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| Goffredo Mameli Scritti editi e inediti IntraText CT - Lettura del testo |
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SAGGI DRAMMATICIPAOLO DA NOVI
Gastone, marchese di...., Francese.
Due Carcerieri. |
106 Primo getto, come dicemmo altrove, esponendo anche le ragioni che ci consigliarono di pubblicarlo. Noteremo qui che Goffredo, imitando il costume dell'Alfieri (e si può soggiungere del Metastasio) aveva disegnato di stender dapprima il dialogo della sua azione drammatica in prosa, mettendo anzi a riscontro, nell'istessa pagina, la prosa e i versi. Ma non andò poi oltre i due terzi della prima scena. Ad ogni modo, poiché appunto in questa prima scena la verseggiatura offre una lacuna, riferiremo qui tutto quanto l'autore aveva scritto in prosa; e l'anzidetta lacuna, almeno per ciò che riguarda il senso del dialogo, sarà facilmente colmata. «Verr. Ma qual pegno, qual pegno hai tu del suo tradimento? «Pans. Oh, certo. Conosci quel Francese, che profugo dal suo paese venne in Genova? Ebbene, quest'uno è l'unico a cui sia aperta l'anima di Paolo. «Verr. Che lo accolse in sua casa. «Pans. Egli crede di averlo compro co' suoi benefizi. E poi a qual di noi oserebbe tener simili propositi, senza aspettarne per risposta uno stile al cuore? «Verr. Insomma, tutta la certezza è fondata sulla parola di un Francese? e di un Francese, di cui s'ignora il nome, e che mangia il pane di Paolo, lo onora in faccia, e lo paga della piú nera perfidia. Se egli conobbe Paolo per un codardo, perché andare in sua casa, mangiare il suo pane, vivere con lui? «Pans. Odi la sua istoria. Attaccò briga con un giovine d'una delle più cospicue famiglie di Francia, lo sfidò, l'uccise. I parenti del giovine, che erano di molta influenza col Re, lo perseguitarono, lo presero, lo fecer porre in un orrido carcere. Ci visse varii anni; alfine vinto coll'oro il carceriere, fuggí di Francia, purificato della sua patria dalle persecuzioni che ne avea sofferte. Egli cercava un generoso, che comprendesse il suo odio per la tirannide. Giunse in Genova; trovò Paolo. Egli lo ingannò, come ingannò noi tutti. Gastone lo amò come uno che aduna ed incarna le piú alte, le piú sante idee, che prima vagavano indistinte nell'anima. Paolo lo accolse in sua casa, gli fu cortese. Gastone credette ch'egli cercasse in lui un compagno nel cammino della gloria. E invece (quando me lo raccontava, gli fremeva sul volto tutta la vergogna e lo sdegno di un lungo e turpe inganno), e invece quel traditore cercava in lui uno che gli appianasse, lo sostenesse nel cammino dell'infamia. Egli voleva mandarlo ambasciatore al pontefice, perché facesse sua serva questa sua patria, che si appoggiava al suo braccio, siccome al braccio d'un prode; e mentre essa lo incoronava suo campione, egli volea che Giulo lo incoronasse suo signore. «Verr. Ascolta o Pansa; qui si tratta di un tradimento, o di una calunnia turpissima. Ma a prima vista, senz'altre prove, io crederei piuttosto traditore un Francese, che un Italiano. E poi, ripeto, perché ci continua a convivere, a mentirsi amico di questo che egli chiama traditore? «Pans. Io, io stesso lo consigliai. Prima di rinfacciare a Paolo il suo tradimento in pubblico, bisogna che ne abbiamo le prove in mano. E poi, se oggi, a questo popolo che lo grida suo liberatore, suo doge, alcuno si appresentasse.....». |
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