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| Goffredo Mameli Scritti editi e inediti IntraText CT - Lettura del testo |
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LA BATTAGLIA DI MARENGO
CANTICA104
I.
Oh, vedete! i cervi imbelli Congiurato assalto han mosso Al lion che arnuffa i velli.
Mentre pugnava nell'Egitto, intese L'Eroe le grida del materno affanno. Guardò la Francia, e l'Italo paese . . . L'uno è in catene, e l'altra in mortal danno: L'Austria coll'armi e il traditore Inglese Col rapito oro strignela, e l'inganno Teme ella già l'ora fatal vicina Che di ceppi circuí la Cisalpina. † †
Bonaparte fremette. Il vinto Egitto Abbandonato, si commise al vento: Tentò invano impedire il suo tragitto, Signore dell'instabile elemento, Il Britanno fellon duce, all'invitto: La vittoria il precede e lo spavento. Varca secura il liquido sentiero Carca la nave del fatal guerriero.
II.
«Apriti!» all'Alpe ei disse; e l'Alpe aprissi, E tremò dell'Eroe sotto le piante. Monti. Ei viene, il Sir delle battaglie, ei viene Della patria udí il grido, e avventurosse † All'onde infide. Nella destra ei tiene L'Egizie palme d'ostil sangue rosse. † Sentí all'ardor che le cercò le vene Dell'Eroe la presenza, e si commosse La Francia, e gli gridò: «Vendica il sangue Mio, se il prisco valore in te non langue.
All'armi, all'armi ei la chiamò. La voce Del grande, quasi in polvere scintilla, Corse, volò dall'una all'altra foce. Già ognuno è in armi, e in ogni volto brilla † L'agitato nel core ardor feroce. † È in armi ogni cittade ed ogni villa, E va dietro al Guerriero, che s'affaccia All'Alpe, e calca la già nota traccia.
Al nitrito dei fervidi cavalli, Ai tamburri guerrieri, ed ai ruotantii Orridamente ignivomi metalli, Le ignote rispondevano echeggianti Bianche d'eterna neve alpine valli. Numero immenso di cavalli e fanti Scendeva intanto per quell'aspra via † A liberar l'amica Lombardia.
III.
In eterno verranno alli due cozzi. Dante
Due guerriere d'acciar folgoranti Vêr l'Italia protendon la faccia. Dalle vette dell'Alpi minaccia L'una, e ha i fasci, terror dei regnanti; † Ed all'altra terribil gridò «. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .105 «Trema!» E i gigli e il serto le accenna Che nel fango poc'anzi calcò.
Qual gigante, dell'Austria la donna Siede immensa sui campi Lombardi, E disfida, superba ne' guardi, Quanti vede di Senna e Garonna Congiurati a' suoi danni venir; E par dica superba: Tremate, Qui vi attendon terribili armate, † Non il barbaro Egitto, o Abukir.
IV.
Dall'un polo e dall'altro nembi gravidi Di procelle e di folgori discendono: I coloni tremanti in loro intendono Gli sguardi pavidi.
Par che a tanto furor taccia atterrito Dei candid'astri sul virgineo viso Quel che splende di Dio almo sorriso Nell'infinito.
V.
Il giorno, o forti, della pugna è giunto, Il giorno è giunto che il Tedesco altero Di vergogna far dée, di duol compunto.
Stolto! che arrestar volle in suo pensiero Il giovine lïone, e non sapea Ch'egli sbrana chi intoppa al suo sentiero.
Mentre la Franca gioventú spargea Dell'empio Egitto sull'arene ardenti † Il suo sangue, ei vilissimo scorrea,
Sua compagna la strage, le ridenti Itale valli: riboccâr gli avelli Di sangue, e i fiumi e il mar ne andâr cruenti.
Ed egli osò levar suoi prieghi felli D'in su l'altare d'atro sangue intriso, † Del sangue intriso dei vostri fratelli!
Prece che dell'Eterno innanzi al viso In bestemmia si cangia, acciò sí rie Non offendan preghiere il paradiso. †
Pavide intanto dell'estremo die E del turpe Alemanno, le Francesi † Vergini pianser colle madri pie;
E invocâr meste voi, voi che in paesi Esterni pugnavate. I loro gridi Furo dai prodi e non indarno intesi.
Voi correste, volaste ai vostri lidi, E splendea sull'antenna del naviglio La giurata vendetta degli infidi.
Oh, tronca i vanni e priva dell'artiglio Fia che si penta l'aquila grifagna D'aver lasciato il gelido coviglio!
E intenderà che a gente di Lamagna Mal si conface l'Italo paese, Che sol frutta per loro onta e magagna.
Meglio fora per lei l'avere intese Le lezïon che un giorno Barbarossa In questi luoghi con suo danno prese:
Che non avría col suo furor commossa L'Europa, e non avría l'Ausonia terra Col Reno fatta di suo sangue rossa,
Con sí penosa e sí nefanda guerra. †
VI.
Disnudate le fulgide spade, Agitando sul capo i cimieri, Già discendon gli avversi guerrieri A pugnar sulle belle contrade: Già alla pugna le trombe chiamâr.
Voi chi siete? Qual dritto vi mena A solcar coi sonanti cavalli Questi campi, quest'Itale valli, A turbarne la quete serena? . . . Ah, v'intendo; additate l'acciar.
VII.
E mitre e gonne, e ciondolini, e suono Di molli cetre abbandonar ti fênno Elmo e spada, e tremar dell'armi al tuono.
O di forti, degeneri imbelli Figli, ignari del prisco valor, Qui profana gli altari, gli avelli De' vostri avi uno strano furor. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . |
104 Componimento di scuola, e avrebbe potuto andare in compagnia coll'altra cantica del Giovine Crociato, se alle tre paginette staccate dell'autografo si aggiungesse la quarta, recandoci il compimento di questo polimetro. Di certo era finito, e l'autore proponendosi di ritoccarlo (ne fan fede le croci segnate qua e là, una sbarra tirata sulle due prime ottave, con croce aggiunta di fianco, e un'altra sbarra, pure accompagnata di croce, sulla terza) disegnava di accoglierlo nella edizione cha aveva pensata dei suoi Versi. Vedi l'Appendice: Un'edizione non fatta. 105 Manca il verso, che forse avrebbe recata la finale Senna, per la necessità della rima. |
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