Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Goffredo Mameli
Scritti editi e inediti

IntraText CT - Lettura del testo

  • SAGGI DRAMMATICI
    • PAOLO DA NOVI
      • ATTO SECONDO.   La scena è sulla piazza di San Lorenzo.
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

PAOLO DA NOVI119

 

ATTO SECONDO.

 

La scena è sulla piazza di San Lorenzo.

 

SCENA I.

 

Popolo, il Vescovo, Paolo, i Tribuni, Soldati.

 

Vescovo.

(ponendo la corona sovra la testa di Paolo)

Te' la corona. Dio sovra il tuo capo

La benedica, e la ritorni quale

Già balenò di gloria circonfusa

Di tanti grandi sulla fronte, e tutta

La luce, che fra lor mandò divisa,

Sulla tua testa accolga. Il sacro Giulo

Dal Vatican l'ira di Dio prepara

Sopra tiranni e barbari, e i tremendi

Fòlgori già ne scuote. Co' tuoi piedi

Ai drachi e ai serpi le superbe creste

Calpesterai nel fango.

(porgendogli la bandiera)

Te' la Croce.

Usa è da lungo sventolarsi all'aura

Della vittoria: e tu rammenta, o Doge,

Che i tuoi padri fur usi a imporporarne

Nel barbarico sangue il bel vermiglio,

O nel lor proprio: ch'altra tinta sdegna

La nostra Croce.

Paolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                †

 

(incoronato, togliendo la bandiera)

In questa ora solenne

In cui la patria il suo vessil mi affida,

La sua gloria, e sé stessa, io giuro innanzi

Alla faccia di Dio, sulla sua croce,

L'ultima stilla spargere per essa,

Se fia mestier, del sangue mio; prima

Riporne il brando, che ritorni ai tempi

D'Alméria e di Meloria. E se pur pago

Non è l'Eterno ancor di opprimer questa

Misera terra, e la vuol serva ancora,

Se il brando Iddio mi spezzerà tra mani,

Sino all'ultimo passo il mio cammino

Io seguir giuro, né arrestarmi in faccia

Al patibolo pur; anco sul palco,

Se in altro modo io nol potrò, la vita

Alla mia patria consacrar, ché il sangue

Degli oppressi e dei prodi è l'elemento

Onde s'informa il fulmine, che a terra

Volge i tiranni. Ma fatal presagio

Non offuschi il seren di questo giorno.

O Genovesi, il solenne è giunto.

Morte ai Francesi! libertà vi suoni

Or la mia voce in cor, come nell'ora

Che primamente a voi mi volsì, e dissi

«Non è piú tempo d'aspettar, s'infranga

Questa turpe catena»; e voi portaste,

Per tôrne quindi gli oppressori e il giogo,

La vostra man sul vostro collo: ed essi

Non v'erano, già s'eran dileguati.

Il ruggir del lîone aveano udito,

Né le zanne volean provarne.

Popolo.

Viva

La libertà ed il Doge! morte, guerra

E sterminio ai Patrizii ed ai Francesi!

Paolo.

Morte e guerra per or solo ai Francesi.

Di già il barbaro re alla Senna in riva

Aduna i suoi satelliti ; ma noi

Non li temiam. Noto è il valor dei Franchi...

Ma poi, la spada degli schiavi piega

Nelle lor man siccome un giunco, al cozzo

Della spada dei liberi. Ma pria

Fa di mestier che dei liberi il brando

Contro gli schiavi, non fra lor si volga.

Se no, sapete che ne avvien? Si asside

Sul vicin colle il barbaro, e con ghigno

Lieto e superbo nel sopposto calle

Guarda i fratelli che pugnan tra loro,

E quando essi son ben stanchi e scemi,

Scende, conta i cadaveri, ed ha vinto.

E da lunga stagion l'istoria è questa

D'Italia. Ma perdio, s'avanza il Franco;

Le già infrante catene in man ci porta,

E noi fra noi ci sbranerem? Non parlo

Di chi segue le Galliche bandiere.

Ei son Francesi, ed i piú vil tra loro.

Ma quei che un muro ed una fossa serra,

Per un istante almen sieno fratelli:

Di popolani e di patrizii il nome

Per un istante almen si taccia. Solo

Or conosciam due nomi; Itali, e Franchi.

Vescovo.

Ognun di voi fino alla morte or giuri

Di difender la patria.

I Tribuno.

Il giuro.

II Tribuno.

Il giuro.

(Gli altri pongono un dopo l'altro la mano

sull'Evangelo. Il Doge parte: molti lo seguono.

Si avanzeranno verso la scena i due Tribuni,

parlando fra loro).

SCENA II.

 

I due Tribuni.

 

Verrina.

È impossibil, ti dico. E chi potria

Le parole piú sante, anzi il cospetto

D'un popol che ti grida e doge e padre,

Mentir, mentir con volto imperturbato?

(con dolore)

Oh, ti ripeto, è una calunnia.

Pansa.

E quando

Vedrai degli occhi tuoi stessi l'infame

Patto, dal Papa di sua man vergato,

Nol crederai neppur?

Verrina.

Allora, certo,

Forza mi fia; ne avrò dolor, dolore

Molto crudel, ma il crederò. Ma questo

Patto è una fola.

Pansa.

Or dianzi, tra brev'ora

Darmel promise.

Verrina.

Ebben, da che Dio volle

Pormi tra i vili, sarò un vile anch'io.

La patria mia difendere col sangue,

Non scambiarle il servaggio, giurai. S'oggi

Un'altra volta a Genova un tiranno

Destina il ciel, sia un straniero... Meglio

S'odia e con men dolore uno straniero,

Che un Italiano. Io son che debbo ai Franchi

Il passaggio vietar... Se il tradimento

È vero, allora aprirò ai Franchi il passo.

 

SCENA III.

 

In casa di Paolo. È la notte, serena, stellata.

 

Teresa canta: Paolo le è presso.

 

Teresa.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Paolo.

Dolce e divin sulle tue labbra il canto;

Bello il sereno della notte, e il riso

Delle tremule stelle. Eppur quel riso,

Ah, non è il riso della gioia! In core

Come un presagio di dolor mi scende.

Quando ne miro il verecondo raggio

Che l'angelico volto t'inargenta

Coll'onde di sua luce, e ti sorride

Siccome a una sorella, il cor mi dice

Che fallace lusingami la speme

Che tutto, tutto in me s'accentri il santo

Raggio d'amor che in te trasfuse il cielo.

Cosa bella, e divina, in terra

Chinar non puote la pupilla.

(Teresa lo guarda esitante: Paolo continua)

Iddio,

Com'astro che nel ciel segna la via

Al soggiorno degli Angeli, ti pose

Genio d'amor sul mio cammino, e quanto

Di sua luce immortal nell'universo

Rivela e di sé stesso, in te vagheggio.

Guardami in viso! Oh, ch'io, ch'io figga il guardo

Nel tuo guardo, com'aquila, che ardente

Punta l'occhio nel Sole, e si sublima!

Oh, ch'io m'inebrii nel tuo sguardo, e beva

L'aura indïante che ne sgorga.

(è l'alba)

Teresa.

Taci!

Taci, Paolo, per Dio! Non sai qual piaga

La tua parola in cuor mi cerchi. Ah, pria,

Quando d'amor mi favellavi, in terra

Fruir credea degli Angeli la gioia.

Ma quel tempo passò ; piú non ne avanza

Che memoria... (fra sé) e rimorso!

 

SCENA IV.

 

giorno). Gastone e Detti.

 

Gastone

Salve, o Doge.

Grave novella la città commove.

Luigi s'avanza, e già le prime squadre

Calcan la terra di Liguria. Innanzi

Al palazzo Ducal s'accalca e grida

Il popol misto, e dalla tua presenza

Chiede forza e consiglio.

Paolo.

Ah, dunque è vero?

I cadaveri, e il sangue suo, che impingua

La nostra terra, non gli basta? Ei vuole

Del lion che si desta, e tutto avvampa

Del reduce vigor, sfidar le zanne?

Il vuol davvero? E sia. Ei forse fida,

Per ogni evento, in aver bene appresa

Per i Pisani e pei Lombardi campi,

Facilmente, per propria indole, l'arte

Di tradire, o fuggir. Ma tremi: un giorno

Forse, o ch'io spero.... Ah , verrà quel giorno.

Oh, per esso darei.... darei il sangue,

Darei la vita, l'anima, te stessa

Darei, Teresa, per quel giorno in cui

Quanti stranieri ardîr dell'Alpe i gioghi,

Quanti stranieri ardîr del mar le vie

Varcar, discesi a profanar le nostre

Itale valli, tutti io li potessi

Sterminati veder; il giorno in cui

Italia tutta in un pensier raccolta

Le sue cento città suonar facesse

Dei Vespri di Sicilia. Ah, dormi ancora

Per pochi istanti, o mio furor, nel petto;

Nell'occulto del core e nel silenzio

L'odio matura, e la vendetta. Dio

Solo, non occhio di mortal, discerne

Il fòlgor che s'ingenera nel nembo:

In un istante ei si rivela, ed arde.

Gastone.

(fra sé)

Se oggi non l'ho, la mia fatica è vana,

E pericolo forse della vita.

(forte)

Pria che il nemico sopraggiunga, è d'uopo

Intenderci col Papa.

Paolo.

Certo.

Gastone.

Allora

Io partirò prima che cada il giorno.

Paolo.

Gastone, ascolta. Tu nasci d'infido

Ed odïoso popolo; ma godi,

Che il lungo carcer tollerato, e il lungo

Odio de' tuoi ripudiar ti fênno

La tua barbara patria. Nel lavacro

Del dolore ogni colpa si cancella;

Ed ei solo potea dalla tua fronte

La natia macchia cancellar. Fratello,

Se non di patria, a me sei d'odio; e forti

Son dell'odio i legami, e mi son sacri

Come i legami dell'amor. Ti affido

Grave cura, o Gastone. Tu di Giulo

Alla corte n'andrai: un'altra volta

Ei scuoterà con le man sacre l'urna

Delle sorti del mondo. In fondo, e molto,

Della grand'urna sta la nostra; e vuolsi

Molto agitarla, perché venga al colmo.

Dàgli il suo foglio, e digli che si tenga

Le sue promesse, e che se ogni altro ch'egli,

A cui mi lega una comun speranza,

Fatta m'avesse tal parola, tolta

L'avrei siccome grave ingiuria; e soglio

Vendicarle, le ingiurie. A ciò ti scelsi,

Perché, straniero, puoi veder le cose

Con occhio piú tranquillo.

(gli varii fogli, ed uno separato)

Gliel rimando.

Gastone.

Il popolo ti attende.

Paolo.

Mi accompagna;

Ti parlerò tra via.

Gastone.

Vengo.

Paolo.

Teresa,

Addio! tu intanto per la patria prega

In questi istanti perigliosi. E quando

Non esaudí l'Eterno la preghiera

Degli Angioli?

Teresa.

(fra sé) Quando essi erano caduti

Già nella colpa.

(Paolo parte: Gastone resta un momento indietro)

Gastone.

O mia diletta, addio;

Amami, intanto; io tornerò tra breve.    (parte)

 

SCENA V.

 

Teresa sola.

 

Teresa.

Oh, Paolo è grande; Paolo è grande tanto,

Che non lo arriva il mio concetto. Ed io

Io lo tradisco. E cosa infame, il veggo,

Nell'anima lo sento... Ma che vale

Il baratro veder, in cui sprofondi,

Se vi sei spinta? Oh Dio! io m'abbandono

Alla corrente che mi porta. Un giorno

Conto men chiederai, qual d'una colpa:

Ma che colpa n'ebbi io, se la corrente

Fu piú forte di me?

 

SCENA V I

 

Teresa, che sarà rimasta immobile alla finestra, colla testa appoggiata alla mano; Verrina e Pansa, che entrano, come continuando un discorso.

 

Verrina.

Fu una menzogna.

Pansa.

E forse è vero; forse anch'io fui tratto

Nell'inganno. Ma pria.... ponderar giova.

Verrina.

Che ponderar! Se ieri aver dicea

Questo sognato patto, e pria di notte

Mostrarlo! Or dianzi io lo trovava; a lungo

Gli parlava; e tra me poscia volgendo

Quell'intricato suo parlar contorto

Ch'io, non uso a mentir, io non conosco,

E di cui sdegna mai vestirsi il vero,

Questo mister compresi. Egli è un venduto,

Che mangia il pan di Paolo, e lo calunnia.

Sua Maestà Cristianissima ama meglio

Vincerci coll'astuzia che coll'armi.

Vi è piú prova d'ingegno! A Paolo io vengo.

O Paolo, Paolo, gli dirò, perdona

Se dubitai di tua fede un istante

Fra poco io stesso ne farò vendetta

Sul vil che ti lusinga e ti tradisce;

Gli pianterò colla mia man nel core

Questo pugnale. Avrò ribrezzo ed onta

Di macchiarlo con sangue cosí vile;

Ma quei che i vili risparmiar volesse,

Ah, di Francesi uccideriane pochi.

Dobbiam lasciarci rodere dai vermi,

Perché son vermi, e li sprezziam?

Pansa.

(Scorge Teresa, e, trasalisce) (tra sé) Sempre essa!

Ah, tu il demone sei, tu che mi spingi

Nel cammin dell'infamia. (forte) Paolo deve

Essere un traditor; lo deve.

Verrina.

Or ora

La discolpa n'udrai dalle sue labbra.

(a Teresa)

Paolo è in casa, madonna?

Teresa.

(tra sé) È dunque, è dunque

L'angiol del mal, che sempre mi susurra

Questo nome all'orecchio? questo nome

Che mi echeggia nell'anima, siccome

Un suon triste di morte?

Verrina.

Paolo è in casa?

Io vi chieggo, madonna.

Teresa.

E che v'importa

A voi di Paolo? Sempre Paolo: Paolo

Ognun ripete. Altra parola adunque

Non si sa proferir che sempre Paolo? (parte)

Pansa.

Del lungo duol che l'anima mi vora

Non io mi lagno; la mia vita Iddio

Sparge talor anche di gioia.

 

SCENA VII.

 

Gastone e Detti.

 

Gastone.

Addio;

Volea venir di voi tra breve in traccia

Verrina.

Ed io pur ti cercava.

Gastone.

E per la stessa

Cagion, forse.

Verrina.

Non credo.

Gastone.

Gravi cose

Ho a dirti.

Verrina.

Ed io anche piú gravi.

Gastone.

E quali?

Verrina.

Ti volea dir che te conobbi, e i vili

Raggiri tuoi; che l'ultima fïata

Che menti è questa, e ch'io farò tra poco

Su te vendetta del dubbiar mio breve.

(trae il bugnale)

Muori, o Francese!

Gastone.

E sia; ma prima leggi.

(porgendogli un foglio).




119 Secondo abbozzo, incompiuto.






Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License