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Goffredo Mameli
Scritti editi e inediti

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  • SAGGI DRAMMATICI
    • PAOLO DA NOVI
      • ATTO V.   Carcere, con vari atrï. In uno di questi sarà Pansa, presso il cadavere di Verrina.
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ATTO V.

 

Carcere, con vari atrï. In uno di questi sarà Pansa,

presso il cadavere di Verrina.

 

SCENA I.

 

Pansa.

 

Pansa.

(togliendo il pugnale dal cadavere Verrina)

Non io sul palco salirò. Gli è il vile

Che trepidante sovrastar si vede

Una morte nefanda, e non ha core

Di prevenirla d'un istante. Un vile

Io non lo sono, no. Questa parola

Che da tanto nell'anima mi echeggia

Come il ricordo d'un delitto, mia

Non è... Tra poco lo vedrem. Da forte,

Pur io sapró morir... Da forte? io?

E perché no? Per la mia patria, il sangue

Sparger volea, ma non per un tiranno.

Ma... sparger nol volea, per un tiranno,

O non per Paolo?... E che ciò importa? Paolo

Era un tiranno... o lo credeva io tale.

Ma... lo credea davver? o lo volea

Cercar di creder, per non confessarmi

Ch'io tradía un generoso? E non sentiva

Una voce nel cor, che mi dicea:

No, non è vero; né tu stesso il credi;

Altro è il pensiero che ti muove, e il sai?....

O Teresa, Teresa! in quell'istante

Che tu per Paolo mi sprezzasti... allora

Tu non sapevi di condurmi a tale,

Che saría giunto il ... ch'io non avrei

Ardito in seno immergermi il pugnale,

Che avea sentito i battiti supremi

Del cor d'un generoso. Col mio sangue,

Ah no, non debbo profanarlo; io debbo...

Debbo morir sul palco, come... un vile.

 

SCENA II.

 

Due Carcerieri.

 

I Carc.

Le inferriate son buone.

II Carc.

Affediddio?

Sfido a forzarle chicchessia; l'aiuti

L'angelo pur, che liberò san Pietro.

I Carc.

Ma dimmi; il sai, come fu preso il Doge,?

II Carc.

Il capitano della nave in cui

Fuggiva a Roma, l'ha venduto al prezzo

D'ottocento ducati.

I Carc.

Guarda un poco

Cos'è la sorte! Un mercator di seta

Ottocento ducati a valer venne.

Sua Maestà Cristianissima stimava

Molto il piacere d'impiccarlo.

II Carc.

Ei giunge.

(Paolo entra fra sgherri. Gli altri si ritirano.

Da un lato vi sarà un crocifisso).

 

SCENA III.

 

Paolo solo.

 

Paolo.

(volgendosi al crocifisso)

Cristo, tu pur da chi chiamavi a vita

Fosti tradito, abbandonato, a prezzo

Venduto, e sul patibolo la grande

Alma spirasti. Ma la tua parola,

Benché nudrita col dolor, col sangue,

Tu sapevi nei secoli feconda:

Tu non provasti nel supremo istante

D'ogni piú cara fede esser deluso.

Pur dell'amaro calice torcesti

Tremante il labbro, al Genitor gridando:

«Se puoi, fa ch'io nol beva». E a tanta guerra,

Che a te, Dio, parve troppa, io bastar debbo,

Fragile figlio della terra!... Vedi?

Un mondo, in cui d'ogni piú cara idea

Vagheggiava la speme, or m'è svanito

D'innanzi; e s' io pur col pensier ritorno

Come a un asilo in lui, crudel n'é il riso,

Qual d'una amata infida. Io son l'infermo

Che sognava vagar di primavera,

In un campo di fiori, e si risveglia

Sovra il letto di morte. Io strinsi al seno

Una diletta, e m'ha tradito. Io dissi

Alla mia patria: «Vieni, sul cammino

Della gloria t'avvio; l'ultima stilla

Per te del sangue io verserò; sul fronte

Ti porrò un serto glorïoso tanto

Che al suo splendor scolorirà l'antico

Serto di Roma», e m'ha tradito anch'essa.

Essa pur mi tradí!... Dio santo, è troppo.

O ingannevoli, ma dorate larve

Della mia giovinezza, anco un istante

Sorridete al morente! Oh, ch'io non muoia

Disperato! che l'ultima parola

Non imprechi all'Eterno.

(momento di silenzio)

Eppur, è vero;

Le mie speranze giovanili, i giorni

Di mia vita, trascorsi affaticati

Vagheggiando un'Idea, ch'io credea grande,

Non fûr che un lungo vaneggiar! Allora

Che incontrai prima le Francesi squadre,

Oh, perché un ferro non trovai, che il core

Mi trafiggesse? Ne trafisser tanti!...

Alla morte vicina avrei sorriso

Come a una cara; avrei meco la speme

Portata allor, che questa patria mia,

Che m'ha tradito, e ch'amo ancora, un giorno,

Per me libera, avría sparso il mio avello,

Frutto del sangue mio, colle sue palme;

Che una diletta, un'adorata, avría

Confortato di pianto il cener mio....

Sogni! sogni! Ed ancora a Paolo lice...

Lice a Paolo sognar? Proprio elemento,

L'Eterno ai figli della luce il cielo

Diede, ed ai figli della terra il fango.

Nati dal fango, noi dobbiam nel fango

Vivere, trascinarci, ed affogarvi.

Troppo tardi il compresi.

(Corso120 che in questo tempo sarà rimasto seduto,

colla testa fra le mani, si leva repiente, come

percosso da un pensiero, e s'avviene in Paolo).

 

SCENA IV.

 

Corso e Paolo.

 

Corso.

(raccapricciando) Dio! quai forme

L'agitato pensier mi pinge innanzi!...

Paolo da Novi! Ma io lo veggo... È dunque

L'anima sua, che viene a rinfacciarmi

Ch'io sono un vil... che lo tradii... Ma io

Lo so, lo so, che lo tradii: che vale

Ritentar crudelmente la mia piaga?

Piú aspreggiami un pensier, che pur nei sacri

Momenti della morte mi persegue,

Come un nemico che ti schiaccia, e ride.

Paolo.

(lo guarda, e sorride)

Come? tu pur sei qui? Tu meco attendi

La morte? Né ti valse esser fuggito,

Aver deserto il campo? Anche i Francesi

Odiano i traditor? Già, tra rivali

Non vi puote esser pace.

Corso.

È vero, adunque,

Tu sei desso, a cui parlo? e fu fallace

Di tua morte la nuova? Meco stesso

Io stupiva, la sorte esser pia

Che di tua vita ella arrestasse il corso.

Quando nei campi del dolor correa,

Muore il felice: al misero l'Eterno

Pietosamente la sua vita allunga,

Sin che la coppa dell'angoscia ei vuoti

Fino all'ultima goccia.

Paolo.

Certo, amara

M'era quest'ora inconsolata, e solo

Vi mancava il rossor d'averti a fianco.

Corso.

La tua parola il cor mi ferirebbe,

Se piú loco trovasse alle ferite.

Ma pria il dolor, l'amor, poscia il rimorso

Con sordo dente l'han squarciato, e roso.

Io quest'ora solenne, in cui la vita

Non è piú che memoria, e la riguardi

Come una via già scorsa, in cui timore

Piú non illude, né desio, mi credi;

Sovra il mio nome peserà la colpa,

Ma sull'anima mia forse non pesa

Che la sventura e il fato. Ah, tu provasti

Qual prepotente fremito nel core

Mi suscitasse la tua faccia, il suono

Della tua voce, il sol tuo nome... Anche ora

L'anima mia, d'innanzi a te prostrato

Pur dall'infamia e vinto, raccapriccia.

Tu pur nascesti in questa terra; il Sole

D'Italia a te scaldò le vene, e sai

Che, come i raggi suoi, s'agita ardente,

Quando incolpato ancor palpita, il core.

Ebben, se un uomo susurrato avesse

Tali parole alle tue orecchie: «questi

Che t'ha rapito de' tuoi giorni il riso,

Che t'ha condotto a maledir la vita,

È un traditore; di tua man tu il puoi

Sfrondar d'alloro e coronar di spini,

E forse teco anco cacciar nel fango».

Avresti avuta tanta calma, Paolo,

Da ponderar s'ei dicea ver?

Paolo.

Si pianta

Un pugnale nel core al tuo nemico;

Non si tradisce, a pro' dello straniero.

Egli ha vinto, per voi!

Corso.

Ciò piú mi cuoce

Che la scure, e l'inferno, a cui m'appresso.

(cogliendo da terra il pugnale, porgendolo a Paolo)

O Paolo, non sprezzar l'unico pegno

Del mio rimorso che dar io ti possa.

Tu che lo puoi, muori da forte.

Paolo.

Il giorno

Che la patria mi pose in fronte un serto

Che non seppe difendere, giurai

Di non ristar nel mio cammin, guidasse

Al patibolo pur. Ed in quel giorno

Troppi vi furo di spergiuri, troppi,

Senza ch'io mi v'aggiunga.

 

SCENA V.

 

Carcerieri, e Detti.

 

Carc.

(a Paolo) È giunta, e chiede

Di parlarvi, una donna.

Paolo.

A me? una donna

E chi è costei?

Carc.

Non so.

Paolo.

Non è vietato

Ad ognun, di vedermi?

Carc.

Ella ha un permesso

Dal signor Ravesten.

Paolo.

Ah, lo comprendo!

Ei credea che la vista della donna

Che m'ha tradito, mi riescisse, in questa

Ora, siccome il riso di un'Erinni:

E non intese che per me Teresa

Ornai non è piú ch'un dei mille vermi

Brulicanti a' miei piedi. Entri!

(il carceriere esce).

 

SCENA VI.

 

Teresa, e Detti

 

Corso.

Dio mio

Essa ?... Ho peccato ; ma, Signor. tu aggravi

Troppo la man sulla mia testa.

Teresa.

(dopo un momento di silenzio) Paolo!

Paolo.

Chi sei?

Teresa.

Teresa.

Paolo.

Ah, è ver, Teresa... È un nome

Che non m'è nuovo. Questo nome io diedi

Ne' miei delirii ad una fra le tante

Larve svanite; lo rammento.

Teresa.

Paolo!

Non aggravar sulla mia testa tutto

Dell'onta mia e del tuo sdegno il pondo.

Vedi, debil son io; nol sosterrei.

Pur nella colpa, del tuo amor superba,

Pur dalla polve a te levare ardisco

Santificata nel dolor la fronte.

L'ultima volta benedici a questo

Tenero fiore che travolse il turbo!

Mi benedici, e crederò che Dio

M'abbia rimesse le mie colpe.

Corso.

È fisso

In cielo, ch'io debba morir dannato!

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120 Vedi, per questo nome, il Proemio, a p. 22, in fondo. [Cap II penultimo paragrafo del ProemioNota per l'edizione elettronica Manuzio]






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