VIII.
IL COMITATO DEI
CIRCOLI ITALIANI
AI POPOLI DELLO STATO ROMANO179.
Non è nostro ufficio
raccomandarvi di scegliere a deputati uomini per energia, per intelligenza, per
core, per indipendenza di posizione capaci di rappresentarvi degnamente alle
assemblee generali delle provincie. Noi non siamo tutti Romani; e benché non
crediamo che nessuno, nato in Italia, sia straniero in terra Italiana,
riconosciamo ad ogni modo che voi soli potete giudicare precisamente del valore
degli individui, dei bisogni municipali, dei luoghi ove siete nati e vissuti.
Ma badate bene, che il vostro
voto non peserà solo sulle sorti della vostra provincia, ma su quelle
dell'intera Penisola. A' dí nostri massimamente, non si può esser buoni Romani
senza esser buoni Italiani: l'ordinamento d'una provincia, che non armonizzasse
coi bisogni, colle tendenze della nazione, non solo sarebbe dannoso a questa,
ma anche a quella. L'interesse della parte non dev'essere disgiunto
dall'interesse del tutto.
D'altra parte è sperabile che
voi darete ai deputati un doppio mandato, l'uno per la Costituente della
provincia, l'altro per la nazionale; ed anche per questo motivo ci si offre
occasione di rivolgervi la parola e il consiglio fraterno.
Molti vi saranno intorno, predicandovi:
ogni forza in Italia essere nelle mani ai governi; tradizionale e necessario il
frazionamento, immaturo il popolo alla libertà. Diffidate degli apostoli che
predicano la viltà; diffidate di certi assiomi, che, detti da alcuni e ripetuti
da molti, sono tenuti per incontrastate verità, e sono tutt'altro.
Il rapido accrescimento
dell'influenza popolare, la totale decadenza dell'iniziativa governativa, sono
fatti che non possono omai sfuggire a nessuno che vegga, o che sia di buona
fede.
In Roma, in Toscana, nello
stesso Piemonte, furono rovesciati i ministeri voluti dal principe, appoggiati
dalla maggiorità delle Camere: le Camere stesse furono, dove piú, dove meno
gentilmente congedate. Ma dal momento che non v'è piú vita nelle dinastie, nei
parlamenti costituzionali, ciò significa che la forza è sfuggita alle caste,
alle frazioni, e s'è diffusa nel popolo, nell'intera nazione. Da quel momento
importa che le istituzioni governative si accomodino a questa trasformazione
nazionale, sotto pena di essere, o assolutamente tiranniche, come a Napoli, o
fantocci che una dimostrazione popolare travolge, come in Toscana ai tempi del
ministro Samminiatelli, in Piemonte a quei di Pinelli.
Un altro grave pregiudizio è
invalso fra molti ; quello cioè che le attuali divisioni statuali siano
appoggiate sopra l'indole e la tradizione nazionale. Nessuno dei governi
esistenti è nazionale, e fu mai nazionale in Italia. La tradizione italica (e
per tale noi riguardiamo la storia del tempo in cui l'Italia fu gloriosa e
libera) è, o unitaria nei tempi Romani, o municipale nel Medio Evo. Quelli che
colla tradizione volessero appoggiare il frazionamento, non potrebbero
logicamente intenderlo in altro senso che nel municipale. La tradizione non ci
dà né lo Stato di Sardegna, né la
Toscana, né le Due Sicilie, o tanto meno l'Alta Italia: ci dà
Sicilia, Firenze, Genova, Pisa, ecc. Ma chi vorrebbe, attorniati come siamo da
forti e compatte nazioni, che tendono a schiacciarci sotto il loro peso,
dividere in mille brani l'Italia? Però, volendo coordinare la costituzione
presente colla tradizione del paese, non resta che a riunire la tradizione
unitaria Romana e la
Municipale. Da ciò risulta una unità nazionale, stabilita su
base di larghe libertà municipali.
A chi poi parla d'ignoranza nel
popolo, rispondete che, se scorre le provincie dei paesi piú liberi in Europa, la Francia e la Svizzera, troverà il
popolo meno civile assai del nostro: rispondete che un popolo come il nostro,
che visse talvolta sotto governi che non significavano che un'assoluta anarchia
(talvolta, come al presente, sotto nessun governo), vivrà piú facilmente sotto
un governo che corrisponda ai bisogni del paese, emergendo, per dir cosí, dalle
sue viscere: rispondete che, se il nostro popolo ha bisogno di educazione, lo
si educherà meglio colla libertà che colla tirannide.
E parlando dell'Unità corriamo
naturalmente alla questione del Papato. Voi, vissuti per lungo tempo sotto la
piú dura delle tirannidi, sbagliereste di molto se non credeste il principato
papale che una piaga, la quale afflisse lungamente queste provincie. V'è piú:
egli fu, e sarebbe sempre, se continuasse ad esistere (che Dio lo tolga!) un
insormontabile ostacolo alla nazionalità, all'unità dell'intera Italia. Governo
per propria natura impotente, non poté mai sperare di stringere sotto di sé
l'intiera penisola: però l'opera sua tese sempre a dividerci in molti stati, a
indebolire quale di questi si levasse a potenza, per non esserne schiacciato.
Sostenere la propria influenza, invocando una potenza straniera, ricorrere ad
un'altra, quando questa lo dominasse troppo, fu sempre la sua politica.
Liberate voi, liberate Italia, liberate Roma da questo suo perpetuo nemico, il
quale, dopo avere rifiutato di combattere il ladrone Austriaco, si studia di
eccitare la guerra civile, e dalle stanze contaminate dal re di Napoli manda la
scomunica ai suoi «dilettissimi figli.» Voi non avete curata quella scomunica,
perché era un'ingiustizia solenne: voi vi siete comportati da uomini, i quali
sanno che la religione non ha da far nulla col principato, perché il regno di
Cristo non è di questo mondo. Compite l'opera, usate di tutto il vostro
diritto, separate affatto il Papa dal principe, e sarete benemeriti della
religione e della civiltà, perché toglierete lo scandalo che offende tutti i
veri credenti. Fate sí che i preti tornino al santuario, che piú non possano
esser tiranni, e che per essi Cristo non sia piú fatto capitano di ribellioni e
di guerre fraterne.
Lo scioglimento di questo
problema è tanto piú necessario in questo momento, in cui importa stringere in
una le forze della nazione, perché concorrano al piú grande conato a cui sia
chiamato il nostro paese, alla conquista dell'indipendenza. Pio IX lo disse:
«Il Papa non può sacrificare gli interessi del Papato agli interessi
dell'Italia; il Papato non può far guerra all'Austria.» Un governo che non può
far guerra all'Austria non può essere governo Italiano.
E un altro insegnamento risulta
dalla dolorosa prova dell'ultima guerra: gli interessi dei principi non sono gli
interessi della nazione. E mentre il sangue Italiano scorreva in Lombardia,
alcuni di essi erano alleati dell'Austria palesemente, altri copertamente: un
solo ha combattuto; e questo in un interesse dinastico; e con fede che è dubbia
per molti; e col successo che tutti sanno. Dunque la guerra regia non può
salvare l'Italia. Resta la guerra nazionale; e perché questa abbia luogo,
bisogna costituir la nazione. Convocate al piú presto la Costituente Nazionale;
che questa ordini l'Italia per l'Italia, faccia la guerra per l'Italia, vinca
per l'Italia.
Voi sentirete quale grave
incarico sia serbato ai vostri deputati: a voi tocca scegliere uomini uguali
all'opera che la nazione aspetta da loro. E pensate, vi ripetiamo, che il
vostro voto non pesa solamente sulla bilancia dei destini delle vostre
provincie, ma dell'intera penisola. Badate a non dividere la Costituente Romana
dall'Italiana: col doppio mandato, fate delle due cose una cosa sola. La
grandezza di Roma è nella grandezza dell'Italia, e nelle vostre mani sta la
vita dell'Italia.
De-Boni
Filippo, Presidente.
Vannucci
Atto, Vice-Presidente.
(Seguono
le altre firme).
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