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Goffredo Mameli
Scritti editi e inediti

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  • VERSI ALLA POESIA   INNO.
    • ABBOZZI E FRAMMENTI
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ABBOZZI E FRAMMENTI

 

I83

 

Batte l'ora che sognarono

Dalle tacite sue grotte

Vomitar la Morte l'anime,

Che il silenzio della notte

Sempiterna asconde agli uomini

Nel suo manto scuro scuro,

E tornarle ai che furo.

 

Or che i morti non s'affacciano

Piú allo sguardo dei mortali,

Questa è un'ora di memorie:

E il pensiero agita l'ali

Dell'amor nei morti secoli;

Ora affretta i non nati,

Ora evòca i trapassati.

 

Il poeta, solo, tacito,

Siede e pensa sovra un sasso:

Tende, immobile, l'orecchio,

E gli par d'udire il passo

Che nel nulla affretta un secolo....

Egli pensa un'armonia,

E ne veglia l'agonia.

 

Ma repente, sulla lapide

Ove l'occhio tiene avvinto,

Qual chi vede nel delirio

Qualche cosa d'indistinto,

Bella in volto come un angelo,

Come donna triste e pia,

Un' imago gli apparía.

 

Mesta come una memoria,

Cara come una speranza,

Ferma il passo, e par che mormori

Fra sé stessa una romanza.

Sparse a palme son le treccie,

Ché la cingono di gloria

Il martirio e la vittoria.

 

V'è chi dice che da secoli

Ella gira l'universo:

Or la spada al fianco pendegli,

Or sul labbro ha dolce il verso

Volto in alto ha sempre l'occhio,

Corre sempre alla sua meta,

Or guerriero ed or poeta.

 

II84

 

Era notte; e il cavaliero

Per i lunghi corridoi

Non badava ai passi suoi,

Come assorto in un pensiero.

 

Pur, se avesse posto mente,

Pur, se avesse dato ascolto,

Avría udito il lungo vôlto

Risuonare raucamente.

 

Ma qual suono, qual rumore,

Qual può giungere parola

All'orecchio di chi vola

Nelle braccia dell'amore?

 

Lesto lesto il cavaliero

Per i lunghi corridoi

Non badava ai passi suoi,

Come assorto in un pensiero;

 

Quando ei giunse in una chiesa,

E di frati in cappe nere,

Alternando Miserere,

Doppia fila v'era stesa.

 

Tra sé disse: «errai la via»;

Si fe' il segno della croce;

Pregò un poco a bassa voce,

E si alzò per andar via.

 

«Prega ancora, o cavaliere»

Disse un frate a lui vicino;

«Non errasti nel cammino;

«Questo è tempo di preghiere».

 

Ei si volse da quel lato;

Guardò il volto dell'ignoto:

Avea un occhio senza moto,

E pregava inginocchiato.

 

— «Ma colà, che si prepara

»Da quei frati, padre mio?»

Ed il frate: — «prega Iddio;

«È una bara».

 

— «Forse è morta qualche suora

» Son per lei queste preghiere

Ripeteva il cavaliere.

— «Non ancora!».

 

— « Sono atteso, padre; l'ora

» Si fa tarda.... Sul mattino

» Debbo andarmene; è vicino....»

— «Prega ancora!» —

 

III85

 

......A voi

Lego il tesor che sol mi resta ancora:

Sprezzo ed odio a' stranier. Questa parola

In sé racchiude la memoria, e l'arra

Della nostra grandezza.

 

IV.

 

Ella levossi, io mi levai.... Quel volto

Che non doveva riveder piú mai,

Lungamente io mirava. Ed ella strinse

Colla destra il mio braccio; onde quel tocco

Si diffuse per tutta la persona,

Ed ogni fibra s'agitò convulsa86.

 

V.

 

O giovinetta, il roseo

Nastro, che l'auree chiome

Stringeati, è mio. Con vigile

Cura io lo serbo, come

Piuma caduta a un lucido

Del cielo abitator.

 

Quale la tua memoria,

Sempre io l'avrò sul core:

Pure nel novissimo,

Del nastro dell'amore,

Al mio confuso, il cenere

Acchiuderà l'avel.

 

Io le tue labbra trepido

Sfiorai... Pur di quell'ora

D'ebbrezza la memoria

Di lui men cara ho ancora;

Ché non è piú quel bacio

Che un sogno che passò.

da Byron87.

 

VI88.

 

— La sua voce nell'anima mi scende

Siccome l'inno d'una Peri; è voce

Della figliuola dell' amor, piú cara

Dell'istessa sua madre. Oh, nel suo aspetto

Il vecchio padre s'abbandona ancora

Ai dolci sogni della speme! Oh, sempre

Grato mi giunge il tuo gentile aspetto,

Qual del nòmade errante all'arso labbro

Il mormorar del rio, che si distende

Pei sempre arsi dal sol campi di sabbie,

E gli ridona col suo umor la vita.

Tale a me sei; né peregrin giammai

Per la sua vita sciolse voto a Mecca,

Col cor ch'io 'l sciolgo per la tua. Dall'ora

Che prima il Sole ti sorrise, sempre

Ti benedissi, e benedico anch'oggi. —

 

Bella come la donna che sorrise

Alla serpe ingannevole, di cui

Il germe in seno già portava allora

Che primamente fu sedotta, e poscia

Altri sedusse alla sua volta; bella

Siccome un sogno giovanil, che ahi troppo,

Troppo presto dilegua, allor che il duolo

In lui s'addolcia, e sul tuo sen ti pare

Il battito sentir d'un cor che amasti,

E il fior, che in terra già perdesti, lieto

Di piú molli profumi in ciel vagheggi

(Dolce è quel sogno, dolce al core, quale

È la memoria d'un'amata estinta;

Non altrimenti che il primier sospiro,

Puro siccome d'un fanciullo il prego)

Tal del vecchio Visire era la figlia.

Egli l'accolse con sugli occhi il pianto,

Ma non col pianto del dolor.

Giammai

Tu non provasti, ché favella umana

Non ha un accento gentil, caro,

Ch'esprimere il divin raggio ti possa

Della bellezza. Oh, chi nol sente, insino...89

 

VII.

 

Ancor conserva la sua vita il tuo;

Pur sanguinante il mio palpita ancora,

E il pensiero che eterno lo affatica

È che fors' io non ti vedrò piú mai.

Questa parola d'un dolore è piena,

Piú profondo che il gemito sull'urna

D'una diletta estinta. Ambo vivremo,

Ma schiuderemo le pupille al giorno

Sovra il talamo vedovo e deserto.

E a te la figlia blandirà l'orecchio

Della prima dolcissima parola.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Quando la cara ti verrà d'intorno

Colle tenere mani accarezzando,

Quando il suo labbro blandirà il tuo labbro,

Oh, tu rammenta lui, la cui preghiera

Ti benedice, e c'hai dell'amor tuo

Tu benedetto. E se quel volto al suo

Somiglierà, pàlpiti ancor fedele

Alla memoria dolcemente il core90.

 

VIII91.

 

Tutto finí; siccome un sogno sparve.

Sino alla notte errai, come deliro,

Non badando a' miei passi. Alfin sto meglio;

Ora ragiono. Ogni rumor si tacque.

Oh, nella notte si distingon meglio

Gl'intricati pensier. Queste pareti,

Abbenchè brune, non mi riescon tristi.

Tutto è a posto: la chiave è nella porta

I miei muti son , dormon: la casa

Tutta è proprio tranquilla. Oh, non v'è causa

Qui, da temer: tutto va bene. Il paggio

Trovò Don Guritano: egli comprese

Che si tratta di lei. È vero, o Dio?

Dunque ti posso benedir; l'avviso

A lei lasciasti pervenir, n'è vero?

Tu m'aiutasti, tu che sei pio,

A protegger quell'angelo, a salvarlo

Dagli intrighi del vile? Ella è ben salva;

Tu la proteggi; e alfin morir poss'io.

(il tire une fiole)

Or muori, o vile, nell'abisso piomba

Morrai, come si muor, quando s'espia

Un delitto; morrai solo, e deserto.

(apre la veste, e lascia veder la livrea che aveva nel primo Atto)

Porta la tua livrea teco alla tomba!

Ma, Dio mio, se quel demone venisse

A veder la sua vittima spirante!...

(attraversa un tavoliere innanzi alla porta secreta)

Per questa porta egli non entri, almeno!

(pensa un momento)

, il mio paggio trovò Don Guritano

Non era ancora ott'ore del mattino.

In quanto a me, la mia sentenza è fissa:

Vo preparando il mio supplizio io stesso,

Colle mie man sulla mia testa il drappo

Funebre della morte io tiro, e questa

Unica gioia mi riman, che niuno

Ha piú potenza sul mio fato, almeno.

(sedendosi sulla sedia)

E nondimeno ella mi amava.... O Dio,

Tu mi soccorri! In questa idea vaneggia

Il mio pensiero.

(piange)

Oh, gli uomini poteano

Lasciarci in pace

(nasconde la testa fra le mani; piange)

Dio!.....

(rilevando la testa, e guardando il nappo)

Chi mel vendeva

Mi domandava: «Oggi qual giorno abbiamo

Del mese?». L'uomo è un animal ben triste!

Cadi? Il fratello ti calpesta e passa.

Ella m'amava... Ah, qui il dolor mi vince;

E del passato un solo giorno, un'ora

Non si può rivocar. E la sua mano

Che stringea la mia mano!... e la sua bocca

Che toccò le mie labbra!.. Io mi credea

Un Cherubino reclinar la fronte...

Hugo, Ruy Blas.

 

IX.

 

Da Seneca92.

 

IPPOLITO.

 

Fedra, Nutrice.

 

Fedra. Creta, signora degli immensi flutti,

Di cui le navi innumeri per ogni

Lido tennero il mare. . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .93

Oh, perché me, data in ostaggio a invisi

Penati, sposa ad un nemico, astringi

In fra i mali e le lacrime la vita

A consumar? Il profugo marito

Tienmi l'esperta fede? Ai stigii laghi,

Invii al ritorno, ei va guerrier; d'audace

Proco è socio al furor. Non lui timore,

Non lui pudor ritenne: anche nell'imo

Averno stupri e talami vietati

Cerca il padre d'Ippolito. E me travaglia

Altro e maggior dolor. Non la quiete,

Non il sopore dell' amica notte

Sciolser mie cure: s'alimenta, e cresce,

Ed arde interno il mio furor, siccome

Vapor che dalla cupa Etna dirompe.

Abbandonai di Pallade le tele;

Sugli usati lavor cadean le mani.

Me piú non giova di votivi doni

Colere i templi, o dell'Achee donzelle

Commista ai cori in tacita preghiera

Sovra l'ara agitar le conscie faci.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Solo mi piace le eccitate fiere

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Nutrice. O moglie di Teséo, diva progenie

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Le fiamme estingui, né di dira speme

Docil t'affida alle lusinghe.

 

X.

 

Dall'Eneide, L. IV.94

 

Ma la regina, già piagata intanto

Di grave cura, nelle vene nutre

La sua ferita incautamente, presa

Da un foco ignoto; e il molto onor degli avi

E la molta virtú del peregrino

Volge nell'alma. Le stan fitti in petto

Il volto, i detti; né la cura indulge

Alla stanca la placida quiete.

E già la Luna coll'estremo raggio

Illustrava la terra, e l'umid'ombre

Scotea l'Alba dal polo; ed in tal guisa

Male sana alla suora ella parlava:

— «Anna sorella, mi dan gran pensiero

Le inusate vigilie. Oh, chi è costui

Che nuovo alle mie sedi ospite arriva,

E tal si mostra all'apparir, nel core

Quanto è forte e nell'armi? Veramente

Egli è stirpe d'un Dio, perché tradisce

I degeneri animi la tema.

Da quai fati agitato! e quali infauste

Guerre narrava! . . Ma i' m'ho posto in core

Di viver sola. Se le nozze tanto

Io non avessi in odio, a costui solo

Forse io potea soccombere. Sorella,

A te nol celo: da quel ch'io vidi

Morto il marito, e di fraterno sangue

Sparsa la casa, solo questi ha mossi

I nostri sensi, e l'anima costrinse.

Conosco i segni dell'antica fiamma

Ma l'ima terra mi si schiuda innanzi,

E prima il Padre onnipotente all'ombre

Colla fòlgore sua mi cacci, all'ombre

Dell'Erebo pallenti e alla profonda

Notte, ch'io mai vi rompa fede, o giuri

Di pudore e di fede! Egli, colui

Che primo amor m'apprese, il nostro amore

Seco portossi. e il s'abbia, e nella tomba

Lo serbi seco e sempre!» —

Ella parlava,

Ed era tutta in pianto. Ed Anna a lei:

— « O della luce a me piú cara, o suora,

Sola mai sempre e inconsolata, questa

Tua giovinezza consumar vorrai?

Questo alla polve delle tombe in cura

Tu credi, e ai Mani dei sepolti? E sia.

Il tuo dolor molti mariti invano

Piegar tentaro; il disprezzato Gîarba

Basti, e di Libia i varii amanti, e i duci

Che, ferace d'eroi, l'Affrica nutre.

Anche al tuo cor resister vuoi? Né a mente

Ti torna il suol dove tu vivi? Quinci

Le Getule città, stirpe nell'armi

Insuperata; ti ricinge infesto

Quindi il Numída, e inospiti le Sirti,

Ed ignoti deserti ed i Barcéi

Lunge tremendi. Che dirò di Tiro,

Che già si leva a guerra? A questi lidi,

Seconda Giuno ed auspicante il corso,

Volser le Iliache navi. Oh, qual si leva

La tua città, da tali nozze, forte

Dell'armi Teucre! Chiedi venia ai Numi,

E porgi preci! Mentre indulgi al dolce

Ospizio, è lieve trovar causa a lui

Perché rimanga: aspro dal verno il mare,

Ed alle navi sconquassate il cielo

Non trattabile.» —

Incauta! e tai parole

L'animo acceso le infiammâr d'amore;

Le scioglieano il pudore, ed alla mente

Dubbia davan speranza. Ella da prima

Andava ai templi, e chiedea pace a' Numi,

Sacrificando a Cerere ed a Febo,

Ed a Liéo, e piú di tutti a Giuno,

A cui de' nodi maritali è cura.

Essa tenendo di sua mano il nappo,

La bellissima Dido, in fra le corna

Lo spargeva alla candida giovenca.

Doni su doni reca, ed agli aperti

Petti dell'ostie, sopra le spiranti

Viscere, pende interrogando. O ignare

Menti dei vati! Che i delúbri e i voti

Giovano la furente? . . Interna, in core,

Tacita vive la sua piaga. Dido

Arde nell'ossa, e delirando vaga

Per la città. Cosí talor la cerva

Cui lunge incauta in fra le Cressie selve

Colpí il pastor di dardo, inscio obliando

Il volatile ferro, il monte e il piano

Corre fuggendo, e il mortal telo ha infisso.

Or seco Enea mena alle mura, e ostenta

Le Sidonie ricchezze, e la nascente

Città: talor prende a parlargli, e a mezzo

Il suo discorso oblía: or nuovamente

Chiede d'udir l'Iliaca storia, e pende

Dalla bocca al narrante. E come è sola,

E suadono i silenti astri il riposo,

Abbandona le coltri, e per la casa

Vacua s'aggira, ed ella assente, assente

Lui vede ed ode. Anche talor, rapita

Dalla paterna imagine, nel seno,

L'infando amore d'ingannar tentando,

Si cova Ascanio. Le nascenti moli

Delle di torri coronate mura,

Gareggianti col cielo, abbandonate

Pendono intanto . . . . . . . . . . . . .

 

XI.

 

Lei come prima da tal peste presa,

Né al suo furore ostar la fama, Giuno

Cara consorte del Tonante intese,

Con tai parole a Venere si volse

Egregia lode, veramente, ed ampie

Spoglie, ed un nome memorando e grande,

Col tuo fanciullo acquisti! Dall'inganno

Di due Numi una femmina fu vinta!

Ben io mi so che tu sospette avesti

Le nostre mura e di Cartago l'alte

Sedi; ma alfin non porrem modo? e sempre

Perché guerra tra noi? Meglio non fia

Eterna pace e patteggiate nozze?

Ciò che nel core tu volesti, l'hai;

Arde amante Didone, e per le vene

Il tuo furor le corse. E sia; comune

Questo popolo abbiam, e a noi sia in cura

Con pari auspicî. Serva Dido al Frigio

Marito, e in dote alla tua mano i Tirii

Siano commessi. —

Simulatamente

La comprese parlar, onde a Cartago

Volger l'Italo impero; e però a lei

Rispose Citeréa: — Chi mai demente

In ciò ti disdirebbe, e meglio teco

Amerebbe contendere, o regina?

Purché il fatto che memori seconda

Séguiti la fortuna! Ma i destini

Mi trascinano, incerta se ai partiti

Da Troia e ai Tirii voglia Giove sola

Una cittade, e le due stirpi miste

E costrette ad un patto. A te, consorte

Lice l'anima sua tentar pregando:

Tu comincia, io son teco.

— Ed io, riprese

La regal Giuno, questa cura assumo.

Ora m'ascolta e ti dirò in qual modo

Ciò che c'importa aggiungeremo. Enea

Domani a caccia andrà nei boschi, insieme

Colla misera Elisa. Appena il Sole

Svelerà co' suoi raggi il volto al mondo,

Mentre vagan le schiere ed indagando

Cingon la selva, infonderò sovr'esse

Nero un nembo di grandine commisto.

Fuggiranno i compagni, e da un'opaca

Notte protetti, a una spelonca insieme

Giungeran, Dido e il Teucro duce; ed io

Sarò presente. Se tu meco allora

Concorrere vorrai, Dido al Troiano

Stringeremo di stabile connubio

Queste fieno le nozze. —

Citeréa

Acconsentiva, dei trovati inganni

Fra sé stessa ridendo. Abbandonava

Frattanto il mare la sorgente Aurora ...95

 

XII.

 

E già spargea di nova luce il mondo,

Il croceo letto di Titon lasciato,

La prima Aurora, allor che la regina

Vide dall'alto, all'alba, le Troiane

Navi solcar l'onde marine e i venti

Sospingere le vele; ovunque il porto

Deserto e il lido: onde le ultrici in seno

Furie celando, forsennata il bianco

Petto piú fiate colle man percosse,

E le dorate chiome. Indi: per Giove!...96

 

XIII.

 

Da molti lustri la deserta lira

Che sol geme e sospira,

Non suonò d'ira.

 

Un solo, un solo mi costringe alzarme

Contro di lui coll'arme

Del nostro carme.

 

Di nostra Musa l'innocenza, illesa

Finor, macchiar mi pesa

Di tanta offesa.97

 

XIV.

 

E mossa in presti giri

Dal compresso vapor che l'affatica,

Farà ammirar le genti

Cui non sarà forse quest'ora antica,

Battendo le stupite ale dei venti.

E qual sui mari errar sicuro ardío,

Vagherà l'uom pel ciel, simile a un Dio.98

 

XV.

 

Anco un sospiro, o poveri

Giorni de' miei verd'anni!

Io penso a voi, com'aquila

Cui fur legati i vanni.

Sente dell'ali il fremito,

E guarda il ciel . . . . .

Che innanzi a lei distendesi

Splendido, immenso, invan.

 

Questo vigor che indomito

L'anima incalza, opprime

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .99

 

XVI.

 

Mi pensava che volassero

Sin le panche, a fargli onore,

Coronando il professore.

 

Ma le panche sono vecchie,

Per fortuna, nelle scuole,

Ed avvezze a tai parole.

 

E quel vaso che rigurgita

Di saver grande, infinito

Quel Rebuffo, che ho già udito

 

Dir sciocchezze, dalla cattedra,

Il romanzo e le canzoni

Di quel ciuco di Manzoni! . . .100

 

XVII.

 

Sai chi è costui che ingenuo

Ti parla, e ride a canto?

Mentre ei la mano stringeti,

Sai che pensieri intanto

Nell'anima gli vagano?

Ah, Dio t'abbandonò!

Ah, che l'artiglio l'aquila

Sovra d'un fior posò

 

Ma non temere: i validi

Vanni fra i nembi adopra . . .101

 

XVIII.

 

Un'aura assai piacevole

Sento di fronda in fronda,

E credo udire un cantico

Che a' miei pensier risponda

Nel mormorar del zefiro

Che scherza tra quei fior.

 

Vieni, o diletta, ascendere

Ti piaccia fra quei mirti,

All'ombra della quercia.

Oh, quante cose ho a dirti

Che la campagna florida

Risvegliami nel cor!102

 

XIX.

 

Dimmi, o poeta, lo vedesti mai?

— Chi? — Lui. — Chi è lui? — Tu mi vedesti in volto,

E tu, poeta, chi sia lui non sai?

 

Mai non vedesti uno stranier che vôlto

Verso l'Alpi, parea, di dal monte,

A un'ignota armonia porgesse ascolto?

 

Uno stranier, che sulla mesta fronte

L'orma serbava de' miei baci, e avea

Sul suo labbro del mio labbro le impronte! —

 

D'essere intesa disperar parea

Pur rassegnata in trepida favella

Il suo mesto dimando ripetea.

 

Qual chi smarrí una cosa cara, anch'ella

Sfogava il cor chiedendone alla gente,

Benché non ne sperasse aver novella.

 

Era un Austriaco! . . Io la guardai, tacente,

Con un sorriso; e una parola amara

Rapida balenommi nella mente . . . .103

 

XX.

 




83 Dal quaderno del 1846 «Un po' di tutto», e da una copia, certamente ricavata da un altro esemplare del Poeta.



84 Senza titolo, in un gran foglio volante, che contiene anche i pochi versi del Frammento III. Il componimento si vede non finito, né ritoccato, essendosi il Poeta contentato di gittar sulla carta la prima idea, insieme col metro di cui voleva vestir la leggenda. E par d'intendere che quando il cavaliere giungerà al ritrovo desiderato, troverà morta la dama, al cui funerale ha anticipatamente assistito in quella lugubre apparizione notturna.



85 Questi versi dovevano servir forse all' ultima scena del Paolo da Novi, nel rifacimento che Goffredo non condusse a termine.



86 Dal secondo quaderno di Letture ed Appunti del 1845; e forse doveva entrare nel carme finito più tardi, intitolato «R. R. di F.».



87 Hours of Idleness. Goffredo ha imitato dalla versione francese di Amedeo Pichot (Oeuvres de Lord Byron, Paris 1836), con molta libertà, raccorciando e variando. È sua la imagine della piuma caduta dalle ali d'un angelo. Il testo francese parla delle «reliques des saints qui babitent le ciel».



88 Dal secondo quaderno di Letture ed Appunti, del 1845.



89 Libera versione di due stanze, V e VI, della Fidanzata di Abido del Byron.



90 Dal Fare thee well del Byron. Per intendere il primo verso, gioverà leggere il passo nel testo inglese:

Yet, oh yet, thyself deceive not;

Love may sink by slow decay.

But by sudden wrench, believe not

Hearts can thus be torn away:

Still thine own its life retaineth,

Still must mine, thought bleeding beat; etc.



91 Dal secondo quaderno di Letture ed Appunti, del 1845.



92 Dal primo quaderno di Letture ed Appunti.



93 I puntini sono di Goffredo, che forse ha riprodotto da un foglio volante nel suo quaderno ciò che gli parve meglio del suo esperimento di traduzione. E sono di lui la croce apposta ad un verso, e la lineetta sotto la prima parola di un altro, per indicare il bisogno di correggere quello, che era fallato, e di mutar l'altra in una voce meno arcaica.



94 E dal verso I all'89 del testo latino. Questo lungo brano, come gli altri due che seguono, anzi che un disegno di nuova versione italiana del poema Virgiliano, apparisce un mero esercizio nell'arte dello sciolto, coincidendo per l'appunto colla verseggiatura del Paolo da Novi. Occupa le ultime facce d'un quaderno contenente appunti scolastici di Diritto Romano e di Diritto Canonico; quaderno che perciò si riferisce agli studi dell'anno 1845.



95 Aeneidos L. VI dal verso 90 al 129. Questo frammento di versione è in foglio separato.



96 Aen. L. IV. dal 584 al 590. In foglio separato.



97 In foglio separato.



98 In foglio separato. Nel quinto verso l'autografo reca «spupite», per uno di quei trascorsi di penna onde sono frequentissimi esempi nei manoscritti di Goffredo, specie nelle cose sue di primo getto. Mi persuade anche a leggere «stupite» il fatto notevole che nel terzo verso era scritto «Farà stupir le genti» mutato poi in «Farà ammirar le genti», certo per evitare una ripetizione di suoni.



99 In foglio separato.



100 Dalla penultima faccia d'un quaderno, contenente il secondo abbozzo, rimasto incompiuto del Paolo da Novi. Il professore a cui l'accocca Goffredo era certamente un classicista della scuola del Ranalli, il quale fu sentito dire dalla cattedra, nella università di Pisa, che quelli del Manzoni erano versi de colascione.



101 Dal quaderno del 1846: «Un po' di tutto».



102 Da un apografo, anzi da due, di questo scherzo d'adolescente, che si giustifica coll'essere stato improvvisato, su rime obbligate, in una riunione domestica.



103 Anche questa da due apografi dello stesso periodo.






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