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DISCORSO LETTO AL COMITATO IN
CASA DI GIORGIO DORIA164
Prima di trattare se debba
accedersi dal nostro Comitato alla supplica del signor Cesare Balbo (e dico del
signor Cesare Balbo, e non dei Piemontesi, giacché le poche sottoscrizioni ch'ella
trovò in Torino mostrano ch'essi, tutt'altro che proporla, la rifiutano), giova
discutere se si debba, o no, presentare una supplica al re di Napoli; giacché
sarebbe inutile l'inoltrarci nei dettagli di esecuzione (discussione
intralciatissima) di una cosa che poi fosse rifiutata in principio.
Però la questione è questa: si
deve presentare una supplica al re di Napoli?
Ora, essendo necessariamente
pubblica, questa qualsiasi supplica che ci si proponesse, non si potrebbe
riguardare come solamente diretta a Ferdinando II: però, oltre al calcolare
quale influenza potrebbe aver sovra di lui, è d'uopo tener conto dell'influenza
che avrebbe sul popolo Napoletano, sull'opinione dell'intera Italia, e
dell'Europa. E anche prima di ciò, convien gittare almeno uno sguardo sulle
attuali condizioni di quelle provincie.
Sin dalla caduta di Napoleone
Bonaparte, la Romagna
e le due Sicilie si agitavano in una quasi permanente insurrezione; quando,
alle prime parole di riforme che pronunciava Pio IX, il popolo Italiano accettò
volenteroso questa parola di riforme, pronunciata sotto alla bandiera
dell'Indipendenza Nazionale, mostrando cosí di esser pronto ad entrare in
qualsiasi via, purché conducesse all'incarnazione dell'idea Italiana. Allora i
Napoletani offrirono al loro governo di bruciare i vecchi conti e far tavole
nuove. E certo, chi si chiamava Ferdinando II, ed era figlio di Francesco,
figlio di Ferdinando e di Carolina, non veniva a scapitare in ciò. E si pensò
che forse vi era alcuno grande tanto, quanto colui che raccoglie la bandiera e
la spada dalla mano del martire, e che questi fosse colui che s'inginocchia sul
cadavere del fratello assassinato, e prega il carnefice, perché lo aiuti a
creare l'Italia. Questa idea è santa cosí, che le si possono onoratamente
sacrificare anche gli affetti più santi.
All'incirca in quei tempi gli
Austriaci occupavano Ferrara, minacciavano invadere tutta la Romagna. I Napoletani
pregarono Ferdinando di accedere alla politica di Pio Nono. Questi rispose
colla galera e colla tortura. Né parlo in metafora: si tratta proprio della
tortura. Narra l'Alba che un tal Cioffi fu incatenato in un sotterraneo,
e che prima gli si agitavano fiamme sul corpo, poi s'inondava la prigione sino
a mezzo il corpo, per carpirgli delle delazioni. Non so se questa sia
tradizione del Sant'Uffizio, o invenzione del Borbone di Napoli.
Ciò non pertanto le opinioni
restarono divise. Agiva potentemente colà l'esempio delle altre provincie
Italiane: molti continuarono le pacifiche dimostrazioni, sperando persuadere il
re, mostrandogli quanto egli potesse fidarsi in un popolo che possedeva una
cosí miracolosa pazienza: alcuni si appigliarono alle armi, domandando si
eseguissero le giurate costituzioni. E si noti che essi erano nel loro diritto,
anche secondo le teorie di coloro che predicano non esistere altri diritti
tranne quelli scritti negli atti governativi; giacché vi è il seguente articolo
nella costituzione di Sicilia: «Ogni Siciliano ha il diritto di resistere colle
armi ad ogni violenza non autorizzata dalla legge, e non può esser punito che
in virtú di una legge anteriormente promulgata»
Nel mentre durava e dura
l'insurrezione, gli uomini che tentavano la conciliazione usavano gli ultimi
conati perché il re si appigliasse a piú sani consigli. Fecero nelle principali
città e nella stessa capitale pubbliche e pacifiche dimostrazioni, nei teatri e
nelle vie; anzi, a Palermo, vedendo il popolo in armi, lo consigliarono a
deporle. Il re, a questa fiducia (che veramente cominciava a non esser piú una
virtù), corrispose lanciando la cavalleria sovra coloro che gridavano «viva il
re!» e si narra esponesse nelle piazze a ludibrio i cadaveri di varii uccisi
nella mischia.
Cosí il re, smentendo
sanguinosamente coloro che dicevano nutrir egli piú umane intenzioni, tolse
loro ogni influenza per parlare di accomodamento. Tali proposizioni paiono
ormai al popolo triste commedie, o piuttosto tragedie, ripetute con tutte le
varianti immaginabili; e a coloro i quali le provocarono, ora che si avveggono
che mentre speravano salvar la patria dalla guerra civile e condurla nella via
delle pacifiche riforme, altro non fecero che prolungar la feroce agonia della
tirannide, piú non resta, per lavarsi dalla taccia di codardia che si va
mormorando contro di loro, che il gittarsi nelle braccia dell'insurrezione. E
parlo di quelli che erano in buona fede: gli altri si gitteranno ove nel
momento è minor pericolo.
Il re rifiutò ogni
accomodamento: egli volle trovarsi a fronte, dell'insurrezione: cosí è, e cosí
sia. E in queste circostanze ci si propone di scrivergli una supplica?
Generalmente, quando si domanda una cosa, è perché si spera di ottenerla. E ciò
tanto piú, quando si tratta di presentarsi a tale, da cui il nostro cuore
rifugge, con terrore dell'anima nostra, e parlargli parole sommesse, baciare
una mano che gronda di sangue. Dissi già che talora, forse è onorevole, forse è
bello passar su tutto ciò, quando si ha in vista una grande speranza: ma
bisogna pure che questa vi sia; che altrimenti non resterebbe altro scopo, che
una strana libidine di viltà.
Ora, speriamo che re Ferdinando
si pieghi alle nostre parole? E in tal caso, farà ciò per amore, o per paura?
Che lo faccia per amore, per fede nel progresso, desiderio del bene nazionale e
simili cose, nessuno, ch'io creda, il pensa, e riescirei più ch'altro ridicolo,
se mi perdessi a ragionare su ciò. Resta che si veda se è sperabile lo faccia
per paura. Vi è una paura che la vince su tutte, ed è precisamente ciò che gli
chiediamo: chiamare alla vita i suoi Stati, farne un popolo. Ma, e questo
popolo non gli chiederà poi conto dei suoi grandi, dati sistematicamente al
martirio? S'egli non avesse affogate nel sangue che precise rivoluzioni, alcuno
potrebbe fargli credere che egli, introducendo delle riforme, mostrerebbe alla
nazione di non aver combattuto solamente per egoismo, ma perché ei credeva di
esser piú ch'altri capace di rigenerare i suoi Stati. Si osservi bene, tale non
è la mia opinione; ma dico che per cercare di persuaderlo, si sarebbe forse
potuto tentare da alcuni, che hanno molta attitudine a ciò, anche questo
sofisma. Ma egli, ripeto, ha lanciata la cavalleria su coloro che lo salutavano
redentore, che torcevano lo sguardo dalle loro ferite per obliare i vecchi
rancori, che per evitare una crisi, che essi credevano terribile alla loro
patria, erano disposti a gittar nel mare sin le ceneri dei Bandiera. Che Dio
perdoni loro, perocché i piú credevano far bene.
Ora non è piú possibile un
partito che creda in lui. Sono pochi giorni, in Palermo, egli atterrò colla
scure la bandiera su cui era scritto «Viva il Re e le Riforme». Da allora non
restarono in Napoli che due bandiere: sull'una è scritto «despotismo»,
sull'altra «rivoluzione»: Non esiste piú via di mezzo; l'una o l'altra deve
cadere: la lotta fra i due principii è urgente, necessaria, fatale. E
Ferdinando lo sa; la paura non lo consiglia ad arrestarsi, ma a procedere,
perocché sa che s'egli cedesse, la nazione comprenderebbe ch'egli non ha piú
forza, e, tutt'altro che arrestarsi, la rivoluzione ne diverrebbe vigorosa piú
che mai. Le concessioni fatte a gente armata ed insultata, sono sconfitte: né
si fidi nella sua ignoranza, perch'egli non lo comprenda. Narrano i giornali
che egli dicesse recentemente a qualcuno de' suoi ministri: «le concessioni
hanno condotto Luigi XVI sul palco; io non sarò cosí stupido» E se vi è qualche
cosa che forse egli non comprenda, è questo; che cioè spesso si arriva ad un
medesimo punto per varie strade.
Ed egli cederà forse, in cosa
che crede importi la sua salvezza, ad una supplica di cittadini? dopo non aver
ceduto alle esortazioni dell'Inghilterra, e alle esortazioni del Papa, forte
per la triplice influenza dell'opinione pubblica, della religione e del
governo? Egli che non si arrestò, sapendo che la sua politica era esecrata in
Italia, si arresterà per essergli detto che è desiderato sia cambiata? O le
parole di questa supplica saranno fiere, amare, ostili, ed allora non sarà piú
una supplica; o saranno concilianti, amiche, ed egli, o non le crederà, o ne
prenderà ardire, perché gli persuaderanno che la sua politica trova piú grazia
tra noi che non pensava. Ma se ciò non potrà produrre alcun buon risultato sul
principe, potrà forse produrlo sul popolo? Lo persuaderà forse ad avere fiducia
in Ferdinando, vedendo che noi speriamo ancora da lui? Ciò non è fortunatamente
possibile: ma se fosse, non sarebbe questa la piú forte ragione per rifiutare
un tal progetto? O vorremo noi essere risponsali delle nuove infamie,
tradimenti e sangue, che ne risulterebbero? Ma ciò, si ripeterà, è impossibile.
E allora è almeno strano dir parole, che noi speriamo non siano credute, sotto
pena di tradir la nazione, e renderci complici delle infamie
borboniche165.
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