III.
Già l'inno ai Bandiera correva
manoscritto per le mani di tutti; già l'Alba diceva che cosa aspettasse
il Poeta. Studente, era da' suoi versi potenti e dalle sue speranze animose
designato vessillifero di quei moti liberali, che prima da Genova e poi da Torino
dovevano spingere Carlo Alberto alle riforme, alla costituzione, alla guerra
contro l'Austriaco. Per rimanere in quell'anno della sveglia, come fu nominato,
ricordiamo che la esaltazione di Pio IX alla sede pontificale aveva già fatto
nel luglio divampare per tutta la
Penisola quell'incendio di affetti politici e religiosi, che
per un istante parvero far rivivere l'antico spirito delle Crociate, a servizio
di una causa affatto moderna. Goffredo Mameli, per altro, da due anni legato in
carteggio segreto con Giuseppe Mazzini e con gli affigliati alla Giovine
Italia, non si lasciò trascinare dalla corrente; e non di riforme
s'impacciò, non di federazioni sotto la presidenza del Papa, ed alzò in Genova
la bandiera unitaria di Giuseppe Mazzini. La dimostrazione popolare dell'8
settembre, incominciata per chieder riforme ed inneggiare a Pio IX, finí per
opera sua e degli amici suoi al sasso di Portoria, con grida di guerra al
secolare nemico; pregustazione della gran passeggiata di tutto un popolo, il
giorno 10 dicembre dell'anno seguente, al santuario di Oregina, per onorare la
vittoria dei padri sulle fugate schiere del Botta Adorno. E già coll'inno agli Apostoli
richiamava egli i banditori di un'«Era novella» all'onesto ricordo di coloro
che nelle congiure e sui frequenti patiboli l'avevano preparata: e l'inno ai
Bandiera, con le note tutte ricavate da Ricordi del Mazzini, e l'altro a Dante,
con l'accenno all'ultimo erede legittimo del pensiero di lui, mostrano bene
come il Mameli sentisse dei tempi nuovi piú alto e piú largo che non facesse il
Balbo nelle sue recenti Speranze d'Italia. L'inno Dio e il popolo,
dettato per la solennità cittadina del 10 dicembre 1847, col famoso ritornello:
«Che se il Popolo si desta — Dio combatte alla sua testa, — La sua folgore gli
dà», e l'altro, infine, di tre mesi anteriore, «Fratelli d'Italia», erano
ispirati al concetto schiettamente Mazziniano, facendo aperto contrasto cogli
appelli monarchici, e timidamente federali, di presso che tutti i canti
politici di quel tempo. Anzi, per quello che io ne ricordo da conversazioni di
casa Mameli, l'inno «Fratelli d'Italia» fu scritto espressamente da Goffredo
per levar dalle labbra del popolo Genovese una cantilena sulla Stella
d'Alberto, che aveva incontrato il favore universale. Chi non la rammenta?
Variata e sformata in piú modi negli «evviva» e negli «abbasso» del ritornello,
aveva pure, letterariamente parlando, una strofa iniziale degna di miglior
séguito: «Sorgete, Italiani, — A vita novella; — D'Alberto la stella — Risplende
nel ciel»; ma dando poi nell'insulso, né certo per colpa dell'autore, Genovese
anco lui, Nicolò Magioncalda, che aveva voluto riuscir popolare, non vano e
scorretto, come parve di fatto, per tante storpiature e varianti della piazza.
Scritto a Genova nel settembre
del '47, l'inno
«Fratelli d'Italia» fu vestito di note musicali a Torino, ma da un musicista
Genovese. E qui, tanta fu la compenetrazione delle note con le parole, cosí
felicemente trovato il largo giro della frase musicale in piena consonanza coll'ampiezza
del pensiero poetico, e quello e questo cosí solennemente consacrati dal favor
popolare, che non parrà ozioso il darne piú compiuta notizia. Michele Novaro,
maestro di musica, nato a Genova nel 1822, ed al Mameli amicissimo, si era
condotto a vivere da poco tempo in Torino. Colà, in una sera di mezzo
settembre, in casa di Lorenzo Valerio, fior di patriota e scrittore di buon
nome, si faceva musica e politica insieme. Infatti, per mandarle d'accordo, si
leggevano al pianoforte parecchi inni sbocciati appunto in quell'anno per ogni
terra d'Italia, da quello del Meucci, di Roma, musicato dal Magazzari: «Del
novo anno già l'alba primiera» al recentissimo del piemontese Bertoldi,
«Coll'azzurra coccarda sul petto», musicato dal Rossi. In quel mezzo, entra nel
salotto un nuovo ospite, Ulisse Borzino, l'egregio pittore che tutti i suoi
Genovesi rammentano. Giungeva egli appunto da Genova; e vòltosi al Novaro, con
un foglietto che aveva cavato di tasca in quel punto: To', gli disse; te lo
manda Goffredo. — Il Novaro apre il foglio, legge, si commove. Gli chiedono
tutti che cos'è; gli fan ressa d' attorno. — Una cosa stupenda! — esclama il
maestro; e legge ad alta voce, e solleva ad entusiasmo tutto il suo uditorio.
— Io sentii — mi diceva il
maestro nell'aprile del '75, avendogli io chiesto notizie dell'Inno, per una
commemorazione che dovevo tenere del Mameli, — io sentii dentro di me qualche
cosa di straordinario, che non saprei definire adesso, con tutti i ventisette
anni trascorsi. So che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo. Mi
posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo
colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all'inno,
mettendo giú frasi melodiche, l'una sull'altra, ma lungi le mille miglia
dall'idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai, scontento di me;
mi trattenni ancora un po' di tempo in casa Valerio, ma sempre con quei versi
davanti agli occhi della mente. Vidi che non c'era rimedio; presi congedo, e
corsi a casa. Là, senza pure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi
tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d'un
foglio di carta, il primo che mi venne alle mani nella mia agitazione rovesciai
la lucerna sul cembalo, e per conseguenza anche sul povero foglio: fu questo
l'originale dell'inno «Fratelli d'Italia». Piacque, pei versi; — (e qui l'amico
era modesto, come sempre, ed ingiusto con sé; ma l'Italia gli renderà la
giustizia ch'egli voleva negarsi); — ed era cantato con entusiasmo. La polizia
rincorreva come tante fiere tutti coloro che lo cantavano: ma già il popolo lo
avea fatto suo; e in ogni moto, in ogni festa, ufficiale o non ufficiale,
l'Inno faceva capolino. Fu proibito fino alla dichiarazione di guerra
all'Austria; e da quel giorno, poi, tutte le bande militari lo suonarono. I
soldati, quando partivano per la
Lombardia, lo cantavano, alzando i caschetti sulla punta
delle baionette. Un anno dopo, è vero, lo suonarono a scherno le bande militari
nemiche, nello entrare in Alessandria. Ma non fece loro buon prò; che anzi....
Ma via, lasciamola lí, poiché la pace si è fatta, e noi siamo in casa nostra
padroni. Tornando a que' tempi, io non vidi il Mameli se non a Milano,
nell'aprile del '48. Si discorreva, in piazza del Duomo, di tutte le cose
nostre genovesi, quando ad un tratto la banda Nazionale intuona il «Fratelli
d'Italia». Un urrà generale si levò per la piazza; Goffredo ebbe come un lampo
negli occhi, mi gittò le braccia al collo, e mi baciò. Fu l'ultima volta che lo
vidi; e fu uno dei pochi baci ond'io serbo memoria». —
L'inno «Fratelli d'Italia»,
rapidamente divulgato e cantato di città in città, di regione in regione, aveva
fatto conoscere agli Italiani un nuovo e vero poeta. Ma già le nobili odi ai
Bandiera, a Dante, a Roma, la fiammante annunciazione dell'Alba, e
l'arditissima fantasia della Buona Novella, avevano rivelato intiero
quel poeta a' suoi cittadini ammirati. Con questi canti, alcuni dei quali
appartenevano allo scorcio del '45, ma che tutti furono conosciuti correndo
manoscritti nel '46, Goffredo Mameli ha già come poeta la sua originalità, la
sua forma caratteristica, per cui si distingue da tutti, non somigliando a
nessuno, se pure in qualche particolarità può derivare da altri. La metrica del
«Cinque Maggio» e della «Risurrezione» (a non citare altro che un tipo fra i
tanti, e il piú noto, come il piú autorevole) si allunga col Mameli in più
capaci sistemi di strofe, in piú svariati intrecci e ripetizioni di rime
alterne e di rime baciate, con abbondanza di versi sdruccioli interposti: il
periodo lirico vi si adagia in insolite giaciture, sdegnando i facili riposi
del secondo verso o del quarto, e rompendosi in luoghi inaspettati; onde
movenze nuove, ed atteggiamenti tutti suoi. Per qualche saggio di rime interne
si è voluto vedere un influsso del Rossetti; per le rime tronche appaiate nella
medesima strofa e non distribuite in lontana rispondenza tra le due, come per
qualche altra singolarità di costruzione del periodo lirico, è corso il
pensiero al Berchet; ma son cose da nulla, su cui non si può fondare un
giudizio, potendo noi riscontrarle anche in altri poeti della vecchia scuola
Manzoniana, o della Montiana che l'ha preceduta, o infine dell'Arcadica, donde
per la tecnica, almeno, derivano ambedue; tanto è vero che niente di nuovo si
dà sotto il sole. Non dirò del Carrer, né del Prati, né d'altri della seconda
fioritura romantica, che ebbe a Padova il suo rigoglio piú vivo, perché a
Genova non penetrati ancora a quel tempo. Tante erano le barriere intellettuali,
come le doganali, tra la
Liguria e il Lombardo Veneto, che solo, andando in volta
estemporaneo cantore, poteva derivarne il Regaldi qualche amabil nota alla sua
lira girovaga. E sebbene il Prati, dal '44, o giú di lí, avesse portata la
scuola a Torino, poteva accadere a Genova, sul finire del '46, il fatto curioso
d'un nostro poeta, che avuta per caso alle mani un'ode del cantore di Edmenegarda,
e fattone copia ad una brigata di colti ascoltatori, ne ottenne cosí largo
premio di applausi e congratulazioni, da non aver piú il coraggio di dire:
«badate, che non è mia».
Certamente, dischiuse le
barriere, vennero esempi molti tra noi, che ad altri giovarono. E i poeti
presero a fioccare, segnatamente nella primavera del '48. Era l'uso di
pubblicar versi d'ogni misura in certi foglietti volanti, che si spacciavano al
prezzo d'un soldo, come ora i giornali; e si compravano gl'inni patrii da un
galoppino di stamperia, come le canzonette da un cieco. In questo commercio di
poesia nazionale, onde i Canzonieri politici non ci hanno riferita la centesima
parte, andavano a gara tutti i tipografi maggiori e minori della città; i
Ponthenier, i Ferrando, i Pagano, i Pellas, i Moretti, i Dellepiane, i Como, i
Faziola, i Casamara, i Dagnino. Agl'inni ben presto si alternarono, specie
quando si ruppe guerra all'Austria, i dialoghi in versi e in prosa tra
imperatori e re, tra gesuiti e ministri, tra ministri e generali, portando tra
tutti la palma del martirio satirico il vecchio Radetzky; indi a poco,
declinando le nostre fortune, i consigli al governo, le concioni dei circoli,
le diatribe, gli attacchi e le difese degli uomini in vista. Fino alla
dichiarazione di guerra, che fu il 23 marzo del '48, la vigile polizia (lo
abbiamo anche veduto dianzi dalle parole del Novaro) dava una caccia spietata
ai canti popolari che troppo chiaramente accennassero al fine: i revisori delle
città del regno vietavano nelle stampe ogni allusione diretta al secolare
nemico. Cosí l'inno «Fratelli d'Italia» stampato per la famosa passeggiata d'Oregina
del 10 dicembre 1847, usciva senza l'ultima strofa (quella dell'aquila
d'Austria spennacchiata) dalla tipografia del Faziola; e un altro del nostro
Goffredo: «Viva Italia! era in sette partita», non era licenziato alla vendita
senza la soppressione della parola «Austriaco» nell'ultima strofa, ove era
detto che se il nostro vessillo «Passi innanzi all'Austriaco gigante, — Tosto a
terra il gigante cadrà». È vero che si sostituivano parecchi puntini, ed anche
si lasciava stare innanzi a questi un'A tanto fatta. Ma quell'A
poteva anche significare l'Armeno: coll'Armenia, manco male, non c'era pericolo
di proteste diplomatiche. Quegli allegri revisori lasciavano passare piuttosto
una zaffata al governo di casa: e i foglietti volanti non si vietavano questo
conforto, no, davvero; che anzi ci pigliarono gusto.
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