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| Goffredo Mameli Scritti editi e inediti IntraText CT - Lettura del testo |
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ABBOZZI E FRAMMENTI
I83
Sempiterna asconde agli uomini
Or che i morti non s'affacciano Ora evòca i trapassati.
Che nel nulla affretta un secolo....
Qualche cosa d'indistinto, Bella in volto come un angelo,
Ferma il passo, e par che mormori Fra sé stessa una romanza. Sparse a palme son le treccie,
V'è chi dice che da secoli Or la spada al fianco pendegli, Or sul labbro ha dolce il verso Volto in alto ha sempre l'occhio,
II84
Quando ei giunse in una chiesa,
«Questo è tempo di preghiere».
«È una bara».
— «Forse è morta qualche suora?» » Son per lei queste preghiere?» — «Non ancora!».
» Debbo andarmene; è vicino....» — «Prega ancora!» —
III85
......A voi Lego il tesor che sol mi resta ancora: Sprezzo ed odio a' stranier. Questa parola In sé racchiude la memoria, e l'arra Della nostra grandezza.
IV.
Ella levossi, io mi levai.... Quel volto Che non doveva riveder piú mai, Lungamente io mirava. Ed ella strinse Colla destra il mio braccio; onde quel tocco Si diffuse per tutta la persona, Ed ogni fibra s'agitò convulsa86.
O giovinetta, il roseo Stringeati, è mio. Con vigile
Quale la tua memoria, Sempre io l'avrò sul core: Acchiuderà l'avel.
VI88.
— La sua voce nell'anima mi scende Siccome l'inno d'una Peri; è voce Della figliuola dell' amor, piú cara Dell'istessa sua madre. Oh, nel suo aspetto Il vecchio padre s'abbandona ancora Ai dolci sogni della speme! Oh, sempre Grato mi giunge il tuo gentile aspetto, Qual del nòmade errante all'arso labbro Il mormorar del rio, che si distende Pei sempre arsi dal sol campi di sabbie, E gli ridona col suo umor la vita. Tale a me sei; né peregrin giammai Per la sua vita sciolse voto a Mecca, Col cor ch'io 'l sciolgo per la tua. Dall'ora Che prima il Sole ti sorrise, sempre Ti benedissi, e benedico anch'oggi. —
Bella come la donna che sorrise Alla serpe ingannevole, di cui Il germe in seno già portava allora Che primamente fu sedotta, e poscia Altri sedusse alla sua volta; bella Siccome un sogno giovanil, che ahi troppo, Troppo presto dilegua, allor che il duolo In lui s'addolcia, e sul tuo sen ti pare Il battito sentir d'un cor che amasti, E il fior, che in terra già perdesti, lieto Di piú molli profumi in ciel vagheggi (Dolce è quel sogno, dolce al core, quale È la memoria d'un'amata estinta; Non altrimenti che il primier sospiro, Puro siccome d'un fanciullo il prego) Tal del vecchio Visire era la figlia. Egli l'accolse con sugli occhi il pianto, Giammai Tu non provasti, ché favella umana Non ha un accento sí gentil, sí caro, Ch'esprimere il divin raggio ti possa Della bellezza. Oh, chi nol sente, insino...89
VII.
Ancor conserva la sua vita il tuo; Pur sanguinante il mio palpita ancora, E il pensiero che eterno lo affatica È che fors' io non ti vedrò piú mai. Questa parola d'un dolore è piena, Piú profondo che il gemito sull'urna D'una diletta estinta. Ambo vivremo, Ma schiuderemo le pupille al giorno Sovra il talamo vedovo e deserto. E a te la figlia blandirà l'orecchio Della prima dolcissima parola. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Quando la cara ti verrà d'intorno Colle tenere mani accarezzando, Quando il suo labbro blandirà il tuo labbro, Oh, tu rammenta lui, la cui preghiera Ti benedice, e c'hai dell'amor tuo Tu benedetto. E se quel volto al suo Somiglierà, pàlpiti ancor fedele Alla memoria dolcemente il core90.
VIII91.
Tutto finí; siccome un sogno sparve. Sino alla notte errai, come deliro, Non badando a' miei passi. Alfin sto meglio; Ora ragiono. Ogni rumor si tacque. Oh, nella notte si distingon meglio Gl'intricati pensier. Queste pareti, Abbenchè brune, non mi riescon tristi. Tutto è a posto: la chiave è nella porta I miei muti son là, dormon: la casa Tutta è proprio tranquilla. Oh, non v'è causa Qui, da temer: tutto va bene. Il paggio Trovò Don Guritano: egli comprese Che si tratta di lei. È vero, o Dio? Dunque ti posso benedir; l'avviso A lei lasciasti pervenir, n'è vero? Tu m'aiutasti, tu che sei sí pio, A protegger quell'angelo, a salvarlo Dagli intrighi del vile? Ella è ben salva; Tu la proteggi; e alfin morir poss'io. Or muori, o vile, nell'abisso piomba Morrai, come si muor, quando s'espia Un delitto; morrai solo, e deserto. (apre la veste, e lascia veder la livrea che aveva nel primo Atto) Porta la tua livrea teco alla tomba! Ma, Dio mio, se quel demone venisse A veder la sua vittima spirante!... (attraversa un tavoliere innanzi alla porta secreta) Per questa porta egli non entri, almeno! Sí, il mio paggio trovò Don Guritano Non era ancora ott'ore del mattino. In quanto a me, la mia sentenza è fissa: Vo preparando il mio supplizio io stesso, Colle mie man sulla mia testa il drappo Funebre della morte io tiro, e questa Unica gioia mi riman, che niuno Ha piú potenza sul mio fato, almeno. E nondimeno ella mi amava.... O Dio, Tu mi soccorri! In questa idea vaneggia Il mio pensiero. (piange) Oh, gli uomini poteano (nasconde la testa fra le mani; piange) Dio!..... (rilevando la testa, e guardando il nappo) Mi domandava: «Oggi qual giorno abbiamo Del mese?». L'uomo è un animal ben triste! Cadi? Il fratello ti calpesta e passa. Ella m'amava... Ah, qui il dolor mi vince; E del passato un solo giorno, un'ora Non si può rivocar. E la sua mano Che stringea la mia mano!... e la sua bocca Che toccò le mie labbra!.. Io mi credea Un Cherubino reclinar la fronte...
IX.
Fedra. Creta, signora degli immensi flutti, Di cui le navi innumeri per ogni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .93 Oh, perché me, data in ostaggio a invisi Penati, sposa ad un nemico, astringi In fra i mali e le lacrime la vita Tienmi l'esperta fede? Ai stigii laghi, Invii al ritorno, ei va guerrier; d'audace Proco è socio al furor. Non lui timore, Non lui pudor ritenne: anche nell'imo Averno stupri e talami vietati † Cerca il padre d'Ippolito. E me travaglia Altro e maggior dolor. Non la quiete, Non il sopore dell' amica notte Sciolser mie cure: s'alimenta, e cresce, Ed arde interno il mio furor, siccome Vapor che dalla cupa Etna dirompe. Abbandonai di Pallade le tele; Sugli usati lavor cadean le mani. Me piú non giova di votivi doni Colere i templi, o dell'Achee donzelle Commista ai cori in tacita preghiera Sovra l'ara agitar le conscie faci. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Solo mi piace le eccitate fiere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Nutrice. O moglie di Teséo, diva progenie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Le fiamme estingui, né di dira speme
X.
Ma la regina, già piagata intanto Di grave cura, nelle vene nutre La sua ferita incautamente, presa Da un foco ignoto; e il molto onor degli avi E la molta virtú del peregrino Volge nell'alma. Le stan fitti in petto Il volto, i detti; né la cura indulge Alla stanca la placida quiete. E già la Luna coll'estremo raggio Illustrava la terra, e l'umid'ombre Scotea l'Alba dal polo; ed in tal guisa Male sana alla suora ella parlava: — «Anna sorella, mi dan gran pensiero Le inusate vigilie. Oh, chi è costui Che nuovo alle mie sedi ospite arriva, E tal si mostra all'apparir, nel core Quanto è forte e nell'armi? Veramente Egli è stirpe d'un Dio, perché tradisce Da quai fati agitato! e quali infauste Guerre narrava! . . Ma i' m'ho posto in core Di viver sola. Se le nozze tanto Io non avessi in odio, a costui solo Forse io potea soccombere. Sorella, A te nol celo: da quel dí ch'io vidi Morto il marito, e di fraterno sangue Sparsa la casa, solo questi ha mossi I nostri sensi, e l'anima costrinse. Conosco i segni dell'antica fiamma Ma l'ima terra mi si schiuda innanzi, E prima il Padre onnipotente all'ombre Colla fòlgore sua mi cacci, all'ombre Dell'Erebo pallenti e alla profonda Notte, ch'io mai vi rompa fede, o giuri Di pudore e di fede! Egli, colui Che primo amor m'apprese, il nostro amore Seco portossi. e il s'abbia, e nella tomba Lo serbi seco e sempre!» — Ella parlava, Ed era tutta in pianto. Ed Anna a lei: — « O della luce a me piú cara, o suora, Sola mai sempre e inconsolata, questa Tua giovinezza consumar vorrai? Questo alla polve delle tombe in cura Tu credi, e ai Mani dei sepolti? E sia. Il tuo dolor molti mariti invano Piegar tentaro; il disprezzato Gîarba Basti, e di Libia i varii amanti, e i duci Che, ferace d'eroi, l'Affrica nutre. Anche al tuo cor resister vuoi? Né a mente Ti torna il suol dove tu vivi? Quinci Le Getule città, stirpe nell'armi Insuperata; ti ricinge infesto Quindi il Numída, e inospiti le Sirti, Lunge tremendi. Che dirò di Tiro, Che già si leva a guerra? A questi lidi, Seconda Giuno ed auspicante il corso, Volser le Iliache navi. Oh, qual si leva La tua città, da tali nozze, forte Dell'armi Teucre! Chiedi venia ai Numi, E porgi preci! Mentre indulgi al dolce Ospizio, è lieve trovar causa a lui Perché rimanga: aspro dal verno il mare, Ed alle navi sconquassate il cielo Non trattabile.» — L'animo acceso le infiammâr d'amore; Le scioglieano il pudore, ed alla mente Dubbia davan speranza. Ella da prima Andava ai templi, e chiedea pace a' Numi, Sacrificando a Cerere ed a Febo, Ed a Liéo, e piú di tutti a Giuno, A cui de' nodi maritali è cura. Essa tenendo di sua mano il nappo, La bellissima Dido, in fra le corna Lo spargeva alla candida giovenca. Doni su doni reca, ed agli aperti Petti dell'ostie, sopra le spiranti Viscere, pende interrogando. O ignare Menti dei vati! Che i delúbri e i voti Giovano la furente? . . Interna, in core, Tacita vive la sua piaga. Dido Arde nell'ossa, e delirando vaga Per la città. Cosí talor la cerva Cui lunge incauta in fra le Cressie selve Colpí il pastor di dardo, inscio obliando Il volatile ferro, il monte e il piano Corre fuggendo, e il mortal telo ha infisso. Or seco Enea mena alle mura, e ostenta Le Sidonie ricchezze, e la nascente Città: talor prende a parlargli, e a mezzo Il suo discorso oblía: or nuovamente Chiede d'udir l'Iliaca storia, e pende Dalla bocca al narrante. E come è sola, E suadono i silenti astri il riposo, Abbandona le coltri, e per la casa Vacua s'aggira, ed ella assente, assente Lui vede ed ode. Anche talor, rapita Dalla paterna imagine, nel seno, L'infando amore d'ingannar tentando, Si cova Ascanio. Le nascenti moli Gareggianti col cielo, abbandonate Pendono intanto . . . . . . . . . . . . .
XI.
Lei come prima da tal peste presa, Né al suo furore ostar la fama, Giuno Cara consorte del Tonante intese, Con tai parole a Venere si volse — Egregia lode, veramente, ed ampie Spoglie, ed un nome memorando e grande, Col tuo fanciullo acquisti! Dall'inganno Di due Numi una femmina fu vinta! Ben io mi so che tu sospette avesti Le nostre mura e di Cartago l'alte Sedi; ma alfin non porrem modo? e sempre Perché guerra tra noi? Meglio non fia Eterna pace e patteggiate nozze? Ciò che nel core tu volesti, l'hai; Arde amante Didone, e per le vene Il tuo furor le corse. E sia; comune Questo popolo abbiam, e a noi sia in cura Con pari auspicî. Serva Dido al Frigio Marito, e in dote alla tua mano i Tirii Siano commessi. — La comprese parlar, onde a Cartago Volger l'Italo impero; e però a lei Rispose Citeréa: — Chi mai demente In ciò ti disdirebbe, e meglio teco Amerebbe contendere, o regina? Purché il fatto che memori seconda Séguiti la fortuna! Ma i destini Mi trascinano, incerta se ai partiti Da Troia e ai Tirii voglia Giove sola Una cittade, e le due stirpi miste E costrette ad un patto. A te, consorte Lice l'anima sua tentar pregando: Tu comincia, io son teco. — Ed io, riprese La regal Giuno, questa cura assumo. Ora m'ascolta e ti dirò in qual modo Ciò che c'importa aggiungeremo. Enea Domani a caccia andrà nei boschi, insieme Colla misera Elisa. Appena il Sole Svelerà co' suoi raggi il volto al mondo, Mentre vagan le schiere ed indagando Cingon la selva, infonderò sovr'esse Nero un nembo di grandine commisto. Fuggiranno i compagni, e da un'opaca Notte protetti, a una spelonca insieme Giungeran, Dido e il Teucro duce; ed io Sarò presente. Se tu meco allora Concorrere vorrai, Dido al Troiano Stringeremo di stabile connubio Acconsentiva, dei trovati inganni Fra sé stessa ridendo. Abbandonava Frattanto il mare la sorgente Aurora ...95
XII.
E già spargea di nova luce il mondo, Il croceo letto di Titon lasciato, La prima Aurora, allor che la regina Vide dall'alto, all'alba, le Troiane Navi solcar l'onde marine e i venti Sospingere le vele; ovunque il porto Deserto e il lido: onde le ultrici in seno Furie celando, forsennata il bianco Petto piú fiate colle man percosse, E le dorate chiome. Indi: per Giove!...96
XIII.
Da molti lustri la deserta lira
Un solo, un solo mi costringe alzarme Contro di lui coll'arme Del nostro carme.
Di nostra Musa l'innocenza, illesa
XIV.
Dal compresso vapor che l'affatica, Cui non sarà forse quest'ora antica, Battendo le stupite ale dei venti. E qual sui mari errar sicuro ardío, Vagherà l'uom pel ciel, simile a un Dio.98
XV.
Che innanzi a lei distendesi
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .99
XVI.
Sin le panche, a fargli onore, Coronando il professore.
Quel Rebuffo, che ho già udito
Dir sciocchezze, dalla cattedra, Di quel ciuco di Manzoni! . . .100
XVII.
Vanni fra i nembi adopra . . .101
XVIII.
Risvegliami nel cor!102
XIX.
— Dimmi, o poeta, lo vedesti mai? — Chi? — Lui. — Chi è lui? — Tu mi vedesti in volto, E tu, poeta, chi sia lui non sai?
Mai non vedesti uno stranier che vôlto Verso l'Alpi, parea, di là dal monte, A un'ignota armonia porgesse ascolto?
Uno stranier, che sulla mesta fronte L'orma serbava de' miei baci, e avea Sul suo labbro del mio labbro le impronte! —
D'essere intesa disperar parea Pur rassegnata in trepida favella
Qual chi smarrí una cosa cara, anch'ella Sfogava il cor chiedendone alla gente, Benché non ne sperasse aver novella.
Era un Austriaco! . . Io la guardai, tacente, Con un sorriso; e una parola amara Rapida balenommi nella mente . . . .103
XX.
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