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DAL DIARIO DEL POPOLO, N.° 63
L'impero Austriaco manda un
rantolo, che par quello della morte. La rivoluzione lo strozza sin nel suo
letto regale, nella fedelissima Vienna; gli appunta il pugnale al cuore, sino
in mezzo alle sue guardie pretoriane, in mezzo all'armata di Radetzky. Ma
stolto il navigante che dorme perché il tempo è secondo! Ch'egli rinforzi le
vele, e faccia suo pro' del vento propizio.
Quando tutto pareva perduto
(agli uomini che veggono poco), sarebbe stato vile per l'Italia il cedere alla
sventura con una inerzia codarda. Ora che la sorte, quasi temesse fossero
troppo forti pel nostro braccio, rompe ella stessa le nostre catene, sarebbe
stupidità il non levarsi ad agire.
Bisogna pensare seriamente alla
guerra. L'Europa vide fuggire le nostre armate; vide la giovine bandiera
dell'Italia lasciata cadere nel fango dalle mani degli uomini che avean giurato
morire prima di abbandonarla. E molti dissero: quegli oppressi non meritano la
libertà, perché sono vili. Non insultate al valor dei traditi; li vedrete alla
riscossa. Il giudicio pende ancora incerto; mostriamo, per Dio, che la seconda
sentenza era la verità.
Noi abbiamo una provincia
Italiana che possiede un'armata, il cui valore fu sciupato, non spento, negli
ultimi fatti, e che sotto capi, non dirò eroi, ma solamente onesti, può ancora
riescire una delle migliori del mondo. Ma una gran parte dell'Italia non ha
armate regolari, e queste non possono improvvisarsi ad un tratto; e se anche ne
avesse, le recenti sventure dovrebbero averci insegnato che una giornata può
decidere d'un'armata, e le sorti d'una nazione non possono giocarsi in un
giorno; cosicché in ogni caso converrebbe pur pensar ad organizzare accanto
alla guerra strategica un'altra guerra, la quale ne accelerasse il successo,
nel caso la prima riescisse felice, e nel caso mancasse, conservasse all'Italia
un'àncora di salute. L'aver dimenticato questa prima necessità, fu ciò che
spinse il governo di Milano nella mala via che lo ridusse a Torino. Perché
egli, visto in sulle prime che il nemico fuggiva, si diede tranquillamente a
cantar vittoria, senza prendersi altro pensiero: furono lasciati errare alla
ventura, senza denari, senza organizzazione, senza concerto, i numerosi corpi franchi
di cui brulicava il suolo Lombardo; cosicché, invece d'ingrossarsi e di agire,
isterilirono nella inerzia, e a poco a poco quasi totalmente mancarono. Ma se
era vinta la prima battaglia, restava a vincersi l'ultima; e il governo
Lombardo, il governo dell'insurrezione, non si era preparato a ciò. In tali
circostanze egli non trovò niente di meglio che gittarsi nelle braccia di una
dinastia, la quale facesse la guerra per suo conto. Allora, ciò che restava
dell'insurrezione fu totalmente spento, perché in quell'elemento si supponeva
nascondersi il principio popolare: all'Italia fu sostituita l'Alta Italia, cioè
al risorgimento d'una Nazione l'ingrandimento d'una monarchia; e invece di
pensare a cacciar lo straniero oltre l'Alpi, si pensò al modo in cui questo
nuovo Stato avrebbe compromesso l'esistenza degli altri Stati. Mentre prima si
parlava di patria, poco dopo si discuteva di capitale: e questo era logico; al
principio si era sostituito l'interesse. L'utilità di tal metodo fu provata, e
le cose andarono come andarono.
Molti pensano diversamente. Ma
in questo, almeno, tutti converranno, che sarebbe pur stato meglio, che,
perduta l'armata, tutto non fosse stato perduto, e che, se si fosse conservato
un elemento il quale rispondesse all'eroe di Montevideo nell'estremo conato, si
sarebbe almeno salvato il sacro fuoco dell'insurrezione e l'onor nazionale. La
guerra che sta per cominciare abbia principio sotto migliori auspicii; e di
ciò, quanto alla parte politica, ci dà molta speranza la migliore tendenza dell'opinione.
Al principio della guerra, il movimento era traviato dalla scuola di Vincenzo
Gioberti e di Cesare Balbo: la parola Italia non si udiva mai proferita, senza
che fosse, direi cosí, coonestata, legalizzata con qualche evviva servile:
perciò gli animi erano proclivi a confidar troppo nei principi, e fu facile
offuscare l'idea nazionale, che balenò un istante fra le barricate di Milano,
col rimbombo di certi nomi, circondati da un'aureola fittizia. Ora l'esperienza
ha rettificato le idee, e alla parola «Concessioni» successe, negli evviva
popolari, l'altra «Assemblea Costituente Italiana», sublime applicazione del
principio unitario, che pochi mesi sono, bandita nell'Italia del
Popolo, eccitava lo scherno de' «pratici», e che ora perseguita le delicate
orecchie dei «moderati», sin nel loro santuario federalista, ed è imposta al
governo Toscano dalla voce dell'illustre Montanelli e dal volere del popolo,
come speriamo che la forza dell'opinione la imporrà tosto agli altri governi
della Penisola.
Del miglior esito militare ci
affida la presenza tra noi di un uomo caro all'Italia, per averle in dolorosi
tempi gittato dall'altra sponda dell'Oceano un fiore di gloria sulla fronte
solcata dalla vergogna; Giuseppe Garibaldi. La fiducia nei capi, che è il piú
in ogni maniera di guerra, è il tutto nei corpi franchi, elemento principale
nella guerra d'insurrezione.
Tali corpi, generalmente
terribili per molestare il nemico, tagliargli le comunicazioni, privarlo di
vettovaglie, obbligarlo a muoversi in forti masse in ogni menoma circostanza, o
a rimanersi chiuso nei proprii accampamenti come in una piazza assediata,
generalmente, conviene pur confessarlo, per mancanza d'un'autorità capace ad
aumentarne le forze in azione armonica e concorde, riescono per lo più insufficienti
ad ottenere risultati decisivi. Ma qual nome meglio di quello del Garibaldi, o
si consideri sotto l'aspetto militare o sotto il politico, potrebbe avere
influenza bastevole per ridurre in un tutto morale queste forze tendenti ad
agire disgregate e scomposte? Egli ha sentita l'importanza della missione che
gli è serbata nell'attuale movimento Italiano, e appena giunto a
Genova172 concepiva la grande idea di una vasta organizzazione di corpi
franchi, di cui fondava il primo nucleo fra noi. Molte centinaia di giovani, i
piú provati alla durezza della vita militare, e al fuoco, diedero già il loro
nome alla nascente legione. Noi speriamo che i giovani accorreranno, nel dí
della chiamata, a stringersi sotto il vessillo della patria, che certo non può
essere a mani migliori che a quelle del Garibaldi, dalle altre provincie
italiane, perché si combatte volentieri sotto capi che sanno e vogliono
vincere, e non capitolano.
Sappiamo ch'egli confida nella
nazione, e specialmente ne' suoi concittadini, perché lo aiutino nella santa
impresa, e speriamo che la nazione e i suoi concittadini risponderanno
all'invito del Garibaldi. È probabile che il denaro speso in tal uso sia meglio
impiegato, che non quello dell'imprestito forzato.
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