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Fanno pochi anni, d'Italia non
parlavano gli stranieri che come di un monumento di archeologia. L'Europa le
aveva fatto l'onore di porla nel suo museo, colle mummie Egiziane. Vero è che i
potenti se la disputavano come una cosa rara, e di quando in quando se la
giocavano a sorte. Ben s'intende che noi tra i giocatori non v'entravamo mai. E
il peggio si era che coloro i quali in quella tristizie. di cose aveano il
monopolio della parola, predicavano che non solo la cosa era cosí, ma che
doveva andar cosí; e a chi domandava perché, rispondevano gravemente che le
nazioni invecchiano, e che l'Italia era vecchia. Ma che significa una nazione
vecchia? Perbacco, non sapete che le nazioni invecchiano? Insomma, volevano ad
ogni costo che ci rassegnassimo ad esser vecchi, perché cosí avevano deciso
nella loro infallibilità le Accademie, i poeti Arcadi, e i professori d'Università.
Questo, quanto alla politica.
Quanto alla letteratura, la cosa
andava differentemente. Noi eravamo, diceano essi, la prima, anzi l'unica
nazione del mondo. Quanto si dicea fuor dell'Alpi era, se non precisamente
empio, almeno stoltissimo. Però, anche questa innocente gloria ci lasciavano, a
patto che il fare il letterato si restringesse a far un musaico delle parole
dei nostri buoni prosatori; che nelle prose, o si dicesse a modo loro, o non si
dicesse niente. E questo pareva anche meglio. Nelle poesie, poi, di pensare e
di sentir ciò che si dicea, non se ne dovea neanche parlare; giacché era deciso
che poeta non dovesse dare il minimo sospetto di buon senso, sotto pena di
esser dichiarato privo affatto dei primi principii di buon gusto.
Cosí nella politica, lo
sconforto e la viltà eretti sfrontatamente in assioma; nella letteratura,
abusato ampiamente delle piú sante passioni, dell'amor della patria e della
dignità nazionale, per dividerci dal grande consorzio d'Europa; onde tentato
impedire il progresso della nazione, fomentato il frazionamento del territorio,
obbligato l'egoismo nell'individuo. Per Dio, che avevano ragione di dire che
l'Italia era vecchia! Un popolo ridotto a tale, non è vecchio, ma morto.
Confortatevi; questa Italia non era che l'Italia delle gazzette privilegiate. E
poi, quand'anche ciò fosse, abbiate fede in Dio e in voi. E' vi hanno delle
idee che potrebbero ricreare, non dirò un popolo, ma migliaia di popoli;
perocché sono il Verbo di Dio, che successivamente s'incarna e si rivela nell'Umanità.
Ad ogni modo ripeto, questa non
era che l'Italia predicata dalla gente venduta. E ve n'era un'altra, Italia; vi
era, l'Italia di Dante, il poeta cui Dio fe' grande tanto, che nella sua parola
racchiude, come il gigante nell'utero materno, molti secoli dell'avvenire di un
popolo; di un popolo che senza tremare come Attila, senza arrossire come un
figlio degenere, oserà assidersi sovra i fecondi ruderi di Roma, e potrà
stender la mano, senza profanarle, alle tombe dei Gracchi e di Cesare. Perocché
su quelle tombe, quando, date due ère al mondo, come Dio al settimo giorno,
Roma si riposò, ella lasciò cadere il suo brando, e le generazioni degli uomini
vi passarono sopra; e vi fu talora alcuno cosí audace da tentare di alzarlo; ma
Dio lo percosse, come...... E il suo brando è sempre là, fiammante, intatto,
come il dì ch'ella ve lo posò, attendendo, per raccoglierlo, che Dio la
chiamasse per iniziare la terza èra del mondo.
Mostrare come l'Idea della
seconda Italia trapeli indistinta, come raggio fra nubi, tra i secoli barbari,
poi come, prima nell'Alighieri, poscia nella nazione progressivamente
s'incarnò; quali cause ne impedissero un piú pronto sviluppo, non entra
nell'indole di questo discorso, e forse ci si presenterà in appresso occasione
di trattarne distesamente. Ciò che ci giova notare, si è che poco dopo la
caduta di Napoleone Bonaparte il suo incremento si mostra rapido piú che mai, e
l'anelito si tramuta in un volere, e il desiderio in una fede; e più
recentemente predicata dal genio, posta in armonia col grande avvenire
umanitario, dalla speculazione discende all'azione, si santifica del martirio,
e l'ispirazione del profeta diventa il fremito d'un popolo.
Nello stesso tempo le lettere
anch'esse concorrono, direi cosí, quasi inconscie alla grand'opera. Manzoni
negli Inni Sacri e nelle Tragedie compie una intiera rivoluzione letteraria.
Caduti i Petrarchisti e i Frugoniani, s'incomincia a comprendere che l'Arte è
una forza; che non è un diletto, ma un apostolato. Però da quel momento le lettere
s'informano e s'incolorano delle varie opinioni che si agitano nella grande
quistione sociale; e si confondono colla politica, o almeno le si appressano
tanto, che dà un solo punto amendue possono contemplarsi.
Non è certo animo mio di
scrivere un ragionamento sugli ultimi anni della storia d'Italia: solo mi parve
acconcio toccare sommariamente alcune idee, che mi paiono principali, e che mi
permetteranno esser piú breve nell'esporre sommariamente i principii che
regoleranno politicamente e lette........162. Però tacerò, sí per esser
cose a tutti note, sí per non poterle qui noi discutere liberamente, delle
cause che ci condussero ad avere armi cittadine, maggior larghezza nel vivere e
nel parlare; che atterrarono gl'intralci doganali, e se non ci diedero la vita
degli altri popoli civili, ci tolsero dall'essere governati precisamente come i
Cosacchi.
Però, quanto sono maggiori i
mezzi che noi abbiamo tra mani, tanto sono maggiori i nostri doveri. Primi tra
questi sono, il proclamare apertamente, lealmente, con tutto l'ardire che dà la
coscienza della verità, i proprii principii, poi l'attuarli per quanto è in
noi. A compiere il primo dei suddetti obblighi, ci siamo accinti all'opera del
presente giornale. Nel porvi mano, noi abbiamo piuttosto interrogata la nostra
volontà che le nostre forze; e in questi istanti in cui tutti sono chiamati
all'opera dalla gravità de' casi, il peritarci e il calcolare le nostre forze
piuttosto nell'ozio che nell'azione, ci sarebbe sembrato anzi viltà che
modestia. Una grande ora suonò, ed ognuno deve raccogliersi sotto la propria
bandiera. Per quanto ei valga, quando egli faccia quanto è in lui, egli ha
compiuto il debito suo. E questo ci basta.
L'idea d'Indipendenza è
accettata generalmente da tutti. Però la controversia non cade che sui modi di
acquistarla, e poscia di applicarla alla nazionalità. In quanto a noi, crediamo
che la superiorità che accerta l'esito alla nostra causa, consiste
precipuamente nell'idea d'indipendenza. Scriveremo sulla nostra bandiera una parola
che abbia un'eco in tutti i cuori d'Europa. Stringeremo una lega coi popoli, e
spereremo in quella di qualche governo (giacchè, quanto all'esser soli, non si
può neanche pensarvi, e gl'interessi sono cosí reciprocamente collegati, che
nessuno può muoversi senza che gli altri si muovano, e chi non sta con lui sta
contro di lui); chiameremo alla vita civile il popolo, perchè nelle nostre file
ci sieno braccia di cittadini, o ci contenteremo di braccia di soldati; avremo
un'insegna, o molte insegne.
La prima di queste quistioni è
la piú grave, o per meglio dire è l'unica, giacché in essa tutte le altre si
comprendono. Ora, noi crediamo che l'umanità abbia un corso prefisso verso una
meta. Il corso è il suo miglioramento; la meta, il suo perfezionamento. Il suo
miglioramento politicamente risulta dalla maggiore armonia delle sue parti,
cioè dalla maggiore unione fra le nazioni. Ma come l'armonia non può risultare
dall'accozzamento di parti indigeste ed eterogenee, il progresso politico delle
nazioni consiste nella loro maggiore unità individuale. Ma come l'unità emerge
dall'amore, e non vi è, né vi puó essere amore fra l'oppressore e l'oppresso,
l'unità politica delle nazioni va di pari passo col loro miglioramento sociale:
e questo consiste, prima nella felicità dei piú, poscia in quella di tutti. Ma
come è avanzandosi dalla barbarie alla civiltà che gli uomini comprendono
questa grande verità, che cioè la felicità di una parte non emerge dalla
infelicità delle altre, e le lacrime non sono il calice della voluttà, né le
murene pasciute di carne fraterna il cibo piú dolce alle labbra umane, il
miglioramento sociale risulta alla sua volta dal progresso intellettuale.
Né qui si gridi all'utopia,
perocché tutto che poscia fu un fatto, prima fu un'utopia. E noi non pensiamo
che 1'umanità possa di botto condursi al suo massimo perfezionamento, ma
conviene vi appunti sempre il suo sguardo, per dirigervi il suo cammino; e
quand'anche la lontananza non le permetta di discernere pienamente la
remotissima meta, non deve disperare, ma fidare nella santità dell'entusiasmo
che Dio le diede per presentire ed amare il bene, anche prima di distinguerlo
pienamente.
In quanto a noi, noi crediamo in
tutto che è bello quantunque non giungessimo a precisarne l'applicazione;
perocché il bello è faccia del vero, e Dio rivela i suoi arcani prima
all'affetto che all'intelligenza, e prima al poeta profeta (vates) che
al filosofo.
Però veglieremo religiosamente
sul fuoco sacro. Non che noi crediamo poter colle nostre parole destarne la
fiamma! Ma cercheremo serbarlo vivo, acciò che altri un giorno (e forse non è
lontano) possa destarla.
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