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| Goffredo Mameli Scritti editi e inediti IntraText CT - Lettura del testo |
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AI GIOVANI
Ne pleurez pas ceux qui sont morts, ne plaignez pas ceux qui vont encore mourir. Ils payent leur dette. Ils valent mieux que ceux qui les égorgent. Donc ils sont plus heureux... Ah, ce n'est pas sur les martyrs qu'il faudrait pleurer; c'est sur les bourreaux19. George Sand.
Le poche pagine ch'io prefiggo ai versi di Goffredo Mameli non sono una biografia. Io non ho dati per farla; né, se li avessi, l'animo mi reggerebbe al lavoro freddo anatomico di snudare un affetto o desumere un'opinione, esaminando lettere o interrogando parenti ed amici; per me, per quei che lo conobbero e l'amarono, la ferita è troppo recente. Sono ricordo d'un amore che non morrà, vincolo tra un'anima che soffre e combatte, e un'anima che ha trionfato, mandato dall'esiglio ai giovani d'Italia perché non dimentichino qual sangue si versava in Roma per la loro fede e si confortino nel loro momenti di dubbio, pensando agli angioli che stanno fra Dio e l'Italia e pregano costanza agli apostoli e rapida vittoria alla patria. Rammento le brevi parole ch'io scriveva ai giovani sei anni addietro raccomandando la memoria di un altro amico, di Carlo Bini. Allora, io gemeva perché sulle sepolture dei martiri del Pensiero dovesse assidersi l'Angiolo dello sconforto; oggi vi posa eretto l'angiolo dell'Avvenire: allora i privilegiati d'una scintilla di genio morivano, consumandosi solitarî, di lenta etisia morale, fra una incerta speranza e lo scetticismo versato in essi dagli uomini e dalle cose che li attorniavano; oggi muoiono della bella morte, combattendo all'aperto, in nome di Dio e del Popolo. L'anima di Goffredo ha potuto, salendo, illuminarsi di un raggio di lietezza incontrando l'anime sorelle di Bini, dei Bandiera, di Jacopo Ruffini, dei mille martiri della nazione, e dir loro: consolatevi; la patria è sorta; la parola della nuova vita ha riconsacrato la nostra Roma alla terza missione; io la intesi prima di cadere; pochi giorni ancora e suonerà parola di riscossa alle moltitudini. Io non gemo dunque su lui. La mestizia che si diffonde in me, mentre io scrivo, non è se non desiderio: desiderio del sorriso ch'ei versava dagli occhi su noi sereno e quieto come la fiducia; dell'affetto ch'ei dava tanto piú profondo quanto meno lo rivelava a parole; del profumo di poesia che ondeggiava intorno alla sua persona; dei canti ch'erravano ad ora ad ora sulle sue labbra, facili ispirati spontanei, come il canto dell'allodola sul mattino, che il popolo raccoglieva e ch'egli dimenticava. Per me, per noi profughi da vent'anni e invecchiati nelle delusioni, egli era come una melodia della giovinezza, come un presentimento di tempi che noi non vedremo, nei quali l'istinto del bene e del sacrifizio vivranno inconscii nell'anima umana e non saranno come la nostra virtú, frutto di lunghe battaglie durate. La sua aveva tutta quanta l'ingenua bellezza dell'innocenza. Lieto quasi sempre e di temperata mente gioviale come per tranquilla e secura coscienza, e nondimeno velati sovente gli occhi d'una lieve mestizia, come se l'ombra dell'avvenire e della morte precoce si protendesse, ignota a lui stesso, sull'anima; tendente per natura di poeta a non so quale languore e delicatezza femminile di riposo, ma contrastato in quella tendenza da una irrequietezza fisica assai frequente, figlia di mobilità estrema di sensazioni e dell'eccitamento nervoso ch'ebbe gran parte nella sua morte; d'indole amorosamente arrendevole e beata di potere abbandonarsi a fiducia, pari a quella del fanciullo nella carezza materna, in qualcuno ch'egli amasse, pur fermissima in tutto ciò che toccasse la fede abbracciata; tenero di fiori e profumi come una donna; bello e non curante della persona; tale io lo conobbi dopo ch'ei s'era da oltre un anno affratellato meco per lettere e unità di lavoro, la prima volta nel 1848 in Milano. E ci amammo subito. Era impossibile vederlo e non amarlo. Giovine allora, s' io non erro, di ventidue anni20, egli accoppiava i due estremi, sí rari a trovarsi uniti, che Byron prediligeva, dolcezza quasi fanciullesca ed energia di leone da rivelarsi (e la rivelò) in circostanze supreme. V'erano ore nelle quali lo avresti detto Stenio, il poeta della Lelia21, nato a vivere di melodie di lira e immagini di bellezza; ed io lo chiamava talora con quel nome per farlo sorridere; ma un momento d'ispirazione, un vaticinio di patria, di unità futura, di gloria italiana, una parola eloquente di virtù severa e di sacrificio, gli faceva splender negli occhi la fiamma dei forti pensieri, e allora lo avresti detto nato soltanto a trattar la spada. E lira e spada staranno giusto simbolo della sua vita sulla pietra che un dí gli ergeremo in Roma nel camposanto dei martiri della nazione. Stenia era in lui trasfigurato dal culto d'una grande idea, intento e santificazione alla vita. E questa idea ch'egli avea versato, fin da quando incominciò visibile il fermento degli animi per le speranze d'una guerra italiana, nei canti che qui son raccolti, lo avea trascinato fra i primi sui campi lombardi. Militava, capitano d'una squadra di volontari, con poca fiducia nell'esito immediato dell'impresa, ma con valore cavalleresco, e convinto che in quelle mischie s'iniziava la gioventù alla coscienza delle proprie forze e a vittoria infallibile nel futuro. Rovinata la guerra, ci passò, appena s'aprí via alle nuove speranze, in Roma. Di là mi scrisse un biglietto, riassunto eloquente della sua fede, che non conteneva se non tre parole: Roma! Repubblica! Venite! e la data 9 febbraio22. E colà lo rividi, raggiante di novello entusiasmo, nelle file condotte da Garibaldi, assorto negli studi e nelle cure della milizia, pieno come tutti noi di speranze, che, ordinato il giovine esercito repubblicano, avremmo gettato una seconda volta, con più sicuri auspicii, il guanto di sfida all'austriaco. Ah! ei non pensava, quando m'abbracciò, rivedendomi, che il nostro guanto sarebbe stato raccolto, plaudente l'Austria, dalla Francia repubblicana! Né io parlerò dello zelo instancabile da lui, giovinetto, spiegato negli uffici del suo grado, né del valore ch'ei mostrò combattendo, nella giornata del 30 aprile, e più dopo, fino al giorno in ch'ei fu ferito: basti ch'ei meritò lode e affetto da Garibaldi. Né ammirerò come, colto nella gamba da una palla di moschetto il 3 giugno, giornata che ci rapi Masina, Daverio ed altre vite preziose, e portato allo spedale dei Pellegrini, ei sostenesse scherzando e lieto di patir per la patria dolori e timori pur troppo avverati dall'avvenire: il coraggio era natura in Goffredo. Noterò solamente, esempio raro nella milizia, ch'egli aveva ricusato sul rompersi della guerra e insieme a un amicissimo suo, Nino Bixio, ufficiale d'alte speranze, il grado offertogli di capitano, allegando che v'erano altri più atti di lui, per esperienza, a coprire quel grado; e non l'accettò se non giacente nel letto, dove gli fu dato il brevetto coll'aggiunta di addetto allo stato maggiore. La ferita, che sembrava a prima vista leggiera, s'andò aggravando, e la gangrena invadente rese, il 19, indispensabile l'amputazione. Fu fatta maestrevolmente; e allora sperammo di averlo salvo. Egli andava chiedendo se una gamba di meno gli contenderebbe di guerreggiare a cavallo. Gli pareva di non dover morire che sulla terra lombarda, in faccia all'austriaco. Era deciso altrimenti. L'economia del fisico era in lui alterata nell'insieme; e dopo una illusione di meglio, s'andò a poco a poco riaggravando. Mentre il cannone francese s'avvicinava lentamente alle mura, ei s'accostava ai momenti supremi. Avresti detto ch'ei dovesse morir con Roma. E morí il 6 luglio, tre giorni dopo l'occupazione, quando pei suoi piú cari era cominciato o s'apprestava l'esiglio. Come il fiore della Flonide23, egli sbocciò nella notte; fiorí, pallido, quasi a indizio di corta vita, sull'alba; il sole del meriggio, del meriggio d'Italia, non lo vedrà. Ricordo, pensando a lui, le parole di Goethe nel suo Torquato:
Wo du das Genie erblichst, Erblichst du auch zugleich die Marterkrone;
«dove tu scopri la scintilla del Genio, tu scopri a un tempo la corona del Martire». E Goffredo aveva in sé la scintilla del genio. I canti qui raccolti lo provano. Getti d'una ispirazione sorta dal popolo e destinati al popolo, facili, ineguali, non meditati, e quasi fiori che cadono dalla testa inghirlandata d'una fanciulla senza ch'essa se ne avveda o ne curi, portano impronta d'una potenza ingenita di poesia che gli anni e il pensiero avrebbero educato e le battaglie della patria fecondato piú sempre di profonde emozioni. Il popolo li ricorderà lungamente; né so chi possa leggerli senza dirsi: «la morte ci ha rapito un poeta». Ah! non ne rapisca il ricordo ai giovani! Tipo, come Koerner per la Germania, d'una generazione nella quale si congiungeranno, sotto l'impulso d'una grande idea nazionale, pensiero ed azione, intelletto d'amore ed energia di forti fatti, poeta e martire come egli fu, Goffredo Mameli sia per essi memoria sacra, insegnamento e promessa dell'avvenire. Diventi la breve incontaminata sua vita, consunta fra un inno ed una battaglia, simbolo, esempio ed ispirazione ad altre vite ed incoraggiamento alla lotta, finché udendo risorta la Roma del popolo, per la quale ei morí, e i canti del figlio riecheggiati sul Campidoglio, la gentile, or dolente senza conforto, che diede Goffredo all'Italia, possa rivolgersi piú serena alle madri, che piangono i loro cari caduti per la fede italiana, e dir loro «asciugate le vostre lagrime e coprite di fiori le tombe dei vostri diletti; le gioie della morte debbono superare quelle della vita. La bara è la culla del cielo». E allora l'anima del nostro Goffredo salterà, irraggiata di una gioia ineffabile, dalle mani dell'angiolo del martirio a quelle dell'angiolo della vittoria.
Svizzera, Ottobre 1849. Giuseppe Mazzini.
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19 Da una lettera inedita, scritta dopo la caduta di Roma. 20 Qui l'editore del 1850 appone la nota: «Non aveva che 20: ci permettiamo di correggere l'inesattezza appunto perché prevista dall'Autore delle presenti linee». Noi per maggiore esattezza soggiungeremo che il Mameli vide la prima volta Giuseppe Mazzini a Milano nell’aprile del '48. Nel taccuino rosso di Nino Bixio si legge alla data del 17 aprile: «Mameli... mi comunica una lettera di Mazzini colla quale lo chiama a Milano. Mameli parte, ed io rimango colla compagnia». Nato il 5 settembre 1827, Goffredo Mameli aveva a mezzo aprile del '48 oltrepassati di sette mesi i vent'anni. 21 Romanzo di Giorgio Sand. 22 Uscito di Lombardia per la Svizzera, e di là passato in Francia, Giuseppe Mazzini approdò l'8 febbraio a Livorno, dove il 9 giunse la notizia che la Repubblica era proclamata in Roma. Era a Firenze il 18 febbraio: entrò in Roma sui primi del marzo. V. Scritti editi e inediti di Giuseppe Mazzini, vol. VII, pp. 184-85. 23 Cosí la stampa del 1850, che vedo seguita dalle altre. Ma la voce «Flonide» non so che significhi. Penso che si tratti d'un errore di stampa, e debba leggersi «Flomide», con allusione alla pianta fruticosa, cosí nominata da φλόξ (fiamma), della famiglia delle Labiate. Avrò io colto nel segno? A buon conto, ignoro se alcuna delle varietà della Flomide offra questa singolarità di fioritura, onde il Mazzini ha tratta la sua bellissima imagine. |
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