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Isabella Morra
Rime

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XIII

 

Quel che gli giorni a dietro

noiava questa mia gravosa salma,

di star fra queste selve erme ed oscure,

or sol diletta l'alma;

ché da Dio, sua mercé, tal grazie impetro

che scorger ben mi fa le vie secure

di gire a lui fuor de le inique cure.

Or, rivolta la mente a la Reina

del Ciel, con vera umiltade,

per le solinghe strade

senza intrico mortal l'alma camina

già verso il suo riposo,

che ad altra parte il pensier non inchina,

fuggendo il tristo secol noioso,

lieta e contenta in questo bosco ombroso.

Quando da l'orïente

spunta l'Aurora col vermiglio raggio

e ne s'annuncia da le squille il giorno,

allora al gran messaggio

de la nostra salute alzo la mente

e la contemplo d'alte glorie adorno

nel basso tetto, dove fea soggiorno

la gran Madre di Dio c'or regna in Cielo.

Cosí, godendo nel mio petto umile,

a lei drizzo il mio stile

e 'l fral mio vel di roze veste velo

e sol di servir lei,

non d'altra cura, al cor mi giunge zelo,

seguendo le vestigia di colei

che dal deserto accolta fu tra i Dei.

Quando da poi fuor sorge

Febo, che fa nel mar la strada d'oro,

tutta m'interna e l'allegrezza immensa

ch'ebbe del suo tesoro

quella che tanta grazia or a me porge;

ch'io la riveggio con la mente intensa

mirare il figlio in caritate accensa,

nato fra gli animai, con pio sembiante;

e del sangue che manda al petto il core

nodrire il suo Signore;

e scerno il duce de l'eterno amante

sotto povere veste

spregiar le pompe del vulgo arrogante,

colui che sol pregiò l'aspre foreste

e fu fatto da Dio tromba celeste.

Poi che 'l suo chiaro volto

alzando, da le valli scaccia l'ombra

il biondo Apollo col suo altero sguardo,

un bel pensier m'ingombra:

parmi veder Giesú nel tempio, involto

fra saggi, disputar con parlar tardo,

e lei, per ch'io d'amor m'infiammo ed ardo,

versar dagli occhi, per letizia, pianto.

Questi conforti incontra i duri oltraggi

m'apportan questi faggi,

lungi schivando di sirene il canto;

ché per solinghe vie

il bel gioven, a Dio diletto tanto,

con le sue caste voglie e sante e pie

vide il sentier de l'alte ierarchie.

Alzato a mezo il polo

il gran pianeta co' bollenti rai,

ch'uccide i fiori in grembo a primavera,

s'alcuno vide mai

crucciato il padre contra il rio figliuolo,

cosí contemplo Cristo, in voce altera

predicando, ammonir la plebe fera

e col cenno, del qual l'Inferno pave,

romper le porte d'ogni duro core,

cacciando il vizio fore.

Quanto ti fu a vedere, o Dea, soave

gli error conversi in cenere

del caro figlio in abito grave?

Quanto beata fu chi le sue tenere

membra a Dio consacrò, sacrate a Venere?

E se l'eterno Foco

giunge tant'alto ch'al calar rimira,

ti scorgo, o Signor mio, fra i tuoi fratelli

senza minaccie od ira

del tuo amor infiammarli a poco a poco,

e co' leggiadri detti e gravi e belli

render beati e pien di grazia quelli,

lor rammentando pur la santa pace.

La gioia del mio cor, ch'amo ed adoro,

contemplo fra coloro,

che i santi esempi tuoi raccoglie e tace.

O via dolce e spedita

trovata già nel vil secol fallace;

e chi 'l primiero fu, dal Ciel m'addita

sol de l'erèmo la tranquilla vita.

Per voi, grotta felice,

boschi intricati e rovinati sassi.

Sinno veloce, chiare fonti e rivi,

erbe che d'altrui passi

segnate a me vedere unqua non lice,

compagna son di quelli spirti divi,

c'or su stanno in sempiterno vivi,

e nel solare e glorïoso lembo

de la madre, del padre e del suo Dio

spero vedermi anch'io

sgombrata tutta dal terrestre nembo,

e fra l'alme beate

ogni mio bel pensier riporle in grembo.

O mie rimote e fortunate strate,

donde adopra il Signor la sua pietate!

Quanto discovre e scalda il chiaro sole,

canzon, è nulla ad un guardo di lei,

ch'è Reina del Ciel, Dea degli dei.




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