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Goffredo Mameli
Scritti editi e inediti

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  • SAGGI DRAMMATICI
    • ATTO IV.
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ATTO IV.

 

SCENA I.

 

Teresa Sola.

 

Teresa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come la via lunga mi parve! Ad ogni

Passo, parea gli occhi di tutti fissi

Mi si arrestasser sulla faccia: in ogni

Volto io leggea misto il disprezzo e l'ira.

Mi accennavan, dicendo: ecco la donna

Di quel tristo! Ed è ver; ho rinnegata

Per un Francese la mia patria; Paolo

Per un ... vile lasciai. Certo, egli è un vile;

Pansa e Verrina egli tradí pur oggi,

In queste soglie stesse. Oh perchè mai

In questi lidi egli approdò? Senz'esso

Andrei superba al dire io fui l'amata,

Io fui la donna di Paolo da Novi.

Ma perché, allor che primamente io vidi

Questo Gaston, cedere a sue lusinghe?

Ma perché allor non affogarmi il core

Nell'amore d'un grande? Perché Dio

L'animo invitto ed il coraggio diede

Proprio retaggio all'uomo, ed alla donna

Tenero cuore e molle indole? L'uomo,

La rupe, immota al flagellar dell'onde;

Noi siam la rosa che ad ogni aura piega,

E i grati effluvii, e sé medesma affida.

Questo Gastone, io lo conosco un vile;

E n'ho dolor, ma l'amo ancora.

 

SCENA II.

 

Gastone e Detta.

 

Teresa.

Alfine

Giungi, o Gastone! In tutto il giorno ancora

Non ci siam visti (guarda all' oriuolo) , ed è già l'ora quarta.

E dal mattino all'ora quarta è lungo

Per il desio, e per l'amore, il tempo.

Gastone.

Scusa, o Teresa: sol potean privarmi

Di tua cara presenza le noiose

Cure112 che vanno annesse a una partenza.

Teresa.

La partenza di chi?

Gastone.

Di me.

Teresa.

Tu parti?

Gastone.

Sí, certamente.

Teresa.

E quando?

Gastone.

Alla primiera

Aurora.

Teresa.

Che di' tu? Domani? Ah, burli.

Gastone.

Ti par che trescar possa, allor ch'io parlo

Di separarmi da una cara, e tanto

Amata?...

Teresa.

Ma un'amata non si lascia.

È impossibile. Ah, no, non parti... è un giuoco,

Un crudel giuoco che mi festi... E puoi

Forse partire?

Gastone.

E perché no? Già molte

Donne che amava abbandonai.... D'amore

Presto risanan le ferite. Un breve

E pur dolce dolore in sulle prime

T'occupa il core, e poscia un altro oggetto

Ti fa il primo scordar. Cosí tra poco

A te avverrà per me. Scordasti Paolo:

Me scorderai per altri. Noi Francesi

Molto le donne amiam, perché simili

D'indole molto a noi ...

Teresa.

Le vostre donne;

Non, perdio, le Italiane. O Paolo, Paolo!

Io t'ho tradito per costui!

Gastone.

Perdona,

S' io fui costretto il crudo annunzio darti.

Credi, men dolse molto. Io ben sapea

Che avresti pianto, e dolorato assai.

Molte ne vidi piangere.

Teresa.

Non io.

Ben l'intendo: d'amore i fiori tosto

Avvizziscono, e allor convien gittarli.

E come d'altri tu per altri amori,

Presto Teresa oblierai; Teresa

Te presto oblierà per altri amori.

Gastone.

† Ben fai, a moderare il tuo dolore.

Quando non si può vincere la sorte,

Convien vincer sé stessi.

Teresa.

Io non mi vinco.

Tu stesso lo dicesti: il cor di donna

È come il core d'un Francese; tosto

Ama, e tosto dimentica. Gastone,

Ve' s'io son buona! Ad ingannarti il duolo

Della cruda partenza, io vo' cantarti

Una lieta canzone.

(Canta la stessa canzone che cantò nell'atto secondo).

 

SCENA III.

 

Un Servo, che entra, Un Frate, e Detti.

 

Servo.

Giunse un Frate;

Dice venir di Francia, e aver per Voi

Gravi novelle.

Gastone.

Venga.

(Il servo esce. Teresa continua a cantare, mentre

il Frate è introdotto).

Gastone.

Salve, o Padre;

Seder vogliate.

Frate.

No.

(s'avanza verso Teresa: quando le è in faccia,

essa trasalisce).

Teresa.

(tra sé) Dio mio, che sguardo

Oh, ma è morto

Gastone.

(lo guarda a sua volta stupito).

(tra sé) Se è morto

Frate.

Il vostro canto

Proseguite, madonna. In altri tempi,

Nella stagion dei sogni, amai, di donne

Che cantavano, simili canzoni.

Teresa.

Ma sedetevi, o Padre.

Frate.

No.

Gastone.

Che nuove

M'arrecate di Francia ! Certo, buone.

I ministri d'Iddio portano sempre

Benedizione e gioia.

Frate.

Ed io, dolore.

Gastone.

Che Dio n'aiuti! ma cattive nuove

Voi recate?

Frate.

Cattive.

Gastone.

È forse morto

Mio padre?... dite!

Frate.

Peggio.

Gastone.

Allor... mia madre?

Frate.

Peggio.

Gastone.

Che, dunque?

Frate.

Vel dirò tra poco:

Vi parrà troppo presto. Ma novelle

Voi datemi di qui. Molto rumore

Levò la fama di un cotal da Novi.

Lo conosceste voi? (a Teresa, che resta esitando)

Teresa.

Sí... lo conobbi.

Frate.

E voi? (a Gastone)

Gastone.

Per Dio, se lo conobbi! In questa

Casa abitava, e mi lasciò, morendo,

Una gentile eredità... (segnando Teresa) Non parvi?

Frate.

Vuol dir che è morto?

Gastone.

Si, per sua ventura.

 

E per vostra sventura ei vive. Darvi

Una trista novella io vi promisi...

E per Dio, tengo fede. Paolo vive;

Paolo da Novi è qui. (si svela)

Teresa.

Gran Dio!

(Gastone si precipita per partire)

 

(si pone innanzi alla porta) Indarno.

(Trae un pugnale e lo pone sul tavolino ; quindi

sguaina la spada).

 

ATTO V.

 

La scena è in una prigione, formante varii atrii. In uno di essi sarà il Pansa, presso il cadavere del Verrina.

 

SCENA I.

 

Pansa solo.

 

Pansa.

(togliendo il pugnale dal cadavere del Verrina).

Non io sul palco salirò. Gli è il vile

Che trepidante sovrastar si vede

Una morte nefanda, e non ha il core

Di prevenirla d'un istante. Un vile,

Io non lo sono, no. Questa parola,

Che da tanto nell'anima mi echeggia

Come il ricordo d'un delitto, mia

Non è; fra poco lo vedrem. Da forte

Pur io saprò morir. Da forte! io!

E perché no? Per la mia patria il sangue

Avrei sparso, ma non per un tiranno.

Ma... sparger nol voll'io per un tiranno,

O non... per Paolo? E che ciò importa? Paolo

Era un tiranno, o lo credeva io tale.

Ma lo credea davver?.. o lo volea

Cercar di creder, per non confessarmi

Che io tradía un generoso? Non sentiva

Una voce nel cor che mi dicea:

No, non è vero, né tu stesso il credi;

Altro è il pensiero che ti muove, e il sai?

O Teresa, o Teresa, in quell'istante

Che tu per Paolo mi sprezzasti... allora

Tu non sapevi di condurmi a tale,

Che saría giunto il dí che non avrei

Ardito in seno immergermi un pugnale,

Che avea sentito i battiti supremi

Del cor d'un generoso. Col mio sangue,

Ah no, non posso profanarlo. Io debbo,

Debbo morir sul palco, come... un vile113.

(Getta il pugnale: resta come assorto, colla testa

fra le mani. Entrano due carcerieri, che vanno

visitando le inferriate).

 

SCENA II.

 

Due Carcerieri e detto.

 

Primo Carc.

Vi hanno dunque da chiudere un lione,

Da temer sforzi queste inferrïate?

Sfido a escirne; e l'aiuti anche, se vuole,

L'angel di Dio, che liberò san Piero.

Ma chi dunque è costui?

Secondo Carc.

Paolo da Novi.

Primo Carc.

Paolo da Novi è morto.

Secondo Carc.

Morto? È vivo;

E come vivo! Se l'avessi visto

Menar la daga, allora che fu preso!

Che Dio ne scampi sino i rinnegati!

Se ho mai detto di cuore il Pater noster,

Fu questa mane.

Primo Carc.

Io non t'intendo affatto.

Paolo è ben morto. Non si parla d'altro

Per tutta la città. E poi, io stesso

Parlai con chi diceva averlo visto

Cader morto pugnando sugli spalti

Della città.

Secondo Carc.

Fu un sogno. Egli fu preso

Poc' anzi.

Primo Carc.

E come?

Secondo Carc.

In casa del marchese

Di......

Primo Carc.

Come? egli nascosto

S'era in sua casa? Oh, avea proprio trovato

Un bell'asilo! Avría cercato indarno

Mezzo piú certo, per montar sul palco.

Se non isbaglio, anche quegli altri due

Furon presi in sua casa.

Secondo Carc.

Certamente.

Primo Carc.

Ma chi gli pose in testa a darsi in mano

De' suoi nemici ei stesso, come Cristo

In mano de' Giudei

 

(egli aveva uggia col marchese per una cotal madonna

Teresa, che dopo che si credea morto Paolo, vivea con

lui. Paolo era partito con una galera, e quindi era

tornato. Sentita l'infedeltà di sua donna, montò in grande

stizza , e andò da lui vestito da frate).

 

Il marchese era proprio con madonna

Che gli cantava una cotal canzone.

Il frate entrò; quei gli parlaro; ed ei

Non rispondea, ma lentamente, sempre,

Sempre, senza far motto, si appressava

A madonna; ed allor che le fu in faccia,

Gittò l'abito finto, e apparve Paolo.

La daga a un lato, all'altro avea lo stile.

Primo Carc.

Gesus Maria, che vista!

Secondo Carc.

Ora tu stesso

Pensa come rimasero. Lo stile

Cavò, e lo pose sopra un tavolino

«Ad ognun la sua parte» ei disse ; e il brando

Mostrò al marchese, e a madonna lo stile.

Primo Carc.

Gesus Maria!

Secondo Carc.

«Messer, disse il marchese,

Voi volete una sfida! E sia; ma il brando

Io non mi trovo al fianco, e vado a tôrlo;

Ci batteremo a tutta oltranza» — «Amen»

Rispose Paolo: l'altro uscí, siccome

Per tôr la spada, e, chiuso l'uscio indietro,

Chiamò gente. Bargelli, carcerieri,

V'eravamo in cinquanta, e niente manco

Vi volea.

Primo Carc.

Credo bene.

Secondo Carc.

Apriam la porta,

Ed entriamo. Madonna era in un canto

Svenuta.

Primo Carc.

E non a torto.

 

Ei ci guardava

Venir, ridendo con un cotal ghigno

Da far paura a un paladino. Quando

Gli fummo presso, cominciò d'intorno

A menare la daga a dritta e a manca.

Bello signore Iddio! parea un demonio.

Basta, fu preso. Ma qualcun s'avanza.

È proprio lui.114

(Entra Paolo tra le guardie. Le guardie

e i due carcerieri partono).

 

SCENA III.

 

Paolo solo.

 

Paolo.

Io son l'infermo

Che sognava vagar di primavera

In un campo di fiori, e si risveglia

Sopra il letto di morte. Strinsi al seno

Una diletta, e m'ha tradito; al seno

Strinsi un amico, e m'ha tradito. Io dissi

Alla mia patria: «vieni, sul cammino

Della gloria io t'avvio; l'ultima stilla

Per te del sangue io verserò, sul fronte

Ti porrò un serto glorïoso tanto

Che al suo splendor scolorirà l'antico

Serto di Roma». E anch'essa m'ha tradito;

M'ha tradito essa pur. Dio santo, è troppo!

O cari sogni, o ingannevoli larve

Della mia giovinezza, anco un istante

Sorridete al morente. Oh, ch'io non muoia

Disperato! che l'ultima parola

Non imprechi all'Eterno!

(Momento di silenzio).

Eppure è vero

Le mie speranze giovanili, i giorni

Di mia vita trascorsi, affaticati,

Vagheggiando un pensier ch'io credea grande,

Non fûr che un lungo vaneggiar. Il giorno

Che incontrai prima le Francesi squadre,

Oh, perchè un ferro non trovai, che il core

Mi trafiggesse! Ne trafisser tanti!

Alla morte vicina avrei sorriso

Come a una cara; avrei meco la speme

Portata allorche questa patria mia,

Che m'ha tradito e ch'amo ancora, un giorno

Per me libera avría sparso il mio avello,

Frutto del sangue mio, colle sue palme115;

Che una diletta, un'adorata, avría

Confortato di pianto il cener mio.

Sogni! Sogni! Ed ancora a Paolo lice,

Lice a Paolo sognar. Proprio elemento,

L'Eterno ai figli della luce il cielo

Diede, ed ai figli della terra il fango.

Nati dal fango, noi dobbiam nel fango

Vivere, trascinarci, ed affogarvi.

Troppo tardi il compresi.

(In questo frattempo Pansa si sarà levato).

 

 

SCENA IV.

 

Paolo, Pansa.

 

Pansa.

(Incontratosi in Paolo, trasalisce).

Dio, quai forme

L'agitato pensier mi pinge innanzi?

Paolo da Novi!... Ma io lo veggo, È dunque

L'anima sua, ché lo tradii? Ma io

Lo so, che vile lo tradii; né vale

Ritentar crudelmente la mia piaga.

Piú aspreggiami un pensier, che pur nei sacri

Momenti della morte mi persegue,

Come un nemico che ti schiaccia, e ride.

Paolo.

(Lo guarda e sorride).

Come? tu pur sei qui? tu meco? Attendi

La morte? Né ti valse esser fuggito,

Aver deserto il campo? Anche i Francesi

Odiano i traditor? Già, tra rivali

Non vi puote esser pace.

Pansa.

Paolo, ascolta!

La tua rampogna il cor mi ferirebbe,

Se piú loco trovasse alle ferite.

Ma pria il dolor, l'amor, poscia il rimorso

Con sordo dente l'han squarciato e rôso.

In quest'ora suprema, in cui la vita

Non è piú che memoria, e la riguardi

Come una via già scorsa, in cui desío

Piú non t'illude, né timor, mi credi,

Mi fece un traditor, mi fece un tristo

Piú la sventura che la colpa. O Paolo,

O Paolo, non sprezzar l'unico pegno

Del mio rimorso che dar io ti possa.

(Coglie il pugnale, e glielo dà).

Tu che lo puoi, muori da prode.

Paolo.

Il giorno

Che la patria posommi in fronte un serto

Che non seppe difendere, ho giurato

Di non ristar nel mio cammin; guidasse

Al patibolo pur. Ed in quel giorno

Troppi vi furo di spergiuri, troppi,

Senza ch' io mi v'aggiunga.

 

SCENA V.

 

Un Carceriere, e detti.

 

Carceriere.

È giunta or ora,

Per vedervi, una donna.

Paolo.

A me una donna?

E chi è costei?

Carceriere.

Non so.

Paolo.

Non è vietato

Ad ognun di vedermi?

Carceriere.

Ella ha un permesso

Del marchese di..........

Paolo.

Ah, lo comprendo.

Ei credea che la vista della donna

Che m'ha tradito mi riescisse, in queste

Ore, siccome il riso d'un'Erinni.

E non intese che per me Teresa

Ormai non è piú ch'un dei mille vermi

Brulicanti a' miei piedi. Venga.

(Il Carceriere parte.)

 

SCENA VI.

 

Teresa, Detti.

 

Pansa.

(fra sé) Essa!... Ho peccato!... Ma, Dio mio, tu aggravi

Troppo la man sulla mia testa.

Teresa.

Paolo!

Paolo.

Chi mi noma? Chi sei?

Teresa.

Teresa.

Paolo.

È un nome

Che non m'è nuovo. Questo nome diedi

Ne' miei delirii ad una fra le tante

Larve svanite; lo rammento.

Teresa.

Paolo!

Non far pesar sulla mia testa tutto

Dell'onta mia e del tuo sdegno il pondo.

Troppo debil son io; nol sosterrei.

Non imprecare a lei che amasti un giorno

E or dalla colpa a te levare ardisce,

Purificata nel dolor, lo sguardo.

L'ultima volta la tua man distendi

Sulla mia fronte, e benedici a questo

Tenero fiore che travolse il turbo:

Mi benedici, e crederò che Dio

M'abbia rimessi i miei peccati116.

Paolo.

(stende la mano sulla testa di Teresa inginocchiata).

Pansa.117

(fra sé)

Dunque

Dio mi persegue? ho da morir dannato?

Paolo.

Io ti perdono, ed or che la sventura

Speme e desío m'inaridì nel core,

Per te ho una prece sulle labbra ancora,

Per te ancor levo la mia voce a Dio.

Sparga ei d'incanto la tua vita, come

Tu la mia prima giovinezza, e come,

Se l'alma mia d'ogni sentir la possa

Esausta non avesse, anco in quest'ora

Suprema di dolor, tu doreresti.

E dell'amor ch'io ti portai, ti lego

Pegno il tesor che solo ora mi resta;

L'odio a' stranieri.

(Le porge lo stile. Si sente aprir la porta;

Paolo fa segno a Teresa di nasconderlo. Ella

lo nasconde in seno).

Mi comprendi?

 

SCENA VII

 

Carcerieri, Sgherri, e Detti

 

Carceriere.

È l'ora.

Paolo.

Vengo.

Pansa.

(accostandosi a Teresa) Su te pesan, Teresa, i miei

Peccati. E sono molti, e molto grandi.

(Cade il sipario; cambia scena)118.




112 Supplisco la voce «cure», che nel manoscritto è tralasciata.



113 Nel manoscritto, di fianco a questo soliloquio del Pansa, è tirato un tratto di penna, e a metà della pagina, in margine, si legge: «Non si metta ».



114 Anche questa seconda scena è accompagnata tutta da un tratto di penna, colla stessa nota in margine: «Non si metta». Certo il Poeta voleva far sapere diversamente ciò che era avvenuto in casa di Paolo, parendogli che quel Secondo Carceriere ne sapesse troppo piú di ciò che poteva aver veduto direttamente e sentito.



115 Costruzione più chiara: «colle sue palme, frutto del mio sangue».



116 A questo verso, rimasto incompiuto, il Poeta ha premessa la croce, poi scrivendo questi altri:

E crederò che Dio m'abbia rimessi

I miei peccati.

Ma anche a questi ha premessa la croce, condannandoli.



117 Qui e più sotto, in fine della scena, il Poeta ha scritto «Verrina». Meditava d'invertire le parti tra i due traditori di Paolo?



118 L'Autore voleva soggiungere la scena del supplizio, per dare a Paolo occasione d'una parlata al popolo. Ma anche senza ciò, la Tragedia può dirsi finita. Accennerò qui per non dimenticar nulla, che il Paolo da Novi è contenuto in un solo quaderno, di ventiquattro pagine scritte, e sei bianche. Sull'ultima di queste è un appunto, che accenna all'idea di qualche ritocco nell'Atto terzo. Eccolo:

Atto 3°.

Gast.

Ma Paolo era un traditore.

Pansa.

Paolo era un traditore, è vero; ma per questo

Innocente son io? Che vale illudere me

stesso? Anche se non fosse stato un traditore

l'avrei tradito

 






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