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Goffredo Mameli
Scritti editi e inediti

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    • TUMULTI E PROTESTE IN GENOVA, SUL FINIR DELL'OTTOBRE 1848
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TUMULTI E PROTESTE

IN GENOVA, SUL FINIR DELL'OTTOBRE 1848

 

Ieri177 erano affissi alle cantonate molti cartelli col motto «Viva la Costituente Italiana». Verso mezzogiorno la Polizia inviava a strapparli i suoi agenti, a cui ci spiacque molto vedere unite pattuglie di milizia regolare che cittadina. Il popolo gli accolse a fischi, obbligandoli a rifugiarsi al palazzo Ducale.

Alla sera ebbe luogo una dimostrazione, in favore della Costituente, della Guerra Lombarda, e contro il Ministero. Giunta la folla innanzi al Quartier generale della Guardia Nazionale, fu arringata dal signor maggiore, avv. Nicola Federici e dal generale Lorenzo Pareto. Le loro parole furono accolte con disapprovazione: anzi, ci vien detto che da alcuni si facesse qualche tumulto innanzi alla porta del quartiere. Ad un tratto si videro partir delle fucilate dalla. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Oh, se vi è qualcuno che insulta la Guardia Nazionale, è chi vuol farne strumento della Polizia, inceppamento allo sviluppo nazionale, e trascinarla al delitto!

Alcuni membri della Guardia Nazionale hanno stesa la seguente protesta, che, speriamo sarà sottoscritta da tutti i buoni:

«I sottoscritti membri della Guardia Nazionale, riguardando gli ultimi atti del loro Stato Maggiore come tendenti a compromettere l'onore del Corpo, a favorire le mire dell'Austria collegata alla reazione governativa, dividendo la nostra città e rendendone impopolare la milizia cittadina,

»Protestano solennemente in faccia alla città e all'Italia, che se la sera del 29 ottobre partirono dalle finestre dello Stato Maggiore alcune fucilate contro il popolo, ciò non può riguardarsi che come la colpa di pochi individui, di cui non può per niun modo essere solidale l'intiero Corpo; che lo Stato Maggiore, unendosi alla Polizia per comprimere pacifiche dimostrazioni in favore della Costituente Italiana, ha offeso i principii politici, e facendo fuoco proditoriamente ha offesi i principii d'onore dei sottoscritti; però è invitato dimettersi, non potendo da questo momento in poi riguardarsi da loro come tale.

»È duro l'essere trascinati a dissenzioni cittadine, mentre l'Austriaco calca la terra Lombarda. Però, mentre i sottoscritti compiono quest'atto che credono richiesto dalla loro dignità, faranno quanto sarà in loro perché il popolo non accetti la provocazione governativa, e continueranno a manifestare pacificamente la parola che credono importi la salute della patria; e se a questa parola si risponderà coll'assassinio, ella non ne diverrà che piú potente.

»Viva la Costituente! Viva l'insurrezione Lombarda e Veneta




177 29 ottobre 1848. Lo scritto, tutto di pugno del Mameli, in tre fogli staccati (dovevano esser quattro, ma uno è smarrito) appare la minuta di un altro, certamente destinato ad un giornale cittadino. Ai tumulti, che accenna, si riferisce la improvvisa partenza della Legione mantovana, che era in quei giorni a Genova, e che tosto si avviò per la Riviera di Levante. Anche per essa il Mameli scrisse una protesta, di cui abbiamo la minuta, rimasta interrotta, ma che tuttavia pubblichiamo, per non tralasciare nulla di lui, né di quanto può darci lume della sua partecipazione ai fatti del tempo.

 

«Legione Mantovana»

«I Legionarii Mantovani, convinti che la loro permanenza in Genova, per la eccitata insurrezione, non avrebbe procurato che pericolo e disdoro al loro nome incontaminato, risolsero partire da quella volta il giorno 30 ottobre, e si dirigevano a Sarzana, onde attendere gli ordini del generale Garibaldi, col quale dovevano unirsi. Chi conosce la via che conduce da Genova a Sarzana può credere il disagio opprimente dell'emigrato che percorre quei monti sassosi, costretto a camminare ventidue miglia per arrivare alla tappa stabilita, dove, per applaudito divisamento, dal Ministero piemontese gli viene largito un franco per alloggio e nutrimento. Giunsero a Chiaveri (*) ove furono ricevuti con freddezza, e da quel sindaco furono appena approvvigionati di ciò che nel generoso foglio che li accompagnava era indicato. Da Chiaveri si recarono alla Spezia; e qui, con meraviglia dell'umanità, ad alcuni ammalati, che chiedevano solo una scranna, furono chiuse le porte: gli abitanti gironzavano attorno ai Bersaglieri, e con occhio diffidente e dubbioso mettevano nell'anima di quei miseri la disperanza di potergli muovere neppure una parola. I locandieri, ad ognuno che chiedeva cibo, rispondevano rigidamente non averne; anzi d'accordo avevano spento i focolari. Per alloggio venne destinato un locale mal riparato, e molto ben fornito d'immondi insetti, che s'aggiravano su poca paglia trita e molto polverosa. Ognuno dei miseri Bersaglieri, coll'angoscia nell'anima, rifinito di stanchezza, di fame e di struggimento, non azzardava interrogar l'altro su questo solenne concerto di atrocità. Senonché, venne l'indomane, e tutti partirono, silenziosi, sconfortati, da quella terra che ogni umano senso abbrutisce, mormorando nel cuore una maledizione per l'uomo che disconosce la miseria dell'emigrato e la irride. Alcuni della colonna, percorrendo il golfo della Spezia per ammirarne la singolare bellezza, furono istrutti dai barcaiuoli che un prete anticipava già da tre giorni nel paesi per dove dovevano transitare i Bersaglieri, e gridava a tutti di tenersi ben guardati, ché quelli che avevano mossa la rivoluzione in Genova sarebbero per venire, non risparmiando il sacco a tutti i paesi, come avevano fatto in quella città, donde furono cacciati come malviventi, ladri e lazzaroni. Ciò non mosse ad ira nessuno, ché ferve nel core dell'Italiano una costanza a barriera invincibile d'ogni insulto e delazione.

Giunsero a Sarzana; e pure s'eran mosse le mene dell'infame gioco, a segno che il Battaglione Savona, destinato a partire di il giorno prima, fu trattenuto pel timore che gli assassini Mantovani non manomettessero quella città, e ciò per ordine del Ministero piemontese. S'era perfino concertato che due individui, cogliendo in una locanda l'opportunità che varii Bersaglieri vi si trovassero riuniti, venissero alle mani, e si ferissero ad arte con bicchieri; onde poi intervenuti per curiosità od altro i Mantovani, si avesse pretesto per la truppa di arrestare tutta la colonna e spedirla a Torino. E ciò seguí, ma senza effetto, giacché le cure previdenti dell'egregio capitano Mambrini fecero che i Bersaglieri si ritirassero all'istante da quel luogo, lascian. . . . . . . . .».

(*) Cosi nel manoscritto, e nella forma antica del nome, forse ricordando il dantesco: «Intra Siestri e Chiaveri s'adima». Inutile il dire che il popolo della «fiumana bella» sempre animato di spiriti generosi, non è qui punto in causa. Siamo a tempi turbati, e le diffidenze accortamente seminate nel popolino sul passaggio della colonna Mantovana spiegano abbastanza i fatti spiacevoli, colà e più oltre avvenuti.






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