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| Goffredo Mameli Scritti editi e inediti IntraText CT - Lettura del testo |
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IL GIOVINE CROCIATO25
CANTICA (ad N. N.).
Parte Prima.
I.
. . . . O giovinetta, innanzi Al tuo sguardo divin tutto si pinse, Il ciel, la terra, l'universo, in riso: Pur di', te mai non lusingò la mesta Voluttà del dolore? Affaticata Dal vagar lungo in bei sogni ridenti, Non amasti talvolta anco raccôrti In una calma stanca, indefinita, Che, abbenché dolce, pure al duol somigli Piú che alla gioia? Oh, s'hai gentile il core Come il sembiante, tu il provasti. Or dunque, Porgi pietoso orecchio Alla dolente istoria, O cara, e d'una lacrima Consola la memoria Del giovine crociato, Cui d'Emma tolse al vergine Affetto avverso fato. Altri con sogni rosei A te d'amor felice Pinga le gioie trepide: A me levar non lice Lieta armonia dal core; Ed il mio canto è lugubre, È l'inno del dolore.
II.
Di Piero alla voce ispirata Tutta Europa raccolsesi armata: Ha giurato nel nome di Cristo Di sfidare le barbare spade, Di atterrar nelle sante contrade L'empia Luna che il Turco v'alzò.
Né a rispondere al grido di guerra Fu l'estrema la patria mia terra; Ma signora dei mari v'accorse, E dinanzi la Ligure croce L'Infedele, del Nil sulla foce, Chinò il brando ritorto, e tremò.
III.
Da un verone che guarda sull'onde Emma figge dell'occhio l'acume Là 've rotte biancheggian le spume Dalle prore volanti sul mar. Tutta l'alma le stringe un pensiero; Un presagio nel cor le ragiona: «Ogni speme, infelice, abbandona; »Nel vedrai, nel vedrai piú tornar».
IV.
Passâr piú lune, e invan la vergin chiese Del sospirato cavalier novella, Da cui, sul fiore dell'età novella26, Amore apprese.
Lei al verone, per lunga stagione, Da cui mirò la nave in mar fuggente, Vide il mattin; lei vide il sol morente A quel verone.
V.
Tinto ha di morte il pallido Viso; il pié trepidante Di già vacilla al giovine ferito; E invano appoggia stanco Sovra il brando stillante Di barbarico sangue l'egro fianco.
E invan cerca coll'ultimo Guardo i suoi piú diletti; Solo la morte intorno a lui ragiona; Nell'ucciso inimico La vede, e in mille aspetti Nel compagno che muor, nel morto amico.
Ei sulle labbra livide Dal bacio della morte Ha un nome, un nome che alla vita il lega, Che sul languido viso, Pur nell'estrema sorte, D'amor ridesta l'ultimo sorriso.
Ei muor, povero giovine, Di sua vita nel fiore! Il cammin della speme e della gloria La morte gli precise; Le rose dell'amore Nel primo olezzo mattutin recise.
Porgi pietoso orecchio Alla dolente istoria, O cara, e d'una lacrima Consola la memoria Del giovine crociato, Cui d'Emma tolse al vergine Amore avverso fato. Altri con sogni rosei A te d'amor felice Pinga le gioie trepide: A me levar non lice Lieta armonia dal core; Ed il mio canto è lugubre, È l'inno del dolore.
Parte Seconda.
I.
S'innalzi il cantico Della vittoria! I nostri tornano Cinti di gloria.
A vele gonfie, Aure seconde Le navi reduci Portan sull'onde.
Già all'aure patrie, Presso la Foce, Gloriosa sventola La nostra croce,
Qual già sull'ampio Mar d'Orïente Mirolla orribile L'Odrisia gente.
Recate, o vergini, Serti di fiori; Ai cari giovani Recate allori.
Piú degni tornano Del vostro amore; Lo meritarono Col lor valore.
S'innalzi il cantico Della vittoria I nostri tornano Cinti di gloria.
II.
Perché Emma al gioir del suo popolo Non partecipe, sola risté?
Tutti i prodi sul lido già scesero Cercò invano il suo caro; non v'è.
Domandonne, e risposero: all'anima Di quel forte sia pace, ei morì!...
III.
Non un sospir mandò dal core affranto Emma, ché a dolor tanto Non giova il pianto.
Pesar sul cor sentí un'angoscia ignota; E, qual di spirto vuota, Rimase immota.
Consolarla tentàro..... Invan! d'amore Troppo addentro nel core Scende il dolore.
È tal dolor. che non v'è cosa, forte Da sciôr le sue ritorte, Se non la morte;
Quando la vita è sol di duolo stanza, Quando piú non avanza Una speranza,
Una speranza che con dolci inganni Sparga di miel gli affanni De' tuoi verd'anni.
IV.
Sulla cresta d'un nudo dirupo, Che il pié cupo ha battuto dall'onda, Che alla sponda si sente mugghiar,
Al chiaror della pallida luna, Bruna bruna, qual l'alma, la gonna, Una donna sta, e guarda sul mar.
Sparse al vento le chiome, discinta, E dipinta del duolo, nel volto, Che raccolto le freme nel cor;
Parve, all'onda che cerula brilla, La pupilla volgendo, la mesta, La tempesta lenir del dolor.
Tornar parve sul languido viso Il sorriso del tempo primiero; Un pensiero la parve calmar.
E fu vista per l'ultima volta, Là rivolta, alla terra natía Quella pia un sospiro mandar.... |
25 Senza data, e non si ritrova conservata nei manoscritti di Goffredo. La tolgo dalla edizione del 1850, usando per altro una correzione capitale. La protasi di questo racconto polimetrico è indirizzata ad una donna, ad una giovinetta, non ad un giovinetto; a troppi segni si riconosce. L'editore ebbe forse da rispettare ragioni che oggi sfuggono a noi, ma che potevano aver peso per lui? O quei versi erano stati a lui consegnati da una persona che non voleva si sospettasse essere stati a lei indirizzati? Checché ne sia, per me il Giovine Crociato è un componimento di scuola, e perciò anteriore al 1842: ma il Poeta, rileggendolo piú tardi, e stimandolo giustamente degno di conservazione, lo rinfrescò d'alcuni tocchi qua e là, mutandogli anche il principio, con quella apostrofe dedicatoria, che ha gusto di anni più inoltrati nella gioventù di Goffredo. 26 Forse il Poeta aveva scritto «piú bella»; ma come esserne certi? |
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