VI.
L'INNO MILITARE.
«Inno Militare» lo
intitola l'edizione Genovese del 1850 (tip. Dagnino) donde con ugual titolo lo
hanno riferito, nel 1859 la
Tortonese (tip. Franchini), nel 1878 la Milanese (Carlo Brigola
editore) e nel 1891 la Romana
(Unione Cooperativa editrice). Esso nella Genovese incomincia: «Suona la
tromba;» nella Tortonese e nelle altre due, che la seguono: «All'armi,
all'armi.» Questa frase iniziale è pure accolta dalla presente edizione, per le
ragioni che ora dirò, premettendo altre cose che non parranno inutili al
discreto lettore. Quest'inno fu musicato nel 1848 da Giuseppe Verdi, non
solamente colla frase: «Suona la tromba,» ma ancora con altre e notevoli
varianti in parecchie strofe; ond'è naturale che il fatto richieda attenzione,
ed uno studio particolare, che non poteva aver luogo nei termini di una
semplice nota a piè di pagina.
Di quest'inno considero
anzitutto la data «26 Agosto 1848,» che vi è apposta nella edizione Genovese, e
che le altre hanno a lor volta riferita. La Genovese, è noto, fu guidata e consigliata, se
non propriamente diretta e curata, da Michel Giuseppe Canale, che vi prepose
l'Avviso ai Lettori, e v'aggiunse una biografia del poeta. Ma il degno uomo non
potè vigilare altrimenti la stampa, che venne in luce piena zeppa d'errori,
onde spesso è alterato il senso dei versi, ed anche (sebbene in minor quantità
e con minor danno) quel delle prose. L'Inno Militare si legge a pag. 275,
preceduto da pochi frammenti del Paolo da Novi, dopo un cento paginette
di prosa, avendo l'aria di un componimento dimenticato in principio, o venuto
tardi alle mani dell'editore. Donde fu tratta la data del 26 Agosto 1848? Raro
che apponesse una data alle cose sue il Mameli; se n'hanno appena due o tre
esempi ne' suoi zibaldoni. Quella è forse la data del foglietto volante in cui
l'inno fu stampato, come altri parecchi di Goffredo, per Genova; che appunto in
quegli anni ne uscirono a migliaia. Ma nelle collezioni che ho potuto vedere
(ricchissima tra l'altre quella dell'amico mio prof. F. M. Zandrino) quell'inno
non c'è; debbo dunque rinunziare a questo argomento, sperando tuttavia che
altri sia piú di me fortunato. Per intanto, non credo che il 26 agosto segni la
data di quella composizione poetica, che fu per mio avviso di molti giorni
anteriore.
Ricordiamo che il 26 Agosto 1848
non era per Goffredo un giorno da far versi, bensí da menar le mani. E infatti
la data del famoso combattimento sostenuto da Garibaldi a Morazzone, con poco
piú di duemila uomini contro i quindicimila del d'Aspre. Ora è noto per
concordi testimonianze, per ricordi domestici dei Mameli, per le stesse notizie
date dal Canale nella Biografia del Poeta, che questi, tornato di Lombardia
dopo l'armistizio Salasco (9 Agosto) fu a Genova per vedere i suoi cari (e in
Ancona, soggiunge il Canale, per abbracciare il padre) ma poi tosto ricorse in
Lombardia, per seguir Garibaldi, in quella sua breve ma fiera e gloriosa
protesta armata, che s'illustrò degli allori di Luino e di Morazzone. Il
poetico giuramento di Goffredo «Non deporrem la spada» ebbe laggiú degna
conferma nei fatti. Certo l'Inno Militare è di quel tempo, o dei giorni che
precedettero la nuova partenza dell'animoso legionario da Genova o di quelli
che seguirono la necessaria ritirata in Isvizzera. E può essere che il Poeta
apponesse quella data al suo Inno, come per rafforzare il giuramento nel
sanguinoso ricordo della buona giornata; e ciò avere egli fatto a Lugano, dove
anche il Mazzini, semplice soldato nella legione di Garibaldi, si era ridotto
al ben noto rifugio. E questo ci chiarisce, fra l'altro, come fosse il Mazzini
a mandar l'inno del suo giovine amico al maestro Verdi (residente allora in
Parigi) che quell'inno vestí volentieri delle sue note potenti, ma chiese, e
propose, alcune varianti qua e là, per comodo del periodo melodico. Riferiamo
in proposito la lettera del Verdi, già pubblicata molti anni fa dai giornali,
che la riferivano, se ben ricordo, dalla Gazzetta Musicale di Milano.
«Parigi,
18 Ottobre 1848.
«Caro Sig. Mazzini
«Vi mando l'inno; e sebbene un
po' tardi, spero vi arriverà in tempo. Ho cercato di essere piu popolare e
facile che mi sia stato possibile. Fatene quell'uso che credete: abbruciatelo
anche, se non lo credete degno. Se poi gli date pubblicità, fate che il poeta
cambi alcune parole nel principio della seconda e terza strofa, in cui sarà
bene fare una frase di cinque sillabe, che abbia un senso a sé, come tutte le
altre strofe: «Noi lo giuriamo..... Suona la tromba» ecc. ecc.; poi, ben
s'intende, finire il verso con lo sdrucciolo. Nel quarto verso della seconda
strofa bisognerà far levare l'interrogativo, e fare che il senso finisca col
verso. Io avrei potuto musicarli anche come stanno; ma allora la musica sarebbe
diventata piú difficile, quindi meno popolare, e non avremmo ottenuto lo scopo.
»Possa quest'inno, fra la musica
del cannone, essere presto cantato nelle pianure lombarde.
»Riceva un cordiale saluto di
chi ha per Lei tutta la venerazione.
Suo
devotissimo
G.
Verdi»
«P. S. Se vi decidete stamparlo
potete rivolgervi a Carlo Pozzi, Mendrisio, che è corrispondente di
Ricordi.
Che cosa dice, in sostanza, la
lettera? «Vi mando l'inno musicato da me. Bisognerebbe variare alcuni versi. Io
avrei potuto musicarli anche come stanno.» Or dunque, come li ha musicati, il
Maestro, nell'originale inviato al Mazzini? con mutamenti, mi par d'intendere,
e fatti lí per lí, non volendoli imporre, mettendoli soltanto come indicazione,
al Poeta, dei passi ove le varianti erano necessarie. Se questo non è, resta
almeno che possa nascerne il dubbio. Comunque sia, furono poi fatte le varianti
dal Poeta? Vediamo anzitutto le difficoltà di tempo e di luogo. La lettera del
Verdi è del 18 Ottobre: avrà spesi i suoi quattro giorni, a dir poco, per andar
da Parigi a Lugano. Avrà súbito avuto, il Mazzini, tempo e modo (modo
soprattutto) di far pervenire in Genova al suo giovine amico la musica del
Verdi? Tralascio che presso i Mameli non ne fu mai traccia, o ricordo, e parve
novità quando si conobbe, dopo tant'anni, quella lettera del Verdi190.
Goffredo, intanto, partiva da Genova; coi bersaglieri Mantovani, sui primi di
Novembre, per raggiungere Garibaldi a Ravenna. E allora, e nei giorni
antecedenti, come appare dai fatti di Genova e dalla operosa partecipazione che
v'ebbe il Poeta, non era tempo da varianti, davvero. Né si ha memoria che
l'Inno Militare fosse cantato in quello scorcio d'anno, o piú tardi. Pubblicato
dal Mazzini non fu; che, altrimenti, o l'avrebbe detto egli, o ne resterebbe
chiara notizia, come di tutti gli atti suoi. Anch'egli, in que' giorni aveva
gran cure alle mani, e necessità di muoversi per il suo apostolato
infaticabile. «Lasciai, disperata ogni cosa in Lombardia, la Svizzera, e m'avviai, per
Francia, verso Toscana.» Cosí scrisse egli, facendo séguito alle notizie della
lotta iniziata in Vai d'Intelvi, e andata a male tra per la caduta di Milano e
le gare inaspettate del D'Apice e dell'Arcioni, capi militari dell'impresa. E
di Toscana scriveva il 5 Novembre la lettera, pubblicata nella Pallade,
agli Amici Romani (Scritti editi e inediti di G. M. — Vol. VII, pag. 180—81).
Dell'Inno Militare, adunque, nessun cenno che fosse conosciuto, innanzi il
1850, per la edizione degli Scritti del Mameli, fatta quell'anno in Genova.
Vediamo di conchiudere. Io non
escludo risolutamente che il Poeta sia stato avvertito della richiesta del
Verdi ed abbia fatto mutamenti nel suo Inno. Operoso com'era, poteva anche far
ciò, negli ultimi giorni della sua presenza a Genova, o nei primi della sua
presenza a Roma. Dico tuttavia che la cosa mi par molto difficile. E ammetto
che la frase iniziale «Suona la tromba» si leggesse in un esemplare
autografo dell'Inno, invece di «All'armi, all'armi!» Il Mameli, quante volte
trascriveva i suoi versi, altrettante soleva mutar qualche cosa. E in un dato
momento può essergli piaciuto quel «Suona la tromba,» che veramente, a
guardarlo bene, è una notizia, il riconoscimento di un fatto avvenuto fuori
della nostra espressa volontà, anzi che un appello concitato, come vorrebbe il
momento psicologico, e il momento lirico insieme. Quel «Suona la tromba»
ad ogni modo, è apparso nella edizione del 1850, e l'editore non ha potuto
inventarselo. Ma non hanno potuto altrimenti inventarsi l'«All' armi,
all'armi!» gli amici del Poeta che curarono in qualche modo o sovvennero di
utili indicazioni la edizione Tortonese del 1859. Essi certamente avevano
memoria dell'Inno, com'era stato primamente dettato, in un foglio, pur veduto
da me. Ricorderò ancora che grazie a tali ricordi l'edizione Tortonese poté in
un altro inno di Goffredo correggere egregiamente il militaresco e quasi
burocratico «Dio si mette alla sua testa» nel biblico e piú evidente «Dio
combatte alla sua testa» che già avevo rilevato io in un autografo del
Poeta, meravigliandomi che nella edizione del 1850 fosse comparso quel prosaico
«si mette.»
Venendo ora alle altre varianti
che accompagnano l'Inno Militare musicato, confesso candidamente che non oso
attribuirle all'autore. C'è un'Italia alfin risorta, che
nell'autunno del '48 poteva ben dirsi una notizia stravecchia per tutti, e piú
per Goffredo, che l'aveva fatta desta e cinta dell'elmo di Scipio
fino dal settembre del '47. Ci sono i forti che muoiono in orrida
ritorta, per necessità di rima, sicuramente, ma in forma troppo singolare e
sgraziata. C'è un «di guerra i canti echeggino» che dopo il fiero
comando: «Fuoco, per Dio, sui barbari» e dopo «Le baionette in canna,»
mi pare un ritorno dal campo di battaglia ad una piazza e ad una processione di
festaiuoli. C'è un «fervono d'ardore,» che può andare in un libretto
d'opera del Piave, ma stona in una strofa del Mameli. Ci sono finalmente quei «figli
tuoi» che non hanno, mi si lasci dire, né babbo né mamma. «Figli tuoi!»
A chi parla il Poeta? All'Italia, direte. Ma nella strofa, che è l'ultima
dell'Inno, l'Italia non è neppur nominata.
Espressi cosí i miei dubbi sulla
paternità delle varianti, ecco l'Inno, quale è comparso nella sua edizione
musicale:
Suona la
tromba, ondeggiano
Le insegne gialle e nere
Fuoco, per Dio, sui barbari,
Sulle vendute schiere.
Già ferve la battaglia,
Al Dio dei forti osanna:
Le baionette in canna!
È l'ora del pugnar.
Non deporrem. la spada
Finché sia schiavo un angolo
Dell'Itala contrada,
Finché non sia l'Italia
Una dall' Alpi al mar.
Di
guerra i canti echeggino,
L'Italia è alfin risorta:
Se mille forti muoiono
In orrida ritorta,
Se a mille a mille cadono
Trafitti i suoi campioni,
Siam ventisei milioni
E tutti lo giurâr:
Non deporrem la spada, ecc.
Viva
l'Italia! Or vendica
La gloria sua primiera,
Segno ai redenti popoli
La tricolor bandiera,
Che nata fra i patiboli,
Terribile discende
Fra le guerresche tende
Dei prodi che giurâr
Di non depor la spada, ecc.
Sarà
l'Italia - e tremino
Gli ignavi e gli oppressori:
Suona la tromba e fervono
D'ardore i nostri cuori.
Dio pugnerà col
popolo....
Curvate il capo, o genti;
La speme dei redenti,
La nuova Roma, appar.
Non deporrem la spada, ecc.
Noi lo
giuriam pei martiri
Uccisi dai tiranni,
Pei sacrosanti palpiti
Compressi in cor tanti anni.
E questo suol che sanguina
Il sangue degli eroi,
Al Cielo, ai figli tuoi,
Ci sia solenne altar.
Non deporrem la spada, ecc.
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