XII.
IN MEMORIA.
Del ritrovamento della salma di
Goffredo Mameli, poi che Roma nel 1870 fu libera, abbiamo detto abbastanza
nella Appendice VIII. Ricordiamo qui le solenni onoranze rese a quei nobili
avanzi il 9 Giugno del 1872, quando furono trasportati dalla chiesa delle
Stimmate a Campo Verano.
Ecco il manifesto in
quell'occasione pubblicato:
«Romani,
»Domenica prossima, alle 9 del
mattino, dal sotterraneo della chiesa delle Stimmate verrà trasportata al Campo
Verano la salma di Goffredo Mameli, che ventenne eroe e poeta cadde sotto le
mura di San Pancrazio difendendo nella Repubblica Romana la libertà; quella
libertà, che, voluta da propositi virili ed auspicata dal sangue di lui,
rifulse vittoriosa vent'anni dopo su Roma, rivendicata capitale d'Italia.
»Roma, libera da ogni potestà
straniera, riconoscente ai suoi martiri, non poteva piú oltre tollerare che
rimanesse nascosto ed ignorato il loco ove giaceva uno fra i piú illustri di
quella venerata schiera.
»Genova, sua patria, la madre, i
fratelli di Goffredo Mameli e i compagni suoi, che pochi mesi or sono
ricordarono in lui ancora studente il nobile core e i fatidici lampi
dell'intelletto, tutti con diverso amore ambivano di vedere onorata la tomba
del giovane Bardo fra quelle sacrate ai loro illustri concittadini.
»Ma la famiglia dell'eroico
patriota, nobilmente riconoscendo che la salma del martire della libertà
appartiene al paese redento, concesse a Roma la soddisfazione di conservare
quella del suo difensore; e il Municipio di Roma l'accoglie in custodia, finché
l'Italia riconoscente non innalzi un Panteon degno della nazione ai benemeriti
della patria.
«Romani,
»In questi giorni propiziati
alla libertà onoriamo pubblicamente i caduti nelle gloriose imprese, cui
successero tempi in cui era delitto il ricordarli, era impossibile il render
loro altro omaggio, fuor quello intimo dell'animo, soffrente per la tirannide
che ci opprimeva.
»Mostrino all'Italia i giovani
Romani, che se ad essi, non ignari del nome, né ingrati alle opere di Goffredo
Mameli, fu quasi ignorata finora la sua tomba, oggi, uniti nella riconoscenza e
nell'affetto intorno alla sua salma coi cittadini testimoni di quell'epoca
memoranda, sanno degnamente onorare colui, che, ispirato dalle glorie e dai
dolori di questa terra, vate e soldato della risurrezione d'Italia, cantò versi
immortali, e morí per essa».
Giuseppe
Avezzana Presidente. — Eugenio
Agneni. — Michele Amadei. — Luigi Anderlini. — Agostino Bertani. — Benedetto
Cairoli. — Alessandro Calandrelli. — Raffaele Carafa. — Alessandro Carancini. —
Luigi Castellazzo. — Domenico Catufi. — Luigi Catufi. — Giovanni Costa. — E.
Costa. — Francesco Cucchi. — Raffaele Erculei. — Nicola Fabrizj. — Raffaello
Giovagnoli. — Augusto Giovannoni. — Filippo Lante Di Montefeltro. — Ferdinando
Lenzi. — Luigi Miceli. — Felice Ostini. — Napoleone Parboni. — Luigi
Pastorelli. — Vincenzo Rossi. — Giacomo Trouvé-Castellani. — Federico Zuccari.
Giusta l'annunzio, la mattina
del 9 giugno si fece l'accompagnamento della salma dalla chiesa delle Stímmate
al Campo Verano. Si componeva il cortéo di oltre duemila cittadini, con
quindici bandiere di varie associazioni e due concerti musicali. Il carro
funebre, tirato da quattro cavalli, era fiancheggiato dagli onorevoli Fabrizj,
Lante di Montefeltro, Calandrelli, Avezzana, tutti e quattro ufficiali
superiori nella difesa di Roma, del 1849. Giunti al cimitero, nell'atto di
deporre la cassa mortuaria nel sepolcro destinato, la musica intuonò l'Inno di
Mameli «Fratelli d'Italia» tra gli applausi e la commozione generale.
Quindi parlò Agostino Bertani, consegnando al Comune di Roma il sacro deposito,
e salutando con nobili parole la memoria di Goffredo Mameli, anche nel nome
degli studenti di Genova. Il rappresentante di Roma accettò la consegna, e
diede alla famiglia Mameli, rappresentata alla cerimonia dai fratelli di
Goffredo, la medaglia commemorativa Romana. Dopo altri discorsi, fu deliberato
tra unanimi applausi di mandare per telegramma il saluto della cittadinanza di
Roma al suo glorioso difensore, Giuseppe Garibaldi.
Nell'istesso anno 1872, gli
studenti della Università di Genova vollero dedicata alla memoria del poeta
guerriero una lapide nel patrio ateneo ch'egli aveva col suo nome singolarmente
illustrato. L'iscrizione, dovuta incidere a righe piene per adattarsi al beve
tratto di parete lasciato libero dalla decorazione architettonica dell'atrio
universitario, si riferisce qui nella forma in cui fu primamente dettata:
GOFFREDO MAMELI
STUDENTE DI LEGGI NEL
LIGURE ATENEO
POCO PIÚ CHE VENTENNE
MERITÒ DI ASSOCIARE IL SUO NOME
AL RISORGIMENTO
ITALIANO
DA LUI ANNUNZIATO CON
INNO IMPERITURO AI FRATELLI
NÉ SOLAMENTE CANTORE
COME TROPPI ALLORA E
POI IN ITALIA
VOLLE ALLA CETRA
COMPAGNA LA SPADA
CARMI ALTERNANDO E
PUGNE VIRILI
DAI PIANI DI
LOMBARDIA ALLE MURA DI ROMA
OVE IL PIOMBO
FRANCESE
GLI DIÈ MORTE E
ANTICIPAZIONE DI GLORIA
—
AL LORO PREDECESSORE
DEL MDCCCXLIX
POSERO QUESTA LAPIDE
GLI STUDENTI DEL MDCCCLXXII
—
A questa dimostrazione di
riverente affetto degli Studenti, altre ne seguirono di parecchi sodalizi
Genovesi; tra i quali il Circolo Filologico, che nell'Aprile del 1875 dedicò
una serata a commemorare il Mameli, coronandone il busto, modellato per
quell'occasione dal valente statuario Santo Saccomanno. Grande solennità
popolare fu poi quella del 30 Luglio 1876, allorquando, col concorso di molte
migliaia di cittadini, fu posta, a cura delle Società Democratiche Genovesi,
una lapide commemorativa sulla fronte del palazzo Mameli in via San Lorenzo.
Scoperta l'epigrafe, tra le acclamazioni universali, parlò da una finestra
dell'ammezzato a sinistra dell'ingresso, e levando ad entusiasmo la moltitudine
ascoltante, Giosue Carducci, venuto in Genova per la occasione solenne. Dopo di
lui parlarono ancora Luigi Arnaldo Vassallo e il colonnello garibaldino
Francesco Pais, applauditissimi; i cui discorsi, insieme con quello del poeta
insigne, furono pubblicati dal giornale, genovese Il Popolo , nel suo
Supplemento del 31 Luglio. Qui riferiamo l'epigrafe, dettata da Emanuele
Celesia:
DAVA IL SANGUE ALLA
PATRIA
AI SECOLI IL CANTO
GOFFREDO MAMELI
CHE IN QUESTE CASE
EBBE CULLA E DIMORA
—
LA DEMOCRAZIA GENOVESE
PONEVA
IL 30 LUGLIO 1876
—
Ai rappresentanti della Democrazia
genovese, che dopo la cerimonia erano saliti in casa Mameli per riverire la
veneranda madre di Goffredo, scrisse questa piú tardi dalla sua villa di Voltri
la commoventissima lettera che sarà pregio dell'opera il riferire:
«Voltri,
li 18 Agosto 1876.
«Signori rappresentanti
della Democrazia genovese.
»Dopo aver dedicata una lapide
al nome di mio figlio Goffredo, a Voi piacque di compier l'opera pietosa,
rivolgendo un saluto alla sua povera madre, saluto riboccante di nobili affetti
e di eloquenti parole, degne di Voi e della memoria che in me Voi voleste
onorare. Permettete che dell'una cosa e dell'altra io qui vi esprima la mia
gratitudine.
»Io non ignoro che mio figlio,
morendo per la patria, non fece che il dover suo: lasciatemi qui aggiungere
che, a percorrere questa via onorata, meglio di qualunque altro insegnamento,
egli ebbe dinanzi a sé l'esempio paterno.
»Ma se tanto io come il padre
suo abbiamo piegato il capo al tremendo sacrifizio, il nostro cuore ne è
rimasto spezzato, e per sempre.
»Appena oggi, dopo tanti anni,
appena oggi, dopo che tanti lutti domestici hanno posto il vuoto intorno a me,
ho sentito il mio cuore trabalzare di gioia, come se l'anima di Goffredo, di
questo mio figlio primogenito, che fu l'orgoglio ed il tormento piú crudele
della mia vita, fosse tornata a rivivere fra noi, dinanzi alla solenne
commemorazione dei suoi concittadini.
»Signori, mio figlio Goffredo, e
tutti coloro che al pari di lui divennero attori volontarii di quei giorni
gloriosi e sventurati, accorrendo a Roma nel 1849, sapevano di non vincere,
sapevano di morire. Ma essi sapevano altresì che il loro sangue sarebbe stato
il battesimo alla Giovine Italia futura, e che il loro nome vivrebbe imperituro
in tutti i nobili cuori, qual simbolo di quella religione del dovere e
dell'affetto, che è per noi tutti la piú preziosa promessa dell'avvenire. Voi
oggi avete adempiuto al voto di Goffredo, e reso a lui il premio del suo
martirio. Egli è adunque colla piú fervida riconoscenza che io dalla mia
solitudine vi benedico, come miei figli, come fratelli di Goffredo.
«Adele
Mameli.»
Mentre in Genova si apponeva la
lapide commemorativa dove era fama che fosse nato Goffredo (ma dove certamente
era venuto ad abitare fanciullo), a Roma si faceva la proposta di porre un
ricordo marmoreo accanto all'ingresso dell'ospedale della Trinità de'
Pellegrini, dove il Mameli era morto. I giornali della capitale pubblicarono
nel Luglio del 1876 l'epigrafe
che aveva dettata per quella occasione Achille Monti, chiaro letterato romano e
nipote al grande poeta traduttor dell'Iliade. Non so che cosa facesse il Comune
di Roma; l'epigrafe, ad ogni modo, merita d'esser qui riferita:
GOFFREDO. MAMELI DA
GENOVA
POETA E SOLDATO
PER FRANCAR ROMA
DALLO STRANIERO
IL VI LUGLIO
MDCCCXLIX
FRA LE MURA DI QUESTO
OSPIZIO
SPIRAVA A VENTIDUE
ANNI
CONTENTO DI NON
SOPRAVVIVERE
ALLA SERVITÙ DELLA
PATRIA
—
Degno ricordo marmoreo pose piú
tardi il Comune di Roma a Goffredo Mameli; e fu il sepolcro di lui, inaugurato
il 26 Luglio del 1891; monumento modesto per le sue proporzioni, nobile per
l'arte che vi profuse lo scultore Campisi. A tutto rilievo dinanzi alla parete
della tomba, vi è raffigurato il Poeta guerriero, disteso sul letto di morte;
la bella testa alquanto rilevata sul guanciale, la mano sinistra raccolta sul
petto, la destra pendente dall'orlo del basamento sulle prime pieghe di una
grande bandiera, la cui asta sormontata dall'aquila romana gli giace da fianco,
mentre gli ultimi lembi di essa bandiera risalgono ad involgere mezza la
persona dell'estinto, lasciando scoperto il cinturino intorno ai fianchi, e
l'imbusto, rivestito della camicia garibaldina. Sul basamento, e in quella
parte che è lasciata scoperta dalle pieghe della bandiera, si legge incisa una
data: VI LUGLIO MDCCCXLIX. Alle due estremità del monumento, quasi includendo
il letto funebre, ma restandogli alquanto piú indietro, sorgono su basi
sagomate due robusti pilastri, ornati a mezzo rilievo quello a sinistra del
riguardante, e presso il capo dell'estinto, reca la lira greca e la spada
romana, accompagnate da un ramo di palma; quello a destra, da' piedi del morto,
reca il fascio romano sormontato dal pileo repubblicano, accompagnato d'un ramo
di quercia, e caricato di due trombe militari in decusse, coi padiglioni
all'ingiú. Manca il nome dell'estinto; e non pare che manchi, poiché sulla
tavola di marmo che fa parete al monumento si leggono, felicemente foggiate ad
epigrafe, queste parole tratte dallo scritto commemorativo che Giuseppe Mazzini
premetteva alla prima edizione degli Scritti di Goffredo Mameli:
E LIRA E SPADA
STARANNO
GIUSTO SIMBOLO DELLA
SUA VITA
SULLA PIETRA CHE UN
DÍ GLI ERGEREMO
IN ROMA
NEL CAMPOSANTO
DEI MARTIRI DELLA
NAZIONE
— Ed ora, torniamo alcuni anni
indietro, per ricordare che il 3 Giugno del 1886 furono nella Università degli
Studi, in Genova, inaugurati solennemente due busti; di bronzo il primo, ad
onore di Giuseppe Garibaldi, opera commessa dal Corpo Accademico allo scultore
Demetrio Paernio; di marmo il secondo, ad onore di Goffredo Mameli, opera dello
scultore Federico Fabiani, e dono fatto alla Università dall'avvocato Angelo
Graffagni, onor del Foro genovese e già valoroso milite garibaldino in Tirolo.
Parlarono nell'Aula Magna, in quella occasione, di Giuseppe Garibaldi
l'illustre professore di lettere italiane Emanuele Celesia; di Goffredo Mameli
l'editore del presente volume. Non gli si ascriva a vanità la ristampa del suo
discorso in queste medesime pagine, poiché esso, che viene a conferma di cose
già dette nel proemio della nostra edizione, è finalmente in lode di Goffredo,
e ricorda gli uomini che egli piú amò nel palpito luminoso della breve sua
vita; nobili figure delle quali è giusto che sia circondato il suo spirito, e
con le quali a me par bello il finire.
«Signori,
»Pochi uomini saranno stati
intimamente piú felici di me, che nacqui in tristi tempi e vidi fiorire le
prime speranze della patria, seguire i primi ardimenti, le vittorie, ed ahimé,
le sconfitte, ma tosto le virili riscosse e i meritati trionfi. Anche ora, se
tutto non è lieto nel presente, non posso io ricreare lo spirito nella visione
del passato? Che gloria! Che luce! e come, quanto piú i nobili fatti si
allontanano nel tempo, e i capegli dello spettatore s'imbiancano, come piú
cresce l'imagine radiosa! Ah, lo spettatore ammirato non si dorrebbe di avere
piú colma la misura degli anni, piú bianchi intorno alla fronte i capegli, solo
che avesse veduti piú da presso i bei combattenti delle prime giornate, veduto
te, o Goffredo, portando oggi nell'anima il ricordo di esserti stato vicino,
nell'alta poesia di quella vita, che fu tutto uno sprazzo di luce in cosí breve
termine di stagioni, tra la scuola donde escivi, timido efébo, e la tomba che
si dischiuse per accoglierti, eròe! Due anni appena, e già tanto raggio di
gloria italiana, che sfolgorò dalla mia Genova, ed oggi ancora si riflette su
lei!
»Dite, come non dovrebb'ella
gloriarsi, la vecchia signora dei mari, lontana preparatrice di mirabili
esempi, assidua custode di civili tesori, provvida nutrice di spiriti pugnaci
ai novissimi tempi d'Italia? Nell'àmbito di poche miglia a lei concessero i
fati benigni due scogli, due are della patria: Posalunga e Quarto; il recesso
di preparazione all'apostolo, il lido di partenza al guerriero; là il veggente,
ancor giovine e solo, ma già visitato nella notte dai genii della risurrezione;
piú sotto il famoso capitano che monta in nave, portando con sé mille uomini e
il destino di ventisette milioni. Madre di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe
Garibaldi (se vale la testimonianza delle origini), non doveva ella dar anche
alla patria il cantore di quella guerra che essi avevano suscitata ed accesa?
Ogni nazione ebbe il suo, e non tutte da cosí celebre luogo. Atene lo aveva
bensì dato alla Grecia antica, ed era stato Tirtèo; Lons-le-Saulnier lo diede
nel secolo scorso alla Francia, e fu il Rouget-de-l'Isle; Dresda alla Germania,
e fu Teodoro Körner; Felegyhaz all'Ungheria, e fu Alessandro Petöfy.
All'Italia, vivaddio, lo dié Genova marinara, derivandone i germi da que' fieri
isolani, figliuoli d'Ampsicora, che elesse di morire anzi che disperar della
patria, e da quella progenie di forti, che non diede soltanto dogi ad una età
fastosa e declinante, ma capitani e consoli alla sua fiorente Repubblica, e
signori e fondatori di colonie nel nome d'Italia, alle terre d'Oriente.
«È morto giovane, or fanno i
trentasette anni, e questo medesimo giorno segna l'anniversario del cader suo,
sulle pendici contrastate della Villa Corsini. Giovane abbiamo Goffredo negli
occhi; io, forse piú di tutti che m'ascoltate, lo vedo ogni dí giovanissimo.
Ventura mia, che non benedirò mai abbastanza, mi fa custode, fino alla stampa
di un libro, delle carte tutte di Goffredo Mameli. Condonate l'accenno, che par
superbo e non è; riconoscete in esso l'unico titolo che io m'abbia a parlarvi
oggi di lui, cantore d'Italia, legionario di Roma, trasfigurato dalla grandezza
della morte. Tutta l'opera del poeta è in que' pochi quaderni ingialliti. E
quante cose, là dentro! e piú, quanti germi di cose! Accanto alle ultime
versioni dal greco, alle ultime formole algebriche, i primi appunti di diritto
romano si accompagnano alle prime scene di una tragedia civile e ai primi versi
d'amore: fiorellini a mala pena sbocciati dall'anima, già vive fragranze di
calice, dove la corolla non ha svolti ancora i suoi pètali, dove il verso
qualche volta è monco e la strofe incompiuta. E intorno, citazioni frequenti di
autori, e frasi e massime e periodi interi di volumi prediletti. Ricorre
spesso, con Spiridion e Consuelo, la Sand, la grande idealista
della letteratura francese. Abbondano i pensieri dei Profeti; anzi apparisce
folto, diligente, tutto inteso ad un fine, lo spoglio dei modi biblici, degli
impeti lirici, degli atteggiamenti epici di quegli ardenti campioni
dell'Ebraismo. Perché davvero non mostrerebbe d'intenderli, chi non vedesse
ancora e sopra tutto in costoro i veggenti di un popolo, i custodì gelosi, i
ravvivatori costanti della fiamma dell'amor patrio, nei luoghi eccelsi
d'Israele e di Giuda. Aveva già un alto pensiero nella mente, quel giovinetto
dai capelli biondi e dagli occhi azzurrini. Ancora non si era formata in lui,
armata di tutto punto la frase italiana, e già ribolliva nel suo petto
adolescente la virtú consapevole dell'uomo; al primo scatto della passione, al
primo urto delle cose, dovevano erompergli dalla fantasia, armonicamente
collegati, fusi insieme come in un guizzo dl elettricità, la forma vigorosa e
il pensiero ispirato. Cosí fu; sorse il poeta in un attimo, già maturo al
canto, come il popolo alla battaglia. E l'uno dell'altro poteva cantare in tal
guisa:
Io vi dico in verità,
Quando il popolo si desta,
Dio combatte alla stia
testa,
La sua folgore gli dà.
«E quell'inno!
quell'inno219 ch'io leggo spesso, vergata tra due note di
giurisprudenza, gittato là sulla carta, in una notte di tempesta: versi brevi
di sillabe, lunghi nell'apparenza, segnati a penna corrente, scricchiolante,
frettolosa, perché il poeta temeva di perder la traccia della ispirazione
subitanea; strofe sgorgate a rinfusa, lasciando ad altr'ora l'ufficio di
ordinarle! È una cosa strana, nel suo primo getto quell'inno, che annunzia ai
«Fratelli d'Italia» il ridestarsi, della gran Madre, col piú vivace degli
impeti, col piú veloce dei ritmi poetici; quell'inno della risurrezione, dove
il primo verso è già per sé stesso una novità di forma e un nuovo atteggiamento
di pensiero; quell'inno che noi maturi ha sempre virtú di commuovere, come
farebbe il piú tenero dei ricordi d'infanzia. Sante commozioni! entusiasmi
divini! Benediciamo, o Signori... o Fratelli d'Italia, anche a quell'elmo di
Scipio, a quella retorica, che sapeva scendere nella gran valle del Po a
combattere altri Annibali, e andare a morire contro un nuovo Brenno, sotto le
mura di Roma. Ah, il gran Scipio, contemplando quel giovine senza il suo elmo,
lo ha forse veduto men prode? No, per gli Dei! Senz'elmo, sfavillanti il bianco
viso nell'aurea chioma svolazzante, giunsero dalla pugna del lago Regillo due
giovani miracolosi, annunziando a Roma la prima delle sue grandi vittorie. In
quell'eterna Roma un gran deserto si fece, una vasta rovina, da poi; ma due
colonne rimasero alte, indice ad un tempo e presagio, a segnare il luogo dove
sorse il tempio dei Dioscuri, dei due vincitori, dei due messaggeri celesti. E
non erano essi con lui, con Goffredo, i nuovi Dioscuri d'Italia? Sí, due,
giovani, forti, immortali del pari: il Diritto e il Dovere.
«Roma è un prodigio del mondo.
Essa una volta ha fatta ed esaltata l'Italia, nella forza delle armi,
nell'imperio delle leggi, nella severità dei costumi, nella maestà della
gloria. Il suo ricordo è bastato ancora a rifarla. Quale retorica è questa! Ed
era giusto che la prima parte della nostra civile epopea avesse fine colà; che
la stessa sventura delle armi nostre fosse esaltata alla vista del Campidoglio.
Forte di quella idea, Goffredo diè l'inno alla patria, e sé stesso alla morte
sotto il sacro Pomerio. Bell'anima, di cui tanto poco doveva rimanerci, dopo
tante promesse! Ma quel poco è tutto vita, fede ed amore. Rapido arde il
magnesio, ed è luce che abbaglia.
«Chi accese il sacro fuoco in
quell'anima? Voi lo sapete, o Genovesi: tale che nacque tra voi, tale che
attinse qui alle fonti del diritto, un fratel vostro, o studenti, e da voi
ricordato, a vostro onore, in tavola di marmo. A me non diedero i tempi di
seguire quell'uomo. Noi, tardi venuti, giovani appena al giorno della riscossa,
travolse il fato delle nuove intraprese, avviò soldati un indirizzo prevalente:
fare, seguendo chi prometteva di fare. Ma io ho amato quell'uomo e se tutto
ancora non mi avvenne di dire ciò che io sento di lui, voi sapete, o Genovesi,
o testimoni della mia vita, che non uscí mai dal mio labbro parola, né dalla
penna una frase, la quale non fosse di reverenza profonda per lui. Piú vado
innanzi negli anni, e piú ammiro quella vita, alteramente solitaria; più venero
quella fede incorrotta; piú m'é grato il midollo del leone, che solo ai molli
petti dispiace. Molti ideali falliscono alla prova dei miracoli; egli è dei
pochi che non ha tradito nessuno. Piú vi accostate a quell'Ètna, e piú sentite
l'ardore. Quanti amano ancora la patria, io domando, quanti la sentono ancora
com'egli, con intelletto di filosofo, con anima di poeta, con cuore di figlio?
Tu pure cosí la sentivi, o Agostino Bertani, che la morte ci ha tolto. Felice,
infine!... Chi mai, se pensa, è oggi felice del vivere? Sei morto fedele agli
ideali della tua giovinezza: la
Italia su tutto; la
Italia e la libertà; con la Italia e la libertà, la redenzione di tutti i
soffrenti. Gentil cavaliere, che il vasto ingegno e l'arte maestra potevano far
ricco: e quello e questa usasti prodigo a benefizio della tua terra e sei
vissuto modesto e sei morto povero come doveva morire chi ebbe un giorno grande
potenza tra le mani, e se ne giovò, sí.... per mettere una carabina nel pugno a
tutti quei giovani cui un eccelso pensatore e un eccelso capitano avevano
ridata la coscienza di un nervo nel braccio. Tu hai raccolta, o Bertani, la
miglior parte di Goffredo; tu che hai lenite con fraterna cura le sue ultime
angosce: tu che hai pietosamente composti i suoi occhi al lungo sonno della
morte. E fu quello, o Bertani, il primo tuo atto di cittadino genovese; e alla
tua pietà, o gentile Lombardo, doveva venire, sul tuo cadavere ancor tiepido,
una parola riconoscente da Genova.
»Bei morti!.... Io non so,
signori, come sia che a me tocchi sempre, in quest'aula, ufficio di lacrime.
Non me ne dolgo, perché mi date di piangere lacrime sacre. Non le piangeva il
collegio degli Augustali, quando tributava onori divini ai mostri della
tirannide. Bene possiamo piangerle noi, levando nel cielo della memoria uomini
che ebbero nobilissimi l'intelletto ed il cuore, e l'uno e l'altro votarono con
austero sacrificio alla patria. Benedette lacrime! Vorrei che fossero strali, e
pungessero l'età nostra infiacchita.
»Giovani, il metro è
malinconico. E come potrebbe essere altrimenti? Qui si esalta, ed esaltando si
paragona. Ma si ama ancora. Onore a voi, al collegio dei vostri professori, ai
buoni cittadini che v'hanno preceduti, negli studi a decoro, e nelle armi in
difesa della patria, come Angelo Graffagni, di cui è bel dono a voi, e bel
pensiero per Genova, il busto di Goffredo Mameli. Onore a voi tutti, che fate
di questa Università un'Accademia greca, un santuario della nazione, dove i
simulacri dei grandi s'accolgono a consesso, e morti ispirano i vivi. In nome
di Goffredo io vi ringrazio, di veder qui Garibaldi; in nome di Goffredo io vi
domando l'effigie di Giuseppe Mazzini. Non vecchio apparisca egli qui, né uomo
maturo; qui almeno, qui meglio che altrove, vorrei vederlo giovine, come taluno
rammenterà di averlo veduto in quest'aula; tu primo, o venerando maestro a
tutti noi, maestro nella scienza del giure e nell'amore di libertà, o Cesare
Cabella. Non so come il pensiero non sia ancor balenato alla mente di uno
scultore: Mazzini giovine, che medita la nuova Italia, e n'ha il fantasma negli
occhi. Perché, veramente, è dell'arte il saper cogliere nella vita degli uomini
sommi questi momenti, questi motivi iniziali. Annibale fanciullo afferra
un'aquila e la strozza. È vero il fatto? Certo, se è vero, noi vediamo già qui
un simbolo delle sue fiere speranze. Ma erano dodici, le aquile di Romolo, ed
io penso che Goffredo Mameli le vedesse ancor tutte riprendere il volo nel
cielo fiammante del Lazio, per dare alla nuova Italia, sognata da Giuseppe
Mazzini, altri dodici secoli di gloria. Li avremo? Sí, se i giovani ascoltano
le voci dei grandi; sí, se usciti di qui, dove ha parlato l'affetto in nota di
dolore, vorranno raccogliersi in sé medesimi e fare per la patria loro il
giuramento di Annibale: esser uomini, uomini, e degni dei grandi fati di Roma.
»Intanto, o signori, o
cittadini, o fratelli, io vi dirò: Qui, dove egli ha studiato e pensato, date
un busto a Mazzini, come lo avete dato a Garibaldi. Goffredo, il cantore,
discepolo dell'uno, soldato dell'altro, vuol essere in mezzo a quei due amori
della sua vita, qui sempre, nel marmo, come un giorno negli ardori della pugna,
tra il duce e il maestro, tra il guerriero e l'apostolo».
Finito il discorso, avrebbe amato
soggiungere alcune parole sue un amico dell'oratore e fratello di Goffredo, il
compianto Nicola Mameli220; ma la lunghezza della doppia. cerimonia, e
la necessità dello scoprir súbito il busto del Tirteo italiano, per cui tosto
la folla uscendo dall'aula si riversò nei loggiati del palazzo Universitario,
non gliene diedero il tempo né il modo. Indi a poco Nicola Mameli pubblicò le
sue parole «Per l'inaugurazione del busto di Goffredo Mameli nell'Ateneo
Genovese, 3 Giugno 1886; parole di Nicola Mameli; Genova, tip. del R. Istituto
Sordomuti, 1886». Non posso qui riferire intiero lo scritto; ma non voglio
tralasciarne la chiusa, che può bene esser tale al presente volume.
«. . . . La spoglia di Goffredo
Mameli, in forma solenne, con parole di vibrata e maschia eloquenza, era dal
Bertani consegnata al Municipio di Roma libera e italiana. E quel Municipio,
nel riceverla, ordinava si collocasse in un deposito provvisorio a Campo
Verano, ove riposa ancora oggidí. Da quel tempo in poi, nella città nostra, io
udii parecchie volte, da privati cittadini e da sodalizi politici, esprimere il
desiderio che questa spoglia venisse restituita alla sua Genova, e sepolta
sotto l'ombra del salice che copre le ossa del suo Maestro Giuseppe Mazzini, o
accanto al suo fratello d'armi Nino Bixio, o nello stesso sepolcro ove dorme
l'illustre e valoroso ammiraglio che fu suo padre. Ma io, signori, se avessi il
diritto e l'autorità di rivolgere un consiglio ai miei concittadini, vorrei dir
loro: lasciatelo a Roma, in quella Roma dov'egli, in un inno immortale,
richiamò la vittoria; lasciatelo là, ove volle morire, sul campo d'onore,
ravvolto nella sua bandiera repubblicana!
»O Giovani, io mi vergognerei,
se a Voi, in questo momento solenne per tutti, nascondessi o adombrassi un apice
solo del mio pensiero. Da uomo libero che parla ad uomini liberi, cresciuti
alla severità degli studi ed alla sincerità della scienza, io vi dichiaro che,
ricordando questa sacra bandiera, non ho inteso né intendo di contrapporla a
quella che il glorioso Capo dei Mille spiegava a Calatafimi; ché nel mio
concetto queste due bandiere oggidí si confondono in un simbolo solo, il
simbolo dell'unità della patria, e ché il connubio fra la tradizione monarchica
consacrata dai martiri del 21, e la tradizione repubblicana iniziata dai
martiri del 33, è qualche cosa che sta al disopra della volontà degli uomini,
un bronzo fuso dai destini d'Italia, che resisterà a tutte le scosse, a tutte
le procelle, a tutte le insidie dei suoi nemici interni ed esterni: ché noi
dobbiamo circondare di una uguale venerazione il grande apostolo ligure e il
filosofo piemontese, che in un volume imperituro convertiva la monarchia alla
patria; poiché cosí Giuseppe Mazzini come Vincenzo Gioberti crearono la
coscienza nazionale, l'uno parlando al popolo, l'altro parlando ai re, l'uno
accendendo nei petti degli Italiani la santa febbre della ribellione, l'altro
educandoli all'idea organica del nostro risorgimento. Ma appunto perché io
credo in questa intima e vitale unità dei due principii, non posso concepire
una monarchia italiana, la quale dovesse rinnegare la memoria dei forti
repubblicani che le apersero la via del Campidoglio. Lasciamo le ossa di
Goffredo Mameli nella sua Roma, lasciamole a guardia della libertà; perché i
morti, come disse un altro sommo, «talor dei vivi son piú forti assai». E Voi,
giovani, non dimenticate i suoi Canti: in essi batte il cuore della nuova
Italia».
FINE.

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