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Goffredo Mameli
Scritti editi e inediti

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  • PROSE VARIE
    • PER LA COSTITUENTE ROMANA
      • V. DALLA PALLADE DI ROMA, N.° 455 (26 GENNAIO 1849).
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V.

DALLA PALLADE DI ROMA, N.° 455 (26 GENNAIO 1849).

 

È triste a vedere come la colpa dei malvagi gitti la divisione fra i buoni. È triste il vedere uomini che amano la verità, combatterla, travolti da pregiudizi, o da malinteso amore di essa, o da una certa fatalità di posizione. Quanti, che nella religione del Vangelo adorano ciò che noi adoriamo, s'arretrano tremanti innanzi al sublime sviluppo ch'ella prende a dí nostri, svolgendosi nella giovinezza di un'êra novella, applicata alle grandi rivelazioni della democrazia e della fraternità!

Vi fu un tempo in cui gli uomini, stanchi dell'errore che cercava consacrarsi della verità, contro quello, insieme, e contro questa si ribellarono. Quanto di sacro, quanto di grande si racchiude nelle parole: Dio, Fede, Anima, Sacrifizio, era stato cosí profanato dai mercatori del tempio, che il popolo, piú non reggendo agli sfrontati raggiri della ipocrisia, accettò fino il gelo dello scetticismo, e l'errore dell'ateismo, del materialismo, per porsi in sicuro da quelli. Allora il mondo parve diviso in due campi: nell'uno il passato, la tirannide e la credenza, almeno in apparenza; nell'altro la libertà, e il materialismo.

Un doloroso errore ne avvenne, quello cioè che gli uomini i quali erano nati alle sublimi ispirazioni della fede, credendo che queste non potessero maritarsi se non se col partito di chi difendeva il tempio (il quale, benchè profanato, serbava pure l'immagine di Dio), si strinsero a questo partito: chiusero gli occhi a quanto accadeva, credendo il tutto empietà e peccato. Ma i tempi correvano; il progresso essenzialmente spirituale e religioso, come manifestazione della legge di Dio, che non era ricorso ad un principio radicalmente contrario alla propria indole se non se per l'impeto d'una momentanea reazione, tosto riprendeva il suo naturale carattere di aspirazione continua verso il bello, il buono, il vero, triplice manifestazione della divinità sulla terra. Da quel momento la fede religiosa era tornata cogli uomini del progresso, e a quei del passato non aveva lasciata che la sua vecchia veste.

Il Vangelo è la religione dell'amore, della libertà, della fraternità; perciò la sua causa era quella degli oppressi, non quella degli oppressori. Ed erano Cristiani, quei che morivano martiri pei loro fratelli; non Gregorio, che per conservare il potere temporale elevava patiboli, e per amicarsi i potenti della terra, carnefice egli stesso, benediva i carnefici.

E nondimeno, quante anime vergini, informate all'amore, si posero sotto le insegne del Papato, credendo difendere in lui il deposito d'ogni credenza, la tradizione del Nazareno! I liberali sono, si diceva loro, i nemici di quanto esiste sacro e venerato. Ma i liberali vinsero, e mostrarono col fatto non esser questa che una menzogna. La Repubblica, in Francia, è piú religiosa della caduta monarchia; e fra noi, chi comparasse la corruzione ecclesiastica dei tempi della grande potenza dei Papi cogli attuali costumi, troverebbe che la religione non venne che a guadagnare, ravvicinandosi alla libertà.

Due grandi genii, in due differenti epoche, entrarono cattolici in Roma, e ne uscirono eretici, Lutero e Lamennais. Noi crediamo che molti, i quali erano increduli, palpitarono di fede quando il nome di Pio IX era sulla bocca degli eroi di Milano, e quando le sue labbra benedivano l'Italia, cioè quando il Pontefice del Cristo era il Pontefice della libertà. Una grande missione gli sarebbe stata serbata, se egli avesse voluto conservarsi tale. Ma non è lecito arrestarsi a mezzo la via: fra le due bandiere che oggi si levano, l'una a fronte dell'altra, in Europa, conviene appigliarsi francamente, determinatamente all'una o all'altra. E doveva giungere il momento in cui Pio IX dovesse scegliere fra l'abbandonar il trono per la libertà, o questa per quello, fra l'essere piú cristiano che principe, o l'essere piú principe che cristiano.

E un grande Italiano prevedeva, fin dai primi suoi passi, il tremendo problema in cui egli avrebbe finito per urtare, chiudendo il secreto della posizione di Pio IX in un profetico avvertimento: «Santo Padre, siate cristiano.» Forse egli non comprese il senso di quelle parole, se non quando si trovò a fianco del Borbone di Napoli; perché, quale che sia il suo accecamento, egli deve aver trovato qualche cosa di amaro nella propria coscienza, pensando ch'egli aveva portato la croce di Cristo nella stanza del bombardatore di Messina.

Eppure un grande insegnamento sgorga dai primi passi di Pio IX. Se i suoi interessi gli hanno impedito di seguitar la sua via, ciò non importa che il principio da lui rappresentato, e non incatenato agli stessi interessi, non possa seguirla. Il Cristianesimo congiunto alla tirannide impallidì; congiunto alla libertà tornò a risplendere della sua luce primitiva. Dunque, chi ama la fede, deve amare la libertà, la quale ne è l'applicazione; e la croce sul Vaticano e la bandiera tricolore sul Campidoglio si avviveranno l'una coll'altra della medesima luce.

Questa verità dovrebbe essere compresa dal nostro clero, e massimamente dalla parte giovine, che non ha ancora l'anima logorata dall'abitudine, e da quella parte che professa il sacerdozio come un apostolato, non come un mestiere, e non ama piú dello splendore il lucro della religione. Il posto di questi è con noi. Chi difende i beneficii ecclesiastici cerchi pure conservarli colle baionette straniere. Chi crede in Dio e nell'amore dei proprii fratelli, benedica ad un popolo che si alza e si rigenera alla libertà nel nome di chi disse: «Io venni a porre in libertà quelli che gemevano nella schiavitú.»

E ripetiamo: sta dall'un canto la religione e la libertà, dall'altro la ricchezza e il principato del clero e la tirannide. Quelli che sposando la Chiesa ne hanno sposata la fede, stieno colla libertà: quei che ne hanno sposata la ricchezza stieno colla tirannide. Agli uni resterà la coscienza pura e il sentimento d'aver operato il bene, e la riconoscenza e le benedizioni dei loro fratelli. Gli altri, col rimorso, non avranno neanche comprato il proprio vantaggio; perché oramai la speranza di far indietreggiare il secolo è più che un errore o una colpa, una stoltezza.

 




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