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NELLA VITA E
NELL'ARTE
Manibus date lilia plenis.
Quando si pensa agli anni del
nostro risorgimento politico, tornano a mente ardori e bollori di popolare
entusiasmo; bandiere ad ogni finestra e coccarde ad ogni petto; giubbe e
calzoni di velluto nero, con cinture di cuoio lucido; cappelli alti di testiera
e larghi di falda, con piume tricolori di lana, tessute su verghette di fil di
ferro; e grida ed inni a perdifiato, e fatti pochi o disordinati, presto anche
finiti, dove in isterili proteste, e dove in nulla; tutto ciò davanti ad un
nemico campeggiante in armi, dalle prime paure fatto feroce, ed avido di
ricattarsene, mentre da parte del popolo sollevato era necessaria unità
d'indirizzo e di comando, non diffidenze e discordie; né, per contro, tutte le
discordie evitabili, né tutte le diffidenze irragionevoli; onde, per colpa di
tutti e di nessuno, ogni cosa andò a male. Questo il complesso delle memorie,
nella mente di coloro che erano in quel tempo fanciulli. Ma le memorie non
sempre sono fedeli, perché non governate dal raziocinio, non disciplinate e
guidate e corrette da una severa disamina. Leggendo e raffrontando, i ricordi confusi
vengono a chiarirsi, a precisarsi, ed anche in molte parti a trasformarsi:
certe note minori e superficiali del quadro spariscono, o vanno estenuate
nell'ombra; altre, non prima avvertite, e pure essenziali, vengono in luce; le
cause vere s'intendono, i giudizi si formano e logicamente si svolgono; si
conchiude allora, malinconicamente, ma coll'onesto compiacimento della
giustizia resa: quel moto non era maturo, ma non fu per ciò meno necessaria la
prova: non ne rimase già un pugno di ceneri, come d'un fuoco di paglia: nel
concorrere di tante anime d'ogni regione a sperare, a soffrire, ed anco ad
errare insieme, fu il grande profitto che piú non aveva a disperdersi; vogliam
dire l'unità della patria moralmente ottenuta, insieme coll'insegnamento opportuno
a compierla di fatto, cansando errori che alla prima prova non era stato
possibile evitare. Come ai tempi delle prime guerre Napoleoniche, portanti tra
noi la rivoluzione armata, era stata necessaria a spazzare il terreno quella
mano di ferro, che abbatté due repubbliche aristocratiche, distrusse dominii
stranieri e domestici, spostando e mutando dinastie, scomponendo, ricomponendo
stati grossi e piccini in nuove forme e variabili; cosí, a preparare piú tardi
uno stabile assetto alla nuova Italia, era necessario quel viluppo di casi e di
moti infelici, che fecero pianger tanto e pensare, mentre fra tutte quelle
rovine fatali restavano, a conforto del nostro orgoglio, a stimolo della nostra
virtú, i due mirabili esempi di Venezia e di Roma, eroiche combattenti fino
all'estremo del poter loro. Degli entusiasmi, poi, non durò forse un'eco
gradevole in tutti i cuori? Alcune mostre furono puerili, sí, certo; ma non
senza gentilezza di poesia, che è buon contorno alla prosa eterna del vivere.
Troppi gl'inni, che gridavano: «andate!», ma qualcuno fu di poeta che gridava
«seguitemi!». Ed uno di questi poeti non fu solamente il Tirteo delle memorande
giornate; fu anche il profeta delle miserande vigilie; tipo nobilissimo della
gioventú Italiana venuta su alla scuola delle audaci proteste e delle alte
aspirazioni. Pio IX non era anche apparso nella vita nazionale a benedire,
forse inconsapevole, una grande speranza; ed egli, il profetico cantore, aveva
già salutata l'alba della redenzione, apparsa agli occhi suoi di veggente
sull'orizzonte lontano. Ed era già meditato di quel tempo l'inno ai Fratelli
Bandiera, che nel luglio del 1846 doveva escire alla luce come segno dei giorni
maturi; e fu del 1847 l'inno
ai Fratelli d'Italia, primo e solenne invito alla pugna, mentre ancora non
erano preparate le armi, se pure erano già pronti gli spiriti. Il giovine
Tirteo non aspettò le occasioni, per rivelarsi alla patria; diverso da tutti i
poeti della sua generazione, non prese incitamento dal fatto, bensí dal
diritto; dall'obbligo, dall'intima convinzione del fare. E già salutato poeta,
non si contentò di eccitare la gente a combattere; andò egli tra i primi; aveva
già varcato il Ticino, mentre in Milano cominciava a scorrere il sangue d'un
popolo generoso. Precoce in tutto, come nel sicuro ardimento delle visioni
fatidiche, poco piú che ventenne era acclamato capitano dai cento compagni che
aveva condotti alle prove del fuoco; e per due anni di guerra fu tutto ardore
di pensieri e di opere, a Governolo, a Luino, a Morazzone, a Palestrina, a
Velletri, alle porte di Roma, Quel poeta, quel combattente, quell'Italiano
compiuto, fu Goffredo Mameli.
Nell'atto di pubblicare tutte le
cose sue, dobbiamo vedere, e mostrare alle nuove generazioni della patria, come
si sia formata quella mente e fortificata quella volontà singolare. Né sembri
effetto di audacia temeraria l'accingermi ch'io faccio all'impresa. Bene ho
letto ancor io, e piú volte, il mònito di una facil rettorica: nessuno si
attenti di aggiunger parola a quanto scrisse di lui Giuseppe Mazzini. Certo, il
grande Italiano ne scrisse degnamente, molto stringendo in poche pagine sue,
vibranti di commozione profonda: ma tutto non disse di lui, e del non poterne
dire di piú espresse le oneste cagioni, questa tra l'altre del non conoscere di
Goffredo ogni cosa. E quanto ne rimarrebbe ignorato, se nessuno si dovesse
attentare di parlarne ancora! Del resto, le parole del Mazzini rimangono, ed io
riverente le prepongo a tutti gli Scritti di Goffredo Mameli, com'esse già
furono preposte a quella minor parte che ne aveva data in luce l'edizione
Genovese del 1850. Qui ardisco guardare piú addentro, nella vita e nell'arte
del Poeta; dandomi buon dritto a far ciò, lo averlo amato molto, l'esser
vissuto lungamente di lui, perfino facendo mio proprio soggiorno la casa che lo
aveva accolto bambino, e d'allora in poi, per anni ed anni studiando le sue
carte, a me confidate, preservandole ancora dalle insidie cortesi dei
raccoglitori d'autografi, onde tanta parte di preziose reliquie d'uno scrittore
insigne va miseramente dispersa. Cosí mi accade il poter pubblicare di lui, non
solo in piú sincera forma quanto ne aveva dato la citata edizione, ma tre e
quattro volte tanto. Vedere l'adolescente, quasi il fanciullo, levarsi precoce
alla gagliarda virilità del pensiero, tra studi indefessi, letture svariate,
indagini pazienti che parrebbero di vecchio, e uscir di là, armato di tutto
punto, baldo di forze, ardente di volontà; ecco ciò che possiamo far noi,
cogliendo in pari tempo il segreto di quell'arte sua, se pur debba restarci
oscuro in qual modo un'anima eletta possa tanto accostarsi all'ideale divino,
mentre tant'altre di poco si scostano dagli istinti del bruto. Perché a questo
non è ancor giunta la scienza; né forse mai giungerà. Ma è bene che qualche
cosa rimanga di oscuro tra noi, aspettando le luci di un' altra vita, che è da
speràr migliore di questa, e da credere certamente diversa.
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