VII.
Ricomponga intiera un artista,
con vivo intelletto d'amore, la persona giovanile di Goffredo Mameli; e sorga
il bel simulacro di lui davanti agli occhi de' suoi Genovesi. Io ho tentato di
ricomporre la sua figura di poeta e di milite della patria risorta: né parrà
vanto temerario il mio, se la materia mi è venuta, ancor piú che dai ricordi
d'ogni parte con gran diligenza raccolti, dallo studio costante degli autografi
suoi. Tranne pochi teoremi di geometria, cinque o sei pagine di versioni da
Senofonte e due o tre di esercizi dall'italiano al greco (questa lingua, non
richiesta allora nei corsi classici, imparò egli per elezione spontanea dal
famoso P. Spotorno, negli anni di filosofia all'Università), tutto ciò che
Goffredo ha scritto, e che è venuto nelle mie, mani, si trova raccolto in
questo volume, e disposto in quell'ordine cronologico che ho potuto migliore, a
far testimonio della sua operosa giovinezza, dalle prime scuole alle ultime
pugne. Si veda soprattutto la materia tanto svariata dei quaderni, che
intitolai: «Letture ed Appunti» perché essa ci dà lume di quanto leggeva, e
delle cose lette annotava. In tempi che l'anima sua era già scossa e turbata da
speranze prodigiose e da ansie febbrili, egli lèsse, meditò, poetò senza posa,
toccando tutte le corde, o mostrando di volerle tutte toccare. Indole in sommo
grado sensitiva, amò il bello in ogni manifestazione di esso, e avrebbe voluto
abbracciarlo tutto, ma súbito, d'un primo abbraccio possente: onde la furia di
chi, non avendo tempo davanti a sé, vuol vivere in un giorno tutta la vita
affannosa e gloriosa del pensiero e dell'arte. In mezzo a versi tirati giú in
fretta, per dare, non una forma, un segno all'idea prorompente, spesso con un
tratto di penna accanto, o una croce, per indicare il difetto veduto e
correggerlo poi, una serie di bei versi appare improvvisa, tutti improntati di
flessuosa mollezza o di scultoria energia, che l'artefice piú diligente, piú
paziente all'uso dei ferri apollinei, non tornirebbe i migliori. Questo pregio
è già visibile per segni fugaci, ma certi, in quelle versioni dal l'Eneide,
che non miravano a dare un nuovo saggio di traduzione, mostrando piuttosto
nell'adolescente poeta il buon proposito di addestrarsi alla fabbrica del verso
sciolto, col ritrarre in forme italiane la materia già elaborata con arte rara
dal grande epico latino.
E i molti inni di guerra che
scrisse, a concitazione degli animi nella gioventú del suo tempo! Improvvisati
anche quelli, sentono l'impeto di chi si prepara, sguainata la spada, a
precedere i valorosi che la sua parola ha infiammati. L'antico Tirteo ne aveva
scritti di molti, e li cantava a' suoi guerrieri, innanzi la pugna; cosí almeno
si narra. Il nuovo li recitava fra gli amici, che voleva compagni; nelle
popolari adunanze, che occorreva scaldare; nei teatri, per muover la gente agli
aiuti. Ricordate l'inno «Milano e Venezia». Lo disse a Genova nel teatro Carlo
Felice; lo disse a Roma nel teatro Apollo, sempre al medesimo intento di far
pietosi i cuori, e pronti e larghi i soccorsi alla eroica Venezia. E laggiú, a
Roma, una bella figliuola della Laguna gli fu singolarmente grata: amò il biondo
poeta, la cui giovinezza pensosa somigliava a quella del Nazareno: e tremò per
lui combattente alle porte; e andò, perduta d'amore all'ospedale dei
Pellegrini, per visitarlo nel suo letto di dolore, per bagnare delle sue
lagrime ardenti la mano di Goffredo morente. Che sorriso le avrà dato il
giovine eroe, nell'ora che già sentiva fuggirsi la luce dagli occhi! Perché
egli credeva nella bellezza; ma in quella che non abbatte gli spiriti del
guerriero. «Ispirata e ispiratrice» era il titolo di una poesia di lui,
quattordicenne, e principe di rettorica16: e fu il pensiero, il
sentimento, a cui si serbò egli fedele, come a tutti i suoi primi ideali di
cittadino, di pensatore, d'uomo politico, infine.
Ma è morto a ventidue anni, dirà
qualcheduno; vorremmo vedere, da ciò che fu in tanta giovinezza, quale sarebbe
diventato nella lunga e ammonitrice esperienza della vita. Il desiderio è
legittimo; ma non è facile appagarlo. Certo, nella vita, quanto piú ella duri,
i fatti insegnano, e qualche volta comandano: pure, chi non sa, chi non ricorda
quante anime, e non di ciechi ostinati, abbiano saputo e sappiano resistere
alla imposizione dei fatti? Goffredo Mameli era un repubblicano fervente,
contro le medesime tradizioni della sua schiatta paterna. Penso che ai fatti e
agli indirizzi nuovi dei dieci anni che seguirono la morte di lui, egli,
vivente, sarebbe rimasto in silenzio, ma che nel '59 e nel '60 avrebbe
combattuto sotto la bandiera del suo Garibaldi. Penso ancora che, rifacendosi
col pensiero alle cose tristi del passato, avrebbe parlato meno di tradimenti,
notando nella sua esperienza che tutti, o quasi, avevano tradito, se mai,
venendo meno, per impreparazione d'animi e di cose, alle speranze e alle
necessità del momento solenne; monarchici del vecchio stampo, mal convertiti
alle idee liberali; repubblicani ardenti di far tutto nuovo, creando una nuova
coscienza in un popolo che aveva l'aria di esistere perché gridava qua e là, ma
che pur troppo non c'era, poiché alle voci non rispondevano gli atti; unitarii
concordi nel fine, discordi nei mezzi; federali con una lega di principi, che
sarebbe stata la vita piú disagevole e la cosa piú pazza del mondo; federali
con tante repubbliche quante erano, piú o meno naturalmente distinte, le
regioni della penisola, cagion nuova d'ineguaglianza e d'impotenza per tutte; e
via discorrendo, che su questo tema ci sarebbe sempre qualche cosa da dire. Ma
pensando tutto ciò, egli avrebbe anche detto a sé stesso: Un poeta politico,
che è alla fin fine un apostolo, e che con alta voce ha predicato il suo verbo
alle genti, non può impunemente far ciò che un oscuro legista o un semplice
soldato potrebbe. Il poeta della Buona Novella, di Dio e il Popolo,
e di Milano e Venezia, rimanga come pensatore al suo posto, e non vada a
vergognarsi, piccolo legislatore in Gerusalemme, di aver tuonato in veste di
profeta le sue fiere invettive da Dan fino in Berséba. Si è forse ingrandito,
nel '48, il Berchet del '21? L'Italia ha potuto, e doveva, rispettare le
convinzioni di lui, onestamente e liberamente mutate: ma ancora ha potuto
dimenticare la oscura opera politica del deputato di Broni, ricordando con
maggior reverenza il Romito del Cenisio, i Profughi di Parga, e Matilde,
e Clarina; sí, anche Clarina, se pure non c'è piú da esecrare il
nome di nessuno, per alta pietà di Gismondo. Cosí, credo, avrebbe detto il
Poeta; e penso infine, per dir proprio tutto l'animo mio su questo proposito,
che Goffredo Mameli, sopravissuto alle catastrofi del '49 e cosí giunto fino ai
dí nostri, sarebbe rimasto un solitario nell'altezza sua, uno di quei bei
solitarii che ci vogliono, come le montagne erette sul piano; anch'essi utili,
in bello atteggiamento di statue, lasciando la cura delle cose piccole a noi
che non sapemmo e non potemmo le grandi. Non repubblicano, ma vissuto accanto a
repubblicani negli anni delle battaglie, ho sempre ammirati questi idealisti
della grande vigilia, costanti nella loro fede, alla nobil maniera di Aurelio
Saffi, che tutti me li esprime ancora al pensiero, nel tratto cortese e nell'
austero contegno di tutta la vita. Che importa se oggi, soverchiando altre
idee, altri culti, l'antico tempio par quasi deserto? Finché vive un sacerdote
di quel culto, non mancheranno all'ara i fiori e gl'incensi. Tutto ciò è nobile
e bello, perché ancora è il culto della patria, in una delle sue storiche
manifestazioni, in una delle sue pagine più degne di rispetto tra i posteri.
Con quest'animo reverente mi
sono accostato alla poetica figura di Goffredo Mameli; rimanendo, non lo
negherò, lungamente dubbioso se tutto tutto dovessi riferire dai manoscritti di
lui. Mi pareva che della parte inedita gl'inni compiuti e i frammenti un po'
lunghi dovessero bastare, aggiungendo al piú qualche pensiero, ad esempio dei
tanti ch'egli traeva dalle sue varie letture. Ma le idee fugaci del Poeta, i
pochi versi buttati là per ricordo, e destinati a mutamento? Di questi ero in
maggiori incertezze. Ma poi, pensavo, con che diritto dimezzar l'opera sua agli
occhi del mondo? Debbo io, tralasciando questa cosa o quell'altra, far
sospettare altrui di avere obbedito ad un criterio artistico diverso dal suo, e
certamente disputabile? Peggio ancora, se sarà un criterio politico, religioso
, filosofico! Il pensare che ciò non crederebbero gli amici, non mi libera da
ogni timore: son cosí pochi, gli amici! e tra questi cosí scarsi quelli che vi
stimerebbero incapace di poca sincerità! Del resto, per la politica, è facile
ricondursi alla ragione dei tempi in cui visse il Poeta: per la filosofia, per
le credenze, non può aver egli avuto i suoi momenti di dubbio? e può credersi
che un uomo di pensiero non abbia avuti i suoi? Cosi sono venuto nella
risoluzione di dar tutto, anche i getti informi, le idee fugaci, gli scatti
momentanei. Già, di lungamente elaborato, di limato, come si dice, non ebbe
nulla: anche i canti piú famosi, divulgati lui vivo, sono improvvisati alla
vigilia delle grandi occasioni, o nel mezzo di commozioni violente. Aveva il
fuoco sacro nell'anima; e appare in tutte le cose sue, comunque, riuscite. Che
cosa potesse, dicono bene i frammenti, le idee subitanee, che spesso rivelano,
alla guisa dei lampi, una vasta distesa di terre, come a dire il regno del suo
stesso pensiero. In qual modo si fosse egli venuto formando a tanta bontà di
promesse, dicono le sue letture, gli appunti suoi, donde ci balza agli occhi la
imagine di un grande studioso. E perché la morte ne ha fatto un simbolo della
gioventú Italiana, scaldata ai primi soli della speranza, tutto venga alla luce
quanto si è conservato di lui, mostrando come si fosse accinto al glorioso
cammino, e come gli sia mancato il tempo, non l'ala, a salire piú alto. Sarà un
capitolo di vita intellettuale, e insieme di storia Italiana, che si racconta
da sé, per documenti sinceri. Non temerò dunque le critiche ad un metodo, che
non poteva senza pericolo esser diverso. Gran cosa, ed unica desiderabile, che
s'impari ad amar meglio questo gentile Goffredo, che visse d'amore purissimo
per tutte le cose belle e grandi; e lo intendano cogli uomini anche le donne
Italiane, alle quali si può dire con parole di lui, sgorgate come un singhiozzo
dal labbro
Voi, che sui cor regnate,
— S'ama cosí! — gittate
Sovra quest'urna un fior.
Anton
Giulio Barrili.
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