IX.
GARIBALDI E
MAMELI.
Le seguenti lettere del generale
Garibaldi alla marchesa Adele Zoagli nei Mameli, mostrano qual conto facesse
del suo giovine amico e commilitone l'Eroe italiano. Si accenna nella prima
d'esse ad uno scritto che Giuseppe Garibaldi aveva dedicato alla memoria di
Goffredo, scritto destinato alla stampa e non pubblicato, che l'autore non
disperava di rintracciare. Riuscite, al primo tratto, infruttuose le indagini
sue, il Generale, che dalla veneranda madre di Goffredo aveva avuto in dono un
esemplare dei versi e un ritratto del figlio (certamente ricavato dal
dagherrotipo del 1848 che unico ne conservò le sembianze) supplí alla presunta
perdita dello scritto desiderato con un ricordo della giornata di Villa
Corsini, che riuscisse in qualche modo a conforto dell'inconsolabile dolore
materno.
«Genova,
19 Maggio 1854.
»Stimatissima Signora
»Abbenché non scrittore, io
aveva scritto qualche cosa, circa al nostro caro ed incomparabile Goffredo, e
dall'esilio io aveva inviato ai miei amici il manoscritto, acciò fosse stampato
e non lo fu. Credo il mio amico Gabriele Camozzi si trovi ora in possesso di
ciò, e lo pregherò di porgerglielo, acciò Lei ne disponga a suo piacimento.
»Io amo Lei, signora, siccome
Madre e Sposa di chi tanto onorò ed onora la nostra terra, ed amai, come
chiunque lo avvicinava, quel suo figlio, portento straordinario di valore e di
sapienza molto superiore all'età sua. Chiedo essermi benefica della gentile Sua
amicizia; e comandi il Suo servitore
»G. Garibaldi»
————
«Caprera,
13 Giugno 1864.
»Contessa Carissima
»Io Vi scrivo cogli occhi umidi,
perché non posso pensare a quel Vostro valoroso figlio senza commuovermi.
»Grazie, per le bellissime
poesie, e per il ritratto, che mi sarà compagno sino alla morte.
»Sí, madre dell'eroico mio
fratello d'armi, egli fu ferito al mio lato, ed io contemplai con ammirazione
le sembianze gentili e freddamente intrepide del giovine guerriero Italiano,
morente per la piú bella delle cause.
»Voi, che imprimeste la vostra
immagine in quella bell'anima, permettete ch'io deponga sulla vostra mano un
bacio d'amore, e che mi tenga per la vita
»Vostro
G. Garibaldi»
«Caprera,
8 Agosto 1864.
»Contessa Carissima
»È una fatalità gravitante sulle
nazioni, cotanta diversità d'indole negli individui, mentre all'apparenza
dell'involto di creta si direbbero della stessa natura. Sotto l'aspetto
d'uomini, brulicano certi esseri che dell'uomo sono la vergogna, nati come gli
insetti roditori, o come le velenose erbe .... ciurmaglia che affligge il
genere umano, e ne ritarda, o ne fa vano il progresso. Da un'altra parte Voi
vedete un'eletta schiera, di giovani principalmente, votarsi ad ogni disagio
della vita, ad ogni sacrificio, alla morte, per il bene della loro patria e
dell'umanità. Essi rattengono il grido di maledizione, che, procedendo nella
vita, uno darebbe alla sua propria specie.
»E tra quei giovani che
riconciliano coll'umana famiglia, che sono il tipo del cavalleresco in questo
secolo di brutture, che vi fanno non disperare dell'avvenire, io, commosso,
intenerito, riconoscente mi specchio nella bella, gentile, simpatica figura del
giovine guerriero poeta, di quella perla dell'Italia e della gioventú Italiana,
Goffredo Mameli.
»Era verso sera dell'infausto 3
Giugno 1849 .... I soldati di Bonaparte, con alcuni preti per guida, avevano a
tradimento nella notte di quel giorno (dal 2 al 3) sorpresi i nostri posti
avanzati, e fattili prigionieri, s'erano addentrati e fortificati nella
dominante posizione del casino di Villa Corsini. Dico a tradimento, perché la
tregua incautamente conceduta al nemico, dopo d'averlo fugato il 30 Aprile,
finiva il 4 di Giugno, ed essi ci attaccarono nella notte dal 2 al 3.
»Il 3, dunque, la Legione Italiana,
cui apparteneva Goffredo, comunque non di servizio, e stanca della sua campagna
a Velletri, da dove tornava appena, volò prima di giorno fuori di porta San
Pancrazio, al suono delle artiglierie, francesi e nostre, che tempestavano.
Tutto il giorno 3 fu una continua battaglia. La Legione sola perdette 22
ufficiali ed il fiore dei suoi militi, ed il corpo dei bersaglieri di Manara,
valorosi compagni della Legione, forse altrettanti.
»Invano si tentò, con dieci
cariche almeno, di riprendere il Casino, dominante le posizioni tutte del
Gianicolo. Invano i nostri valorosi erano penetrati entro lo stesso, azzuffati
a corpo a corpo coi nemici, e cadettero eroicamente, sopraffatti da un numero
sproporzionato. I Francesi ed i Preti conoscevano l'importanza di quel punto, e
fecero ogni sforzo per mantenervisi.
»Era verso sera di quel giorno
fatale, quando Mameli, ch'io aveva trattenuto al mio fianco, la maggior parte
di quel giorno, siccome aiutante mio, mi chiese supplichevole di lasciarlo
proceder avanti, ove piú ferveva la pugna, sembrandogli ingloriosa la sua
posizione presso di me200. Dopo pochi minuti egli mi ripassava accanto,
trasportato gravemente ferito, ma radioso, brillante nel volto, d'aver potuto
spargere il sangue per il suo paese. Non ricambiammo una parola; ma gli occhi
nostri s'intesero, nell'affetto che ci legava da tanto tempo; egli proseguiva
come in trionfo.
»Un'amputazione dolorosissima
non poté serbare all'Italia quella vita che tanto prometteva di genio e di
valore.
»Io non rividi piú l'amico del
cuore.
»Lascio all'impareggiabile sua
genitrice questo pegno di affettuosa reminiscenza.
»G. Garibaldi»
Mameli201.
«Poeta e guerriero, a ventun
anno, terminava a Roma una vita consacrata all'Italia, e sacra a chi lo
conobbe.
»O borbonici, servi d'un
tiranno! Mameli, quel giovinetto, sí bello, sí candido... era quel desso, che
alla testa d'una brigata di giovani palpitanti per l'Italia, vi impauriva, vi
sconfiggeva a Palestrina.
»Sí; quando, in rotta l'ala
destra, voi tenevate alla sinistra, Mameli mi chiedeva di spingerlo a
completare il trionfo, mostrando ad un tempo la saggezza d'un capitano, il
bollore, lo slancio di valoroso soldato. Io dall'alto seguiva collo sguardo il
giovine, ammirandone il sangue freddo ed il valore. Voi... fuggivate,
mercenarii, carnefici dei cittadini.
»A Roma, ei mi chiedeva pure di
permettergli.... nella sera dell'infausto 3 Giugno, quando i nostri, stanchi e
decimati, sopraffatti dal numero, si slanciavano ancora, ma inutilmente, per
ritogliere i Quattro Venti.... Io non rispondevo, distratto. Mameli spariva....
e mi tornava tra poco, ferito.... Io non lo vidi piú, da quel momento! Altri
narreranno come terminò la preziosa vita.
»Mameli Goffredo era mio
aiutante di campo; piú, amico mio. Il mio cuore è ben indurito dalle vicende
della procellosa mia vita: ma la memoria di Mameli, la sua perdita, mi hanno
straziato, e mi straziano, pensando alle glorie perdute dell'infelice mio
paese.
»Italia mia! Non la Italia delle turpitudini e
del lucro quella del tanto per cento, quella curvata sotto la sferza
dell'Ibero, del Borbone, del Croato! Non quella della pancia e della
prostituzione! Ma l'Italia ideale, sublime, quella concepita da Dante, quella
per cui morivano i Bandiera a Cosenza e migliaia di giovani sotto le mura della
sua Metropoli, esaltandola moribondi, acclamandola mutilati! Ebbene, quella
Italia del mio cuore aveva trovato il suo bardo, Mameli, al volto d'angelo, al
cuore d'un Masina. Non gli ermafroditi suoi istrioni, i suoi eunuchi, ma egli,
Mameli, avría trovato l'inno Italiano, l'inno che la sollevasse dalla polve,
quando generato da un Mameli! I nati sotto il cielo d'Italia non abbisognano
dell'estraneo per redimersi, ma d'unione, e d'un inno che li colleghi, che
parli all'anima dell'Italiano, coll'eloquenza del fulmine, la potente parola
del riscatto!...
»G. Garibaldi»
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