|
Nell'ultimo numero del Risorgimento
(n. 15) noi leggemmo molte strane parole sulle cose di Genova. Se noi le
avessimo incontrate nel Journal des Débats, o in altro simile, avremmo
creduto inutile, indecoroso il rispondere, perché noi sappiamo, e tutti sanno,
che tali giornali sono venduti, e mentono scientemente, sistematicamente, a
tanto per linea. Ma pei fogli Italiani noi crediamo sempre alla buona fede.
Però, quando troviamo in essi errori, e tali errori che possono avere funeste
conseguenze per la causa Nazionale, proviamo il dolore di chi vede un male
prodotto senza utile di chi lo fa, senza causa, senza scopo. Tre fatti, di cui
l'uno è falso, l'altro è travisato, e l'ultimo inesattissimo, troviamo riferiti
nel numero citato, Essi sono i seguenti:
1.° Che in Genova esista
diffidenza alla nazionalità ed al valore del nostro esercito; che in alcuna
occasione si sia espresso, o accennato un tale pensiero.
2.° Che sia stato bruciato il
primo numero del Risorgimento, perché dicea esser male che la Sicilia si divida da
Napoli; che non si affrettino i tempi con desiderii improvvidi; che si
mantenga il massimo accordo fra i varii elementi sí popolari che governativi, i
quali possono costituire la forza nazionale.
3.° Che si sia rigettata la
supplica al re di Napoli per parole di ardenti oratori.
Il primo è il piú grave. Se
fosse accaduta cosa che potesse dar luogo a simile sospetto non si potrebbe
riguardare che come l'espressione isolata del pensiero di qualche tristo, o
stoltissimo; giacché in nessun paese al mondo, e tanto meno in Italia, esiste popolo
cosí stupido da insultare un'armata, composta dal popolo stesso, e ciò tanto
piú quando tutti gli animi sono agitati da un dubbio, o a dir meglio, da una
speranza, da un desiderio, da una volontà di guerra. Ora, se fosse accaduto
alcun fatto da poter dare sospetto su ciò, non doveva riescir evidente per ogni
persona ragionevole il comprendere, esser doveroso per ogni Italiano, e tanto
piú se scrittore, il mostrare che questo non è, e non può essere che il sogno
di qualche stolto, o un inganno del nemico? E ciò diciamo, perché crediamo che
il Risorgimento abbia parlato sulla fede di narrazioni menzognere. Ma il
lasciarsi illudere cosí pienamente a poche leghe di distanza, è, attesa la
gravità e il pericolo della calunnia, direi quasi un delitto. I fatti di Genova
furono bastevolmente giustificati dall'avv. Costa: però noi ci limitiamo a
stabilire alcune idee, che ci paiono principali a questo proposito.
In Genova non vi ebbe che una
dimostrazione, contro coloro che si credevano aver impedite quelle concessioni
che si davano per certe, pubblicamente, da tutti. Ella non era diretta né
contro il governo, né contro l'armata: in essa non vi ebbe neanche lontanamente
la menoma idea insurrezionale. Dopo di essa, il Popolo, per esprimere i suoi
desiderii anche piú legalmente, inviò al Re una supplica, le cui sottoscrizioni
furono raccolte tranquillamente, pacificamente, pubblicamente, affidandole a
persone scelte fra coloro che godevano meglio la confidenza della città,
seguendo in ciò l'esempio legalizzato dal governo nell'occasione della
deputazione Sarda167. Dopo di che la calma non fu menomamente
interrotta, e i buoni attendono che il Re, avvedendosi da quali infami raggiri
fu questo fatto travisato, tenga conto di una domanda che è sottoscritta da quindicimila
firme, ed esprime il desiderio di tutta Italia. Si noti anche, che in tutte le
dimostrazioni, e segnatamente nelle ultime, furono sempre ripetute le grida:
«viva l'armata! viva la linea! viva coloro che combatteranno sotto alla
bandiera Nazionale!» Sin qui non veggo nulla d'insultante per la milizia, la
quale è gloria e speranza di noi e di tutta la Penisola. Ma vi era
forse alcun che di offensivo nelle domande stesse, se non vi era nel modo di
farle? Ci duole essere obbligati a discutere seriamente una cosa, che è piú
ch'altro ridicola.
Gli Austriaci occupano Modena e
Parma: Fivizzano e Pontremoli son lasciate cadere da questi governi, e in
balía, per conseguenza, di chi è armato in casa loro. E cosí, nel suo bel primo
nascere, la lega italiana disprezzata, tagliata in due; tutta Italia minacciata
da un giorno all'altro di essere invasa. Il popolo chiede che il suo territorio
sia sgombro da chi è noto congiurar contro di lui; chiede armi, perché vuol
morire, se fa mestieri, combattendo, non massacrato come i Lombardi. E perciò
insulta la milizia? Perdio! che ciò fosse detto da un nemico, per seminar l'ira
fra noi, lo comprenderei: ma in bocca di un Italiano, è almeno una follia. Se
noi abbiamo un esercito, forse i nostri soldati sono i migliori del mondo. E
perciò noi dobbiamo lasciar inerti gli altri elementi di forza che abbiamo?
Questo ragionamento par quello di chi assalito dai ladri si tenesse la mano
sinistra in tasca, dicendo che ha la destra libera. Ci si risponde: armeremo la
guardia Nazionale, quando sarà incominciata la guerra. Ma per metterla in
ordine, vi vorranno due o tre mesi. E due o tre mesi dopo il dí dell'assalto si
ha vinto, e certo non s'instituirà la guardia Nazionale; a meno che non sperino
apprender l'esercizio da gente che non parla italiano. Allora, coloro che
dicono «si farà dopo», diranno: «peccato che non si sia fatto prima!» e
l'Europa si maraviglierà di aver prese sul serio le parole di tali, che non
sanno né essere schiavi, né essere uomini. E noi malediremo il giorno che la
nostra non fu piú chiamata «terra di morti», perocché è meglio una terra di
morti, che una terra di vivi e codardi.
Il popolo lo sente, e chiede
armi; gli si risponde che non istà bene a lui il parlare, che lasci fare, che
si vedrà... Come se, quando si tratta dell'esistenza di una nazione, fossero
lecite questioni di galateo! Intanto, noi siamo nello stesso caso di quando la
guerra non parve neanche possibile. E noi somigliamo spaventosamente a quei
Greci, che avevano i barbari alle porte, e disputavano di teologia. Il
Risorgimento dice che la cosa piú importante è l'unione; e lo diciamo anche
noi, lo diciamo di cuore. Ma sia unione di operosi; che altrimenti, anche gli
scheletri sono uniti, nei cimiteri! Il Risorgimento dice che è lo scopo
a cui dobbiamo tendere; e dice bene, benissimo, sacrosantamente. «E chi vuole»,
egli aggiunge, «uno scopo grande e finale dee volere tutti gli scopi minori e
intermediarii nella via a quello». Per verità, noi non credevamo che queste
parole fossero un esordio per dir male di chi domanda la guardia Civica; non
credevamo che vi fosse logica cosí strana al mondo, che dalla sentenza citata
potesse dedurne quest'altra: «Noi riassumeremo quel parer nostro, che ci è
fatto lecito e legale dalle concessioni di S. M. ... confortando il popolo,
ogni frazione del nostro popolo, ogni qualità di governati, a lasciare questa
questione dilicata, difficile tra noi, della guardia Nazionale, intieramente,
assolutamente al governo», che è quanto dire a non parlarne piú. Noi da uno
stesso principio ne deduciamo un'opposta conseguenza. Conveniamo con lui che
chi vuole il fine vuole i mezzi; conveniamo che nostro scopo sia
l'indipendenza; ma crediamo che uno dei mezzi, anzi l'unico mezzo per
conquistare l'indipendenza, sia il preparar pronte ad agire tutte le forze
Nazionali, non pel domani, ma pel giorno della necessità.
Quanto ai motivi per cui fu arso
il primo foglio del Risorgimento, noi ci limiteremo ad accertarlo che
non fu per nessuna delle parole riferite nel suo ultimo numero. Ed egli lo
doveva comprendere.
Della supplica al re di Napoli
parleremo distesamente, in un altro articolo.
|