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Goffredo Mameli
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  • APPENDICI
    • IV.   RICORDI SCOLASTICI DELL'ANNO 1841, IN GENOVA.
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IV.

 

RICORDI SCOLASTICI DELL'ANNO 1841, IN GENOVA.

 

Non tornerà discaro ai lettori il conoscere qual fosse l'insegnamento nelle scuole classiche frequentate da Goffredo Mameli; segnatamente nell'anno 1841, quando egli fu uno dei quattro principi di rettorica. Quartus inter pares, come si vedrà; ma la cosa s'intenderà anche facilmente, chi voglia e possa ricordare che nelle scuole d'allora l'ingegno era riconosciuto bensí, ma si voleva accompagnato da diligente assiduità di esercitazioni, le quali fruttavano ogni mese un certo numero di onorate menzioni, onde in fin d'anno alla somma delle «onorate» si proporzionavano i premii. Il giovinetto Goffredo, con tanto ingegno che aveva, non era forse dei piú infervorati in quella battaglia quotidiana certo, per le ragioni di salute che ho già accennate altrove, non avendo fatto alle Scuole Pie tutto il corso delle classi anteriori, era giusto che non perdessero nulla dei diritti acquisiti coloro che quel corso avevano fatto intiero. Ma il grado di princeps non gli mancò, né poteva mancargli; tanto il maestro era ammirato del suo quattordicenne discepolo, ch'egli ricordò sempre sin che visse, non parlandone mai altrimenti che con le lacrime agli occhi.

Io pubblico qui il «Saggio letterario» delle Scuole Pie di quell'anno. Irreperibili oramai, questi documenti scolastici; e fu ventura mia aver ritrovato per l'appunto, in mezzo ad altri pochi, quello che piú mi premeva. Lo riferisco quasi per intero (tralascio soltanto i versi d'una Cantata e una breve prosa che li precede), perché oltre gli insegnamenti e gli esercizi dì rettorica si vedano quelli delle classi antecedenti. Maestro a Goffredo in rettorica fu il padre Muraglia, uno dei quattro grandi professori di Lettere che la famiglia Calasanziana aveva allora in Liguria. Agostino Muraglia in Genova, Francesco Pizzorno in Savona, Atanasio Canata in Carcare, Giovan Battista Cereseto in Finalborgo, uscirono certamente, come artisti e come eruditi, dalla schiera volgare; ma piú ancora come maestri si stesero oltre i confini dell'insegnamento ad essi affidato, predicando col precetto e coll'esempio, passando volentieri dai libri di testo a cercar bellezze da fonti diverse e lontane, mirando sopra tutto a coltivare il sentimento, muovendo fantasie, destando curiosità, che nuove letture fuori di scuola dovevano appagare e render fruttuose ai giovani ingegni.

Sono del Muraglia le brevi prose didattiche del Saggio accennato; notevoli per ciò che dicono e per ciò che lasciano intendere, specie se consideriamo i tempi non liberi, le cautele opportune, e le restrizioni rese necessarie dalla condizione soggetta dell'autore. Quanti ancor vivono, che l'hanno avuto maestro, rammentano com'egli fosse largo nel consentir letture di moderni. Classicista fervente, seguace della gran tradizione letteraria e civile della patria, dall'Alighieri al Parini, al Monti, al Foscolo, al Manzoni, al Leopardi, non si sbigottiva se entrassero in iscuola per note piú concitate di sentimento nazionale il Niccolini e il Guerrazzi, o se déssero troppo evidenti spruzzature di nuovi colori ai componimenti de' suoi giovani alunni i drammi del Goethe e dello Schiller, o i poemi del Byron e del Moore. A farla breve, era un maestro di classicità non diffidente, non gretta, aperta a tutti i ragionevoli influssi delle letterature moderne. Fu poi sua la passione, comunicata ai discepoli, di derivare nuovi elementi lirici alla poesia italiana dalle fonti della poesia Ebraica, specie da quella dei Profeti; e noi abbiamo veduto come se ne infiammasse Goffredo, da prima con ampie spigolature metodiche nella Bibbia, poi col farne nutrimento vitale, e sangue, a cosí dire, dell'arte sua propria. Ma io qui ripeto cose già dette nel proemio, e fo punto.

Del saggio del 1841 riferisco l'elenco di tutti i premiati, dalla rettorica fino alla classe elementare detta allora alla buona «di leggere e scrivere.» Mi è parso bene che al principe di rettorica facessero amicamente cortéo gli alunni migliori di tutte le classi. Molti di essi vivono ancora in verde maturità; saranno lieti di trovare in queste pagine insieme col loro nome un profumo della loro prima adolescenza.

 

SAGGIO LETTERARIOdegli Alunni delle Scuole Pie in Genova l'anno Scolastico MDCCCXLI

SAGGIO DI COMPORRE.

RETTORICA. Scrivono in prosa latina o italiana sopra argomenti storici, e altri che non sieno superiori alla lor Classe, e in poesia ne' piú facili metri, i signori

Boccardi Bartolomeo

Mameli Goffredo

Tagliavacche Carlo

Zignago Giuseppe

Randaccio Carlo

Montano Nicolò

 

UMANITÀ SUPERIORE. Si espongono a scrivere in prosa italiana e latina, in verso sciolto italiano, in versi latini eroici e saffici sopra argomenti di Storia Sacra, Romana, Mitologia, o di altro genere adatto alla Classe loro, i signori

Pizzardi Costantino

Ricci Napoleone

Vitale Domenico

Roisecco Luigi

Acquarone Alessandro

Balestrero Angelo

 

 

VERITÀ ED AMORE

FONTI DEL BELLO

Saggio letterario degli Alunni di Rettorica

Programma.

 

Il Bello, o si contempli nel primo suo tipo, o nelle immagini che l'universo ne rende, o nelle opere d'arte, è il Vero guardato con amore; in Dio Verità e bellezza sono una cosa; la Natura tanto è bella, quanto agli occhi fa specchio del primo Vero; e l'arte, fredda e muta per sé medesima, si avviva al lume e nel calore del Vero. Ma il Vero non ha efficacia sugli animi, se non per l'affetto; e come ai ciechi ogni luce è muta, cosí ogni verità, a cui manchi l'affetto che al suo lume si apra. Ecco le fonti della poesia, anzi delle Arti, non altro essendo dall'una all'altra di esse che differenza del mezzo proprio di ciascheduna, non della natura, che hanno comune. Né perciò altri creda che noi poniamo a soggetto dell'arte la realtà positiva, tanto nel concetto nostro lontana dal Vero quanto i colori della tavolozza dal quadro. Verità è per noi la grazia, l'affetto, il bello morale; verità la natura, la coscienza, la storia, tutto insomma che nell'universo o nell'uomo fa fede di Dio. Si dirà che le passioni, che pur sono in ogni letteratura tanta parte di poesia, e la storia e la stessa natura non sempre porgono immagine del primo Vero; che certa imitazione delle cose quai ch'elle siano, onde ebbero nome alcuni antichi e molti moderni, non vuole d'altro far fede che di sé medesima; che assai tratti dei piú lodati nei classici non hanno pregio dal soggetto, ma solo dall'arte; che questa piace per sé; il Vero per essa, ecc.

Questa dottrina era debito nostro di accennare; ma non crediamo di averla a ribattere, quando né il luogo né il caso il consente, né vive forse in Italia scrittore che la riceva, e sta contro di essa l'autorità di nomi a tutta Europa chiarissimi, come di ristoratori della critica; e l'esempio de' sommi italiani, da Dante a Manzoni. La poesia non ebbe mai, né avrà potenza sugli animi, cioè propria bellezza, se non come eco dell'inno che l'universo canta a Dio, come tocco che scuote dalla selce le scintille della fiamma divina. Né questo può l'imitazione, piacente, se cosí vuoi, ed ingegnosa, ma né inspirata per sé medesima, né inspiratrice. Io non so quanto la Mitologia e le dottrine religiose degli antichi valessero a chiarir loro la ragione e i fini supremi dell'arte, nè so se dai libri dei Latini o dei Greci possa cavarsene un piccolo concetto; ma il Sanctum Poetae nomen, l'Est Deus in nobis, e cosí fatti, mostrano che non ne avevano almeno dimenticato le origini e l'indole prima. Ed è notabile, come le definizioni piú diverse pongano tutte, elementi della Poesia, Verità ed Amore; in ciò solo concordi. L'imitazione di Aristotele, la creazione di Platone, la pittura di Orazio e di Tullio, la rassomiglianza di Castelvetro, suppongono un Vero che con amore si esprima, si dipinga, s'imiti; un amore che ci levi all'intuizione del Vero. Nostro proposito è di riscontrare questa idea in due sommi Poeti, nei quali la lontananza dei tempi, e i costumi, e gli ingegni diversi, mostrino l'unità del principio nella più ricca varietà. Della scelta non accade dar ragione. Chi de' latini va innanzi a Virgilio, degli italiani a Dante? L'uno e l'altro sono a' giovani esempio vivo di quel Bello, che ha sede nell'anima; lo stile (unico in ambedue) pare in essi non tanto squisito lavoro, quanto abito nativo dell'affetto; senza che, l'uno è la piú bella espressione della civiltà antica, l'altro del risorgimento italico; e due religioni, due epoche, due mondi, vengono cosí a paragone.

Ma che dire del presente saggio? Verità e Amore adombrano il concetto del Bello cosí in genere; ma a sentire innanzi nel Virgilio, e nel Dante, bisogna tal cognizione delle lingue, del secolo, delle dottrine, de' fini dell'autore; tale studio della parte che ciascuna di esse cose ha nel bello dell' opera; tal giudizio, in fine, che niuno aspetta da noi. Poco adunque il Saggio promette; e tenesse quel poco! Primo, incerto, ebbe per giunta tali fortune, che può recare a miracolo l'essersi tratto fin qui; e implora grazia da' cortesi, non come frutto (che non è), ma come desiderio e speranza.

Poniamo qui, per maggior chiarità e norma i seguenti articoli: I. Fonti del Bello sono Verità ed Amore. II. Il vero distinguiamo dal positivo; l'uno è materia di poesia, non l'altro; III. Amore è quell'aura d'affetto che spira dalle opere di Dio; è fuoco latente del Creato, non affettazione di sentimentalismo. IV. L'Arte è dunque, per essenza, cosa morale. V. Né il solo diletto può esserne fine. VI. Gli esempi dei sommi ne sono prova.

Applicheranno i principii qui esposti agli autori che seguono, e risponderanno alle domande ed obbiezioni che loro sieno fatte (entro i termini convenienti) i signori

 

Boccardi Bartolomeo

}

 

Randaccio Carlo

}

 

Tagliavacche Carlo

al Dante

Zignago Giuseppe

al Virgilio

Mameli Goffredo

 

Montano Nicolò

 

 

VIRGILIO

 

Il campo della poesia è qui meno vasto; ma odi il cantar che nell'anima si sente. Noi non cerchiamo in Virgilio il pregio dell'Epopea, o la verità dei caratteri, o il largo fiume di Omero, né s'egli splenda di propria luce o di riflessa, né se la poesia di Omero sia nell'Eneide fiore posticcio e avvizzito, o in nuovo terreno si allegri di nuovi colori. Omnia jam vulgata. Nel grande Epico corre una vena di affetto che lo distingue tra i poeti, e dà alla cetra del Lazio una corda da fare invidia alla lira dei Greci. La sua poesia non è, come degli anni verdi, riso dell'universo; è voce che suona dal petto profondo, è soave lamento, o gemito acerbo di cuore piagato. Quel riso sereno dell'anima che sa nulla, e piangendo e ridendo pargoleggia, non può chiedersi ad un'età matura di anni e di studj, come era il secolo di Augusto; né ad un popolo che non ebbe per tanti secoli (se pur mai) altre lettere che straniere. Ma la bellezza dell'affetto, ed in ispecie de' piú cari, che pure è bellezza sempre verde, chi de' Latini e de' Greci vorrebbe contendere a Virgilio? L'amore in altri ora è sozza libidine, ora ambizioso e loquace, dove affoga nelle erudizioni, dove leggero e mobile ad ogni lusinga, e non piú che capriccio di elegante Epicureo: dei Latini sol uno mostra che sentisse piú delicatamente, e l'amore (quanto il reo costume concedeva) nobilitasse col candor dell'affetto; ma non toccò che una corda; laddove tra le mani del grande Epico la lira non ha suono che non renda, e l'armonia ne viene all'anima cosí soave, come al nuovo peregrino in sulla sera la memoria del tetto materno. La poesia interiore, quella che canta i segreti del cuore, fu rivelata dal Cristianesimo; ma in Virgilio spira, quasi annunziatrice degli albori, un'aura di bellezza nuova e profonda. Didone non è solo un bello episodio, una scena passionata; è tutta una storia di una passione tremenda, nel suo nascere, nei primi moti, nella rapida gradazione, nel bollore, negli estremi in che sospinge; storia di amor tremendo in anima intera ed alta; di amore che le cure di un nuovo regno, e acerbe memorie, e santo pudore, e lieti cominciamenti, e tristi abbandoni, atteggiano di grazia, di pietà, di terrore, di forme svariatissime e proprie: è poesia di Latini ed ai Greci nuova, e quasi direbbesi cristiana, piú che gentile. Nell'Eurialo e nel Pallante, e in altrettali potrà alcuno scorgere i vestigj di Omero; la Didone è creazione del Mantovano.

Bella prova dei fonti di Poesia ci sono questi luoghi, ove è tanta bellezza, quanta verità ed innocenza di affetto. Dico verità ed innocenza, e parrà forte a chi vegga negli esempj citati la Didone. Né noi certo la scuseremo di cosa, di che ella chiamasi in colpa: ma oltreché, se la Didone è alta tragedia, dee pur levarsi a piú sublime amore che di sensi, non avendo amore bellezza di poesia se non come rivelazione e mistero, l'innocenza dell'affetto, che rattiene in Elisa e combatte l'amore, dà al poeta i tocchi piú delicati e i piú vaghi colori del quadro. Quel pudore non basta a salvare la misera; ma come le è caro, com'ella lo ama, e di lui si adorna, e caduta lo piagne! Né le smanie disperate di Elisa hanno dignità e altezza tragica, se non dall'affetto che compresso rimbalza e guida a quel Vero, di cui il dolore dà all'anima tanta fede. La misera tradita ne appella al cielo e imprecando al Troiano riesce maravigliosamente poetica, non, credo io, per la rabbia impotente d'uno sfogo disperato, ma perché la storia veste quelle parole di lume profetico, e le vedi dopo lunghi secoli piovere in fiamme sui nipoti del fuggitivo, onde la storia splende alla sua volta in nuova luce. Degli altri luoghi non occorre far parole, la poesia essendo in essi canto del cigno.

 

Si pongono qui per maggior facilità i titoli delle parti singole, in cui versa il saggio.

Didone. — Innocenza, ed Amore. — Anna. — Amore prevale. — Fama. — Jarba. — Mercurio. — Didone avvisa la fuga. — Enea si scusa. — Furore di Didone. — Anna ad Enea. — Notte. — La Regina in tempesta. — Vede i Troiani in mare. — Proposito di morte. — Parole estreme. — Morte.

Niso. — I due amici. — Pensiero dell'impresa. — Notte. — Alete. — Ascanio ed Eurialo. — Morte dei due amici. — La Madre di Eurialo.

Pallante. — Si parte dal Padre. — È ucciso da Turno. — Evandro lo rivede sulla bara.

Lauso. — Sottentra al padre nel pericolo. — Ucciso da Enea. —— Dolore di Messenzio.

 

DANTE

 

Verità ed affetto, ove anche non fossero sorgenti di ogni Poesia, sarebbero pure fonti della Dantesca. Il Poema sacro era voto di amore; ed il Poeta non guardò a freddi, vigilie, fami che per tanti anni lo fecero macro, per tener fede al proposito «di non dire di quella benedetta, in fino a tanto che potesse degnamente parlare di Lei .... Sicché, se piacere sarà di Colui per cui tutte le cose vivono, che la mia vita per alquanto perseveri, spero dire di Lei quello che mai non fu detto d'alcuna. E poi piaccia a Colui che è sire della cortesia, la mia anima se ne possa ire a vedere la gloria della sua donna, cioè quella beata Beatrice, che gloriosamente mira a faccia colui qui est per omnia saecula benedictus.» Quale lungo studio e acutezza d'indagine potrebbe chiarirci la ragione del poema, come queste cosí schiette parole e cosí vere? Della verità ci assicura innanzi tratto l'amore, che ispirava il poeta: ma chi non sa come egli lo sdegno, la speranza, l'amore, le passioni dell'anima travagliata, venisse sfogando nella Commedia, la quale è perciò non solo, come tutti i Poeti sono, testimonio di quell'età, ma storia viva dell'Alighieri? Con piú ragione che gli altri può adunque egli dirsi Poeta di verità e di amore; io dico di quell'amore e verità che sono vita delle arti. Di qual tempra infatti fosse l'amore di Dante, per le parole citate, e per gli effetti che nella Vita Nuova di lui si narrano, è manifesto. Ad un animo poi cosí naturato e di alti studj nudrito, le cose fisiche e morali, i casi della vita, le memorie, i desiderj, erano materia di quella bellezza di poesia, che quasi sempre nel Dante è altezza di concetto, o delicata verità di sentimento. E giova pure ripeterlo: Dante, quando canta di vena, è poeta sempre; la patria, l'amore, la fede, gli dettano versi che non furono pareggiati mai. Religione ed amore si contemperano in quell'anima sdegnosa a dolce melanconia, e ora gli rivelano segreti ineffabili; ora gli dànno come un nuovo senso dell'armonia di natura coll'anima, senso delicato e profondo, che desideri negli antichi, e trovi rado nella scuola moderna, che di lui si gloria; ora gli temperano in numeri divini le parole di umile confessione, di preghiera, di fede, sicché l'altissimo canto muove da nuova Musa. Ma il poeta sommo era (con pace de'suoi adoratori) era pur uomo; né uomo visse mai tanto grande, che fosse al tutto singolare dalle opinioni del suo tempo. Fioriva di que' giorni nelle scuole la dialettica; fioriva il gusto delle allegorie; questo e quella con sicurezza d'imperio, pericolosa agli ingegni piú retti. Se talvolta nella Commedia si desidera l'evidenza, la grazia, l'affetto di Dante, ad esse la colpa. Lotta ben egli nella selva selvaggia, e qua e là la dirada di bei lumi di poesia; ma l'intricato laberinto lo affatica. Né le sottigliezze dialettiche, né gli enigmi delle allegorie gli dettavano Ugolino, o Francesca, o Beatrice, o Sordello, o quale piú vuoi di quei canti, onde il poema fu cosí popolare in Italia, e ammirato in Europa.

Che diremo del Dante settario, riformatore della Chiesa, precursore di Novatori, e altrettali trovati de' giorni nostri? Sogni d'infermi, larve che il sole dilegua. Altri con piú di ragione vide nella Commedia una tremenda vendetta; e tal uomo, ch'io nomino qui con riverenza di discepolo, dubitò non forse abbia il poeta, con malizia pari all'ingegno, ordinata al reo fine la religione. Certo assai volte il verso gli viene a seconda dell'odio, che detta dentro. Ma l'odio può dirsi perciò la musa dell'Alighieri? O ha l'odio facoltà di poesia, e ricchezza, che basti alla tela di Dante? Altri ne giudichi. Che ne' piú bei luoghi del poema spirino pietà e amore, niuno ch'io sappia, ha fin qui negato; il che basta al caso nostro, né ora giova cercare più avanti.

Noi abbiamo fra i tre scelto il Purgatorio, come quello che piú facile del Paradiso, e di colori piú dolci che l'Inferno, induce nei giovani amore della poesia dantesca, senza il mal vezzo di quell'ira posticcia che molti scambiano bonariamente pel genio di Dante. Il Purgatorio è canto di speranza e di amore; e forse non vi trovi immagine, che non tenga dal soggetto abito gentile. L'ira che talvolta vi tuona, da uno o due luoghi all'infuori, in cui l'amarezza dell'odio aspreggiato da ingiurie recenti trabocca, è voce di amore; e que' luoghi stessi , quando (come accade in quelle anime nutrite di fede) l'ira volge in pietà, o si abbandona nella eterna Giustizia, rendono suono di non piú udita poesia.

 

Dante rivede il Cielo. — Catone. — Casella — Manfredi. — Buonconte. —Sordello. — Valletta de' Principi. — La sera. — Malaspina. — Intagli. — Oderisi. — Esempj di punita superbia. — Sapia. — Invettiva contro Toscana. — Visione d'ira. — Marco Lombardo. — Ugo Capeto — Forese. — Ragione del Bello in poesia. — Si parte da Forese. — Lia e Rachele. — Paradiso terrestre. — Matilde. — Discesa di Beatrice. — Sue parole al Poeta. — Confessione. — Visione.

 

LA VERGINE

 

Trattenimento accademico

 

tenuto dalle Classi di Rettorica e di Umanità

in occasione della solenne distribuzione dei premj, l'anno MDCCCXLI

 

SERIE DEI COMPONIMENTI

 

I.

 

Primogenita di Dio

 

Sciolti, del signor Acquaroni Carlo

recitati dai signori Scribanis Riccardo e Frixione Antonio.

 

II.

 

La Promessa

 

Canzone, del signor Randaccio Carlo.

 

III.

 

I Vaticinii

 

Ode, del signor Randaccio Carlo

Recitata dal signor Linnò Mario Loreto.

 

IV.

 

Il Tempio

 

Canzone, del signor Boccardi Bartolomeo

Recitata dai signori Ardizzoni Nicolò e Deamicis Marco.

 

V.

 

Verginità ed Aamore

 

Anacreontica, del signor Boccardi Bartolomeo

recitata dai signori Parodi G. B. e Pizzardo Federico.

 

VI.

 

Grazia.

 

Anacreontica, del signor Tagliavacche Carlo.

 

VII.

 

Guerra

 

Quartine, del Signor Roisecco Luigi

recitate dal signor Parodi Eduardo.

 

VIII.

 

L'ispirazione puerile

 

Scherzo per dialogo, recitato dai signori Romairone Lazzaro

e Degrossi Giovanni

 

IX.

 

Corona

 

Canzone libera, del signor Mameli Goffredo

recitata dal signor Ravettino Andrea.

 

X.

 

Specchio di Dio

 

Sonetto, del signor Boccardi Bartolomeo

recitato dal signor Sbarbaro Luigi.

 

XI.

 

Speranza nostra

 

Saffici latini, del signor Pizzardi Costantino

recitati dal signor Gravier Giovanni.

 

Versione, dello stesso

 

recitata dal signor Graziani Matteo.

 

XII.

 

I Rosarj di nocciuole

 

Scherzo per dialogo, recitato dai signori:

Linnò Mario Loreto, Grillo Adriano, Rossi Tommaso.

 

XIII.

 

Ecce Filius Tuus

 

Elegiaci, del signor Vitale Domenico

recitati dal signor Rolla Felice.

 

XIV.

 

Ispirata e ispiratrice

 

Canzone, del signor Mameli Goffredo.

 

XV.

 

Ultima e prima

 

Sonetto, del signor Montano Nicolò

 

Rendono le dovute grazie i signori

Schiaffino Giovanni, Belloro Luigi, Carli Francesco

 

ALLA VERGINE

 

Inno per musica

 

Cantato da D. Piccaluga Luigi, dagli alunni Antonio e Gio. Battista fratelli Poggi,

Antonio e Filippo fratelli Finocchietti per parte di Coro, ammaestrati

dal ch. prof. e direttore della musica sig. Drago Beniamino.

 

SAGGIO SEMIPUBBLICO

 

tenuto il giorno 25 agosto.

 

Umanità superiore. Si espongono a scrivere in prosa italiana e latina, in verso sciolto italiano, in versi latini eroici e saffici, sopra argomenti di Storia Sacra, Romana, Mitologia e di altro genere adattato alla classe loro, i signori: Sbarbaro Luigi — Bozzano Filippo — Odero G. B. — Gatti Celso — De Amicis Marco.

 

Umanità minore. Si espongono ai seguenti esercizj:

1°. A scrivere in prosa italiana e latina, in verso latino eroico o elegiaco, sopra argomenti di Storia Sacra, Romana e Mitologia, i signori:

Parodi Edoardo — Graziani Matteo — Vattuone Giuseppe — Gualco Vincenzo.

2.° A ridurre in versi latini eroici ed elegiaci alcuno squarcio di poesia italiana, i signori:

Castelli Giuseppe — Rolla Felice — Belloro Luigi — Giangrande Pompeo.

3.° Ad esporre a voce qualunque fatto della Storia Romana;

4.° A tradurre secondo la loro classe il lib. 3 dei Commentarii De Bello Gallico di Giulio Cesare, gli squarci scelti dei lib. I, II, III, VI, dei Fasti, e il lib. III dei Tristi di Ovidio, i signori:

Gravier Giovanni — Staglieno Marcello — Alessio Giovanni.

 

Grammatica. Si espongono ai seguenti esercizj:

1.° A stendere di proprio una breve narrazione italiana o latina sopra alcuno dei fatti principali della Storia Santa e dell'Antica (dalle prime Monarchie sino alla morte di Alessandro) e dalla prima età della Chiesa sino a Costantino;

2 ° A dire in latino e in italiano le Vite di Cornelio (Temistocle, Aristide, Cimone, Trasibulo, Conone, Dione, Ificrate, Cabria, Timoteo, Focione, Timoleonte, i Re) e gli Apologhi di Fedro dei lib. II, IV, V, mostrandone a richiesta il senso, e la ragione della sintassi grammaticale, i signori:

Elia Giuseppe — Parodi G. B. — Ferretto Francesco — Linnò Mario Loreto.

Al primo esercizio, i signori:

Ferrando Antonio — Passaggi Giulio Cesare.

Al primo e secondo esercizio per alcune delle vite suddette, e qualche libro di Fedro, i signori:

Pizzardi Antonio — Gimelli Cesare — De Maestri Luigi — Conti Eugenio — Frixione Antonio.

Per tutti gli apologhi di Fedro, il signor

Vaggi Marcello.

 

Grammatica inferiore. 1.° Traducono a voce l'Epitome (Historiae Sacrae), dando la ragione delle parole, e, richiesti , espongono il contenuto di ciascun capo; 2.° rispondono sulla Cronologia, e dicono gli avvenimenti piú noti dell'Antico Testamento compresi tra un'epoca e l'altra, secondo i cenni sotto indicati; 3.° recano a voce in latino un facile esempio loro proposto, i signori:

Parodi Augusto — Celesia Lorenzo — Castelli Santino — Fiorini Francesco — Bregante Virgilio — Zignago Felice — Schiaffino Giovanni — Montano Nicolò — Golis Enrico.

Al primo esercizio i signori:

Fava Lorenzo — Bernabò Damaso                Rossi Tommaso.

 

Cenni cronologici. Che vuole intendersi per Cronologia — Storia — Era — Epoca — Secolo — Lustro — Olimpiade — Anacronismo. — Quali le Ere principali. — Le epoche della Storia Santa. — Il tempo di ciascheduna.

 

Epoche di storia antica. Creazione — Diluvio — Vocazione di Abramo — Legge scritta — Dedicazione del tempio di Salomone — Rovina del regno d'Israele — Schiavitú di Babilonia — Alessandro Magno in Gerusalemme — Persecuzione di Antioco, sino alla venuta di Gesú Cristo.

 

Lingua italiana. 1.° Si espongono a dare le definizioni delle parole componenti il discorso, applicandone l'analisi sopra un brano della Storia Santa loro indicato. 2.° Date loro alquante parole, ne formeranno a voce diversi pensieri; e proposti tre pensieri corrispondenti, gli uniranno della debita congiungente. 3.° Rispondono ai seguenti cenni della Geografia i signori:

Peker Carlo — Gamba Carlo — Romairone Lazzaro — Caviglia Carlo — — Cerutti Stefano — Casati Enrico — Liparelli Marcello — Morixe Gaetano — Gatti Francesco — Carli Francesco — Cella Arcangelo — Demartini Angelo.

Al secondo e terzo esercizio, i signori:

Barabino Paolo — Dedone Giacomo — Semino Paolo — Ferro Giulio — Grillo Adriano — Bonanni Antonio.

 

Cenni di geografia generale. Che cosa sia Geografia — la Terra — Come si determina la situazione dei varii paesi della Terra — quale il moto della Terra — che cosa sia Equatore, e a qual uso — Tropici — le Zone — Quando e come si hanno gli Equinozj — i Solstizj — Antipodi — Meridiano — Latitudine e Longitudine — Zodiaco — i segni dello Zodiaco — l'Orizzonte — che sia Continente, e quanti — Isola — Penisola — Istmo — Promontorio — Capo — Stretto — Golfo — Lago — Fiume.

 

Cenni di geografia parziale. Divisione della Terra abitata — divisione dell'Europa — dell'Italia — di questa sotto Carlo Magno —— di essa dopo il secolo XVIII — stato attuale dell'Italia — suo clima — sua produzione e commercio — piú distintamente diranno di Genova, di Torino, di Firenze, di Pisa, di Roma.

 

Leggere e scrivere. Si offrono a dare alcun saggio di loro intelligenza e memoria colla recita di Storia Santa i signori:

Peker Michele dei primi tre libri; Pozzo Bartolomeo, di Giuda Maccabeo; Montaldi Agostino, di Tobia; Sciaccaluga Giovanni, di Ester; Grillo Didimo, di Salomone.

Di varie novellette, i signori:

Rombo Domenico — Copello Lorenzo — Gazzo Francesco — Capurro G. B. — Romairone Cristoforo — Dellepiane Domenico — Ginocchio G. B. — Allegro Angelo — Origone Luca.

 

Ringraziamento, recitato dai signori Grillo Onorio — Rombo Domenico — Grillo Didimo — Semino Paolo.

 

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AD MAJUS - PIETATIS INCREMENTUM - JUVENUM UTILITATEM PROMOVENDAM - PATRIAEQUE

DECUS HONESTANDUM - IN GENUENSI - SCHOLARUM PIARUM - DOMO - ANNO MDCCCXLI

IN SOLENNI PRAEMIORUM DISTRIBUTIONE - MERITI INSIGNIBUS DECORATI SUNT

EXPERTI PROBATIQUE

 

EX RHETORICA

 

BOCCARDI BARTHOLOMAEUS - TAGLIAVACCHE CAROLUS

 

merito pares

 

RANDACCIO CAROLUS.— MAMELI GODEFRIDUS

 

His proxime accesserunt

 

ZIGNAGO JOSEPH - MONTANO NICOLAUS

 

Ergo pietatis

 

TAGLIAVACCHE CAROLUS - RANDACCIO CAROLUS

 

Honesta mentione digni

 

PASSAGGI FRANCISCUS - CERUTI ALOYSIUS - RAVETTINO ANDREAS

 

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EX HUMANITATE SUPERIORE

 

PIZZARDI CONSTANTINUS - VITALE DOMINICUS

 

His proxime accesserunt

 

ROISECCO ALOYSIUS - ACQUARONE ALEXANDER

 

Ergo pietatis

 

ARDIZZONI NICOLAUS

 

Honesta mentione digni

 

RICCI NAPOLEO - BALESTRERO ANGELUS - ODERO JO-BAPTA

SBARBARO ALOISIUS - BOZZANO PHILIPPUS - GATTI CELSUS – DE-AMICIS MARCUS

 

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EX HUMANITATE INFERIORE

 

PARODI EDUARDUS - VATTUONE JOSEPH

 

His proxime accesserunt

GRAZIANI MATTHAEUS - GUALCO VINCENTIUS

 

Ergo pietatis

 

VATTUONE JOSEPH

 

Honesta inentione digni

 

BELLORO ALOISIUS - CASTELLI JOSEPH - GIANGRANDE POMPEJUS

ROLLA FELIX - STAGLIENO MARCELLUS - ALESSIO JOHANNES

SCRIBANIS RICCARDUS - GRAVIER JOHANNES - GATTORNO HENR1CUS

 

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EX GRAMMATICA SUPERIORE

 

ELIA. JOSEPH - FERRETTO FRANCISCUS

 

His proxime acesserunt

PARODI JO:BAPTA - VAGGI MARCELLUS - LINNÒ MARIUS LAURETUS

 

Ergo pietatis

 

CONTI EUGENIUS

 

Honesta mentione digni

PIZZARDI FRIDERICUS - GIMELLI CAESAR - PASSAGGI JULIUS CAESAR

DE MAESTRI ALOYSIUS - CAFFARENA ALOYSIUS - FERRANDO ANTONIUS

FRIXIONE ANTONIUS - ARNÒ BENEDICTUS - PISONI ALOYSIUS

GIULIANI LUDOVICUS

 

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EX GRAMMATICA INFERIORE

 

PARODI AUGUSTUS - CASTELLI SANCTINUS

 

His proxime accesserunt

 

BREGANTE VIRGINIUS - SCHIAFFINI JOHANNES

MORO CAROLUS - CELESIA LAURENTIUS

 

Ergo pietatis

MOSTO CAROLUS

 

Honesta mentione digni

PIGRETTO JOHANNES - FIORINI FRANCISCUS - ZIGNAGO FELIX

MONTANO NICOLAUS - FAVA LAURENTIUS - GOLIS HENRICUS

BERNABÒ DAMASUS - ROSSI THOMAS

 

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EX ARITHMETICA

 

PINASCO JOHANNES BAPTISTA

 

Ergo pietatis

 

DEBARBIERI EMMANUEL.

 

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EX LINGUA ITALICA

 

PEKER CAROLUS - ROMAIRONE LAZARUS

 

His proxime accesserunt

 

CERUTI STEPHANUS - LIPARELLI MARCELLUS

GATTI FRANCISCUS - CELLA ARCHANGELUS

 

Ergo pietatis

 

CASATI HENRICUS - BERNABÒ EDUARDUS - DEMARTINI ANGELUS

 

Honesta mentione digni

 

CAVIGLIA CAROLUS - CARLI FRANCISCUS - GAMBA CAROLUS - BARABINO PAULUS

DEMARTINI ANGELUS - MORISCE CAJETANUS - BERNABÒ EDUARDUS - FERRO JULIUS

SEMINO PAULUS - CASATI HENRICUS - GRILLO ADRIANUS - DEDONE JACOBUS

BONANNI ANTONIUS

 

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EX CALLIGRAPHIA

 

PEKER MICHAEL - GRILLO DIDIMUS

 

Merito pares

 

ROMAIRONE CHRISTOPHORUS - ROMBO DOMINICUS

 

His proxime accesserunt

 

MOLINARI JOSEPH - COPELLO LAURENTIUS - GAZZO FRANCISCUS

BALESTRERO DOMINICUS - ORIGONE LUCAS - GINOCCHIO JO:BAPTA

 

Ergo pietatis

MONTALDO AUGUSTINUS - DELLE PIANE DOMINICUS – SCIACCALUGA JOANNES

 

Honesta mentione digni

 

PROFUMO SANCTINUS - PIAGGIO JACOBUS - ORSOLINI MICHAEL

ALLEGRO ANGELUS - POZZO EMMANUEL - MICONE JO: BAPTA

MALACORDA JACOBUS - COMPIANO JO:BAPTA - TORTELLO JO:BAPTA

 

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QUOD. FELIX FAUSTUMQUE . SIT

 

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