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DAL DIARIO DEL POPOLO, N.° 75; OTTOBRE
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Italiani! La misura è colma.
L'ora è suonata. Su, in nome di Dio e del Popolo! È il grido di Mazzini. La
guerra sta per diventar generale: su varii punti della terra Lombarda, generosa
terra e tanto vilipesa, è già cominciata. Non è piú la guerra di quei che
capitolano; non è la guerra di quei che nella vittoria per l'indipendenza non
veggono che l'acquisto di territorio, di quei che a metà cammino tradiscono; è
la guerra santa del popolo; è la guerra che si combatte per l'acquisto della
nazionalità e libertà nostra conculcata; è la guerra che sola può rigenerare
davvero l'Italia.
Italiani! Chi non sente fremere
il cuore in petto, al grido di Mazzini, chi non s'alza risoluto, pronto a porvi
la vita, chi non anela all'ora del combattimento, quegli è indegno di libertà,
è indegno di avere una patria. Ah no! gl'Italiani non diano il tristo esempio,
lo spettacolo allo straniero, di venir meno nell'ora suprema del pericolo.
L'opera del tradimento sta per
essere distrutta dal coraggio dei prodi Lombardi. L'Italia invano ha tentato
risorgere, con a capo il principio della monarchia. Italia voglia sorgere
davvero; il popolo si muova, e il popolo otterrà quello che l'armata regolare,
l'invincibile armata regolare, non poteva, né i capi volevano ottenere.
Ma se è destinato che l'Italia
abbia a risorgere per mano del Popolo; se la nostra vittoria ha da esser pura
come la nostra bandiera; se l'intervento di chi si debbe chiamare estraneo alla
causa Italiana, benché sia in Italia, non ha luogo, la rigenerazione diventa
compiuta, gli eterni ostacoli all'unità cadono infranti.
E perciò v'è speranza. Molti
sono in nostra mano gli elementi di vittoria. L'emigrazione già a quest'ora è
discesa; ivi immenso è il desiderio di vendetta. Toscana non è più oppressa dal
giogo di un Morfeo, Toscana è in mano del popolo, e ivi è Garibaldi, che non
volle qui rimanere inoperoso, o farsi strumento di tirannia. Oh! la Lombardia si levi tutta
quanta, raccolta nel giuramento di vincere o di morire come un suol uomo, e la
vittoria non sarà dubbia.
La patria nostra ha molto
sofferto; fu a mal punto, e noi quasi per un istante abbiamo disperato. Ma il
momento della speranza è venuto, e noi lo salutiamo con gioia. Ogni speranza
sta in noi, in noi soli; nessuna in un governo, che dopo un intervento, com'ei
diceva, disinteressato, non vide che la fusione; che firmò un infame
armistizio; lasciò passare il tempo, inoperoso; ascolta indifferente i gemiti
delle vittime, scannate in Lombardia per avergli creduto; nega un pane ai fatti
esuli per lui; conosce le vittorie Ungaresi, lo sfasciamento dell'impero
Austriaco, vede il momento propizio, e non si muove; anzi, volge tutti i suoi sforzi,
usa di tutte le sue arti e farà torcere lo sguardo dalla causa Lombarda, a
dividerci, a far che si sparga il sangue cittadino. No, niuna speranza in lui.
Ma che ci deve importare di lui?
Noi guardiamo la cosa un po' piú d'alto. Che sono questi bassi raggiri?
Potranno essi arrestarci dal volgere lo sguardo là ove veramente si deve
decidere delle sorti nostre? Potrà la causa della nostra indipendenza andar
perduta? No, questa non è piú affidata alle armi regie; questa, ora, è in mano
del popolo.
Italiani! Un'insurrezione
Lombarda era un desiderio, una speranza; ora è un fatto, un fatto che bisogna
aiutare con tutte le forze, un fatto in cui tutto quanto è riposto, un fatto
del quale se non profittiamo, siamo disonorati, perduti.
Italiani, in Lombardia!
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