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| Goffredo Mameli Scritti editi e inediti IntraText CT - Lettura del testo |
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DISCORSO TENUTO NEL DICEMBRE DEL 1847163.
È la seconda volta che qui, in Genova, noi tutti, prima divisi dalla fortuna, ci troviamo uniti. La prima volta fu il X dicembre sul mortaio di Portoria: l'altra è questa. Là sentimmo la necessità di essere uniti: qui la proclamiamo. Mi permetterete alcune brevi parole. Ciò che io vi dirò sarà forse esposto da me peggio che da qualsiasi altro; ma credo che esprimerà il sentimento di tutti. E vi hanno idee care cosí, che non basta il pensarle, ma piace ripeterle a sé medesimo, e si sente la necessità d'incarnarle nella parola, come l'artista di esprimere il suo concetto nell'opera della sua mano. Permettetemi adunque che io pensi per pochi istanti a voce alta ciò che pensate voi tutti. Cento anni silenziosi passarono sul fatto che oggi noi salutiamo. E di vero, chi avrebbe potuto parlarne? o chi, potendo, lo avrebbe voluto? Ma l'anno scorso i popoli della Penisola si agitarono, e in quel giorno arsero subitamente gli Apennini. I potenti d'Europa si guardarono, come le sentinelle poste al sepolcro del Cristo, quando ne mirarono rovesciato il coperchio, e si avvidero di non aver vigilato sovra un cadavere. Thiers diceva in tale occasione alle Camere Francesi: «Sapete voi che ciò significhi? Ciò significa che in quel paese vi è la speranza, e chi spera è vivo». Ad alcuni sembrerà una molto facile scoperta, questa; che cioè noi vivevamo. Ma in quei tempi, per molti, ciò era ancora una cosa almeno molto dubbia. L'Italia aveva coperta la sua face; poi, giunta alla faccia del nemico, rotto il vaso come Gedeone, gli aveva sporta la fiamma sugli occhi, abbacinandolo. Austria si avanzò sino a Ferrara; poi, ad un tratto, come disperata, si arrestò. E per verità, che le restava a tentare? Se un popolo tagliato in sette brani non è ancor morto, ciò significa che l'ucciderlo non è dato a forza umana. Non crederete, spero, che io faccia risultare tutti questi fatti dalla illuminazione dell'anno scorso: ma s'ella non li produceva, li esprimeva. Una nazione che festeggia una insurrezione, dice che non è schiava. Una nazione che osa leggere ad alta voce all'Europa questa pagina della sua storia, dice che ha irrevocabilmente deciso di esser grande. Il rimescolare interrogando le ceneri dei forti senza aver la coscienza di esser tali, è la piú empia delle profanazioni. Ora, chi facea ciò era il popolo; e chi dicesse ch'egli faceva una cosa empia, direbbe una stolta parola, perocché sulle moltitudini discende lo spirito di Dio. E lo spirito di Dio è disceso su noi. Tutto che è grande, è uno. Pensando al '46, ci si è rivelato questo santo pensiero, che da tanto ci fremeva quasi indistinto nell'anima. Abbiamo compreso che Dio ci avea fatti fratelli, e che è empio all'uomo separare ciò che Dio congiunse. Però sul mortaio di Portoria ci si è rivelato tutto il secreto di un'Era novella, d'un'Era che cambierà la faccia dell'Italia e del mondo. Ora che l'amore ci ha santificato cosí che di molte classi fece un popolo, pregheremo unitamente il Signore perché ci riveli i mezzi per adempiere la santa missione a cui i destini ci chiamano. Viva Dio, il Popolo, e la Nazionalità italiana! |
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