II.
DALLA PALLADE, DI ROMA, N.° 447 (17 GENNAIO
1849).
Un grande trionfo ha riportato
in questi giorni la causa della Nazionalità. Il frazionamento, imposto prima
dallo straniero, fomentato con vigile cura dal Papato, mantenuto dopo dalle
tirannidi interne, lo spirito municipale, che si predica da molti terribile
elemento di dissoluzione in Italia, la resistenza dei governi, che sentono
vacillare i loro troni trascinati da questa tendenza unitaria, sono, o fantasmi
che non esistono, invocati da chi vorrebbe farne suo pro', o deboli argini a
questo bisogno d'un popolo, che dopo tanti anni di servaggio si è sentito i
piedi liberi, e s'alza, e chiede di essere anch'egli una nazione.
L'unità morale dell'Italia è un
fatto compiuto. Di questa idea s'impronta ogni moto d'ogni angolo d'Italia.
Pochi mesi sono, il popolo insorgeva in Livorno, e fra le barricate sparse del
suo sangue gridava Costituente Italiana. Quel grido suonava tra le
fucilate in Genova: fu violata sin la capitale del re di Piemonte, sino il
Quirinale dei Papa.
E allora, per la prima volta, si
vide una parte d'Italia totalmente libera. Grave e decisiva influenza aveva
ogni suo fatto, non solo pel risultato pratico, ma perchè rappresentava il vero
concetto del Popolo Italiano.. Ogni partito avea sino allora agito nel suo
nome: però la prima parola che gli sgorgava spontanea dal cuore costituiva un
solenne giudizio. E questa parola noi l'abbiamo udita: egli ha proclamata la
sovranità popolare; egli ha proclamata la Nazionalità
dell'Italia. Anzi, colla logica delle rivoluzioni, comprese che questi due
termini non poteano disgiungersi, che frutto della divisione era la tirannide.
La bandiera dei principi è quella del loro principato; la bandiera del popolo è
quella della Nazione. La
Costituente Romana e la Nazionale non formeranno che una cosa sola.
Ogni Italiano saluta con gioia
l'atto della Commissione governativa, per cui questa sublime idea è divenuta un
fatto compiuto. Ora, resta che si provveda ai mezzi per cui questa vittoria
d'un principio morale sia circondata e assicurata da forze materiali. Resta che
gli uomini, i quali hanno cooperato al grande edificio, tolgano il fucile e
proteggano l'opera loro colle mura di Sparta, col petto e col braccio dei
cittadini. La Costituente
è la Nazione
deliberante: bisogna organizzarle a fianco la Nazione armata.
Costituente e Guerra, due termini che non possono dividersi. Perchè combatta,
conviene che la Nazione
esista perchè esista conviene che combatta.
Questa verità fu sentita in
Toscana. Alla proclamazione della Costituente teneva súbito dietro
l'istituzione dell'armata. E tal lavoro è ora il debito precipuo di coloro i
quali reggono le provincie Romane.
Se gravi sono tra noi i bisogni
a tale proposito, molti sono nello stesso tempo i buoni elementi da cui si può
trar partito. E noi siamo lieti di riconoscere che il governo ha già tentati
alcuni passi in questa via.
Il generale Garibaldi, colla sua
prode legione, potrà avere molta influenza sui fatti che sono per accadere,
costituendo un nucleo di volontarii, che al momento dell'azione darebbe centro
ed ordinamento a questo importante elemento militare.
Intanto, altri volontarii,
provati anch'essi al fuoco, tutti del paese, ritornano da Venezia, e con un
mirabile e raro esempio di virtú cittadine resistono alla tentazione che offre
dopo lunga lontananza la patria, e restano sotto le insegne militari, non solo,
ma all'avvicinarsi del pericolo, sentendo la necessità di afforzarsi di una piú
vigorosa disciplina, si ordinano spontanei in truppa regolare. Essi sono
capitanati dal generale Ferrari; sicché il nome del capo, il valore, e la
devozione dei soldati alla patria, ci affidano della molta speranza che può in
loro riporre il paese.
Altra ottima disposizione fu
quella di organizzare tosto militarmente i giovani profughi del
Lombardo-Veneto, che a rischio della vita fuggono a turbe la divisa Austriaca,
e vengono mendicando presso i loro fratelli pane ed armi, per vivere e combattere.
Tali soldati, che, come disertori, non possono sperare di esser considerati
quali prigionieri di guerra, son gente che sa di dover vincere o morire al suo
posto.
Nello stesso tempo (e questo a
nobile richiesta delle stesse, provincie) fu diramato ordine di mobilizzare la Guardia Nazionale.
Il Popolo, che domanda in massima di avere il suo posto al fuoco, nel caso si
abbia a difendere la rivoluzione contro la reazione e lo straniero, mostra
quanto e come, in modo veramente Romano, si ami la libertà fra noi.
Conviene sperare che questa
opera di cosí vitale importanza acquisti tutto il necessario ordinamento ed
estensione. Finora la
Guardia Nazionale non rappresenta che, direi cosí, tanti
corpi staccati quante sono le città o i villaggi. Si scorge a prima vista quali
inconvenienti ciò produrrebbe, in caso di un generale mobilizzamento, mentre
l'accentrarla e il farne un'armata sarebbe cosa difficile nel momento del
pericolo, e ne renderebbe piú lenta e meno vantaggiosa l'azione. Per provvedere
a tal uopo, dovrebbe istituirsi una commissione centrale di organizzazione e
mobilizzazione della Guardia Nazionale, la quale preparasse quell'ordine, con
cui dovrebbe questa milizia disporsi in campagna.
Tal commissione dovrebbe anche
occuparsi di estendere maggiormente l'istituzione della Guardia Nazionale
chiamando a tale servizio tutti i cittadini, mentre ora non ne fa parte che una
frazione. Nello stesso tempo essa dividerebbe proporzionatamente fra i
municipii e i comuni le spese che a ciò si richieggono massimamente per la
compra delle armi, risparmiando cosí l'erario, che sarà chiamato a grandi
sforzi per provvedere a porre in istato di guerra l'armata regolare.
L'armata ha bisogno di un gran
numero di fucili, per armare principalmente le nuove reclute: manca di materiale
pel trasporto dell'artiglieria, di magazzini d'abbigliamento, buffetteria, ecc.
E ciò non solo; ma anche di ciò che si ha, non sempre si potrebbe usare in caso
di bisogno; e questo per difetto di organizzazione. L'esercito va messo sul
piede di guerra, ordinandolo in brigate e in divisioni: convien creare un
generale in capo, ed un generale ispettore, che percorra le brigate e le
divisioni, per purgare l'armata dai cattivi e dagli inetti. E nella necessità
che abbiamo osservata di un generale, l'animo nostro ricorre naturalmente al
nome del difensore dello Stelvio, il generale D'Apice. Egli è tra quei
pochissimi che hanno rifiutato di comprare il grado di generale in Piemonte,
capitolando, che hanno amato meglio la povera bandiera della libertà, che la
ricca viltà di un re.
Noi non abbiamo inteso che
accennare sommariamente questo grande argomento. Di ciò dovrebbe principalmente
occuparsi l'attività dei circoli e della stampa. Il governo e il Popolo debbono
sentire quanti doveri imponga la via in cui si son posti; ché il levare la
bandiera Italiana e non saperla difendere sarebbe un sacrilegio; ché la
debolezza darebbe audacia alla esitante diplomazia.
Proclamata la Costituente, convien
provvedere alla guerra; giacché, ripetiamo, Guerra e Costituente sono termini
inseparabili.
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