchè per la natura di quelli che lo componevano
e la qualità della sua organizzazione, non c’era modo, che stesse insieme. Ma
era, di certo, imprudentissimo di scioglierlo nelle stesse provincie
meridionali, nelle quali i tenaci dispetti di volontarî, che si presumevano
offesi nei loro diritti e nei loro amori, si sarebbero aggiunti a’ malumori
d’ogni sorta che pullulavano da ogni parte. Nè bastò. Alla dissoluzione
dell’esercito meridionale si aggiunse quella del Borbonico, già principiata dal
Garibaldi, e continuata poi a mano a mano con peggiore successo: giacchè anche
questi soldati avevano i loro dispetti non meno tenaci, i loro affetti non meno
contrastati.
Contro a tanti nemici, che trovava e che creava, il governo
non aveva che un amico; ma questo non si sarebbe fatto vivo ed efficace, se non
quando il governo si fosse mostrato in grado e volonteroso di stendergli la
mano, e di non ritirargliela. Amica non gli poteva essere se non tutta la parte
del paese, che, estranea a tutte le cocenti ire e le accanite battaglie de’
partiti, voleva bensì l’unità d’Italia, ma la voleva sopratutto come mezzo e
speranza di più sicura giustizia, di prosperità maggiore, di moralità più
severa. Questa parte voleva l’unificazione effettiva del regno mediante la
conformità delle leggi e degli ordini amministrativi; la magistratura, le
amministrazioni civili e di polizia, con metodi sicuri, purificate. Se non che
in Napoli, come in ogni paese, e sopratutto in paesi nuovi, questa parte non ha
forza, se non quanta il governo gliene sa dare; e tanto più n’acquista, quanto
più la sua fiducia nel governo aumenta; e tanto più la fiducia migliora, quanto
più veda il governo adatto a reggersi nelle sue vie, e a far fronte a’ partiti
che non ne accettano i principî o ne minano le fondamenta.
Il conte Cavour, dopo aver mostrato ch’egli volesse ciò,
fattosi aggirare da alcuni e stordire da altri, retrocedette non a proposito;
acconsentì che il Farini, messo dal Re a luogotenente, si ritirasse; tolse il
credito e l’autorità di mano a quegli i quali consentivano con lui, ed avevano
a nemici tutti i nemici suoi: ed impedendo, che portassero a compimento
un’opera già avviata, difficilissima per sè, e per le difficoltà aggiuntevi dal
governo stesso centrale, commise a persone, legate d’affetto o di promesse co’
partiti anarchici o municipali, il governo delle provincie napolitane. Così,
mostrando come di riconoscere coi fatti, che il governo del Re non avesse un
suo partito in Napoli, anzi, non potesse neanche sperare di riuscire a
formarlo, giacchè si dava in mano a nemici, tolse ogni prestigio a quello e a
se medesimo. E permise che si consumassero due mesi, dalla fine della
luogotenenza Farini all’apertura del Parlamento, a fare e disfare in quella
parte d’Italia, che aveva appunto bisogno d’un indirizzo più sicuro e più
pronto. I partiti avversi, vedendo cedere davanti a sè, avanzarono; ed aiutati
dalla cooperazione consapevole o inconsapevole di alcuni di quegli, i quali
governavano nell’ex-Regno a nome del Re e dell’unità italiana, e col
beneplacito del governo centrale, cercarono di sviluppare tutti quei germi,
dalla cui crescita potesse venire un ulteriore impedimento alla unità
governativa dell’Italia.
Questi danni furono diminuiti dall’opposizione fatta a ciò che
pareva procedere dal conte di Cavour, dagli amici suoi stessi; e dall’essersi
pure in questo nuovo governo locale dovute lasciare persone che rappresentando
l’indirizzo del governo antecedente, dissentivano da quello che pareva
predominasse nel nuovo.
Certo, la colpa principale non fu del Conte stesso; ma bensì
di coloro, i quali lo consigliarono. Come, d’altra parte, si deve, di certo,
credere, ch’egli non avrebbe consentito, se non avesse creduto, che a’ danni,
che sarebbero potuti prevenire dalla mutazione fatta nel governo, si sarebbe
posto facilmente rimedio dopo la presa prossima di Gaeta, di Messina e di
Civitella, quando il governo centrale avrebbe avuto maggiori mezzi e forze di
vincere i contrasti.
Se non che Gaeta, stante l’ambigua politica della Francia,
tenne saldo più che non si sarebbe potuto credere; e Francesco II mostrò
all’ultima ora una maggiore pervicacia, che gli si avrebbe supposto, mostrando
di non aver dimenticate le antiche arti della sua dinastia, così fiacca e
cedevole nelle resistenze oneste, come vigorosa e tenace nelle reazioni
perfide. Oltre a che, si aveva a prevedere, che, Gaeta caduta, se le forze ed
il credito del governo si sarebbero accresciuti da un lato, uno dei partiti
avversi — il più vivace forse — si sarebbe tenuto più libero e più sicuro
nell’affrontarlo; ed intorno a questo, i Borbonici che, col licenziamento
dell’esercito, ingrossavano nelle provincie, ci sarebbero aggruppati e
raccolti.
Oggi, il governo del Re non si trova, nell’opera che aveva a compiere
nelle provincie napoletane, più avanti di quello che fosse l’11 novembre
dell’anno scorso; e certo molto meno che non era il 15 gennaio di quest’anno.
Dall’apertura del Parlamento in poi, l’avviamento è migliore, stante il congedo
dato ad alcuni, e le competenze dei governi locali ristrette; ma ancora la
condizione della provincie napolitane resta uno dei più gravi pensieri e delle
difficoltà le più serie, che deve ancor vincere il governo del Conte.
V.
La turbata condizione dell’Italia meridionale non è di certo
la sola delle difficoltà tra le quali oggi si dibatte il conte di Cavour; e
neanche è la maggiore. Ma quello che dà intera e giusta fiducia che di tali
difficoltà si debba pure, con lui a guida, poter venire a capo, è che nessuno
n’ha più di lui chiara ed efficace cognizione; nessuno meglio di lui sente dove
si debba vincere per discioglierle; nessuno si ritrae più destramente da una
falsa via, per la quale si sia messo; nessuno, meno di lui, si spaventa di ciò
che è incaglio passeggero e temporaneo; nessuno sa, quanto lui, distinguerlo da
ciò che diventerebbe, non sopraffatto a tempo, un incaglio duraturo ed
insormontabile.
Di certo, l’amministrazione interna non procede ordinata e
spedita in nessuna delle province italiane; certo, in ogni sua parte ci ha
molti errori, vecchi e nuovi, a riparare; certo — se non Garibaldi, il quale
se, per l’indole sua stessa, non può diventare un sussidio ed un amico sicuro,
pure per la lealtà del suo animo, si trarrà sempre indietro quando si vedrà
lanciato per una via che menerebbe a discordia — un partito che si serve
dell’aura popolare che circonda il suo nome, continuerà a spargere di triboli
la via al governo; certo, il disavanzo delle finanze è pauroso, e costringe a
chiedere a’ popoli che alla libertà sacrifichino, prima che l’abbiano de’
beneficî scoperta e sentita una Dea. Se non che l’indole stessa del conte di
Cavour, in quella sua parte che può essere ragionevolmente censurata, lo pone
in grado di nutrire ferma fiducia che l’amministrazione e le finanze si
riordineranno quando il problema politico sarà risoluto affatto; ed a
risolverlo la pressione stessa che gli fa Garibaldi con la parte più sana del
suo partito, gli giova.
Cotesto problema — il conte Cavour sa, e l’ha detto al Parlamento
e all’Europa — non può essere risoluto che a un patto solo; che Roma sia
capitale d’Italia, e Venezia sia tolta all’Austria.
Il conte Cavour non tralascerà — possiamo arguirlo dal passato
— nessuna occasione che gli dia modo di entrare in Venezia e in Roma. Alla sua
maniera, non è deliberato sui mezzi, nè vuole o può indovinare di dove e come
debba venire la salvezza. Ma su di ciò è compiutamente deliberato: che l’Italia
ha a tenersi, per terra e per mare, pronta ad ogni occasione; e ci si prepara;
chè l’Italia, nelle condizioni attuali degli spiriti in Europa, non può
principiare la guerra contro l’Austria, e commettere essa l’errore che
l’Austria ha commesso l’anno prima; che l’alleanza colla Francia non si può nè
deve rompere, e perciò a Roma non ci si può andare se non d’accordo con
l’Imperatore dei Francesi; e da ultimo, che gl’Italiani debbono tentare ogni
modo di provare all’Europa che, risoluti come sono di formarsi in uno Stato
solo, non rinunceranno a Roma mai, ma però avranno, nell’occuparla, principal
cura di garantire l’indipendenza del pontificato e del potere religioso; nè
rinunceranno mai a Venezia, che chiama, giacchè non potrebbero rinunciare ad
una terra italiana in cui gli Austriaci provano, ogni giorno più, di non sapere
e di non poter governare.
Queste sue convinzioni il conte
Cavour espose molto nettamente nel suo discorso detto nella tornata dell’11
ottobre dell’anno prima:
«La nostra stella, o signori, ve lo dichiaro apertamente, è
di fare che la città eterna, sulla quale venticinque secoli hanno accumulato
ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico.
«Ma forse questa risposta non appagherà pienamente
l’onorevole interpellante, il quale chiedeva quali sarebbero i mezzi per
raggiungere questo scopo. Io potrei dire: risponderò, se voi prima mi direte in
quali condizioni saranno fra sei mesi l’Italia e l’Europa; ma se voi non mi
sommistrate questi dati, questi termini del problema, io temo che nè io, nè
nessuno de’ matematici della diplomazia potrà riuscire a trovare l’incognita da
voi cercata.
«Tuttavia, o signori, se non i mezzi speciali, posso
indicarvi, e non esito a farlo, quali, a parer mio, debbano essere le grandi
cause che ci faranno raggiungere questa mèta.
«Affermai, e vi ripeto, che il problema di Roma non può, a
mio avviso, essere sciolto colla sola spada; la spada è necessaria, lo fu e lo
sarà ancora per impedire che elementi eterogenei vengano a frammettersi nella
soluzione di questa questione; ma, o signori, il problema di Roma non deve essere
sciolto colla spada sola; le forze morali debbono concorrere al suo
scioglimento; e quali sono queste forze morali, sulle quali si dovrà fare
assegnamento?
«Io qui invado un poco il terreno della filosofia e della
storia; ma pure, essendo stato tratto in questo campo, dirò tutta intera la mia
opinione.
«Io credo che la soluzione della quistione romana debba
essere prodotta dalla convinzione che andrà sempre più crescendo nella società
moderna, ed anche nella grande società cattolica, essere la libertà altamente
favorevole allo sviluppo del vero sentimento religioso.
«Io porto ferma opinione che questa verità trionferà fra
poco. Noi l’abbiamo già vista riconoscere anche dai più appassionati
sostenitori delle idee cattoliche; noi abbiamo veduto un illustre scrittore, in
un lucido intervallo, dimostrare all’Europa, con un libro che ha menato gran
rumore, che la libertà era stata molto utile al ridestamento dello spirito
religioso.
«Ma, o signori, a conferma di questa verità non è mestieri
per noi di andare in traccia di esempi all’estero; ce ne somministra il nostro
stesso paese; giacchè, o signori, non esito ad affermare che il regime
liberale, che esiste in questa contrada subalpina da 12 anni, è altamente
favorevole allo sviluppo del sentimento religioso. Io credo di poter richiamare
che in oggi vi è più viva, più sincera religione in Piemonte che non ve ne
fosse 12 anni or sono; io credo di non errare affermando che, se il clero ha
forse minori privilegi, se il numero dei frati è di gran lunga scemato, la vera
religione ha molto più impero sugli animi dei cittadini che al tempo in cui il
blandire una certa frazione del clero, o l’ipocrito frequentare delle chiese
facevano salire agl’impieghi ed32 agli onori.
«Quelli fra voi che non appartengono a queste contrade,
possono, uscendo da questo recinto, riconoscere la verità di quanto affermo.
Ciò vi sarà pure confermato da tutti i venerabili pastori di questa capitale,
quantunque a questa città non sia toccata la sorte di avere a capo della sua
diocesi un pastore illuminato, come ne esistono in città poco da noi distanti,
i quali seppero conciliare i dettami della libertà coi canoni della religione.
«Quando quest’opinione sarà accolta generalmente, o signori,
e non tarderà ad esserlo (la condotta stessa del nostro esercito, il contegno
del nostro magnanimo Principe tenderanno a confermarlo), quando questa opinione
avrà acquistata forza nell’animo degli altri popoli, e sarà radicata nel cuore
delle società moderne, noi non dubitiamo di affermare che la gran maggioranza
dei cattolici illuminati e sinceri riconoscerà che il Pontefice augusto che sta
a capo della nostra religione, può esercitare in modo molto più libero, molto
più indipendente il suo sublime ufficio, custodito dall’amore, dal rispetto di
ventidue milioni d’Italiani, che difeso da venticinquemila baionette.
«Vengo alla Venezia.
«Per quanto sia intenso l’affetto che noi tutti portiamo per
questa illustre martire, noi tutti, credo, riconosciamo che non si potrebbe in
ora rompere la guerra con l’Austria.
«Non si può, perchè non siamo ordinati; non si può, perchè
l’Europa non lo vuole. Io so che quest’obbiezione non sarà forse ritenuta buona
da alcuni oratori che credono si debba tener poco conto dell’opposizione delle
altre potenze; tuttavia, o signori, io mi credo in dovere di respingere questa
opinione e di far osservare come fu sempre dannoso pei principi e pei popoli il
non voler tener conto dell’opposizione delle grandi nazioni.
«Noi abbiamo avuto esempi di catastrofi immense dovute a
questa mancanza di rispetto ai sentimenti delle altre nazioni. Sul principio di
questo secolo, il più illustre guerriero dei tempi moderni pose in non cale
l’opinione dei popoli d’Europa, e, malgrado il suo genio straordinario e le sue
infinite risorse, cadde dopo alcuni anni di regno, e cadde miseramente, per non
più risorgere, sotto gli sforzi riuniti dell’Europa.
«In tempi più vicini a noi un altro imperatore, che contava
pur esso i suoi soldati a centinaia di migliaia, e soldati che per valore sono
a nessuno secondi, quest’imperatore non volle farsi consapevole dell’opinione
delle altre potenze, e credette di poter sciogliere a sua volontà la sua
vertenza coll’impero ottomano. Ebbene, questo gran potentato non tardò a dover
pentirsi ed a pentirsi amaramente di non aver tenuto conto degli interessi e
dell’opinione del resto d’Europa. Sarebbe a temersi che simile cosa accadesse a
noi se, fidando unicamente nel nostro diritto e nei nostri mezzi, non volessimo
assolutamente avere in alcuna considerazione i consigli dell’Europa.
«Ma, o signori, si domanda: come allora sciogliere la
questione della Venezia? In un modo semplicissimo: facendo cambiare l’opinione
dell’Europa.
«E si chiederà: ma come? L’opinione dell’Europa cambierà,
perchè, l’opposizione che ora si incontra non esiste solo nei Governi, ma
anche, bisogna pur dirlo, in una gran parte delle popolazioni eziandio liberali
d’Europa. Tale opposizione all’impresa della liberazione della Venezia proviene
da due cose: la prima è il dubbio in cui versa l’Europa sulla nostra abilità a
costituirci in nazione forte ed indipendente; è il non avere essa una giusta
idea dei mezzi di cui noi possiamo disporre; è la convinzione che noi saremmo
impotenti a compiere da soli sì grande e generosa impresa. Questa opinione sta
in noi di rettificarla; ordiniamoci, dimostriamo che non esiste tra noi alcun
germe fatale di discordia e di disunione; costituiamo uno Stato forte che possa
non solo disporre di un esercito formidabile e di una squadra ragguardevole, ma
che riposi sul consenso unanime delle popolazioni; ed allora l’opinione
dell’Europa si modificherà e l’illumineranno e modificheranno del pari quei
liberali dell’Europa che sono restii o perplessi circa l’emancipazione di
quella infelice e nobile parte d’Italia.
«Rimane poi ancora, è vero, nella mente di taluno, l’idea
che è possibile di riconciliare i popoli di questa provincia al dominio
austriaco: questa idea si va però dileguando; la Venezia non può essere
riconciliata coll’impero austriaco; non vi è concessione, non vi è favore, non
vi è tentativo d’accordi che possa ricondurre i Veneti a rinunciare alle
aspirazioni che li spingono verso la gran famiglia italiana. E se ciò era vero
pel passato, sarà sempre più vero ora, lo sarà maggiormente nell’avvenire;
poichè, o signori, il mondo morale è sottoposto a leggi analoghe a quelle del
mondo fisico; l’attrazione sta in ragione delle masse; e quanto più l’Italia è
forte e compatta, e tanto più l’attrazione che essa esercita sulla Venezia sarà
potente e irresistibile!
«Del resto, o signori, questa verità è già stata
riconosciuta e quasi proclamata dal Governo di Vienna stesso.
«A Villafranca l’imperatore
d’Austria, io non lo pongo in dubbio, aveva il sincero desiderio d’introdurre
nel Veneto un sistema di conciliazione, di vedere se con favori poteva riunire
moralmente quella provincia all’impero. Lo tentò per qualche tempo, ma non
tardò a riconoscere che egli seguiva una falsa via, e ritornò al sistema della
compressione; ed io di ciò non voglio qui muovere rimprovero: ammesso che l’impero
intenda conservare la Venezia, una fatalità irresistibile lo strascina a
mantenere il sistema di compressione e di rigore».
Queste sue persuasioni, il Cavour manifestò da capo e chiarì
ne’ splendidi discorsi detti il 25 marzo di questo anno nell’Assemblea dei
Deputati, e il 5 aprile nel Senato; quando, nella prima, dal deputato Audinot,
nella seconda dal deputato Vacca, fu interpellato, lui provocante, sulla
questione romana. Anzi volle che le due Assemblee dichiarassero, come Roma
debba essere la capitale d’Italia, e come a Roma gl’Italiani debbano andare
d’accordo con la Francia, e garantendo la libertà della Chiesa e del Pontefice;
cosicchè l’entrata degl’Italiani nell’eterna città debba essere il principio di
un nuovo diritto ecclesiastico, per il quale, rotti i ceppi che mal legavano
sin oggi la Chiesa e lo Stato, l’una e l’altro liberi si muovano nel giro della
loro azione rispettiva e della loro influenza legittima, senza reciproci
impedimenti ed usurpazioni.
L’Europa rimase maravigliata dell’ardito concetto dell’uomo di
Stato italiano, e della fiducia colla quale l’annunciava all’Europa; e la
maraviglia era ed è accompagnata dall’aspettazione, giacchè quelle parole eran
dette ad un Parlamento che per la prima volta si raccoglieva, di tutta Italia,
eletto da popolazioni, nelle quali sinora l’ardore della speranza s’era saputo
contemperare colla salda pazienza dell’attendere calmo e sicuro; ed eran dette
da uno, alla cui politica, ora audace, ora prudente, ora abile e scaltra, ora
schietta ed aperta, ora provocante, ora aspettatrice, si deve principalmente
che un regno di cinque milioni sia diventato di ventidue, e che Vittorio
Emanuele, il 14 marzo, sia stato proclamato Re d’Italia per grazia di Dio e
volontà della Nazione.
Chi, guardando al passato, può diffidare dell’avvenire?
FINE.
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