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ROMANZA
ARABA30.
«Mentre che giovinezza e leggiadría
Il tuo sembiante, o mia diletta,
infiora,
Vieni, m'inebria d'un amplesso, e
godi
Del tempo lieto, pria che fugga.
Vedi?
Il fior che all'alba vagheggiasti,
pinto
Di ridenti colori ed odoroso
Di soavi profumi, al Sol cadente
Sovra il pallido stel languirà privo
Del suo primiero mattutino
incanto.
Cosí fra poco appassiran le rose
Del tuo sembiante: la bellezza è
un'Iri,
Che sfavilla un istante, e si
dilegua.
Or su te splende: comparar t'udii
Alla pallida luna, allor che
brilla
Nei notturni sereni; ma la luce
Del suo disco d'argento non
pareggia
Il tuo guardo divino e l'amorosa
Luce della tua cerula pupilla.
Bella è la rosa, che de' fior
reina
In primavera all'aure amiche
schiude
La porpora dei calici odorati.
Lei saluta il mattin qual la piú
vaga
Gemma di cui va coronato Aprile:
Eppur la rosa tremebonda piega
Sovra il gracile stelo al
passeggero
Soffio del vento che la bacia;
mentre
A te dinanzi, o mia diletta, o
fiore
Del sorriso di Dio, piegan devoti
La fronte i nati della terra, come
A una cosa celeste.
Oh, se il
dolore
Dell'anima ti giova, e se il
sospiro
Tra le figlie dell'uomo, aggrada,
quale
Ad un Nume sull'ara odor d'incenso
Che sol nel fuoco crepitante
olezza,
Il mio dolor coltiverò nel core
Con vigile custodia, come cosa
Caramente diletta. Ma d'un riso
L'anima, affranta dal dolor,
consola
Talvolta, o pia: egli le fia
vitale
Come rugiada all'arso fior che il
raggio
Del Sol corrusco nel Lion saetta».
Meste d'amore e di dolor sfogava
Il secreto dell'anima, la bella
Lieve sui fior s'avanza; e a lui
girando
I grand'occhi cilestri,
all'amoroso
Questi accenti rivolse, che sul
core
Dolcissimi gli sceser come l'onda
D'un'armonía che dalle labbra voli
D'una notturna Peri, allor che il canto
Tra i roseti discioglie,
armonizzando
Col respiro dell'aura che si
frange
Fra le mai sempre verdi Arabe
palme.
«E me la fiamma
dell'amor consuma
Per te, o gentile. Se a me volgi
il guardo,
Fremer la vita nelle vene io
sento,
Vinta all'incanto della tua
bellezza
Se la notte il suo negro vel
distende
Per i campi del cielo, in ciel
vagheggio
Delle tue chiome il nereggiar: se
l'alba
Ride dall'orïente, il tuo sorriso
Nel suo riso vagheggio; e nei
profumi
Propagati dall'aloe, libar credo
Il sospir del tuo labbro».
E sí dicendo,
Il vel raccolse dal sembiante, e
parve
Quale l'astro d'amor che si
disvolve
Dal vapor d'una nube.
Il passeggiero
Attonito mirolla, e la credette
Una eterea sembianza, od un
vagante
Dell'etra abitator, che, riposato
Dall'aereo vìaggio, al ciel natío
De' suoi vanni raggianti il lampo
spieghi,
A ingemmar d'un novello astro le
sfere.
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