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Queste epigrafi si leggono in un foglio separato, autografo. Furono pubblicate
nella edizione del 1850, ma con una variante al quinto verso della prima, dove
fu stampato «preparando altre esequie». Anche nell'autografo si legge
«preparando», ma di mano dell'autore corretto in «meditando». E il
«preparando», poi, ricomparve nella epigrafe, come fu trascritta sul basamento
della colonna votiva in San Siro. Il primo verso della terza epigrafe è
nell'autografo «l'albero della vittoria», ma certamente per trascorso di
penna; l'alloro della vittoria fu scritto sul monumento anzidetto. Né
tutte le epigrafi dettate da Goffredo furono ammesse dalla vigile autorità;
l'ultima, poi, fu anche sostanzialmente mutata. Ecco nella loro forma testuale
le quattro che furono apposte ai lati del monumento (una colonna sormontata da
un'urna, ed eretta sopra una base quadrangolare, al cui piede era drappeggiata
la bandiera tricolore); epigrafi che leggiamo riferite in uno scritto dallo
studente Gabriele Montefinale intorno alla funebre cerimonia del 22 gennaio,
stampato nella Gazzetta di Genova del 27:
Quanto
ai fatti di Pavia, l'annunzio n'era venuto a Genova per una lettera della Concordia
di Torino, riferita dai giornali genovesi del 15. Diceva la lettera che a
Pavia la sera del 9 gennaio alcuni poliziotti in borghese fumando un sigaro,
certo per provocazione, sotto i portici dell'Università, ne furono redarguiti
da alcuni studenti: onde un alterco, e, per l'accorrere d'una mano di soldati,
una zuffa durata due ore, in cui furono da dieci a dodici i feriti. La mattina
seguente alle 9 e mezzo furono fischiati all'ingresso dell'Università tre
professori, al grido di «abbasso le spie, abbasso i Tedeschi». Sopraggiunse un
drappello di Croati colle sciabole sguainate, e fu mischia accanita tra essi e
gli studenti, spalleggiati dal popolo. Alle due e mezzo del pomeriggio si
contavano già otto morti e nove feriti. In quella zuffa fu fatto a pezzi un tal
Binda, studente del quarto anno di leggi.
156 Le notizie
di Palermo erano giunte a Genova nella metà del gennaio: quelle della
costituzione di Napoli, dovuta concedere dal quel Re, che presto la ritirò,
erano state portate dal vapore Capri nel lunedi 31 gennaio. Confermavano
queste il trionfo della rivoluzione palermitana: onde la gioia universale, e il
proposito, manifestato in pubbliche dimostrazioni, di far cantare un Tedeum
nella chiesa dell'Annunziata. Ed avvenne lo strano caso che alla solennità, non
certamente fatta in onore del Borbone, potesse partecipare anche il suo
rappresentante, console delle Due Sicilie in Genova, acclamato poi nella sera e
fattosi alla finestra della sua casa per ringraziare il popolo plaudente.
Confusioni del tempo, alle quali facevano riscontro, secondo le diverse
opinioni, i giornali cittadini: ma l'iscrizione improvvisata quella mattina da
Goffredo Mameli, e senza licenza dei superiori issata da Nino Bixio
sull'ingresso maggiore del tempio, metteva a posto le cose. La cittadinanza poi
compì l'opera con la illuminazione spontanea delle case , a cui rispose quella
dei pubblici stabilimenti.
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