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I.
Dimmi, chi sei,
tu che il mio cor, cui muto
D'ogni cosa terrena è il riso,
ancora
Consoli e affranchi? Te nel mesto
lume
Vagheggiai della sera, e del
mattino
Te vagheggiai nel biancheggiar.
Pei cieli,
Quando riposa la natura, e i
prischi
Vati, rapiti, l'armonia degli
astri
Sentir credeansi lusingar
l'orecchio,
Io cercai la tua voce, e
avidamente
L'estreme note delibar talvolta
All'anima ne parve; o fosse il
suono
Della voce di Dio, che primamente
Generò l'universo, ed in eterno
Echeggiante nei secoli la vita
Ancor gli nutre; o forse
d'un'ignota
D'una stella lontana abitatrice
Il canto fosse... O forse il mio
pensiero
Era dal lungo dolorar deliro.
II.
E nell'anima,
Iddio, come un presagio
D'un avvenire piú gentil ti pose,
E ne spirò l'immagine e la fede
Nel sorriso fuggevole indistinto
Di te, che, — qual tra la vigilia
e il sonno
Nello sguardo un'imago uom si
figura,
Che non sa s'egli vede e s'egli
pensa, —
All'anima lampeggi: e non accarna
Se lo illude il desío, o se tu
sei,
O un bello amasse, il mio
pensiero, in altra
Scorsa esistenza, cui membrar non
vale,
O un indistinto delle varie parti,
Che componeano quella cara Idea,
Tu sii, cui la mia mente or
s'affatica,
Per vagheggiarla, ricomporre
invano.
III.
Eppure, in tutta
la natia sua luce
E vita, all'alma balenò talvolta
Ma, o presto troppo dileguasse il
suo
Rapido apparimento, o alla mia
mente
In se comprender cosa eterea tanto
Possibile non fosse, ahi! sempre
ondeggia
Nel mio concetto quella cara Idea
Confusamente.
IV.
Una già a me si
parve,
Che all'alma mia ne ritraea gran
parte.
Era la notte, e in fervide carole
S'intrecciava la danza. Io solo
immoto
Mi rimanea nella comune ebbrezza;
E se negli occhi l'agitata folla
Talor mi si pingea, la loro
impronta
Mi somigliava ad una trepid'ombra
Variamente confusa. Io la
guardava:
Sola, distinta, s'aggirava
anch'essa
In fra quei misti avvolgimenti,
quale
Fra tempestosi nugoli una stella,
Che ad or ad or si pare, ad or
s'asconde.
Io la guardava ; e mi tornava a
mente
Quando Torquato a Lëonora in
fronte
Pose deliro un bacio. E
nell'orecchio
Quel numeroso mormorío mi tacque,
Qual per virtú d'incanto; e quella
turba
Anche calmossi. Ella sedea fra
loro,
Tutti conversi verso lei: le dita
Sovra il seguace cembalo movea,
Accompagnando l'armonia del canto;
E la sua voce parea mesta assai...
Io piú non la rividi.
V.
E un' altra
ell'era,
Greca, ed avea le chiome bionde, e
gli occhi
Grandi e cilestri; e li volgea per
uso,
Come chi stanco delle cose umane
Cerca scordarsi della terra, al
cielo.
Sul suo labbro l'italica favella
Molto dolce suonava; e abbenché
lieta,
La sua parola m'invogliava al
pianto.
Io la vidi una volta, e s' è svanita
Come un pensiero.
VI.
Ed una piú di
tutte!...
Anzi, nell'alma la sua imagin
s'era
Connaturata a quella cara Idea,
Come la fiamma colla luce. Oh,
sempre,
Benché talvolta inavveduto, il suo
Pensiero soggiornò nella mia
mente!
E se talvolta la sua dolce imago
Parea che, come all'infuriar del
turbo
Svanisce in ciel l'arcobaleno,
anch'ella
In fra le ardenti fantasie, di cui
Mi popolava il giovanil bollore
La mente, dileguasse, appena
stanco
Mi riposava dalla lunga febbre,
Io ritrovava la sua dolce imago.
Non altrimenti sovra il mar si
perde,
Se fresca brezza l'agiti, il
riflesso
Dell'astro, e sol piú lucide ne
volge
L'onde; ma appena ei calma, e
l'astro appare,
Che dianzi il coloría della sua
luce
Sconvolta e mista al fluttüar
dell'acque.
VII.
Ed una sera, mi
rammento, mesta
Più ch'altra sera io mai sentissi,
entrambi
Ragionavamo alla finestra. Un
raggio
Da una parete opposita refratto
Il suo volto imbiancava; e, come
d'uso,
Di lievi cose parlavamo. Eppure,
Come se alcuno ci origliasse, lene
Ci uscía la voce dalle labbra: il
volto,
Senza addarcene noi, s'era
atteggiato
Come a un racconto di dolore, e il
core
A lenti e pressi palpiti battea,
Simile a umore che compresso
bolle.
E in quell'istante molti giorni io
vissi
Anzi, esaurirvi io mi pensai la
vita,
E che l'anima mia, fatta piú pura
Nel contemplarla, dai corporei
lacci
S'evaporasse. In quell'istante io
tutta
L'ora solenne della morte intesi.
Però molto i' soffria, né
m'avvedea;
Siccome il prigionier non sente il
duolo
Delle tese catene, allor che a
forza
Al verone s'arrampica, e si bea
Nel sorriso del Sol, di cui
tant'ore
Vedovato trascorse. Oh, veramente
Io desiai che l'universo intorno
Dileguandosi, sola ella restasse,
Ed io per vagheggiarla.
VIII.
Oh benedetta
Di quella sera la memoria! Iddio
Mi plasmava al dolor. L'anima mia,
Innamorata dell'eterno vero,
Sdegnò le fole in che s'accheta il
volgo,
Stancando, come l'aquila nel Sole,
Avido il guardo. Ah, invan, l'ali
battendo,
Tentò levarsi a lui, però che il
fango
A sé la tira; e sol s'ebbe il
dolore
Dell'inutil conato, e del desío.
Eppure, ancor non maledí a sé
stessa,
Né invidiò il fato della lieta
turba
Che nel fango natío repe e
gavazza;
Che il suo dolore ha la sua gioia
anch'egli,
E grande, e non compresa.......
IX.
Altri s'inebrii
d'altre gioie, o l'ore
Di compre donne in fra le braccia
inganni,
O fra i conviti e le vegliate
danze,
O fra la speme di molt'oro. Al mio
Viver fia duce, fia sostegno e
gioia,
Solo il sorriso d'un'Idea, nel
volto
O l'idoleggi di gentil fanciulla,
O nell'immenso azzurreggiar de'
cieli.
Ella il ritorno della bionda
aurora
Popolerà di liete larve; ed ella
In fra i silenzi della sera al
core
Deserto e stanco parlerà la mesta
Parola dell'affetto; e pur
nell'ora
Suprema della vita, allor che
l'occhio
Si volge intorno desïoso, ed ogni
Cosa piú cara si scolora e torna
In vanità, quando la vita appare
Come un istante di delirio,
accanto
Ella sarammi. E l'anima fuggente,
L'ultima volta in lei rapita,
s'anco
L'eterno nulla le vaneggi innanzi,
Come la fiamma che s'estingue,
lieta
Cederà al fato, e potrà dire: io
vissi.
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