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Goffredo Mameli
Scritti editi e inediti

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  • VERSI ALLA POESIA   INNO.
    • DANTE E L'ITALIA   ODE
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DANTE E L'ITALIA

 

ODE58

 

Disonorata te. . . . . . . . . . . .                                        

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . Se non muti alla tua nave guida,

Maggior tempesta con forturtal morte

Attendi per tua sorte,

Che le passate tue, pietre di strida.

Eleggi, omai, se la fraterna pace

Fa piú per te, o 'l star lupa rapace.

Dante, Liriche.

 

Divino come il genio,

Sacro come il dolore,

Splendi a traverso i secoli,

Intelligenza e amore,

Filosofo e poeta:

In te memoria e meta,

Siccome in Dio, confondesi

Passato ed avvenir.

 

Splendi. Pedanti ed Arcadi

Ti han sfigurato invano,

E preti e re. L'anàtema,

Che lancia il Vaticano

Ove la lupa ha il soglio,

È gloria in Campidoglio:

Santissimo battesimo

Dei vili il maledir.

 

Entro l'avel dell'Esule

Chiudeasi un seme arcano:

Isterilirne il germine

Non fu in potere umano:

La sacra pianta nacque,

Come di grembo all'acque

Il favoloso vertice

L'ulivo sollevò.

. . . . . Manca una strofa59.

 

La coltivò di lacrime,

La coltivò di sangue,

Nel suo dolor l'Italia,

Siccome al fior, che langue

In attendendo il Sole,

L'umida notte suole

Versar rugiada, e quercia

Quell'arboscel si fe'.

 

Sovra l'avel dell'Esule,

Sotto la sacra pianta,

Fede diventa il trepido

Desío dell'alma affranta

Si fanno eroi gl'ignavi;

Il gemito de' schiavi

Si fa dei forti il fremito,

Si fa terror dei re.

 

Chi ha gli occhi veda: albeggia,

Da lungo attesa, un'Era:

S'alzi, e ritorni, l'Itala

Musa, alla sua bandiera;

Lasci i sbiaditi amori,

I meretricii fiori

Venduti ai troni; vergine

Torni, pensando a Te.

 

Agli esitanti popoli

Ispiri la fidanza;

Al piede dei patiboli

Favelli di speranza...

Ah, sulla patria lira,

Sacra d'amore e d'ira,

Freme una corda magica

Che tocca ancor non è.

 

Da che gridasti, «Italia,

Ahi, di dolore ostello,

Non donna di provincie,

Ma schiava, ma bordello,

Rossor ti punga, assembra

Le mal divise membra»,

Deh, chi rattien la Menade,

Prima che perda il ?

 

Nel suo crudel delirio,

Conglutinò la bocca

Della vergogna al calice.

Ahi, la Romana ròcca

La prostituta avara

Che cinge la tïara,

Pel femminil smaniglio,

Tarpea novella, aprí.

 

Quale maligno démone

Spiega l'antico mito!60

È ucciso il drago;

spargonsi Sul mal fecondo lito

I denti; spunta armata

La fiera mèsse; guata,

Ascoso accanto, Teseo

La mèsse e il vello d'ôr.

 

Per Dio, fratelli, unitevi,

Deh, non credete al ladro.

È il vello, che egli adocchia....

Questo è spettacol adro.

Pace, nell'empio calle,

Sol per guardarvi a spalle!

Per Dio, fratelli, unitevi,

Mentre alcun resta ancor.

 

E niun T'ascolta! I miseri

Tiene un'orrenda ebbrezza...

La gemma il cieco inconscio

Calca del piede e sprezza:

Ma passa, chi calpesta;

Ella risplende, e resta.

Mieterà il tempo i popoli,

E il Verbo tuo sarà61.

 

L'armi fraterne tacquero,

Perché i fratèi son morti;

Pesò il fatal giudicio

Sovra i tapini e i forti;

Pel grande cimitero

Gavazza lo straniero;

Teseo l'avel di Scipio

Con roghi e altar cambiò.

 

Vero è che il suolo è fervido

Nella funerea sala;

A quando a quando il fulmine

Come un vapor n'esala;

E furon che ignoto

Fremer vi parve un moto...

E la valléa di Giòsafat

Quel cimiter sembrò.

 

Vero è che ai regi incognita

S'alimentò vivace

Da qualche gran superstite

L'incorruttibil face,        

E a cui contese il fato

Scendere in campo armato

Ascese sul patibolo

E vinse col morir.

 

Vinse, perché il martirio

È una battaglia vinta

Corrodesi al carnefice

La man di sangue tinta:

Spargesi, qual feconda

Sovra la terra un'onda,

Dei grandi il sangue; genera

Gli eserciti il martir.

 

Sentite! il sangue germina:

Son fieri i frutti suoi.

Per le cruente sémite

Brulica il suol d'eroi.

Stolto, non dir: «non credo;

Io guardo e nulla vedo».

Ah, corto gli occhi veggono;

Interrogate il cor.

 

Dal cener dell'Italia

La nuova prole è uscita:

Salve, sublime apostolo

Del verbo della vita,

Che il nuovo segno errante

Stringi all'idea di Dante,

Mentre che tenta Teseo

L'antico gioco ancor.

 

Volta al futuro, unifichi

Le nostre genti sparte

L'Itala insegna. Anàtema

A chi l'appropria a parte!

A chi le appon le Chiavi

D'ogni sciagura gravi!

A chi ai tiranni credela,

A chi non fida in sé!

 

Sovra l'avel dell'esule,

Sotto la sacra pianta,

Fede diventa il trepido

Desio dell'alma affranta:

Si fanno eroi gl'ignavi;

Il gemito de' schiavi

Si fa de' forti il fremito,

Si fa terror dei re.




58 Dal quaderno «Un po' di tutto» 1846. I versi danteschi che stanno ad epigrafe sono della Canzone: «O patria degna di trionfal fama» . Non le appartiene, per altro, l'emistichio «Disonorata te...» Ma il Nostro l'avrà aggiunto, interpretando il pensiero di Dante, che in quel luogo, per l'appunto, stabilisce un dilemma tra il ben fare, a cui potrebbe volger Fiorenza, essendone onorata, e il mal fare, che la potrebbe condurre a tempeste maggiori delle già sopportate.



59 La nota è in margine, di pugno del Poeta, che s'era avvisto del rimaner sola col tronco in o la strofa antecedente, e pensava di aggiungerle la sua compagna di rima.



60 Spiega, forse per èsplica, svolge, rappresenta.



61 A questa strofa seguono nel manoscritto, ma cancellati, i primi quattro versi di un'altra, il cui pensiero è stato fecondo piú sotto, nella apostrofe a Giuseppe Mazzini:

Tempo verrà che profughi

Due Grandi in suol britanno

Leggano il cor del profugo,

E gl'Itali li udranno.






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