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| Goffredo Mameli Scritti editi e inediti IntraText CT - Lettura del testo |
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X.
BIOGRAFIA DI GOFFREDO MAMELI dettata da Michel Giuseppe Canale202.
Sanguina il cuore e trema la mano nell'atto di compiere al pietoso uffizio, lamentando la perdita di questo caro e magnanimo giovane. Io a lui da tanto tempo affezionato, da tanto tempo amico, a lui che dai piú teneri anni vidi nascere e svilupparsi nell'altezza dei pensieri e nella nobiltà degli affetti, a lui io debbo questo pietoso uffizio. Dirò dunque con molte lacrime di questa vita breve come lampo, gloriosa come quella di un martire, immacolata come quella di un angelo. Goffredo Mameli nacque di Giorgio e Adelaide Mameli. Generosi erano gli esempli di famiglia, dei quali informato ed educato l'animo suo potea ratto svolgersi a sublimi concetti. Il padre aveva colti i piú onorati lauri nella spedizione di Tripoli, di Tunisi e nel viaggio dell'America meridionale, servito il governo Sardo con integrità, con discernimento; locché gli valse una costante contrarietà, una inescusabile dimenticanza, un ingiusto congedo. La madre scendeva di casa Zoagli, che ebbe due dogi, e fu tra quelle che piú si distinsero nell'amore della genovese repubblica e nello stato del popolo. Quando si deriva di tali, ragion vuole che non si traligni, perocché il passato delle memorie, il presente delle virtú domestiche, sta come stimolo e guarenzía dell'avvenire. Ma l'anima indomita di Goffredo era allogata in un corpo cagionevole, sicché la sua infanzia passava nei travagli e nei molti mali che porta seco un sistema linfatico; per cui i parenti e gli amici temevano sovente di perderlo sull'alba della vita. Le molte ed amorose cure della madre salvavanlo, ed egli cresceva. Benché voglioso di studi, non però pareva conveniente vi si dedicasse, temendo il faticare ed applicare della mente non nuocesse alla fragile salute. Fu alfine mandato alla scuola dei generosi figli del Calasanzio; e qui l'ingegno, che aveva precoce e gagliardo, rapidamente si svolse. In due o tre anni, balzate le classi, fu in rettorica: a lui i maestri singolarmente volgevansi, meravigliando l'acume e la potenza dell'intelletto. Il R. P. Muraglia, professore di rettorica, che qui nomino a cagion d'onore, teneramente l'amò e fu da lui dello stesso amore riamato. Chi è nato in Italia, è impossibile non abbia vivida fantasia, e chi questa possiede esaltata dalla bellezza del cielo e dei fasti della storia, è impossibile non divenga poeta. Goffredo il fu, né credo, a' dí nostri, nessun maggiore di lui. Ma poesia è vaniloquio ed insipido verseggiamento, se le sue inspirazioni non si derivano dall'imo dell'anima, infiammata dall'amor della patria. Era allora una tristizia di tempi; ma sotterraneo un fuoco già serpeggiava in tutta Europa, presto ad allargarsi; in vasto incendio alla prima occasione. Gli spiriti destinati a sollevarsi sul volgo degli uomini presentono sempre le vicende de' tempi, e questi anzi rivelano ed affrettano; perocché nel genio sia, non solo la scienza, ma la semenza del futuro. Goffredo profetava nelle sue poesie le vegnenti cose d'Italia, con tal fede, che Dio stesso pareva averle a lui comunicate. E a far piú profonda ed elegante la sua letteratura, ponea mano alla lingua greca, i cui primi elementi apparava dal cav. Spotorno di onoratissima memoria: quindi, desiderando di rassodar meglio la mente, affinché l'ordine logico non fosse da meno in essa dello slancio poetico, studiava le matematiche; e sembrerà forse non vero che io affermi com'egli riuscisse nelle severe discipline quanto nelle letterarie ed amene. Dagli Scolopj trapassava alla Regia Università di Genova, per erudirsi in filosofia; e subito l'esame di magistero, dopo non pochi contrasti e molte ingiustizie, entrava in facoltà di Legge. Ma i contrasti e le ingiustizie203 inasprivano quello spirito, che non sapea patirle. Fu allora un momento che gli piacque la carriera militare. Il Regio Governo, al figlio del piú anziano colonnello della Marina, per tante ragioni distinto, proponeva in via di grazia l'entrare in qualità di soldato, porgendo fede che poco dopo sarebbe stato promosso caporale. Cotale scherno avversò l'anima di Goffredo di guisa che si gittò ad altro proposito, e seguitò la via degli studi. Intanto, quel Mastai Ferretti, che dapprima sembrò il piú grande dei pontefici, e da ultimo il piú stolto degli uomini, operava riforme, dava lusinghe di libertà, commovea l'universo: i popoli risvegliati alla voce di lui scotevansi, destavansi, sorgevano. E qui in Genova, per istigazione venuta di Torino, il dí 8 Settembre del 1847 aveva inizio il primo moto. Goffredo da quel giorno piú non si distolse dal seguitarlo, e puossi dire che colla prima parola di libertà levatasi in Genova, e coll'ultima proferita in Roma, egli non mai abbandonasse la causa d'Italia. Componea allora il suo inno bellissimo Fratelli d'Italia, che divenne il piú popolare e il solo che si cantasse nella guerra dell'indipendenza, poiché assai bene comprendeva tutti i piú preziosi interessi della nazione. In ogni dimostrazione in cui lo sviluppo de' principii e l'onor del paese si manifestassero, egli sempre si trovava, ed era da piú degli altri: ogni radunanza di persone, che tendesse al pubblico bene, lo accogliea coraggioso ed assennato. Fattasi la processione in Oregina dal popolo a commemorazione del 1746, egli era a capo degli studenti, e primo avea osato di sventolare la bandiera tricolore tra noi: costituitasi la guardia nazionale, fu tenente della compagnia che capitanava l'ex ministro Vincenzo Ricci. Scosso il giogo tedesco dai Lombardi, accadute le cinque gloriose giornate di Milano204, Goffredo accorse tra i primi al soccorso di quei valorosi. E qui comincia un secondo periodo della sua vita: Goffredo, come Tirteo, quind'innanzi scrive e combatte. Quanti fatti si operarono di fausta o sinistra fortuna dalle armi nostre, in tutti ei si trovò; dapprima sotto di Torres, in qualità di capitano, poi tenente sotto Longoni, dovunque spiegò elevatezza di mente, sagacità di giudizio, e valore di mano. Il rovescio delle armi piemontesi, e l'armistizio Salasco lo fecero tornare in Genova, donde fece una scorsa in Ancona per abbracciare il padre che si trovava colà al comando della squadra Sarda205. Ripatriato, seguendo le sorti d'Italia, entrò nella legione di Garibaldi, la sola che oggimai le rappresentasse con amore e dignità. Fu quindi in Genova, dove al teatro Carlo Felice, facendosi l'accademia a' profitto di Venezia206, compose e declamò la sua grandissima ode sopra di quella, in cui non sai se piú la forza de' pensieri, la grandezza e potenza del sentire italiano, o la proprietà delle parole sia da preferirsi. Partito da Genova e mossosi dove lo spingeva vera libertà e indipendenza d'Italia, fu alfine in Roma a difendere quella repubblica, la piú legittima d'ogni altra, poiché costituitasi in assenza di un potere, che, tre volte invitato a ritornare, sempre ed ingiustamente negò, e formata col libero suffragio dell'intero popolo. Accadevano intanto i nuovi rovesci, per non dire le incomprensibili infamie di Novara, in cui venne vergata la piú nefanda pagina della storia Italiana per quelle mani medesime che voleano vergarne la piú gloriosa. Il Parlamento nazionale di Torino decideva in comitato segreto che, a non volersi tutta sopportare quell'onta e accontentarsi al séguito inenarrabile dei vituperii che ci si preparavano, le provincie del regno dovessero tutte agitarsi e protestare, opponendosi con quanto animo e quanta forza aveano all'invasione Austriaca, all'occupazione di Alessandria e delle fortezze principali di Genova: quivi esser d'uopo nell'ultimo disastro stabilire la sede del governo. Però i piú onesti, dotti ed influenti deputati ricevevano mandato di recarsi nelle diverse città; e tra noi veniva Costantino Reta, per cui le cose accadute aveano cotale avviamento da lui. Ed è a meravigliarsi come il governo, che nella sua parte piú legittima promoveva l'agitazione dei proprii paesi, ora parli di faziosi, di ribelli, tutti in sostanza eccitati da lui nel pericolo supremo, e nel timore di vedersi occupato e manomesso lo stato. Oltreché, vorrebbe sapersi se i governi, e chi li move e maneggia, debbano al piú sozzo repentaglio trascinare i popoli, avvilirli nelle armi, nella storia, nell'onore, e questi non fremere, né agitarsi, ma quella viltà portarsi in pace e tacere. Di ciò, né la ragione, né la natura, né l'anima umana possono essere capaci. Dio ha posto una misura e un confine a tutto: guai se quella misura si colmi, se quel confine si oltrepassi. I governi ponno provocare, bombardare, saccheggiare, e poi negare che provocarono, bombardarono, saccheggiarono: e che per ciò? Guai a loro! quando sono obbligati a tali spedienti, segno è certo che volgono in decadenza e si accostano a quei tempi che corsero vicini all'Impero Romano e al Bisantino, l'uno dai Barbari, l'altro dai Turchi distrutto; mentre che, snaturati e svergognati i popoli loro, pretendevano di aberrarli coi delirii e gli stravolgimenti di una perduta ragione di stato, e i traditori, i sofisti li consegnavano al nemico, quando piú non era per essi né la forza né la pubblica opinione. Torno a Goffredo, memoria ahi troppo piú cara di queste ignominie intestine. Allorché piú ferveva la resistenza contro gli aggressori, egli con Nino Bixio recavasi in Genova come rappresentante della Romana Repubblica, e serviva ancora ad inspirare qualche fiducia negli animi abbattuti. Sottoscritta la capitolazione ed occupata la città, tornavasi in Roma; e là prendeva parte a tutte le piú gloriose gesta che noi sappiamo, e per cui i presenti Romani nulla mai invidieranno agli antichi; popolo veramente immortale, né in alcun modo potuto corrompere dai vizi e dalla viltà del governo teocratico! Nominato aiutante di campo del generale Garibaldi, veniva in una sortita, che aveva egli vittoriosamente guidata contro i francesi, ferito da una palla di stuttzen nella sinistra gamba: la cancrena, che sulle prime lo minacciava, scompariva poco dopo: e già trovavasi in via di guarigione, quando quell'anima gagliarda, non piú reggendo a starsi inoperosa mentre i suoi fratelli disperatamente pugnavano per la italica libertà, fuggiva il letto di nascosto e tornava a combattere207; laonde la non rimarginata piaga inasprendosi, chiudevasi improvvisa; sopraggiungeva la cancrena, ed era necessità di amputargli la gamba, a voler serbare la vita. Pareva dovesse pur vivere; e qualche lampo di speranza porgeva un'apparente miglioramento: ma il corpo, sempre stato debole e infermo, non bastava al male; l'animo, ancora contristato da funesti presentimenti, non per sé, ma per la causa che difendeva, allontanava il progresso della guarigione. Alfine il giorno 6 del corrente luglio208, secondo dopo quello dell'occupazione Francese, il generoso Goffredo andato in delirio, declamando alcuni suoi versi sull'Italia e la cacciata de' Barbari, esalava il fortissimo spirito in Dio. Moriva a quasi 22 anni. Goffredo Mameli fu di bella e gentile persona, di statura mediocre, di carnagione bianca, di capigliatura traente in biondo, di occhi vivi ed imperiosi, di espressione dolce naturalmente, ma fiera e risoluta quando l'animo aveva volto a qualche cosa che volesse ad ogni patto operare. Fu figlio, fratello amoroso, sincero e generoso amico; il padre, la madre, i fratelli, le sorelle teneramente di leale amore amò, e fu da essi tenerissimamente corrisposto. Per gli amici non vi era affetto piú schietto del suo, né grave sacrificio che non fosse pronto di fare per essi. Cortese di modi, generoso di core, non invidia mai, né malvagità il sozzò: parlava bene anche dei nemici, di tutti con riguardo, con stima, con benevolenza. Giuseppe Mazzini idolatrò: appena egli apprese a conoscere questo nome onorato, che la piú turpe ed ingegnosa calunnia non riescí ancora in alcun modo a macchiare, subitamente di lui s'innamorò. Infatti, simili dell'anima, si strinsero tosto entrambi nella potenza dei concetti e nella dolcezza delle affezioni; e Goffredo fu amico non solo, ma singolare ammiratore di Mazzini, che della stessa generosa amicizia lo ricambiò. Mazzini pregiava in quel giovine l'altezza dell'intelletto, la precocia del giudizio, il candore dell'animo, la nobiltà del core; qualità rare, che dove insieme si congiungono in uomo costituiscono in terra ciò che noi appelliamo il genio. Goffredo ammirava in Mazzini l'eroica costanza dell'idea Italiana, la coscienza del martirio per farla prevalere, la grandezza della fede, la profondità della speranza, la purità del costume, la illibatezza della vita, la meravigliosa generosità del sentire, onde non solo non è a stupire se egli a lui si accostò e si ristrinse, ma neanche se quanti mai conobbero quest'uomo per ogni ragione sorprendente, malgrado la bassa malignità che lo persegue, abbiano sempre di lui serbata la piú viva memoria, per non dire la piú profonda venerazione. Quanto valesse il Mameli in poesia, noi ne abbiamo irrefragabili prove da' suoi molti versi che ci rimangono: elevatezza dei pensieri, profondità di sentimenti, eleganza di stile, proprietà di dizione, sono i pregi che li fanno preziosi. Leggendoli, si accorge di leggieri ch'egli era ricco non solo di una cospicua vena di poesia, ma ornato.di una singolare coltura dei migliori classici greci, latini e italiani; ché quindi solo si trae il vero ed il bello, la pura lingua, i grandi pensieri, la vera libertà, non da cotali metodiche o pedagogiche nullità, che intorbidiscono le menti, avviliscono i buoni studi. Nello stile epigrafico egli ancora si esercitò, e quanto facilmente vi riuscisse ne fanno fede abbastanza le iscrizioni apposte nella chiesa di San Siro, ai funerali degli studenti di Pavia massacrati dagli Austriaci. La prosa trattò con succoso ed energico modo; la drammatica non tralasciò, poiché giovinetto di 17 anni, scelto il soggetto di Paolo da Novi, ne compose un dramma, che quasi per intero condusse a fine, e di cui rimangono alcune bellissime scene. Goffredo Mameli non è piú: egli lasciava in profondo inconsolabile pianto i parenti e gli amici; mesta la patria, perocché in lui fosse una bella speranza; orbata l'Italia di uno tra i suoi piú amati e valorosi figli, desolate le lettere, che in lui perdettero un vero ornamento. Ma Goffredo Mameli starà fortissimo esempio ai giovani, insegnamento a tutti, né peritura prova, che, quando gli Italiani lo imitino nelle egregie prove ch'egli diede dell'ingegno e della mano, libertà, unità, indipendenza non sono lontane.
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202 Pubblicata senza il nome dell'autore nella Edizione del 1850. 203 Allude alla espulsione per un anno dalla Università, per un alterco avuto, con vie di fatto contro un compagno di studi; fatto del quale ho già toccato altrove. Goffredo ebbe ragione a dolersi dell'importanza data alla cosa dall'autorità scolastica d'allora, e a tutti gli uomini sennati parve esorbitante la pena. 204 Le cinque giornate furono dal 18 al 22 marzo; Goffredo Mameli, come abbiamo veduto in principio, partí da Genova il 19 Marzo, e passava nel giorno seguente il confine. 205 Rimanderei questa gita alla seconda metà del settembre, súbito dopo l'accademia a pro' di Venezia, dove Goffredo recitò l'ode Milano e Venezia. Si rammenta ancora da coetanei di Goffredo che egli nel porto di Ancona, a bordo della nave comandata da Giorgio Mameli, e nella camera di poppa, presenti alcuni ufficiali, recitasse al padre l'ode famosa che in alto luogo doveva essere spiaciuta non poco: onde si accrebbero le ire contro il valoroso contrammiraglio; ire alle quali egli andò poi serenamente incontro offrendo le sue dimissioni, in occasione del processo istituito contro parecchi marinai. Vedi nel proemio a pag. 49. [capitolo VI del proemio. Nota per l'edizione elettronica Manuzio] 206 Della Accademia «a pro' di Venezia» fatta la sera del sabato 16 settembre 1848 nel teatro Carlo Felice, possiamo dar qui il rendiconto pubblicato dal Comitato ordinatore (presidente Giorgio Doria), togliendolo dalla Gazzetta di Genova del sabato 23 settembre di quell'anno:
207 L'egregio biografo scriveva questi cenni sullo scorcio del 1849, quando della fine di Goffredo non si avevano in Genova esatti particolari. E forse il fatto del saperlo per lettere alla madre in via di guarigione, presto e improvvisamente seguito dalla notizia della morte, diede origine e facile credenza alla voce di quella fuga dal letto dell'ospedale, donde sappiamo per troppe testimonianze concordi ch'egli non ebbe più modo di muoversi. Quanto alla scomparsa e alla riapparizione dei segni della gangrena, vedasi la storia che della malattia di Goffredo ha scritta Agostino Bertani. (Appendice VIII). 208 Più veramente il terzo. Le soldatesche francesi entravano in Roma il 3 luglio. | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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