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Goffredo Mameli
Scritti editi e inediti

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  • APPENDICI
    • II   LA MADRE DI GOFFREDO MAMELI.
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II

 

LA MADRE DI GOFFREDO MAMELI.

 

La marchesa Adele Zoagli nei Mameli mori il 19 aprile del 1884 (alle 3 ½ pom.) in Voltri, sulla riviera Ligure occidentale. La salma, trasportata a Genova, fu sepolta a Staglieno, sopra l'ipogeo di G. Mazzini. Agli amici, che le resero solenni onoranze, ne ricordò gl'insegnamento uno dei due figli superstiti, anch'egli scrittore e soldato, Nicola Mameli, con virili parole che rivelavano in lui un degno fratello di Goffredo. Ecco una parte del suo discorso, che si raccomanda di per sé alle madri Italiane; ed ai figli.

 

« .... I miei piú antichi ricordi non risalgono oltre il '46, od il '47. Io non ero allora che un bambino; ma le gioie e i dolori de' miei famigliari mi rimasero scolpiti nella mente in modo indelebile; e il fremito mal celato della vicina riscossa giungeva al mio orecchio infantile come il preludio misterioso di qualche gran fatto nella storia dei destini umani. Mio fratello Goffredo aveva già composta l'Alba, che comincia con questi bei versi profetici:

 

L'alba! nell'estremo orizzonte,

Vedi un astro novello: fiammeggia

La sua luce sul piano, sul monte...

 

e consacrato il suo biondo capo di poeta alla morte. Mio padre comandava un bastimento, la piú grossa fregata degli Stati Sardi d'allora, il San Michele, nel Baltico: mia madre, sola, mal ferma in salute, rimaneva naturalmente a capo della famiglia, col pensiero del marito lontano, e del figlio già vigilato e sospetto. Di politica, a quell'età, io m'intendevo assai poco; ma un senso di oppressione indefinibile mi pesava sull'animo, come una cappa di piombo... Sapete come si viveva in quei beati tempi? Bisognava nascondere ogni libro e misurare ogni parola; bisognava chinare il capo dinanzi ad ogni mascalzone, purché protetto dai gesuiti e dai birri; mentire continuamente il proprio pensiero, e parer vile, ignorante ed abbietto, per non cadere nelle unghie dei delatori. Ma quando nella mia casa ci trovavamo a porte chiuse, nelle lunghe veglie domestiche, che sono il paradiso dell'infanzia, allora un raggio di sole scendeva anche sull'anima di me fanciullo, perché nostra madre, ricca di una coltura varia e soda, quale in oggi non si piú alle donne nostre, ci raccontava le grandi battaglie passate della libertà, e a bassa voce i fasti dei martiri italiani. In un triste giorno del 1821, per le vie di Genova era un silenzio mortale: giovani pallidi e guardinghi si vedevano strisciare lungo i muri, e correre verso la marina, mentre altri, con vassoi tra le mani, si presentavano di porta in porta, a chiedere senza parole la moneta dell'esilio per i poveri fuggiaschi. Chi fossero questi strani questuanti, mia madre non lo sapeva; ma i vassoi, soggiungeva ella, si colmavano in un batter d'occhio. In un giorno ancor piú triste del 1833, Jacopo Ruffini fu rinvenuto svenato in carcere, forse da sé stesso, per risparmiare agli occhi materni la passione del patibolo; forse dai suoi carnefici, diceva mia madre, per timore dell'infamia. Ci parlava di Giuseppe Mazzini, di Santorre Santarosa, dei Carbonari, della Giovine Italia, e della patria nostra, che gli stranieri chiamavano la terra dei morti! Io vi affermo sul mio onore che dalle labbra di lei ho appreso ad amare il nome d'Italia, come appresi dal carattere austero ed incorruttibile di mio padre la religione del dovere. Poveri miei parenti! essi non prevedevano allora che questi due grandi affetti sarebbero stati il drappo funebre del loro Goffredo!

»Quei tempi sono oggi molto lontani da noi: le sante battaglie furono combattute e vinte: ogni angolo della penisola è stato ribenedetto dalla parola di un apostolo, o dal sangue di un valoroso. L'Italia non è piú una vana espressione; il suo popolo ormai è fatto arbitro dei proprii destini. I nostri padri, i nostri fratelli hanno vissuto per noi e non per loro; essi sono morti, o di ferro o di patimenti, nelle terribili ansie di una lotta di quarant'anni; ma l'Italia, oltreché libera, è diventata anche ricca. Ogni sua valle è solcata da una ferrovia; le navi e le merci affluiscono ne' suoi porti; le sue città si sono abbellite di opere maravigliose; le arti, le industrie, le manifatture nazionali cominciano a destare la gelosia degli stranieri. Eppure, un gran vuoto si è fatto nella coscienza del popolo italiano; ognuno di noi sente come la mancanza di qualche cosa, che rendeva grande e degna la patria nei giorni della sventura, e nella lunga notte della sua schiavitú. Ci manca la fede dei nostri fratelli e dei padri; ci manca l'entusiasmo delle nobili idee, e delle abnegazioni generose!

»Discorrendo di mia madre, il mio pensiero ricorre naturalmente a Giuseppe Mazzini. Essi si conobbero da giovinetti: ma, piú ancora che da questa breve dimestichezza di due fanciulli, io sono richiamato a lui da una comunanza di sentimenti e di aspirazioni, che nella mente e nel cuore di Giuseppe Mazzini divennero quella gran luce onde s'illuminò l'Italia tutta, e a mia madre insegnarono a formar l'anima di Goffredo. Io di Mazzini non voglio qui considerare l'opera politica, e le opinioni particolari, intorno a cui molti e diversi possono essere i pareri. La coscienza umana è un oceano sterminato, che nessuno giungerà mai a percorrere tutto intiero. Come pensatore Giuseppe Mazzini ebbe degli uguali, fors'anche dei superiori: ma il segreto di agitare i cuori e d'infiammare le menti lo ebbe egli solo: nessuno come lui seppe sposare la fede viva dell'Evangelio al pensiero della civiltà moderna. Imperocché l'Italia fu redenta con una sola parola; fu redenta coll'amore. Antico e inestinguibile era il culto della patria fra noi; ma era culto di pochi cuori solitarii, di qualche raro ingegno. Mazzini ne fece il culto di tutti, dei giovani, dei poveri, dei reietti. Gli altri crearono l'Italia dei letterati, l'Italia dei poeti, l'Italia degli uomini di Stato; egli solo creò l'Italia del popolo, insegnando agli Italiani ad amarsi, nel vincolo di un affetto comune, la patria. Ed oggi, anche quella gran luce è spenta. Il patto di fratellanza è ancora sulle nostre labbra; ma il cuor nostro è diventato una coppa d'odio. Noi innalziamo dei monumenti alla memoria di Giuseppe Mazzini; ma a poco a poco, senza avvedercene, ci discostiamo da lui, imprecando a ciò ch'egli amava, deridendo ciò ch' egli adorava. Ci dicono che le sue dottrine sono ormai vecchie; che l'unità del paese, il primo, il piú incrollabile fra i suoi concetti politici, ha fatto il suo tempo: che la concordia è un inganno, e il dovere un pregiudizio. I partiti si combattono coi sospetti e colle calunnie: le classi della società, pacificate dinanzi alla legge, sono oggi divise piú che mai dall'invidia e dalla diffidenza: la nuova democrazia, anziché essere la grande pacificatrice degli animi, ci parla di vendette o di rancori incancellabili.

»Ciò, in parte, doveva accadere. Cosí nella vita dei popoli, come in quella degli individui, i disinganni dell'esperienza sopravvengono a correggere dolorosamente i caldi ideali della gioventú, e il cuore umano anticipa troppo facilmente col desiderio la soluzione di quegli alti problemi, alla quale soltanto, e con grandissimo stento, possono approssimarsi la ragione e la scienza. Ma tali difficoltà e tali disinganni non debbono farci immemoriingrati verso i nostri maggiori. Proviamoci pure a migliorare l'opera loro, se rimase imperfetta; studiamo e lavoriamo per continuare ciò ch'essi hanno incominciato; ma serbiamo intatta l'eredità di affetti e di fede, cui vanno legate la grandezza e la gloria della patria... ».

 




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