III.
DALLA PALLADE DI ROMA, N.° 451 (22 GENNAIO
1849)
La Costituente Italiana,
proclamata in Roma, dà un centro materiale al partito Nazionale; il quale, uno
per essenza, non ebbe finora una unità morale. Erano uomini che, comprendendo
le tendenze del paese, le necessità del popolo, si consacravano a tradurle in
un'idea, in una parola, che potesse esser bandiera universale. Questa era, ed
è, la sovranità del Popolo, rappresentata dalla Costituente.
L'intiera penisola s'è scossa,
agitandosi, a questa parola, rivelazione della sua propria vita. Alcuni governi
ne furono scossi siffattamente, che, vedendo non poter resistere, non hanno
trovato altro a fare che tentare una mistificazione del principio, che gli
assicurasse da un'intiera caduta. Un altro ha curvata la fronte, un altro è
caduto.
E la bandiera della Costituente
sovrasta alla principesca in Toscana è esclusivamente governativa in Roma.
Cosicché, se questa, non è ancora la capitale dell'Italia, è la capitale del
suo movimento, del suo progresso, della sua vita.
Nella questione Romana è la
questione Italiana, per quanti credono nell'avvenire della patria. La nostra
nazionalità sarà, o tosto un fatto, o ancora lungamente un desiderio, secondo
che la rivoluzione di Roma, o vincerà, o sarà vinta. Un tremendo dilemma si
affaccia alla nostra politica. O avremo in Roma il Papa, colla reazione e le
baionette straniere, e ciò importa l'Italia secondo i trattati del '15; o
avremo la Costituente,
circondata e assicurata da baionette italiane, e ciò importa l'Italia del
Popolo. Che gli Italiani scelgano!
Frattanto, a noi, e a quanti
come noi hanno già scelto, corre debito di prepararci a combattere. Sappiamo
che le congiurate monarchie si preparano alla lotta; e noi pure dobbiamo
disporci alla battaglia, che forse non sarà solo Italiana, ma Europea. Sarà la
battaglia della democrazia colla monarchia, della libertà colla tirannide,
dell'avvenire col passato.
Ma venendo al fatto, di quali
forze può disporre la democrazia in Italia? In qual modo potranno queste meglio
utilizzarsi? Ecco la questione vitale. Tre elementi militari abbiamo in Italia:
guardie nazionali, volontarii, truppe regolari. Della guardia nazionale non si
è saputo sinora trarre tutta l'utilità di cui è capace. Estesa a tutte le
classi, condotta da' buoni capi, preparata ad una pronta e facile
mobilizzazione, essa rappresenterebbe una forza importantissima: e di questo
abbiamo già accennato, e parleremo altra volta.
Anche i corpi volontarii
costituirebbero un riguardevolissimo elemento, quando si volesse e sapesse,
come speriamo si vorrà e saprà, mettere in atto fra noi la guerra
d'insurrezione; quando si combattesse sotto capi che non la temessero e
soffocassero, ma la volessero e l'aiutassero. E una mirabil prova di ciò ci dà
il generale Pepe. In meno di cinque mesi, egli, per mezzo dei volontarii, ha
formato in Venezia un'armata di meglio che ventiquattro mila uomini. I fatti di
Mestre, ove esso ha combattuto ed ha vinto in campagna aperta truppe regolari,
disciplinate al bastone, orgogliose di una recente vittoria, mostrano quale
confidenza noi possiamo riporre in simile milizia, la quale alla disciplina del
soldato unisce l'entusiasmo del cittadino.
E l'Italia, il dí della prova,
invierà guardie nazionali e volontarii a protegger Roma, e in lei la maestà
della Costituente. Al potere esecutivo che si formerà nel suo seno, toccherà
l'organizzare e rendere omogenei e compatti questi preziosi elementi vitali, in
una guerra nazionale. Ed oltre ciò la Costituente disporrà súbito di un nerbo di truppa
regolare, il quale, mentre ora diviso è poca cosa, allora unito costituirà una
forza militare, la cui importanza non potrebbe in niun modo rivocarsi in
dubbio.
Le provincie in cui la Costituente è piú
accettata, che invieranno subito rappresentanti, che hanno maggiori doveri e
interessi a ciò, sono la
Toscana, lo Stato Romano e Venezia. Queste provincie, le
quali costituiranno una unità morale, debbono provvedere a costituire una unità
militare. E una bella iniziativa prese a tal proposito Venezia: il colonnello
Fabrizi è incaricato di trattative a tal uopo presso i governi di Toscana e di
Roma. Il suo piano è accennato nelle seguenti parole dell'Alba:
«La Toscana, lo Stato Romano e
Venezia, tanto nel caso di un'invasione nemica, come nel caso in cui si
rompesse per parte nostra la guerra dell'indipendenza, sono chiamate dalla loro
militare posizione ad operare di accordo comune, se vogliono avere probabilità
di riuscita. Noi vorremmo quindi che si stabilisse fra loro una linea di difesa
comune, un progetto di offesa parimente comune, in una parola un piano comune
di operazioni strategiche, per cui le forze militari dei varii stati, tutte
solidarie fra loro, potessero sotto una mente direttiva comune combinare i loro
movimenti, sí nel caso di attacco portato che di attacco subíto.»
E si noti che, quando il governo
Veneto incaricava di tale missione il colonnello Fabrizi, la Costituente non era
una cosa proclamata in Roma, e però non ne era ancora, come ora, imminente la
convocazione. Questo nuovo fatto dà alla proposta del Fabrizi una molto
maggiore probabilità di riuscita e di esecuzione. Ciò che doveva risultare
dall'accordo di varii governi, risulterà piú facilmente dalla volontà di un
governo solo, come sarà, almeno quanto alla parte militare, il potere esecutivo
della Costituente.
Giova, per far piú precise le
idee, stabilire lo stato numerico, quale si trova al presente, di tali forze.
Ventiquattro mila uomini ha Venezia; dodici mila Toscana; diciotto mila lo Stato
Romano. E queste sono truppe regolari: in tutto cinquanta mila uomini. Questa
può divenire un'armata sola, l'armata della Costituente. Se vi ha modo di dar
forza militare al partito democratico, e non far volgere compitamente al
dinastico un caso di guerra, è quello di stringere l'armata della destra del Po
in un sol corpo di operazione. Se vi ha modo di profittare di un'insurrezione
del Veneto e del Lombardo, è quello di avere un corpo che accorra in nome del
principio, e pel principio, a sostenere questa insurrezione. D'altra parte, se
la diplomazia avesse veramente in animo di soffocare colle armi la Costituente, terrebbe
conto, e si atteggerebbe a piú prudenti consigli, quando cinquanta mila uomini
facessero la sentinella a questo santuario della patria.
Questo dovere noi rammentiamo ai
governi che hanno proclamata, la
Costituente; organizzarle cioè a fianco un analogo
ordinamento militare, senza di cui essa non sarebbe che una impotente
accademia; accentrare in Roma il maggior numero di guardia nazionale
mobilizzata e di volontarii; fare un'armata sola dei governi democratici, e
preparare capi che presentino garanzie di capacità e d'onore, garanzie che ci
pare sieno un po' troppo trascurate, se pure ha qualche fondamento la voce che
esistano trattative ufficiali per regalarci qualche generale piemontese. Chi
questi possano essere non sappiamo; ma non ci pare che in Piemonte vi sia tanta
sovrabbondanza di generali capaci, da cederne agli altri; e ci conforta molto
moderatamente la speranza di aver tra noi qualche Bricherasio, o Villa
Falletti, o Sommariva, o Salasco, o il Generalissimo in persona.
Guerra, Costituente; sono,
ripetiamo, due termini che non possono disgiungersi. Intorno alla bandiera sul
Campidoglio gli Italiani debbono stringersi insieme con una mano, agitare le
spade coll'altra. Dalla Costituente la nuova Italia deve escire armata, come
Minerva dal capo di Giove.
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