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Goffredo Mameli
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  • APPENDICI
    • VIII.   GLI ULTIMI GIORNI DI GOFFREDO MAMELI
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VIII.

 

GLI ULTIMI GIORNI DI GOFFREDO MAMELI,

 

I.

 

L'on. Pietro Delvecchio, nel 1885, proponendosi di tessere una biografia di Goffredo Mameli, aveva incominciato a raccoglierne i materiali. Ed erano tra questi i Cenni di Antonio Doria sugli estremi momenti del Poeta soldato. Le cure parlamentari da prima, poscia la morte che colse l'egregio uomo nel 1895, gli tolsero di colorire il concepito disegno; e le note del Doria, insieme con altre carte di appunti, pervennero a me per gran cortesia dell'egregio pubblicista ed amico mio signor Felice Oddone, desideroso ch'io potessi giovarmene in un'opera, che a lui, della gloria di Goffredo Mameli tenerissimo, stava a cuore come a me. Di quelle carte, infatti, mi giovarono alcune paginette di Nicola Mameli, preziose per ricordi domestici; mi giovano qui i cenni del Doria, preziosi ugualmente per ciò che narrano intorno alla fine di Goffredo.

Antonio Doria, romano, ufficiale in sua gioventú nella direzione generale delle Dogane pontificie, aveva animosamente partecipato alle guerre patrie del '49. Caduta la difesa di Roma e restaurato il governo papale, che s'affrettò a radiarlo dal numero degli impiegati, andò esule in Francia, come due altri fratelli suoi, combattenti al pari di lui; uno dei quali, volontario nel 1859, percorse tutti i gradi della milizia italiana, fino a colonnello. Tornato in Roma per la breccia di Porta Pia nel 1870, Antonio Doria ebbe modo di ritrovare la salma del Mameli, e poté darne certa notizia alla famiglia del glorioso estinto. Si ritrasse piú tardi a vita tranquilla in Bevagna, donde il 15 settembre del 1885, richiesto dall'on. Delvecchio, mandò lo scritto che qui riferisco:

 

CENNI SULLA MORTE E RITROVAMENTO DEL CADAVERE

DI GOFFREDO MAMELI.

 

«Nella primavera del 1848, mentre nel Veneto i volontari Italiani combattevano contro l'esercito Austriaco, conobbi Goffredo Mameli. Ci separammo, non ricordo dove; nè lo rividi che in Roma nel seguente autunno, Da quell'epoca la nostra amicizia fu intima.

»Intanto Venezia, rimasta libera, resisteva con eroici sforzi agli attacchi delle truppe Imperiali, soffrendo la miseria e la fame. Da tutte le città italiane si apersero questue per soccorrerla; e riunitosi in Roma un comizio al teatro Apollo, Mameli vi declamò il suo bellissimo canto «Milano e Venezia,» già da esso recitato a beneficio della stessa Venezia al Teatro Carlo Felice in Genova, la sera del 16 settembre.

»Assalita Roma il 30 aprile 1849 dall'esercito francese, e continuato l'assedio dopo un mese d'armistizio, egli, capitano allora nello stato maggiore Garibaldino, fu ferito da palla repubblicana nella tibia sinistra. Trasportato allo spedale della Trinità dei Pellegrini, posato in stanza separata, venne affidato alle cure dei primarii professori dell'arte chirurgica, inculcando loro di nulla trascurare, per conservare all'Italia uno dei piú valorosi suoi figli. Ma la sua linfatica costituzione ed il nervoso temperamento, piú potenti dell'arte, attrassero sulla parte offesa tale quantità di maligni umori, che dopo parecchi consulti fu giudicata indispensabile l'amputazione della gamba.

«L'operazione, che riescí felicissima, venne eseguita dal prof. Baroni, che lo cloroformizzò, non sottomettendosi egli all'azione del cloroformio se non dopo assicurazione di chi scrive questi cenni, che il taglio sarebbesi fatto sotto il ginocchio; desiderio che non poté realizzarsi, avendo la cancrena superato il limite da esso indicato.

«Malgrado questa contrarietà, tutto procedeva regolarmente, ed una non lontana guarigione era, si può dire, assicurata; di modo che circa il 20 del mese di giugno egli scriveva alla propria madre in Genova che presto sarebbe stato in condizione di poter intraprendere il viaggio di ritorno in patria.

«Sventuratamente questa sua predizione andò delusa, ché per mala sorte entrato una mattina nella camera di lui, senza motivo alcuno, un prete già cattolico, poi evangelico, pel quale nutriva avversione, fu tale la violenza di dispetto che lo invase, intimandogli di uscire immediatamente, che la sera medesima, preso da ardentissima febbre, dichiarata di riassorbimento dal professor Baroni, questa, ribelle ad ogni rimedio, in brevi giorni lo condusse al sepolcro.

«Unitamente ad un suo servo, genovese, ch'egli soleva chiamare Pio Nono per la grande rassomiglianza con quel Papa, rimasi ad assisterlo, né lo abbandonai un istante in quegli estremi momenti, e nelle mie braccia spirò, la mattina del 6 luglio, circa le ore 5192. L'ultima sua notte fu straziante per eccessivo delirio. Improvvisò continuamente versi sconnessi sulla Italiana indipendenza. Cosí finiva Goffredo Mameli, in uno spedale, ignorando però che da tre giorni lo straniero era entrato nella patria del suo pensiero, nella sua Roma invitta e immortale....

«Liberata Roma il 20 settembre 1870 dalla tirannide papale, la famiglia di lui mi fece scrivere dalla mia cugina contessa Elisa Roberti, Veneziana, pregandomi ad usare ogni mezzo per rintracciarne il cadavere, essendo loro desiderio trasportarlo a Genova, sua patria. Il lungo tempo decorso, la maggior parte del quale da me passato all'estero, mi rese un poco difficile la riescita delle mie ricerche, ché niuna memoria se n'era conservata in quello spedale de' Pellegrini. Solo un vecchio inserviente, da me riconosciuto, mi fece nascere il dubbio che i resti mortali dell'infelice amico fossero stati deposti nella vicina chiesa di Santa Maria in Monticelli.

«Il documento che unisco ne prova la verità193. Senonché, il parroco firmatario soggiunse che in progresso di tempo, per disposizione di un tal signor Filippani, il cadavere era stato trasportato dalla chiesa su indicata all'altra delle Stimmate in loco depositi. Anche in quest'ultima località continuarono le difficoltà, perchè, morto il Filippani, ch'era uno dei capi di quella chiesa, niuno dei superstiti ricordava ove quel deposito fosse stato collocato. Dopo varie ed inutili ricerche nella chiesa, si discese in un sotterraneo contiguo ad una piccola cappella, ove soglionsi celebrare gli uffici funebri nell'ottavario della Commemorazione dei Fedeli Defunti. E qui, al lume di varie candele, l'azzardo mi fece rimarcare sul pavimento una piccola pietra. Ritenendo che potesse essere un segnale, fu bene spazzata, e vi apparvero incise le due iniziali G. M. Rimossa dal posto, nel cavo interno si rinvenne una cassa mortuaria marcata delle suddette due lettere. Procedutosi senza indugio alla apertura, presenti tutti gli intervenuti, vi si trovò un cadavere, mancante della gamba sinistra. Aveva ancora poca barba sul mento, e qualche capello.

»Tolto per tal guisa ogni dubbio sull'identità del soggetto, domandai se potevasi consegnarmelo, e mi fu risposto doversi in antecedenza ottenere l'autorizzazione del Cardinale Vicario. Feci allora ricoprire la cassa, e riposta sul cavo la pietra, dichiarai a que' signori che sarei in breve ritornato, dovendo uniformarmi alle decisioni che prenderebbe la famiglia dell'estinto.

»A questa, rispondendo alla contessa Roberti, feci súbito conoscere il risultato delle mie indagini, domandando istruzioni sul da farsi. Niuna risposta ebbi mai, e la Roberti mi assicurò in séguito di averla piú volte provocata...194 Mi fu forza rinunziare a qualunque ulteriore pratica. Seppi in séguito che il cadavere del mio amico, per iniziativa d'altri, era stato con solenne dimostrazione trasportato al Campo Verano, e deposto in un'area gratuitamente concessa dal Municipio Romano.

»Ricordo che nelle lunghe ore de' suoi patimenti, Mameli amava leggere romanzi francesi; di preferenza quelli di George Sand. Era di statura media, gentile nei modi, di fisonomia dolce e severa al tempo medesimo, le cui linee ricordavano quelle del Nazareno.»

Cosí il Doria nella sua relazione, mandata il 5 settembre 1885 da Bevagna, ove erasi ritirato a vivere. Nella lettera con cui accompagnava lo scritto, ne accennava un altro antecedente, che riteneva smarrito. Da un altro, per l'appunto, assai conforme nella sostanza, ma trascritto d'altro carattere, ricavo i particolari seguenti:

«Mameli, ferito a Porta San Pancrazio, nel giorno 30 aprile, venne portato all'ospedale dei Pellegrini. Ivi veniva visitato continuamente dagli amici (da Mazzini anche due o tre volte al giorno), dai medici Bertani, Cambiaso ; mai abbandonato dal Doria.

«Venne operato nella seconda quindicina di giugno dal dott. Baroni. Il dott. Maestri cloroformizzava l'operando, al quale reggeva la testa l'amico suo Antonio Doria, seduto sul letto. Oltre i medici accennati erano presenti Bertani, Cambiaso, l'oculista De Gregoris, l'assistente Falcioni, Madame Pollet, il vecchio servo che Mameli chiamava Pio Nono, ed altre notabilità.

«Il ferito volle dal Doria la promessa che il taglio sarebbe fatto alla parte inferiore del ginocchio, e che gli sarebbe stato mostrato l'arto tagliato.... Fatta però l'operazione e saputo che non si era potuto accontentarlo, stante le condizioni della parte offesa e la tema delle conseguenze ove l'operazione non fosse stata eseguita come erasi fatta, benché la gamba amputata si trovasse ancora nella stanza, non la volle vedere.

«Durante la degenza del Mameli nell' ospedale, piú volte si portò a visitarlo l'amante di lui, una bellissima giovine Veneziana. L'operato andava sensibilmente migliorando. Infatti al finir di giugno, scriveva alla madre, di proprio pugno, notificandole lo stato soddisfacente di propria salute, ed esprimendole la certezza che presto sarebbe andato ad abbracciarla a Genova.

«La vigilanza per parte degli amici, sicuri di pronta guarigione, erasi diminuita. Lo stesso Doria lo lasciava solo per qualche ora; e fu durante l'assenza di lui che il Padre Gavazzi, non sapendo l'antipatia che Mameli aveva per lui, desideroso di conoscere lo stato di salute di quel grande cittadino, entrò nella stanza del ferito. Questi (come poscia raccontò al Doria) alla sola vista di quell'uomo, intimatogli tosto di uscire, venne preso da convulso e da smania fortissima. L'apparecchio si spostò dal punto di applicazione, e nella notte susseguente s'impossessò di lui una febbre di assorbimento, che gli fu causa di morte. Durante l'agonia declamava versi sconnessi, ma tutti ispirati da quella forza di amor patrio, che anche nel suo letto di dolore non lo aveva mai abbandonato....

«Avvenuta la presa di Porta Pia, il Doria ricevette, da una signora, lettera da Genova (6 ottobre 1870) nella quale, a nome della famiglia veniva pregato di far ricerche del cadavere di Mameli. Le ricerche furono molte, perché già trascorsi quattro lustri. All'ospedale dei Pellegrini nessuno sapeva dove fosse stato inumato.... quando un vecchio infermiere, che riconobbe il Doria per averne ricevuto in regalo la poltrona che serviva al Doria di letto durante la degenza del Mameli all'ospedale, poté dare gli schiarimenti necessarii. Il cadavere, dalla chiesa di S. Maria di Monticelli, prima sepoltura del Mameli, era stato trasportato alla chiesa delle Stimmate, per disposizione di un notaio, anche incaricato della famiglia. In un sotterraneo di detta chiesa venne infatti trovato....»

 

II.

 

Agostino Bertani, insigne patriota e chirurgo, che partecipò a tutte le guerre dell'indipendenza Italiana, ha lasciato in un suo Diario compendiose ma esatte notizie di parecchi gloriosi estinti. Saranno lette con particolare attenzione quelle che l'egregio uomo ha dedicate a Goffredo Mameli. Le togliamo dalla Vita di Agostino Bertani della signora Jessie White Mario, illustre e benemerita donna, che in tre successive guerre dal '60 al '67, fu la provvidenza dei nostri feriti.

 

«Goffredo Mameli, giugno-luglio 1849. Io vidi Mameli malato per la prima volta ai Pellegrini il dí 19 giugno 1849 alla mattina. Maestri mi pregò del consulto, presente la Belgioioso, Pastori ed alcuni, medici del Quirinale. (Era il nono consulto tenuto). Alla mattina del 19 conobbi Baroni, Burci, Benignetti, Ugliosi, ed altri cinque consulenti. Seppi dalla «storia» che Mameli era stato ferito il 3 giugno di palla alla gamba sinistra; e precisamente la palla entrò al terzo superiore interno, faccia anteriore della tibia, perforò l'osso ed uscí al di sopra della fibula, quasi in direzione dell'entrata. Seppi poi per indagini che la cura, della flemonasía andò come Dio vuole: e fra gli altri accidenti, i curanti s'accorsero parecchi giorni dopo della presenza di un turacciolo nella ferita. Un flemone condusse a gangrena la gamba. Io la vidi già gangrenata fino a quattro dita al disotto al ginocchio: v'era qualche lembo posteriore ancor vivo; la linea di separazione era marcata; non v'era febbre. Il morale era disposto all'operazione; ma non era piú possibile discutere il luogo d'amputazione. Al di sotto del ginocchio non lo permetteva la lesione primitiva con frattura dell'osso, l'infiltramento marcioso, la mancanza di carne per un manichetto ed un lembo regolare, rimanendo soltanto un po' di polpaccio. Prevalse il mio parere, con Burci ed altri che s'arresero; Baroni, incertissimo, batteva or di qua or di là. Ugliosi sostenne per poco l'amputazione, a' lembi, resezione al di sotto; poi si arrese. L'amputazione al terzo superiore della coscia fu fatta bene dal Baroni; l'ammalato perdé pochissimo sangue; il moncone si riuní bene traversalmente. Fu fatta la prima medicazione al terzo giorno, a sera, perché v'era suppurazione abbondante (22 giugno). Soffrí poco alla prima medicazione: non si staccarono le liste che un pochino, per lasciar colare liberamente il pus. La febbre di reazione in questi tre giorni era stata misurata; gradita la bevanda ghiacciata. 23, febbre; 24, dolore e gonfiore della coscia sino al moncone; 25, fa un po' di disordine dietetico. La febbre si fe' piú ardita, crebbe la sete, venne un po' di smania. I sudori erano sempre abbondanti; il polso mantenevasi contratto, e non sempre udivasi facilmente. 26, parvemi di notare qualche differenza nel respiro; il ventre si affaticava piú del petto. Gli prescrissi dell'ananas e rinfrescanti, brodo, se ne appetiva; ma non ne voleva. Il moncone si disenfiava, si faceva molle. La suppurazione abbondante e buonina. Il lato esteriore della ferita era rosso; i due terzi, interni sparsi di una sostanza plastica verdognola; l'odore non ancora di ottima natura. 27, ebbe sempre la sua febbriciattola, nessuna appetenza, qualche dolore al sacro e al moncone, un po' di esaltazione cerebrale per la minima circostanza. 28, 29; ebbe un accesso di febbre la mattina; la notte era stato inquieto assai; il moncone era piú disenfiato, non soffriva. Per un diverbio col padre Gavazzi era alteratissimo.

»Aveva il dí innanzi ricevuto molte visite, di Mazzini, Saffi, Avezzana; aveva scritto a sua madre piú righe; sudava; il polso era vivace, ma largo, molle in confronto al calore della frequenza. Fu con Mazzini e Saffi, che disse scherzando: «essere egli ridotto alla minorità di Mameli, tanto aveva perduto colla coscia e col dimagramento; comprendere egli quindi l'impotenza e l'ira di ogni minorità» (a proposito delle cose francesi). Da questo dí cominciò una vera iliade di mali. Egli, prima indifferente alle bombe, alle cannonate, era da tre giorni inquieto, scosso dolorosamente da quei colpi. La febbre fu viva tutto il dí 29, il sudore copioso; la marcia però ancora buona; la sola testa era un po' minacciata; voleva di tutto, non prendeva niente; 30, si lamentò di dolore fisso all'inguine sinistro, senza che corrisponda al tatto; dolore che gli viene interpolatamente; io dubito di suppurazione alle ghiandole iliache e mesenteriche. Il ventre è un po' tumido; séguita la febbre; l'inquietudine massima; il sub-delirio sotto la febbre comincia; si mettono cataplasmi sull'inguine.

»La notte 1-2 fu meno inquieta; ma alle 9 è preso da grave accesso di freddo, che si ripete alle 3 pom.; grave indizio! Poi sudore profuso, polso morto, lingua asciutta, testa calda, moncone meno munito di marcia, pallido assai: sono cessati i dolori all'inguine; il ventre è un po' tumido. 3; la febbre è viva ancora assai, la testa agitata. Passa discretamente la notte senza delirio, è piú contento la mattina del giorno appresso. Ebbe però ancora qualche accesso, e piú tosto sensazione febbrile, che perde coprendosi molto; ma la febbre ricomincia, si fa piú frequente; è dimagrato ancor piú; vuole vino, ma non lo trova buono; è inquieto assai; bagni freddi al capo, che accusa pesante, con qualche capogiro. La notte sub-delirio. Vuole essere trasportato di letto; lo si contenta; l'esaltamento è grande; si aiuta da sé al trasporto; non si abbatte. Di poi chiede di suo padre, che crede in sogno aver saputo in Roma, e a cui voleva chiedere scusa di un errore suo. Vede Adele. Alla sera mi fa un lungo racconto de' suoi mali, troppo dettagliato e particolare, perché fosse di mente tranquilla. Teneva però il filo delle sue idee. Mi chiedeva di tanto in tanto se mi stancasse, con un viso, con un occhio vivissimo, irrequietissimo.

»Alla sera stessa, alle dieci ore, sono chiamato, perché delira gravemente. Ha l'occhio fisso, la testa calda, polso febbrile, ma piano assai. È una scena orribile e pietosa lo stato di quella mente. Ordino bagni freddi al capo e sanguisughe dietro l'apofisi mastoidee. La mattina del 5 si trova meglio. Ha polsi piccoli, faccia sparuta, capogiri, sussulti, sub-delirio, beve molto. Alla notte, torna ad infierire il sub-delirio; ride, canta; massimo delirio tutta la notte.

»Il dí 6 luglio, alle sette e mezzo antimeridiane, cantando, quasi conscio di sé, attendendo che gli passasse quell'eccesso nervoso, come lo chiamava, ebbe pochi momenti di agonia195.

»Il 7 luglio fu fatta una piccola apertura nel ventre, per iniettare l'arsenico. Non si è fatta la sezione, perché volevasi l'imbalsamazione. Io gli tagliai un po' di capelli e un po' di barba, in memoria di tanto ingegno, di tanto amore all'Italia, e di tanta sventura196.

»Egli mi amava, e mi volle sempre a lui vicino. L'assistevano Cambiaso, Doria, madame Polet e sua figlia. Maestri lo rivide il dí 5: gli fece molta accoglienza.

»L'iniettò con otto oncie di alcool e un'oncia e mezzo d'arsenico nella femorale il dott. Ercolani, in mia compagnia.

»A. Bertani».

 

Segue, narrando, la signora White Mario:

 

«Assistito da un soldato chiamato da Goffredo «Pio Nono,» Bertani poi l'adagiò nella bara, ove quasi trent'anni dopo ritrovò quel Poeta Eroe..... Fatto questo supremo sforzo, la prepotente volontà del chirurgo si fiaccò. Bertani, per il veleno infiltrato imbalsamando Manara, giace per alcuni giorni gravemente malato, per «una tempesta formicolare,» come egli la descrisse scherzando, amorevolmente assistito dal fratello Annibale. Intanto, avvertito della gravezza del pericolo, il vice ammiraglio Mameli giungeva a Roma; ma il figlio era già morto. Chiese egli il cadavere; ma i francesi lo rifiutarono! Onde fu costretto di affidarlo per gli ultimi riti, che volle religiosi, alla cura di un agente di famiglia che amministrava alcuni beni della madre di Goffredo in Roma. Questi, un tal signor Filippani, assistente ai Pellegrini, era anche membro della Confraternita delle SS. Stímmate. Egli quieto quieto eseguí gli ordini dell'ammiraglio; e fatte le cerimonie religiose, messa la prima cassa in un'altra di piombo colle iniziali G. M. sul lato interno, la depose nei sotterranei delle Stímmate, per un futuro e ben lontano ritrovo».

 

III.

 

Intorno agli ultimi giorni di Goffredo Mameli ha pubblicato poche ma interessantissime pagine il signor G. B. Menegazzi, nello stesso anno che a Roma nel Campo Verano s'inaugurava il monumento al poeta soldato (G. B. Menegazzi. — Sulla morte di Goffredo Mameli. — Foligno, Tipografia Cooperativa, 1891). Della cognizione di questo lavoro son debitore al chiarissimo Giacinto Stiavelli, lodato autore di tanti studi preziosi sul nostro Risorgimento politico, e recentemente del «Garibaldi nella Letteratura Italiana». Con atto di bella cortesia l'egregio uomo mi mandò anche in lettura l'opuscolo, divenuto rarissimo, donde io traggo e qui riferisco la parte sostanziale, soggiungendo qualche nota di mio:

«.... La signora a cui Mazzini scrisse le due lettere che io pubblico per la prima volta, assisté di materne affettuose cure all'ospedale della Trinità de' Pellegrini in Roma gli ultimi giorni di Goffredo Mameli.

»Questa signora è morta, dopo aver serbato in cuore per tutta la vita, religiosamente, quegli epici ricordi: i combattimenti sotto le mura di Roma, la fronte severa e la fervida parola di Giuseppe Mazzini, la marzia e ideale figura di Garibaldi, la pallida faccia e il sorriso etereo di Goffredo Mameli: è morta col sublime tacito compiacimento d'aver visto tutto questo, d'aver fatto tutto quello che san fare cosí divinamente le donne; cioè, assistito a' feriti, cinto degli ultimi soavi conforti i moribondi, sparso una tacita pietosa lacrima sulle fronti bianche de' morti. La storia, in gran parte, non le ricorda; ma esse vivono negli animi dei buoni, e di quelli che serbano la religione delle grandi memorie.

»Questa signora non è piú; la figlia, alla cui cortesia io devo queste lettere, e la cui modestia mi impedisce di pubblicarne il nome197, vide giovinetta il Mameli sul letto di morte; udí dalla madre narrarne gli ultimi momenti. E mi parlava giorni sono di tutto questo con una commozione indicibile del volto e delle parole, mentre i nipotini le scherzavano irrequieti intorno.

Il Mameli è morto senza sapere dell'entrata de' Francesi, aspettando sempre da Parigi una gamba che lo potesse rimettere in grado di combattere; aveva vicino la sua fida ordinanza, a cui per una strana rassomiglianza aveva posto nome Pio IX.

»Poco tempo prima di morire il suo volto era illuminato da una grande serena visione, ed andava cantilenando de' versi che nessuno poté udire o capire; due parole furono Santa Caterina198. Era solo in una stanza; non era proprio biondo, ma di capelli castagni. Del resto il ritratto che di lui fece Giuseppe Mazzini è bellissimo e verace.

»Ed ecco ora le tre lettere: conserverò soltanto le iniziali della signora a cui furono dirette.....

 

»À Madame P.

»Trinità de Pellegrini

28 Juin 49.

»Madame,

«Vous étes trop bonne, trop saintement charitable pour ne pas me promettre, non seulement de rester avec notre Goffredo (cela, Goffredo lui-même suffirait à l'obtenir de vous), mais d'effacer de votre souvenir la conduite du P. Gavazzi à votre égard. Que vous fait la brusquerie d'un homme, lorsque vouz avez notre reconnaissance et votre conscience? Ne savez-vous pas, Madame, que, forcé de me tenir éloigné, au milieu des affaires, sì je me sens moins inquiet sur Mameli, c'est uniquement à voùs que je le dois, à la certitude qu' il rencontre chez vous des soins et une affection qu' il n'aurait pas pu rencontrer ailleurs? Si mon égoisme affectueux peut tenir lieu de quelque chose, qu' il vous tienne lieu des manières plus polies, plus respectuéuses que vous auriez dû rencontrer chez Gavazzi.

»Rappelez-moi, je vous prie, à mon Goffredo, et cróyez-moi, Madame,

Votre tout-devoué

Jos. Mazzini.»

 

«Madame L. P.

50, rue de là Chaussée d'Antin

Paris.

 

»Ma chère Madame P.

» 7 Février 69.

»Je suis mieux; toujours menacé de rechutes, mais pour le moment debout et pouvant travailler. Quant à l'avenir, il sera ce que Dieu voudra; ce qui importe, ce' n'est pas de vivre plus ou moins longuement, c'est de tàcher de faire ben usage de la vie tant qu'on l'a.

»Je vous sais gré de votre demande et de l'interêt que vous voulez bien prendre à moi. Votre souvenir se lie à bien des souvenirs qui me sont sacrés. Et je n'oublierai jamais que vous avez adouci par vos soins les derniers jours de Goffredo Mameli.

»Croyez-moi, chère Madame,

Votre devoué

Joseph Mazzini.»

 

«La madre di Mameli, quand'egli non era ancora morto, scriveva a Roma a questa signora, ringraziandola delle cure che prestava al figlio ferito, pregandola anche di confortarlo a nome suo.

»À Madame P.

Rome.

»Madame

»Gênes, 30 Juin 49.

 

»Votre lettre m'a donné la vie. Quoique je savais quasi chaque jour les nouvelles de mon cher fils, pourtant je désirais une lettre à moi; je craignais toujours! Je suis reconnaissante à vous, et à tous ceux qui donnent des soins à mon fils, et je vous remercie infiniment. Ie ne vous parle pas de notre douleur, vous la comprendrez facilement. Je vous prie de lui témoigner notre affection, et de lui dire des paroles de consolation pour nous.

»Agréez, Madame, mes respects; je suis

votre amie

»Adèle Zoagli Mameli»

 

«.....Ciò che addolorava grandemente il Mameli era l'amputazione. Mazzini lo incoraggia e lo conforta con questa lettera, ch'io non ho mezzo di assicurarmi se sia inedita199.

» Non posso venir io, Goffredo mio; ma ricordatevi che sono stato e sono con voi in ispirito, che soffro con voi, che avrei dato anni di vita per salvarvi, giovine e prode come siete, dall'amputazione, ma che non si poteva; che fido in voi e nel vostro coraggio morale, onde non vi tormentiate soverchiamente; che vi resta l'ingegno, vi resta il core, e queste sono le migliori parti di voi; che gioverete sempre al paese; che avrete, come avete, a compenso, la gloria d'aver consumato fra i primi il piú grande de' sacrificî nella battaglia di Roma repubblicana; e ch'io vi sarò, finché vivo, il migliore amico e fratello che possiate avere.

»Amate il vostro

»Giuseppe».

 

————

 




192 Altre testimonianze stanno per le ore sette e mezzo. Ma questa ed altre piccole differenze di date e di nomi si scusano ampiamente col fatto dei troppi anni trascorsi dagli eventi accennati alla tarda evocazione dei giovanili ricordi.



193 Ecco il documento:

«In doctrinis glorificate Dominum.

»Isaiae, c. 14, v. 15

»Testor ego infrascriptus Parochus V. Ecclesiae Sanctae Mariae in Monticellis de Urbe, et cunctis ad quos pertinet fidem facio, ac verbo veritatis affirmo, in libro mortuorum, Littera, H. fol. 150 huiusce Parochiae reperiri sequentem particulam, quam fideliter refero: videlicet

»Die 7 Julii 1849

Mamelli Gofridus, filius Caesaris (sic) Comitis Ianuensis, miles Garibaldi, Reipublicae Romanae praelia praeliando vulnere accepto, ad hospitale SSmae Trinitatis portatus fuit, ibique Sacramentis Ecclesiae munitus, animam suam Creatori restituit anno 21; eiusque Cadaver, prius aromatibus conditum, a me delatum fuit in forma publica ad Ecclesiam Sacrorum Stigmatum, ibique expletis funebribus caeremoniis, more solemni repositum fuit ut in loco depositi,

»Ita est, etc.

»Joseph Capelli Parochus

»Sigill. Paroch. S. M. in Monticellis de Urbe.»

In quor. fid. etc. Dalum Romae die 18 mensis octobris anni 1870.

D. Bolognesi. Vice Parochus.



194 L'amico e compagno d'armi di Goffredo Mameli si doleva a ragione, non avendo ricevuto risposta. Andò certamente smarrita la lettera, ricordando io che fu scritta; un po' tardi, per altro, a cagione della incertezza in cui rimase lungamente la famiglia dei Mameli; desiderando molti (ed io tra questi) che la salma del Tirteo italiano fosse condotta alla sua terra natale; instando molti altri perché restasse alla gran madre Roma, per cui egli aveva incontrata la morte. Vinsero questi ultimi; e allora fu scritto all'egregio cittadino, i cui nobili uffici non rimasero adunque senza le debite azioni di grazie. Ma la lettera andò certamente smarrita.



195 Quel giorno, Nino Bixio, giacente al Quirinale per la ferita aperta, scriveva nel diario del suo taccuino rosso:

«Alle sette e mezzo antimeridiane del 6 luglio 1849, spirava in Roma all'ospedale della Trinità dei Pellegrini, la grande anima di Goffredo Mameli».



196 Del volto di Goffredo estinto fu anche levata la maschera; l'impronta, coronata del lauro poetico, e collocata in cornice di bardiglio, fu mandata in dono alla famiglia Mameli. Dolente di non conoscere il nome dell'artista che ebbe il gentile pensiero, reco qui contro la fototipia dell'opera sua. Anche questa maschera laureata, come il teschio di Goffredo egregiamente imitato in iscagliuola nel 1870 dopo che fu esumata la salma nel sotterraneo delle Stimmate, andrà al Municipio di Genova, insieme cogli autografi del Poeta, e tutte le altre carte domestiche adoperate nella presente edizione.



197 Il Doria e il Bertani ce lo hanno già detto: madame Pollet.



198 Nome d'una strada di Genova; e forse rivolgeva il pensiero a persona amica che ivi abitasse.



199 Inedita, infatti: non pubblicata allora per ovvie ragioni; letta all'infermo dalla buona signora e poscia rimasta tra le mani di lei, non fu certamente pubblicata piú tardi.






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