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DAL DIARIO DEL POPOLO, N.° 68; OTTOBRE
1848
È da due sere che il sangue
Italiano bagna nella nostra città la terra Italiana. Quale ne è la causa, noi
crediamo saperlo: quale ne è il pretesto, noi l'esporremo brevemente.
Esiste, da due mesi in circa, un
Circolo in Genova, il quale professa le piú libere opinioni. Molti avversavano
fin dal suo primo nascere il Circolo per ciò; molti per antipatia verso alcuni
individui. In quanto a noi, conosciamo molti de' suoi membri, fra cui il
presidente De-Boni, nome chiaro in Italia, per cui professiamo tutta la nostra
stima ed affetto. Molti non conosciamo; però né difendiamo, né accusiamo. E
d'altra parte non è qui la questione. Un Circolo non può essere giudicato che
da ciò ch'egli fa come Circolo. Ora, negli atti del Circolo Italiano troviamo
fatti che possono dar luogo a discussioni politiche, niente che agli occhi di
nessuna opinione, onestamente professata, possa apparire una colpa. A noi
paiono generalmente buoni. Protestò contro le infamie del nostro governo;
consigliò la flotta a difendere Venezia; raccolse denaro per questa invitta
città e per la emigrazione Lombarda; cercò diffonder l'idea dei Corpi franchi.
E questi fatti, ripetiamo, a noi paiono buoni. Altri può trovarvi un errore,
nessuno una colpa. Ma gli uomini che professano opinioni differenti da quelle
del Circolo, continuano a diffondere accuse, contro alcuni de' suoi membri non
solo (queste non sarebbero state che questioni personali) ma a renderne
risponsabile l'intero Circolo; cosa che a noi sembra assurda. Nondimeno, se la
cosa si fosse arrestata qui non l'avremmo riguardata che come una di quelle
armi, miserabili assai, ma sventuratamente usate assai spesso, con cui un
partito fa la guerra ad un altro. L'unico sentimento che ciò destava in noi,
era il desiderio e la speranza che gli uomini delle nostre opinioni non ne
userebbero mai.
Poi, s'inviavano l'una
sull'altra lettere anonime, piene di insulti e minacce contro i membri piú
influenti del Circolo, e si udian gridare per ogni angolo libelli contro di
lui, ma scritti cosí stupidamente, firmati da nomi cosí nulli, che in sulle
prime i membri del Circolo non ne facean parola per disprezzo, i nemici per
pudore, e fors'anche, amiamo crederlo, per onestà; giacché le accuse erano cosí
indecorose per chi le scriveva, che certo niuno che si rispetti, a qualsiasi
opinione appartenga, vorrebbe assumerne la responsabilità. Però, ciò non ebbe
da prima altro seguito che alcuni pugni scambiati fra un certo cappellano
Grillo e qualcuno ch'era stanco delle costui insolenze; questione totalmente
personale.
Ma la sera del sabato
scorso173 era fissata una riunione del Circolo. Sin dalle cinque del
dopopranzo si vedeano presso al Teatro alcuni soldati d'un battaglione, il cui
nome è assai noto, pel valore con cui ha combattuto in Lombardia,
principalmente nel fatto di Goito, e per una tradizionale simpatia alla causa
della libertà, il battaglione Real Navi. Erano un quindici o venti che faceano
schiamazzo, accennando voler fare una dimostrazione, ma senza dirne lo scopo;
malizia che ci par piú pretina che militare. Però rimanevano quasi soli.
Giungeva l'ora della radunanza del Circolo; ed essi si riunivano a un'altra
dozzina di loro compagni, che gli aspettavano al solito luogo della seduta;
entravano nella sala, ove affiggevano un cartello che terminava con «Morte al
Circolo! Viva Carlo Alberto e il cappellano Grillo»; ravvicinamento che deve
riescir poco lusinghiero a S. M.
I socii si presentavano alla
porta del Circolo, ed erano accolti prima da ingiurie, a cui rispondevano con
parole di persuasione, poi colla sciabola, a cui rispondeano difendendosi,
benché inermi. Parecchi Italiani, sfuggiti al cannone Austriaco, che
affrontarono generosamente, furono in quella sera proditoriamente feriti, e fra
questi il capitano Vicenzini, che solo, inerme, fu circondato da otto o dieci
armati, che volevano forzarlo a gridare «Viva Carlo Alberto, viva il cappellano
Grillo», e rifiutandosi egli, e difendendosi colle mani, lo assalirono siffattamente,
ch'egli ne ricevette piú ferite, e fu salvato, in forse della vita, da un amico
nostro e dalla guardia nazionale. Il contegno dei socii fu dignitoso
quant'altro mai: essi accorsero in tal numero, che gli armati si ritirarono;
dopo di che il presidente De-Boni aprí la seduta, che procedette calma e
severa. Noi notiamo con orgoglio quest'atto di coraggio civile dei nostri
concittadini.
Ci vien detto che, terminato il
Circolo, molti monelli, condotti non si sa da chi, si recassero sotto il
quartiere del battaglione Real Navi, gridandogli parole d'ingiuria. Noi siamo
profondamente dolenti ed offesi di quest'insulto fatto ai nostri fratelli della
milizia, ai prodi di Lombardia; tanto piú che al battaglione Real Navi non si
può imputare il tristo errore d'una ventina d'individui, sedotti da
insinuazioni che è facile indovinare donde partano. Anzi il vedere quanto poco
numero arrendevole trovò nella milizia chi voleva farne strumento di raggiri,
di sangue, ci accresce sempre piú la stima e l'amore che noi nutriamo per lei.
Non vi sono nella nostra milizia che due, circa, dozzine d'individui, su cui (e
anche su queste piú per errore che per colpa) possano contare le bieche arti
della polizia; gli altri tutti sono soldati prodi in campo per valor militare, generosi
nella pace per virtú cittadina e sentimenti nazionali. Dicevamo, sono pochi
giorni: «È cessato il tempo in cui i soldati erano macchine, che si fermavano,
si moveano, faceano di tutto, anche il boia, secondo piaceva a chi li pagava o
bastonava: ora i soldati sono cittadini armati, che non intendono per niente di
aver venduto il cuore, e l'anima loro.». Noi siamo ora dal fatto confermati
nella nostra opinione.
Al domani (ieri) nuovi scontri
accadeano per la città. Ma le nuove ci giunsero cosí varie e contradittorie,
che noi non possiamo darne dettagli. Ci vien detto che un soldato delle Real
Navi sia gravemente ferito. Noi doloriamo coll'anima questo fatto, e non
sapremmo trovar parole abbastanza acerbe per chi n'ebbe colpa. La vita di un
nostro fratello ci è sempre cosa sacra; ma l'attentare alla vita di un soldato,
mentre si aspetta di momento in momento il segnale della battaglia, è un
delitto di lesa nazionalità.
Aggiungeremo ancora due parole
di considerazione circa questi fatti. Che cosa sperano coloro i quali vanno
organizzando questi assassinii? Di condurre ad un movimento precipitato, colla
provocazione? o di ridurre al silenzio, col terrore, gli uomini della libertà?
Vista mancare, nell'occasione del ratto di De-Boni, la politica del sotterfugio,
si è dunque deciso di ricorrere ai metodi del Borbone di Napoli? Si è
cominciato colla viltà; si continua col delitto. Cosí va bene. Noi contempliamo
questi mirabili sforzi di chi sente sfuggirsi la vita; li contempliamo
coll'anima dolorosa, perché costano sangue Italiano.
Noi vorremmo che la parola ci
escisse calda dalle labbra, come ci ferve nel core, per consigliare quanti
hanno veramente a cuore i destini dell'Italia, a non accettare questo lurido
guanto, gittato da chi sente che non potrà gittarlo domani. Consigliamo il
Circolo a tenersi lontano da ogni pensiero di reazione, ma a continuare le sue
sedute. Egli deve difendere in sé il diritto di associazione. Se ciò spiace al
governo, bisogna ridurlo ad alzar totalmente la visiera. Noi lo conosciamo già:
ma giova che tutti lo conoscano; che quanti amano la libertà sentano la santità
della loro bandiera; che non rispondano ad una guerra miserabile, ma procedano
colla fronte alta, coll'occhio volto alla meta nella loro via, finché Dio li
chiami ad iniziar migliori fati all'Italia. E non crediamo che il dí sia
lontano.
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