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Goffredo Mameli
Scritti editi e inediti

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  • LETTURE ED APPUNTI
    • III.
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III.145

 

....pare146 che veramente Cristo avesse promesso una rivoluzione politica. «Igitur qui convenerant, interrogabant eum, dicentes: Donnine, si in tempore isto restitues regnurn Israel. Dixit autem eis: Non est vestrum nosse tempora vel momenta quae Pater posuit in sua potestate».

È probabile che Cristo per questo regnum Israel, che egli, benché indeterminatamente, promette, intendesse altra cosa che i Giudei: tuttavolta non v'è sofisma che possa far di queste parole chiare e tonde una metafora: egli distingue questa promessa politica dalla religiosa; infatti segue:

«Sed accipietis virtutem supervenientis Spiritus Sancti in vos, et eritis mihi testes ivi Jerusalem, et in omni Judaea et Samaria, et usque ad ultimam terram». Actus Apostolorum, C. I).

——

«Et accedens tentator dixit ei: Si filius Dei es, dic ut lapides isti panes fiant». (Id. IV, 3).

«Qui respondens dixit ei» ecc.

«Ait illi Jesus rursum: scriptum est, non tentabis Dominum Deum tuum» etc. (Id. ibid. 7).

Se i commentatori ecclesiastici spiegassero ciò come una metafora, alla buon'ora. L'idea sarebbe sublime: è il genio, che sente in sé la potenza di dominio; e mentre il cuore gli dice «usane a sparger l'intelligenza e l'amore, non adorar te stesso, ma solo Iddio, che è il prototipo del vero, del bello e del buono» (Dominum tuum adoraveris et illi soli servies) una trista vanità lo tenta: «usa della tua forza e tirannia, adora il tuo egoismo, e quanto è sulla terra cadrà d'inanzi a te» (Iterum assumsit eum diabolus in montem excelsum valde, et ostendit ei magna regna mundi, et gloriam eorum, et dixit ei: haec omnia tibi dabo, si cadens adoraveris me). Forse tutti gli «uomini grandi» provarono questo interno contrasto: gli uni ascesero il trono, gli altri la croce. La latina allegoria di Cesare al Rubicone è, in minori proporzioni, una posizione analoga. E certo, Napoleone Bonaparte, quando la voluttà dell'Impero lusingava il Console (haec omnia tibi dabo, si cadens adoraveris me) avrebbe commentato molto bene questa allegoria evangelica.

Ammettendo che Cristo fosse veramente Dio, qui si racconta istoricamente un fatto vero; si mette in bocca all'Evangelista una leggenda gretta, ridicola, contradittoria. Di fatti, come il Demonio poteva sperare di tentar col regno della terra il Dio creatore e signore dell'universo? E quand'anche la tentazione fosse degna di lui, forse che un Dio poteva peccare? Lascio da parte il rispetto con cui si fa parlar da Cristo al Demonio; ma come mai Iddio non trova altra ragione da opporre al Demonio, che un testo scritturale? (Vade, Satana; scriptum est enim, Dominum tuum adoraveris, et illi soli servies). Osservo inoltre che Cristo, parlando di Dio, usa sempre le frasi che userebbe un uomo qualunque (Dominum Deum); che la parola filius Dei, che qui ed altrove si applica, è usata negli scrittori biblici per significare indistintamente gli «eletti», i «giusti» gli Angeli; ed in tal senso l'accettano, e sono obbligati a difenderla molte volte. Vedi nel Libro di Giobbe, ed altrove; e nello stesso Vangelo, poco dopo, «beati pacifici quoniam filii Dei vocabuntur». Sec. Matheum, C. V, v. 9.

——

«Amen quippe dico vobis, donec transeat coelum et terra, jota unum aut unus apex non praeteribit ex lege, donec omnia fiant». (Id. C. V, 18).

Quel transire coelum et terra, nello stile allegorico e sublime degli Evangelii vale lo spazio di un'Era morale, ed è in questo senso usato nell'Apocalisse: «Et vidi coelum novum et terram novam; primum enim coelum et prima terra abiit» (Apoc. C. XXI, I).

——

«Qui ergo solverit unum de mandatis istis minimis, minimus vocabitur in regno coelorum». (Ev. sec. Math. V, 19). Si confronti questa sentenza coi teologhi, che mandano a casa del Diavolo, a bruciare eternamente un galantuomo, per aver mangiato un'ala di cappone in venerdì, o essersi comunicato dopo aver fatta colazione.

——

«Si ergo offers munus tuum ad altare» (Id. V, 23). Anche da questo versetto si vede che Cristo non aveva ardito toccare esplicitamente il culto esterno Giudeo. I Nazareni, in quanto a questo, dovevano aver forse conservato di lui piú i precetti che lo spirito. Infatti, quel «munus tuum ad altare» non può riferirsi che alle chiese Giudaiche, mentre l'istituzione di chiese Cristiane è molto posteriore a Cristo e agli Apostoli.

——

«Quia omnis qui dimiserit uxorem suam, excepta fornicationis causa, facit eam moechari» (Id. V, 32).

Nella proibizione del divorzio è qui eccettuato il caso di adulterio.

——

«Audistis quia dictum est; diliges proximum tuum, et odio habebis inimicum tuum.

»Ego autem dico vobis: diligite animicos vestros, benefacite his qui oderunt vos, et orate pro persequentibus et calumniantibus vos» (Id. V, 43, 44)

Qui sta una delle differenze radicali fra la dottrina Cristiana e quella di Mosè.

——

«Ut sitis filii Patris vestri qui in coelis est, qui Solem suum oriri fecit super bonos et malos, et pluit super justos et injustos» (Id. V, 45).

Si osservi di nuovo la significazione di Filii (Dei) Patris vestri. Qui non pare veramente che Cristo dimentichi la politica necessaria a chiunque vuol fare una rivoluzione, e si mostri qual largo filosofo, ch'egli (?) buoni e malvagi son tutti figli di Dio, e sovr'essi piove il lume del Sole egualmente. Non ho in pronto un paragrafo della Sand (Lelia) che calzerebbe a capello. I cattolici, poi, non so se con tutta la loro finissima logica teologica riescirebbero a commentare questa sentenza colle favole dell'Inferno e colle storie del Sant'Uffizio.

——

«Et cum oratis non eritis sicut hypocritae, qui amant in Synagogis et in angulis platearum stantes orare, ut videantur ab hominibus; amen dico vobis, receperunt mercedem suam» (Id. VI, 5).

«Tu autem, cum oraveris, intra in cubiculum tuum, et clauso ostio ora Patrem tuum in abscondito» (Id. 6).

«Orantes autem polite multum loqui, sicut Ethnici; putant enim quod in multiloquio suo exaudiantur» (Id. 7).

Quando il Cristo dicea ciò, probabilmente non prevedea che sarebbe giunto tempo in cui migliaia di persone riempirebbero (in nome suo) chiese, chiesuole, cappelle, ripetendo in pubblico, per delle ore, parole che non intendono; tanto divario corre

 

tra il piantar della quercia e '1 far la ghianda.

——

«Nolite thesaurizare» (Id. 19).

Forse è perciò che i Papi spesero tante scomuniche, per difendere i «tesori ecclesiastici», e che i preti, frati, monache, ecc. posseggono quasi un terzo dell'Italia.

——

«Attendite a falsis prophetis, qui veniunt ad vos in vestimentis ovium, intrinsecus autem sunt lupi voraces (Id. C.VII, 15).

«A fructibus eorum cognoscetis eos» (Id. VII, 16).

Se i preti non fossero stati sempre gli stessi in tutte le religioni e in tutti i tempi, comincierei a credermi che Cristo fosse profeta davvero. «A fructibus», etc. Vorrei avere in pronto un confronto statistico fra i cattolici e gli acattolici, di G. Rossetti.

——

«Omnis arbor quae non facit fructum bonum excidetur et in ignem mittetur» (Id. VII, 19).

Tutta la teoria dogmatica del fuoco eterno, dell'Inferno, ecc. si basa su queste parole. Lo noto, perché molti non se ne avviserebbero.

——

«Occurrerunt ei duo, habentes daemonia, de monumentis exeuntes, saevi nimis, ita ut nemo posset transire per viam illam» (Id. VIII, 29).

«Et ecce clamaverunt, dicentes: quid nobis et tibi, Jesu fili Dei? Venisti huc ante tempus torquere nos?» (Id. VIII, 29).

Questi indemoniati, saevi nimis, che non lasciano passar per la strada, che abitano i monumenti, non potrebbero significare lo spirito del passato, che combatte il progresso (ut nemo posset transire per viam illam)? Si diluciderebbe cosí anche quel venisti huc ante tempus. L'êra del Cristianesimo non era ancor giunta allora, come non è ancor giunta ora. Ebbene, diceano al Cristo, i tuoi tempi non sono ancora; rispetta il passato (monumenta); non rovinare, prima che tu possa riedificare (ante tempus). E non comprendeano allora, come molti non comprendono oggi, che chi prima non sgombra il terreno degli inutili ruderi, non può fabbricare.

——

«Tunc accesserunt ad eum discipuli Joannis; dicentes: quare nos et Pharisaei jejunamus frequenter, discipuli autem tui non jejunant?» (Id. C. IX, 4 ecc, fino al 17).

La scuola di Giovanni (il precursore, colui che gridava: parate viam Domini, che battezzava nell' acqua, attendendo quei che battezzasse nello Spirito Santo e nel fuoco) era quella che aveva presentito il futuro, senza romperla col passato: era un partito di transizione. Infatti, costoro conservano gli usi del culto di Mosè; «nos et Pharisaei jejunamus frequenter». Perché, dicevano essi al Cristo, i tuoi discepoli non digiunano, non accomodano le idee nuove alle forme vecchie? — «Nemo, etc. Neque mittunt vinum novum in utres veteres; alioquin rumpuntur utres, et vinum effenditur, et utres pereunt: sed vinum novum in utres novos mittunt, et ambo conservantur»; risponde il Cristo.

Queste parole potrebbero mettersi per bandiera da qualunque partito radicale. Tempo verrà, soggiunge il Nazareno, quando coloro che parleranno in nome mio avranno perduto il nome mio, che, anch'essi digiuneranno; abbandonata l'Idea, le sostituiranno la forma; «Veniet autem dies cum auferetur ab eis Sponsus, et tunc jejunabunt». Quando anch'essi saranno venuti Farisei, anch'essi digiuneranno!

Quantunque io non ami moltissimo il miracoloso, accetto totalmente queste parole come una profezia!!147.

——

J'ai toujours cru que le bon n'était qua le beau, mis en action, que l'un tenait intimement à l'autre, et qu'ils avaient tous deux une source commune dans la nature bien ordonnée. Il suit de cette idée que le goût se perfectionne par les mêmes moyens que la sagesse; et qu'un âme bien.... etc.

Nouvelle Héloise, Lettre II.

Combien de choses qu'on n'aperçoit que par le sentiment, et dont il est impossible à rendre raison!

Id. ibid.

——

1. La vittoria è generalmente per la miglior causa, o per quella della civiltà, il che torna allo stesso. Lega Lombarda; Guerre Svizzere; Guerra dei Protestanti; 1746.

2. Come si fonda sulla forza dei piú, è meno della legislazione soggetta a divenire istrumento di tirannide. I tiranni temono sempre la guerra.

3. Quand'anco un tiranno vinca apparentemente per un proprio, ed anche ingiustissimo vantaggio, bisogna che questo suo vantaggio sia, ancor che egli non se ne avveda, bilanciato o superato da grandi vantaggi nazionali, o umanitarii. Il duca Valentino; Luigi XI.

4. Le guerre che non sono basate sovra principii nazionali o umanitarii, producono momentanei successi; sangue, non vere conquiste e vittorie. Guerre civili Italiane.

I governi tirannici ed antisociali, non mai conquistatori. Roma cessa di essere conquistatrice appena si oppone al Cristianesimo. Il governo Papale tirò autorità e denaro da tutto il mondo, e non poté mai divenire militarmente forte. L'Austria non acquistò i suoi dominii colle armi.

5. I lavori pacifici del monarca legislatore son dunque più gloriosi e durevoli che gli alti fatti d'armi del conquistatore?

Luigi Rondonneau. Pag. 2, 3, 7.

 

6. Onore e gloria, o signori, a tutti quei prodi che pel sepolcro di Cristo impugnando le armi tinsero del loro sangue le aride sabbie della Palestina.

Id. pag. 3.

 

Pag. 3, 4. Allorché si salutano col nome di eroi, allorché s'intrecciano corone, e si chiamano all'onor del trionfo quegli esseri vani ed ambiziosi, che mossi da un vano desiderio di fama tutto sconvolsero il globo...

Pag. 5. Non è vero che delle conquiste Romane non resti più nulla...

Pag. 9. I quali benefizi al certo non si recano con sanguinose vittorie.

Pag. 11. I tre primi Gregorii...

Pag. 11. Raggruppati intorno alla sede di Piero cercan raggruppare la nazionalità Italiana, Lega Lombarda, Arduino d'Ivrea.

Pag. 12. Centro e sede della religione Universale (Gioberti).

Diritto Romano, che in sé contiene la perfezione conceduta alle umane cose.

Quella chiesa, cresciuta e ingigantita allo scrosciar delle persecuzioni.

Pag. 14. Frati, Diritto Canonico.

Pag. 15. Università di Bologna.

Pag. 17. Farinaccio, Antonmattei, Beccaria, Filangieri.

Le leggi sono quelle norme inalterabili, se non della volontà dei più, che regolano le relazioni dei governanti fra loro, fra i governati e i governanti, o fra una parte dei governati e l'altra.

In una tirannide non vi hanno leggi.

Le leggi vengono crescendo in potenza quanto il governo si allontana più dalla tirannide.

Per allontanarsi dalla tirannide, come bisogna tôr la forza ai tiranni (e chi rinunzi volontario alle proprie prerogative è una eccezione) vi è mestieri di rivoluzioni e di forza.

Lo sviluppo delle leggi non potrà esser pacifico, se non se quando la tirannide non entrerà più nient'affatto come elemento nei governi148.

——

La chiesa Lombarda era la più indipendente dai Papi sino a Carlo Magno. «Les heureux effets de cette alliance pour la Papauté sont faciles à reconnaître: d'abord elle acquit sur l'église Italienne un ascendant qu'elle n'avait jamais possédé.

Guizot, 27

——

Gregorio I Magno, nacque 542; papa 590; morto 604.

     »       II     —     . . . . . . . . . .    »    715;    »      731; La Farina, 209

     »      III    —     . . . . . . . . . .    »    731;    »      741; invoca Carlo Martello

     »     VII     —                 1013                                ; egli è il primo papa che deponesse un imperatore (Arrigo IV).

——

La liberté est comme le royaume de Dieu; elle souffre violence, et les violences la ravissent.

Lamennais, Paroles d'un Croyant, XXII.

——

Il n'est rien que ne puissent ceux qui sont unis, soit pour le bien, soit pour le mal. Le jour donc vous serez unis, sera le jour de votre délivrance...149

Id. ibid. XXIX.

——

In alcuni, filosofia e religione sono identificate, come in Confucio, Lao-Tsen, Pitagora, Platone, alcuni Scolastici.

Cantù, XII, pag. 51.

——

Diogene Laerzio.

Biografia di Socrate, in Cantù.

Gellio ed Ateneo.

——

«Nemo lucernam accendit et in abscondito ponit, neque sub modio, sed supra candelabrum, ut qui ingrediuntur videant» (Ev. Sec. Lucam, C. XI, 33).

«Vae vobis, qui aedificatis monumenta prophetarum; patres autem vestri occiderunt illos». (Id. ibid. 47).

«Profecto testificamini quod consentitis operibus patrum vestrorum; quoniam ipsi quidem eos occiderunt, vos autem aedificatis eorum sepulcra» (Id. ibid. 48).

«Vae vobis legis peritis, quia tulistis clavem scientiae, ipsi non introistis, et eos qui introibant prohibuistis» (Id. ibid. 52).

——

È più che non un uso, un moto naturale, che il nuovo eletto dica alcune parole di grazie ai Socii nel cominciare della sua presidenza; ed è anche naturale ne dica alcune di commiato nel terminarla.

Io, trovandomi a cominciare, e terminare insieme, ho pensato di parlar solo una volta, per risparmiare la vostra pazienza a voi, a me il rischio di ripetermi. Dico il rischio, e potrei dire la necessità, perocché forse mi sarebbe stato impossibile il chiudere questi cari nostri convegni senza tornare ad esprimervi la mia riconoscenza per questa nuova prova della vostra simpatia; ché altro non può avervi mosso.

In quanto a me, accettai senza niuna peritanza, pensando che, se per reggere le sedute si voleano e si trovarono nelle precedenti presidenze molte qualità ch'io certo non posseggo, nella presente una sola è necessaria. Per, direi cosí, coltivarne la vita, non è necessario che l'amore per la nostra Società; e in ciò, perdonate ch'io il creda (non è, tutto al più, che un errore prodotto da un buon desiderio), io non mi credo a niuno secondo.

Perché questa nostra Società non parmi solo un molto acconcio mezzo per avvantaggiarci nelle umane discipline, ma anche il forse unico modo, nel quale per ora possiamo servire ai più sacri principii.

Perocché, limitandomi a riguardare il principio sotto un aspetto parziale, l'arma più tremenda di cui possano usare contro Italia nostra i suoi nemici, è l'impedire in essa ogni maniera di affratellamento. Oppressa la stampa, proibite le società, le anime anche più vigorose isteriliscono nei sepolcrali confini dell'individualismo, come l'albero a cui manca l'aria. Se questo è il secreto della loro forza, tutto che a ciò è contrario, è nostro debito. Se tutti gli Italiani facessero ciò che noi facemmo, non dico che si sarebbe già ottenuto tutto, ma molto. Però, mentre accomunando i nostri diversi studii fummo utili a noi, giovammo alla patria, e compiemmo un dovere.

Il poter ciò coscienziosamente dir qui, fra noi, è merito e premio insieme. E noi crederemo che l'obolo offerto ci sia stato largamente retribuito, se penseremo oltre ciò alla dolcezza dell'esserci conosciuti, e dell'amarci. Per poco che ciò sia, quando ciò è tutto che potevamo, non abbiamo nulla a rimproverarci; abbiamo adempiuti i nostri doveri. Solo nell'unità è l'amore, e nell'amore la vita150.

——

«Tu vero absurde facere videris, causas alienas cognoscere satagens, qui, propriae culpae reus, nondum Italiae injussu nostro initae poenas nobis pependisti».

Liv. Hist, Lib. XIII, 2.

 

«Ceterum, neque hic Italus mecum...

Id. ibid. 5.

 

«Hunc igitur nisi grandi infortunio mactatum ejicimus, certum habeamus alios quoslibet merito nostri contemtu, tanquam ad paratam praedam ita in Italiam cupide venturos esse».

Id. ibid. 33.

 

«Pyrroque renunciare juberent, neque recipi eum in urbem... neque, priusquam Italiam omisisset, de amicitia et societate agi posse»,

Id. ibid. 33.

 

«Quod a compluribus Romanae factionis hominibus spes ei facta erat, posse urbem praesidio externo destitutam, studiis et auxilio eorum, quibus Pyrrhi dominatio gravis esse coepisset, recipi, si copias mature muris admovisset».

Id. ibid. L. XIV, 5.

 

«Nam et Locri successo isto animati, praesidio Pyrrhi praefectoque, quorum injurias diutius perpeti nequibant, trucidatis, ad amicitiam Romanorum se contulerunt».

Id. ibid. 8.

 

Allora anche fu dato il dritto di suffragio ai Sabini, che alcuni anni prima aveano ottenuto quello della cittadinanza. (Anno ab U. C. 485).

Id. L. XV, 8.

 

«Quodque opportunius videbatur ipsis Italiae finibus imperium terminare» (Anno ab U. C. 487).

Id. ibid. 11.

 

Letter. Gerolamo Cardiano, storico - ab. U. C. 473151.

——

«Judiciaria lege Gracchi diviserant populum Romanum, et bicipitem ex una fecerant civitatem».

Flor. L. III, c. 27.

 

«Quippe quum populus Romanus Etruscos, Latinos, Sabinosque miscuerit et unum ex omnibus sanguinem ducat, corpus fecit ex membris, et ex omnibus unus est. Nec minore flagitio Socii intra Italiam, quam intra Urbem cives rebellabant».

Flor. L. III, c. 28.

——

Le scienze sono diverse strade, che conducono a un punto, in cui si accentrano. L'umanità passando in esse diede spesso la preponderanza ora all'una ora all'altra, poi le fuse.

Lo stesso nei principii politici: p. e. Libertà, Unità, Indipendenza152.

——

On craint trop les scélerats, en général ; on ne sait point que la plupart sont des imbéciles.

G. Sand, Piccinino.

La vita è la scienza.

Socrate.

——

Sai chi è costui, che ingenuo

Ti parla, e ride a canto?...153

——

Gli enti immobili sono preda dei mobili; gli sprovveduti di denti sono preda di quelli che ne sono provveduti; gli esseri senza mani, di quelli che le hanno; i vili dei coraggiosi.

Colui che si nutre anche tutti i giorni di animali permessi non cade in fallo, perché Brama creò alcuni animali per essere mangiati, ed altri per mangiarli.

Codice di Manù154.

——

E la mia testa è il guanto

D'una disfida a morte...

——

Passeran le stelle,

. . . . . . . . . . . . . . . . . . e allora

Più non saranno che un'idea svanita

Nella mente di Dio.




145 Da un quaderno del 1846, sulla cui prima pagina è scritto: «Un po' di tutto» e che reca fra l'altro l'epitalamio Ad un Angelo, il frammento Batte l'ora, l'ode Roma, il frammento Il fato ti ha rapita, l'ode Dante e l'Italia, e l'altra Dolori e speranze. Nell' ultima pagina del quaderno, per altro, si leggono appunti che vanno riferiti ai primi mesi del 1847.



146 Cosi comincia la prima pagina scritta, che vien dopo quella di guardia; e lascia intendere che fra le due un'altra ne manchi.



147 A queste note critiche seguono nel quaderno i componimenti poetici: Ad un Angelo: Epitalamio; — Batte l'ora che sognavamo; — Qual peregrin... [«Qual peregrin nell'arabeSabbie talor smarritoFigge lo sguardo cupido, — E vedere pargli un lito — E scuotersi una fronda — E mareggiar un'onda», principio, poi mutato, dell'ode: «Dolori e Speranze». V. pag. 136, e la nota pag. 138.]; — Roma; — Il fato ti ha rapita; — e la prima strofa, poi mutata, dell'ode a Dante. Pubblicati piú su i componimenti accennati, riferisco qui la strofa in discorso:

Splendi a traverso i secoli,

Sacro come il dolore,

Divino come il Genio,

Intelligenza e amore;

Filosofo e poeta,

In te memoria e meta,

Siccome in Dio confondesi

Passato ed avvenir.



148 Questi appunti si riferiscono ad un discorso che Goffredo lesse il 25 aprile 1847 alla Associazione degli Studenti genovesi, facendo obbiezioni ad uno scritto del compagno suo di Università, Stefano Castagnola. Vedi il discorso nelle Prose.



149 A questi pensieri del Lamennais segue nel manoscritto: «Dante e l'Italia; Ode».



150 Questi appunti, senza dubbio, furono presi per un discorso alla Associazione degli Studenti fondata da Goffredo: e pare da essi che ad ogni tratto si mutasse il presidente.



151 Si riferisce al passo di Livio, Hist L. XIII, 9:

«Hieronymus autem Cardianus, aequalis istorum temporum scriptor...».



152 A questi appunti segue nel quaderno il componimento lirico: «Dolori e Speranze».



153 Vedi tutto il frammento a pag. 199. [In Abbozzi e Frammenti N. XVII – Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



154 Questa citazione, e gli appunti poetici che seguono, sono estratti dalla prima facciata di un quaderno contenente il secondo abbozzo, rimasto incompiuto, del Paolo da Novi. All'ultima scena della tragedia erano certamente destinati gli appunti poetici in discorso.






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