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Goffredo Mameli
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  • PROEMIO GOFFREDO MAMELI NELLA VITA E NELL'ARTE
    • VI
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VI.

 

Tolto dal campo ch'egli aveva bagnato del suo sangue (e mai l'antico Gianicolo aveva avuto una consacrazione piú pura), Goffredo fu trasportato all'ospedale della Trinità dei Pellegrini. La ferita era grave, e a tutta prima non la stimarono tale quei medici. Pure, la tibia era stata spaccata per lungo fin sotto al ginocchio. Non si amputò, sperando bene: e quando si sbrigliò la fasciatura, perché il piede s'era fatto tutto nerastro, non si accertò neppure la presenza di un corpo estraneo nella ferita13. Si tennero consulti parecchi, sembrando a qualche medico necessaria, ad altri no, l'amputazione della gamba sotto al ginocchio. Ma il 19 giugno, quando tutti la considerarono urgente, era tardi: si amputò allora sopra il ginocchio; e non bastava, pur troppo. Fu detto che la visita improvvisa di persona non gradita, mentre l'infermo era lasciato per pochi momenti solo nella sua cameretta, lo facesse dare in ismanie; onde si spostò l'apparecchio. Ma oramai l'accidente, per quanto spiacevole, aveva poca importanza sul corso del male; la complessione delicata, il temperamento linfatico del ferito, erano tali da renderne impossibile la guarigione. Pure, egli ebbe ancora un fil di speranza, e scrisse lieto alla madre; le riscrisse lietissimo, confermando la certezza del meglio, quando ogni fede di ciò gli era uscita dall'anima; e stette saldo, apparecchiato alla morte. Ebbe delirio a piú riprese, ma dolce; delirio di poeta, che recitava versi, a frammenti, come ne aveva gittati nelle pagine confidenti de' suoi quaderni di studio. Nei momenti lucidi, che ancora sugli ultimi giorni del giugno erano stati i piú, gli dava gran noia il tuonar del cannone, con le granate che venivano frequenti a visitar l'ospedale; musica e pioggia a cui prima era stato insensibile. — «Morire in campo, sí» — diceva egli, irrequieto; — «ma qui, come un paralitico, no!» — Ebbe fino al 3 luglio amici al suo capezzale; tra questi, e perfino tre volte al giorno, il Mazzini, filosofante come un Greco antico sull'anima immortale14. Ma dopo quel giorno ognuno dovette pensare a sé, non restando altri che gli infermieri e i medici, tra i quali animoso sempre ed infaticabile Agostino Bertani, che solamente il 19 giugno era stato chiamato a consulto, né piú volle spiccarsi intieramente da lui. Forse dagli infermieri seppe Goffredo, o indovinò dal tacer del cannone, che la Repubblica Romana, la Repubblica sua, era caduta. Appunto il 3 luglio erano entrate in città le soldatesche Francesi. Goffredo Mameli spirò il giorno 6, alle sette e mezzo della mattina, dopo un altro accesso di mite delirio, in cui recitò versi ancora, ed augurò giorni migliori alla patria.

La salma, imbalsamata per cura del Bertani, che ne tolse una ciocca di capelli a sacro ricordo per la famiglia, ebbe modeste esequie, deposito temporaneo nella chiesa di Santa Maria in Monticelli, poscia durevole nei sotterranei della chiesa delle Stímmate, dove una pietra con due iniziali scolpite, corrispondenti alle inscritte nel feretro, serbò memoria della sua sepoltura. Custodito da quei sacerdoti gelosamente il deposito fino al 1870, fu detto; o non ricercato, vorrei soggiungere, non indagato il segreto. Tanta cura dei vivi affannava il governo pontificio a forza restaurato, che non era da credere volesse darsi pensiero dei morti. Al padre, che, a mala pena saputo l'estremo pericolo del figliuolo, era accorso in Roma senza potervi penetrare se non dopo avvenuta la morte, fu negata la sacra spoglia del prode: e non fu bello il modo tenuto dalle autorità militari di laggiú, con un vecchio soldato come Giorgio Mameli. Il quale l'anno addietro, e in quella che il figlio combatteva sui campi Lombardi, comandava una fregata, sotto gli ordini dell'ammiraglio Albini, nell'Adriatico. L'inerzia prolungata della squadra aveva diffuso nella marinaresca umori di diffidenza e di ribellione verso il proprio governo; ed anche è da credere che i diuturni contatti, prima di Venezia libera e repubblicana, poi di Ancona libera anch'essa dal dominio papale, avessero esercitato un vivissimo influsso tra quella povera gente, condannata da un anno a correre inutilmente le marine dell'Adria. E furono appunto nel porto di Ancona manifestazioni clamorose a bordo dell'istessa nave ammiraglia, dirette contro l'Albini, che della inerzia lamentata non aveva colpa né peccato; ed acclamazioni per contro al comandante Mameli, che ai nostri marinai, con tutta l'austerità sua, sempre era stato carissimo. Quelle manifestazioni, com'era naturale, furono súbito represse, coll'arresto e il processo di molti: il Mameli, dal canto suo, si credette in obbligo di offrire le sue dimissioni, che furono tosto accettate. Ritornò egli dunque a Genova come privato, ricevendo qualche tempo dopo la nuova della ferita di Goffredo, quindi del suo aggravarsi improvviso. Affrettatosi ad accorrere, non potuto entrare in Roma se non dopo la sottomissione dell'intiera città, e quando già Goffredo era spirato, si presentò alle autorità militari per domandarne la salma, avendone in risposta un diniego, senza pur una di quelle parole cortesi che sogliono render men duri i rifiuti, senza nessuno di quei riguardi formali, dovuti ad un ufficiale superiore, il quale da pochi giorni soltanto aveva lasciato il comando di una nave da guerra. Anche questo fatto ho accennato, come segno dei tempi grossi, e forse degli animi inveleniti da tanto accanita difesa.

Nel 1870, siccome ho detto, tra per le indagini fortunate d'un compagno d'armi del Mameli e per indicazioni d'altra parte ottenute15, fu scoperto il deposito delle Stímmate, riconosciuto il feretro ai segni corrispondenti con quelli della pietra tumulare, il cadavere ai biondi capelli e alla mancanza della gamba sinistra. La famiglia avrebbe volute a Genova le preziose reliquie; cedette poi al gran nome di Roma, di quella Roma a cui Goffredo aveva consacrate le ultime prove dell'ingegno e del braccio. Colà furono lasciate, ma avendole il Campo Verano, non la sommità del Gianicolo, unico luogo di degno riposo alle ossa dei difensori di Roma, morti combattendo per lei. Consoliamoci, pensando di sapere almeno dove sian quelle di Goffredo Mameli; se pure, per ritrovarle, bisogni aver soccorso di guida entro la confusione di migliaia e migliaia di tombe, mentre non è piú dato sapere ove posino i resti mortali di Cesare, di Furio Camillo e di Manlio Torquato. Con tanta e cosí antica religione di sepolcri in Italia, passa il tempo e si oblia! Ma almeno i nomi dei forti rimangono nelle pagine della storia; e il nome di Goffredo Mameli è di quelli che il tempo non distruggerà nella memoria degli uomini. C'è qualche cosa che varrà a preservarlo, aroma e monumento piú degno; la poesia che gli è sgorgata, e d'alta vena, dal cuore.

Incompiuta, immatura, non nego; ma come quella di ogni grande artefice, che non abbia avuto tempo a dar tutto il suo meglio. E penso a Dante Alighieri, se messer Cante Gabrielli, furibondo podestà di Firenze, lo avesse potuto ghermire, nel marzo del 1302, non altro essendo divulgato di lui che la Vita Nuova e un mazzo di liriche giovanili! Nell'istesso periodo di formazione in cui l'ingegno del Mameli fu sopraggiunto dalla morte, la sacra scintilla del genio si vede, e ben luminosa. Narrando la vita del Poeta, ho dovuto necessariamente precorrere il mio giudizio sull'arte di lui. Ma un giudizio solenne, autorevole su tutti, lo ha dato da mezzo secolo il Mazzini; quel Mazzini, che sarebbe riuscito un grande scrittore letterario, e senza fallo il maggiore del secolo scorso, se non avesse amato meglio essere il precursore e l'apostolo dell'Idea nazionale; onde a lui gloria non peritura, e gratitudine, finché siano anime pensanti ed amanti in Italia. «La morte ci ha rapito un poeta» diss'egli. E tale fu davvero il Mameli, nel grande significato che alla parola attribuiva quel giudice insigne: dell'alta poesia aveva la sostanza, che scattava veemente, levandosi a voli d'aquila, sull'ala delle imagini vigorose: la ispirazione dei Profeti si era fatta una cosa sola coll'anima di lui, palpitante e vibrante d'amor patrio, che associava i destini della giovine Italia con quelli dell'antico Israele la forma, dal canto suo, aveva rotto ben presto l'involucro Manzoniano, donde pareva che i nostri poeti di mezzo secolo fa non sapessero uscire, andando sforzati sull'orma, e rimanendo tutti, romantici o no, sempre inferiori al nuovo esemplare: rotto poi l'involucro, sciolta ancora d'ogni appiccicaticcio scolastico di frasi dette e ridette, di modi poetici logorati dall'uso di cento e cent'anni, sincera, non dimessa, e, grazie al nuovo delle imagini sue, non disadorna, si svolgeva in istrofe d'aspetto singolare, che nell'insolito degli atteggiamenti, nel risentito degli aggiunti, nello scorcio audace degli incisi, acquistavano una mirabile virtú persuasiva: e queste erano già tanto vicine alla perfezione tecnica, da bastar pochi ritocchi accorti, a togliere asprezze, a chiarir passi difficili, a ravviare contorni. Ma egli improvvisava, nel bollore dell'estro: gli autografi suoi provano ciò, ed altro ancora; perché, dobbiam dirlo, agl'impeti di quell'estro soggiaceva spesso la ortografia, la interpunzione; sempre utile, questa, a volte necessaria, per istabilire i limiti del periodo, il significato della frase. Nella furia del buttar sulla carta i pensieri, gli uscivano incompiute dalla penna perfin le parole. Cro per creò, Ilia per Italia, ed altrettali, si notano nel primo getto dell'inno «Fratelli d'Italia». Irrompeva come un torrente, erompeva come un vulcano. Ma quante preziose materie da quelle eruzioni! Sono basalti e porfidi con vene d'oro, iridescenze di tenui colori, cupe intensità di fiamma viva.

Cosí, come nel pensiero e nell'arte, fu egli nella vita e nella persona: anima di fanciulla e cuor di leone; piú meditabondo che ilare, ce lo dipingono quanti lo han conosciuto, fidente di carattere, amoroso, affabile nei modi, discreto nel disputare, misurato, non mai volgare nel linguaggio, come quegli che sempre aveva puro il pensiero, impetuoso e ruggente a chi gli facesse ingiuria di mal ponderate parole; ma di ciò non furono frequenti occasioni, tanto era stata sollecita la conquista della sua morale autorità sui compagni. Il cortese uomo che gli fu primo educatore ed amico costante, ce lo descrisse «di bella e gentil persona, di statura mediocre, di carnagione bianca, di capigliatura traente in biondo, d'occhi vivi e imperiosi» che poteva dire anche cerulei, come quei della madre e dei fratelli; e quegli occhi e tutto l'altro del viso, «di espressione naturalmente dolce, ma fiera e risoluta, quando l'animo avea volto a qualche cosa che volesse ad ogni patto operare». Aggiungerò, per testimonianza di commilitoni, che cavalcava con grazia, né mai mostrava stanchezza quando fosse il bisogno di muoversi per ragioni di servizio; nelle ore d'ozio, poi, volentieri dormiva. «Per sognare» diceva egli sorridendo. E ben si vede, anche da ciò, come fossero due nature in lui; procedente questa dalla complessione sua delicata, quella da una forza di volontà che dall'altezza del pensiero prendeva alimento e radice. Tornando al volto di lui, ricorderò che aveva bionda la barba, precoce, ma rada; barba all'Italiana, come lungamente fu detta, che copriva il mento, lasciando scoperte le guance; barba che effigiata in un dagherrotipo è parsa poi nera e fitta, conducendo pittori e scultori a dargli figura di trentenne. In lui la freschezza degli anni si vedeva chiaramente sul volto. Disse bene di lui un compagno d'armi, che fu degli ultimi amici al suo capezzale: pareva il Nazareno. Ma certo il Nazareno nella fiorente giovinezza, e nel fervore delle prime predicazioni di Galilea.

 




13 Vedi Appendice VIII: Gli ultimi giorni di Goffredo Mameli; e in essa la seconda parte, ov'è riferito il Diario di Agostino Bertani.



14 Di questi colloquii filosofici ebbi notizia tanti anni fa (e non l'ho piú dimenticata) dal mio vecchio e compianto amico dott. Pietro Ripari.



15 Vedi Appendice VIII: Gli ultimi giorni di Goffredo Mameli.






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