| Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Goffredo Mameli Scritti editi e inediti IntraText CT - Lettura del testo |
|
|
|
ABBOZZI E FRAMMENTI
I83
Batte l'ora che sognarono Dalle tacite sue grotte Vomitar la Morte l'anime, Che il silenzio della notte Sempiterna asconde agli uomini Nel suo manto scuro scuro, E tornarle ai dí che furo.
Or che i morti non s'affacciano Piú allo sguardo dei mortali, Questa è un'ora di memorie: E il pensiero agita l'ali Dell'amor nei morti secoli; Ora affretta i dí non nati, Ora evòca i trapassati.
Il poeta, solo, tacito, Siede e pensa sovra un sasso: Tende, immobile, l'orecchio, E gli par d'udire il passo Che nel nulla affretta un secolo.... Egli pensa un'armonia, E ne veglia l'agonia.
Ma repente, sulla lapide Ove l'occhio tiene avvinto, Qual chi vede nel delirio Qualche cosa d'indistinto, Bella in volto come un angelo, Come donna triste e pia, Un' imago gli apparía.
Mesta come una memoria, Cara come una speranza, Ferma il passo, e par che mormori Fra sé stessa una romanza. Sparse a palme son le treccie, Ché la cingono di gloria Il martirio e la vittoria.
V'è chi dice che da secoli Ella gira l'universo: Or la spada al fianco pendegli, Or sul labbro ha dolce il verso Volto in alto ha sempre l'occhio, Corre sempre alla sua meta, Or guerriero ed or poeta.
II84
Era notte; e il cavaliero Per i lunghi corridoi Non badava ai passi suoi, Come assorto in un pensiero.
Pur, se avesse posto mente, Pur, se avesse dato ascolto, Avría udito il lungo vôlto Risuonare raucamente.
Ma qual suono, qual rumore, Qual può giungere parola All'orecchio di chi vola Nelle braccia dell'amore?
Lesto lesto il cavaliero Per i lunghi corridoi Non badava ai passi suoi, Come assorto in un pensiero;
Quando ei giunse in una chiesa, E di frati in cappe nere, Alternando Miserere, Doppia fila v'era stesa.
Tra sé disse: «errai la via»; Si fe' il segno della croce; Pregò un poco a bassa voce, E si alzò per andar via.
«Prega ancora, o cavaliere» Disse un frate a lui vicino; «Non errasti nel cammino; «Questo è tempo di preghiere».
Ei si volse da quel lato; Guardò il volto dell'ignoto: Avea un occhio senza moto, E pregava inginocchiato.
— «Ma colà, che si prepara »Da quei frati, padre mio?» Ed il frate: — «prega Iddio; «È una bara».
— «Forse è morta qualche suora?» » Son per lei queste preghiere?» Ripeteva il cavaliere. — «Non ancora!».
— « Sono atteso, padre; l'ora » Si fa tarda.... Sul mattino » Debbo andarmene; è vicino....» — «Prega ancora!» —
III85
......A voi Lego il tesor che sol mi resta ancora: Sprezzo ed odio a' stranier. Questa parola In sé racchiude la memoria, e l'arra Della nostra grandezza.
IV.
Ella levossi, io mi levai.... Quel volto Che non doveva riveder piú mai, Lungamente io mirava. Ed ella strinse Colla destra il mio braccio; onde quel tocco Si diffuse per tutta la persona, Ed ogni fibra s'agitò convulsa86.
V.
O giovinetta, il roseo Nastro, che l'auree chiome Stringeati, è mio. Con vigile Cura io lo serbo, come Piuma caduta a un lucido Del cielo abitator.
Quale la tua memoria, Sempre io l'avrò sul core: Pure nel dí novissimo, Del nastro dell'amore, Al mio confuso, il cenere Acchiuderà l'avel.
Io le tue labbra trepido Sfiorai... Pur di quell'ora D'ebbrezza la memoria Di lui men cara ho ancora; Ché non è piú quel bacio Che un sogno che passò. da Byron87.
VI88.
— La sua voce nell'anima mi scende Siccome l'inno d'una Peri; è voce Della figliuola dell' amor, piú cara Dell'istessa sua madre. Oh, nel suo aspetto Il vecchio padre s'abbandona ancora Ai dolci sogni della speme! Oh, sempre Grato mi giunge il tuo gentile aspetto, Qual del nòmade errante all'arso labbro Il mormorar del rio, che si distende Pei sempre arsi dal sol campi di sabbie, E gli ridona col suo umor la vita. Tale a me sei; né peregrin giammai Per la sua vita sciolse voto a Mecca, Col cor ch'io 'l sciolgo per la tua. Dall'ora Che prima il Sole ti sorrise, sempre Ti benedissi, e benedico anch'oggi. —
Bella come la donna che sorrise Alla serpe ingannevole, di cui Il germe in seno già portava allora Che primamente fu sedotta, e poscia Altri sedusse alla sua volta; bella Siccome un sogno giovanil, che ahi troppo, Troppo presto dilegua, allor che il duolo In lui s'addolcia, e sul tuo sen ti pare Il battito sentir d'un cor che amasti, E il fior, che in terra già perdesti, lieto Di piú molli profumi in ciel vagheggi (Dolce è quel sogno, dolce al core, quale È la memoria d'un'amata estinta; Non altrimenti che il primier sospiro, Puro siccome d'un fanciullo il prego) Tal del vecchio Visire era la figlia. Egli l'accolse con sugli occhi il pianto, Ma non col pianto del dolor. Giammai Tu non provasti, ché favella umana Non ha un accento sí gentil, sí caro, Ch'esprimere il divin raggio ti possa Della bellezza. Oh, chi nol sente, insino...89
VII.
Ancor conserva la sua vita il tuo; Pur sanguinante il mio palpita ancora, E il pensiero che eterno lo affatica È che fors' io non ti vedrò piú mai. Questa parola d'un dolore è piena, Piú profondo che il gemito sull'urna D'una diletta estinta. Ambo vivremo, Ma schiuderemo le pupille al giorno Sovra il talamo vedovo e deserto. E a te la figlia blandirà l'orecchio Della prima dolcissima parola. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Quando la cara ti verrà d'intorno Colle tenere mani accarezzando, Quando il suo labbro blandirà il tuo labbro, Oh, tu rammenta lui, la cui preghiera Ti benedice, e c'hai dell'amor tuo Tu benedetto. E se quel volto al suo Somiglierà, pàlpiti ancor fedele Alla memoria dolcemente il core90.
VIII91.
Tutto finí; siccome un sogno sparve. Sino alla notte errai, come deliro, Non badando a' miei passi. Alfin sto meglio; Ora ragiono. Ogni rumor si tacque. Oh, nella notte si distingon meglio Gl'intricati pensier. Queste pareti, Abbenchè brune, non mi riescon tristi. Tutto è a posto: la chiave è nella porta I miei muti son là, dormon: la casa Tutta è proprio tranquilla. Oh, non v'è causa Qui, da temer: tutto va bene. Il paggio Trovò Don Guritano: egli comprese Che si tratta di lei. È vero, o Dio? Dunque ti posso benedir; l'avviso A lei lasciasti pervenir, n'è vero? Tu m'aiutasti, tu che sei sí pio, A protegger quell'angelo, a salvarlo Dagli intrighi del vile? Ella è ben salva; Tu la proteggi; e alfin morir poss'io. (il tire une fiole) Or muori, o vile, nell'abisso piomba Morrai, come si muor, quando s'espia Un delitto; morrai solo, e deserto. (apre la veste, e lascia veder la livrea che aveva nel primo Atto) Porta la tua livrea teco alla tomba! Ma, Dio mio, se quel demone venisse A veder la sua vittima spirante!... (attraversa un tavoliere innanzi alla porta secreta) Per questa porta egli non entri, almeno! (pensa un momento) Sí, il mio paggio trovò Don Guritano Non era ancora ott'ore del mattino. In quanto a me, la mia sentenza è fissa: Vo preparando il mio supplizio io stesso, Colle mie man sulla mia testa il drappo Funebre della morte io tiro, e questa Unica gioia mi riman, che niuno Ha piú potenza sul mio fato, almeno. (sedendosi sulla sedia) E nondimeno ella mi amava.... O Dio, Tu mi soccorri! In questa idea vaneggia Il mio pensiero. (piange) Oh, gli uomini poteano Lasciarci in pace (nasconde la testa fra le mani; piange) Dio!..... (rilevando la testa, e guardando il nappo) Chi mel vendeva Mi domandava: «Oggi qual giorno abbiamo Del mese?». L'uomo è un animal ben triste! Cadi? Il fratello ti calpesta e passa. Ella m'amava... Ah, qui il dolor mi vince; E del passato un solo giorno, un'ora Non si può rivocar. E la sua mano Che stringea la mia mano!... e la sua bocca Che toccò le mie labbra!.. Io mi credea Un Cherubino reclinar la fronte... Hugo, Ruy Blas.
IX.
Da Seneca92.
IPPOLITO.
Fedra, Nutrice.
Fedra. Creta, signora degli immensi flutti, Di cui le navi innumeri per ogni Lido tennero il mare. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .93 Oh, perché me, data in ostaggio a invisi Penati, sposa ad un nemico, astringi In fra i mali e le lacrime la vita A consumar? Il profugo marito Tienmi l'esperta fede? Ai stigii laghi, Invii al ritorno, ei va guerrier; d'audace Proco è socio al furor. Non lui timore, Non lui pudor ritenne: anche nell'imo Averno stupri e talami vietati † Cerca il padre d'Ippolito. E me travaglia Altro e maggior dolor. Non la quiete, Non il sopore dell' amica notte Sciolser mie cure: s'alimenta, e cresce, Ed arde interno il mio furor, siccome Vapor che dalla cupa Etna dirompe. Abbandonai di Pallade le tele; Sugli usati lavor cadean le mani. Me piú non giova di votivi doni Colere i templi, o dell'Achee donzelle Commista ai cori in tacita preghiera Sovra l'ara agitar le conscie faci. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Solo mi piace le eccitate fiere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Nutrice. O moglie di Teséo, diva progenie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Le fiamme estingui, né di dira speme Docil t'affida alle lusinghe.
X.
Dall'Eneide, L. IV.94
Ma la regina, già piagata intanto Di grave cura, nelle vene nutre La sua ferita incautamente, presa Da un foco ignoto; e il molto onor degli avi E la molta virtú del peregrino Volge nell'alma. Le stan fitti in petto Il volto, i detti; né la cura indulge Alla stanca la placida quiete. E già la Luna coll'estremo raggio Illustrava la terra, e l'umid'ombre Scotea l'Alba dal polo; ed in tal guisa Male sana alla suora ella parlava: — «Anna sorella, mi dan gran pensiero Le inusate vigilie. Oh, chi è costui Che nuovo alle mie sedi ospite arriva, E tal si mostra all'apparir, nel core Quanto è forte e nell'armi? Veramente Egli è stirpe d'un Dio, perché tradisce I degeneri animi la tema. Da quai fati agitato! e quali infauste Guerre narrava! . . Ma i' m'ho posto in core Di viver sola. Se le nozze tanto Io non avessi in odio, a costui solo Forse io potea soccombere. Sorella, A te nol celo: da quel dí ch'io vidi Morto il marito, e di fraterno sangue Sparsa la casa, solo questi ha mossi I nostri sensi, e l'anima costrinse. Conosco i segni dell'antica fiamma Ma l'ima terra mi si schiuda innanzi, E prima il Padre onnipotente all'ombre Colla fòlgore sua mi cacci, all'ombre Dell'Erebo pallenti e alla profonda Notte, ch'io mai vi rompa fede, o giuri Di pudore e di fede! Egli, colui Che primo amor m'apprese, il nostro amore Seco portossi. e il s'abbia, e nella tomba Lo serbi seco e sempre!» — Ella parlava, Ed era tutta in pianto. Ed Anna a lei: — « O della luce a me piú cara, o suora, Sola mai sempre e inconsolata, questa Tua giovinezza consumar vorrai? Questo alla polve delle tombe in cura Tu credi, e ai Mani dei sepolti? E sia. Il tuo dolor molti mariti invano Piegar tentaro; il disprezzato Gîarba Basti, e di Libia i varii amanti, e i duci Che, ferace d'eroi, l'Affrica nutre. Anche al tuo cor resister vuoi? Né a mente Ti torna il suol dove tu vivi? Quinci Le Getule città, stirpe nell'armi Insuperata; ti ricinge infesto Quindi il Numída, e inospiti le Sirti, Ed ignoti deserti ed i Barcéi Lunge tremendi. Che dirò di Tiro, Che già si leva a guerra? A questi lidi, Seconda Giuno ed auspicante il corso, Volser le Iliache navi. Oh, qual si leva La tua città, da tali nozze, forte Dell'armi Teucre! Chiedi venia ai Numi, E porgi preci! Mentre indulgi al dolce Ospizio, è lieve trovar causa a lui Perché rimanga: aspro dal verno il mare, Ed alle navi sconquassate il cielo Non trattabile.» — Incauta! e tai parole L'animo acceso le infiammâr d'amore; Le scioglieano il pudore, ed alla mente Dubbia davan speranza. Ella da prima Andava ai templi, e chiedea pace a' Numi, Sacrificando a Cerere ed a Febo, Ed a Liéo, e piú di tutti a Giuno, A cui de' nodi maritali è cura. Essa tenendo di sua mano il nappo, La bellissima Dido, in fra le corna Lo spargeva alla candida giovenca. Doni su doni reca, ed agli aperti Petti dell'ostie, sopra le spiranti Viscere, pende interrogando. O ignare Menti dei vati! Che i delúbri e i voti Giovano la furente? . . Interna, in core, Tacita vive la sua piaga. Dido Arde nell'ossa, e delirando vaga Per la città. Cosí talor la cerva Cui lunge incauta in fra le Cressie selve Colpí il pastor di dardo, inscio obliando Il volatile ferro, il monte e il piano Corre fuggendo, e il mortal telo ha infisso. Or seco Enea mena alle mura, e ostenta Le Sidonie ricchezze, e la nascente Città: talor prende a parlargli, e a mezzo Il suo discorso oblía: or nuovamente Chiede d'udir l'Iliaca storia, e pende Dalla bocca al narrante. E come è sola, E suadono i silenti astri il riposo, Abbandona le coltri, e per la casa Vacua s'aggira, ed ella assente, assente Lui vede ed ode. Anche talor, rapita Dalla paterna imagine, nel seno, L'infando amore d'ingannar tentando, Si cova Ascanio. Le nascenti moli Delle di torri coronate mura, Gareggianti col cielo, abbandonate Pendono intanto . . . . . . . . . . . . .
XI.
Lei come prima da tal peste presa, Né al suo furore ostar la fama, Giuno Cara consorte del Tonante intese, Con tai parole a Venere si volse — Egregia lode, veramente, ed ampie Spoglie, ed un nome memorando e grande, Col tuo fanciullo acquisti! Dall'inganno Di due Numi una femmina fu vinta! Ben io mi so che tu sospette avesti Le nostre mura e di Cartago l'alte Sedi; ma alfin non porrem modo? e sempre Perché guerra tra noi? Meglio non fia Eterna pace e patteggiate nozze? Ciò che nel core tu volesti, l'hai; Arde amante Didone, e per le vene Il tuo furor le corse. E sia; comune Questo popolo abbiam, e a noi sia in cura Con pari auspicî. Serva Dido al Frigio Marito, e in dote alla tua mano i Tirii Siano commessi. — Simulatamente La comprese parlar, onde a Cartago Volger l'Italo impero; e però a lei Rispose Citeréa: — Chi mai demente In ciò ti disdirebbe, e meglio teco Amerebbe contendere, o regina? Purché il fatto che memori seconda Séguiti la fortuna! Ma i destini Mi trascinano, incerta se ai partiti Da Troia e ai Tirii voglia Giove sola Una cittade, e le due stirpi miste E costrette ad un patto. A te, consorte Lice l'anima sua tentar pregando: Tu comincia, io son teco. — Ed io, riprese La regal Giuno, questa cura assumo. Ora m'ascolta e ti dirò in qual modo Ciò che c'importa aggiungeremo. Enea Domani a caccia andrà nei boschi, insieme Colla misera Elisa. Appena il Sole Svelerà co' suoi raggi il volto al mondo, Mentre vagan le schiere ed indagando Cingon la selva, infonderò sovr'esse Nero un nembo di grandine commisto. Fuggiranno i compagni, e da un'opaca Notte protetti, a una spelonca insieme Giungeran, Dido e il Teucro duce; ed io Sarò presente. Se tu meco allora Concorrere vorrai, Dido al Troiano Stringeremo di stabile connubio Queste fieno le nozze. — Citeréa Acconsentiva, dei trovati inganni Fra sé stessa ridendo. Abbandonava Frattanto il mare la sorgente Aurora ...95
XII.
E già spargea di nova luce il mondo, Il croceo letto di Titon lasciato, La prima Aurora, allor che la regina Vide dall'alto, all'alba, le Troiane Navi solcar l'onde marine e i venti Sospingere le vele; ovunque il porto Deserto e il lido: onde le ultrici in seno Furie celando, forsennata il bianco Petto piú fiate colle man percosse, E le dorate chiome. Indi: per Giove!...96
XIII.
Da molti lustri la deserta lira Che sol geme e sospira, Non suonò d'ira.
Un solo, un solo mi costringe alzarme Contro di lui coll'arme Del nostro carme.
Di nostra Musa l'innocenza, illesa Finor, macchiar mi pesa Di tanta offesa.97
XIV.
E mossa in presti giri Dal compresso vapor che l'affatica, Farà ammirar le genti Cui non sarà forse quest'ora antica, Battendo le stupite ale dei venti. E qual sui mari errar sicuro ardío, Vagherà l'uom pel ciel, simile a un Dio.98
XV.
Anco un sospiro, o poveri Giorni de' miei verd'anni! Io penso a voi, com'aquila Cui fur legati i vanni. Sente dell'ali il fremito, E guarda il ciel . . . . . Che innanzi a lei distendesi Splendido, immenso, invan.
Questo vigor che indomito L'anima incalza, opprime . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .99
XVI.
Mi pensava che volassero Sin le panche, a fargli onore, Coronando il professore.
Ma le panche sono vecchie, Per fortuna, nelle scuole, Ed avvezze a tai parole.
E quel vaso che rigurgita Di saver grande, infinito Quel Rebuffo, che ho già udito
Dir sciocchezze, dalla cattedra, Il romanzo e le canzoni Di quel ciuco di Manzoni! . . .100
XVII.
Sai chi è costui che ingenuo Ti parla, e ride a canto? Mentre ei la mano stringeti, Sai che pensieri intanto Nell'anima gli vagano? Ah, Dio t'abbandonò! Ah, che l'artiglio l'aquila Sovra d'un fior posò
Ma non temere: i validi Vanni fra i nembi adopra . . .101
XVIII.
Un'aura assai piacevole Sento di fronda in fronda, E credo udire un cantico Che a' miei pensier risponda Nel mormorar del zefiro Che scherza tra quei fior.
Vieni, o diletta, ascendere Ti piaccia fra quei mirti, All'ombra della quercia. Oh, quante cose ho a dirti Che la campagna florida Risvegliami nel cor!102
XIX.
— Dimmi, o poeta, lo vedesti mai? — Chi? — Lui. — Chi è lui? — Tu mi vedesti in volto, E tu, poeta, chi sia lui non sai?
Mai non vedesti uno stranier che vôlto Verso l'Alpi, parea, di là dal monte, A un'ignota armonia porgesse ascolto?
Uno stranier, che sulla mesta fronte L'orma serbava de' miei baci, e avea Sul suo labbro del mio labbro le impronte! —
D'essere intesa disperar parea Pur rassegnata in trepida favella Il suo mesto dimando ripetea.
Qual chi smarrí una cosa cara, anch'ella Sfogava il cor chiedendone alla gente, Benché non ne sperasse aver novella.
Era un Austriaco! . . Io la guardai, tacente, Con un sorriso; e una parola amara Rapida balenommi nella mente . . . .103
XX.
|
83 Dal quaderno del 1846 «Un po' di tutto», e da una copia, certamente ricavata da un altro esemplare del Poeta. 84 Senza titolo, in un gran foglio volante, che contiene anche i pochi versi del Frammento III. Il componimento si vede non finito, né ritoccato, essendosi il Poeta contentato di gittar sulla carta la prima idea, insieme col metro di cui voleva vestir la leggenda. E par d'intendere che quando il cavaliere giungerà al ritrovo desiderato, troverà morta la dama, al cui funerale ha anticipatamente assistito in quella lugubre apparizione notturna. 85 Questi versi dovevano servir forse all' ultima scena del Paolo da Novi, nel rifacimento che Goffredo non condusse a termine. 86 Dal secondo quaderno di Letture ed Appunti del 1845; e forse doveva entrare nel carme finito più tardi, intitolato «R. R. di F.». 87 Hours of Idleness. Goffredo ha imitato dalla versione francese di Amedeo Pichot (Oeuvres de Lord Byron, Paris 1836), con molta libertà, raccorciando e variando. È sua la imagine della piuma caduta dalle ali d'un angelo. Il testo francese parla delle «reliques des saints qui babitent le ciel». 88 Dal secondo quaderno di Letture ed Appunti, del 1845. 89 Libera versione di due stanze, V e VI, della Fidanzata di Abido del Byron. 90 Dal Fare thee well del Byron. Per intendere il primo verso, gioverà leggere il passo nel testo inglese: Yet, oh yet, thyself deceive not; Love may sink by slow decay. But by sudden wrench, believe not Hearts can thus be torn away: Still thine own its life retaineth, Still must mine, thought bleeding beat; etc. 91 Dal secondo quaderno di Letture ed Appunti, del 1845. 92 Dal primo quaderno di Letture ed Appunti. 93 I puntini sono di Goffredo, che forse ha riprodotto da un foglio volante nel suo quaderno ciò che gli parve meglio del suo esperimento di traduzione. E sono di lui la croce apposta ad un verso, e la lineetta sotto la prima parola di un altro, per indicare il bisogno di correggere quello, che era fallato, e di mutar l'altra in una voce meno arcaica. 94 E dal verso I all'89 del testo latino. Questo lungo brano, come gli altri due che seguono, anzi che un disegno di nuova versione italiana del poema Virgiliano, apparisce un mero esercizio nell'arte dello sciolto, coincidendo per l'appunto colla verseggiatura del Paolo da Novi. Occupa le ultime facce d'un quaderno contenente appunti scolastici di Diritto Romano e di Diritto Canonico; quaderno che perciò si riferisce agli studi dell'anno 1845. 95 Aeneidos L. VI dal verso 90 al 129. Questo frammento di versione è in foglio separato. 96 Aen. L. IV. dal 584 al 590. In foglio separato. 97 In foglio separato. 98 In foglio separato. Nel quinto verso l'autografo reca «spupite», per uno di quei trascorsi di penna onde sono frequentissimi esempi nei manoscritti di Goffredo, specie nelle cose sue di primo getto. Mi persuade anche a leggere «stupite» il fatto notevole che nel terzo verso era scritto «Farà stupir le genti» mutato poi in «Farà ammirar le genti», certo per evitare una ripetizione di suoni. 99 In foglio separato. 100 Dalla penultima faccia d'un quaderno, contenente il secondo abbozzo, rimasto incompiuto del Paolo da Novi. Il professore a cui l'accocca Goffredo era certamente un classicista della scuola del Ranalli, il quale fu sentito dire dalla cattedra, nella università di Pisa, che quelli del Manzoni erano versi de colascione. 101 Dal quaderno del 1846: «Un po' di tutto». 102 Da un apografo, anzi da due, di questo scherzo d'adolescente, che si giustifica coll'essere stato improvvisato, su rime obbligate, in una riunione domestica. 103 Anche questa da due apografi dello stesso periodo. |
Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License |