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| Goffredo Mameli Scritti editi e inediti IntraText CT - Lettura del testo |
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LA VERGINE E L'AMANTE
ROMANZA ARABA30.
«Mentre che giovinezza e leggiadría Il tuo sembiante, o mia diletta, infiora, Vieni, m'inebria d'un amplesso, e godi Del tempo lieto, pria che fugga. Vedi? Il fior che all'alba vagheggiasti, pinto Di ridenti colori ed odoroso Di soavi profumi, al Sol cadente Sovra il pallido stel languirà privo Del suo primiero mattutino incanto. Cosí fra poco appassiran le rose Del tuo sembiante: la bellezza è un'Iri, Che sfavilla un istante, e si dilegua. Or su te splende: comparar t'udii Alla pallida luna, allor che brilla Nei notturni sereni; ma la luce Del suo disco d'argento non pareggia Il tuo guardo divino e l'amorosa Luce della tua cerula pupilla. Bella è la rosa, che de' fior reina In primavera all'aure amiche schiude La porpora dei calici odorati. Lei saluta il mattin qual la piú vaga Gemma di cui va coronato Aprile: Eppur la rosa tremebonda piega Sovra il gracile stelo al passeggero Soffio del vento che la bacia; mentre A te dinanzi, o mia diletta, o fiore Del sorriso di Dio, piegan devoti La fronte i nati della terra, come A una cosa celeste. Oh, se il dolore Dell'anima ti giova, e se il sospiro Di questo core ardente a te, o leggiadra Tra le figlie dell'uomo, aggrada, quale Ad un Nume sull'ara odor d'incenso Che sol nel fuoco crepitante olezza, Il mio dolor coltiverò nel core Con vigile custodia, come cosa Caramente diletta. Ma d'un riso L'anima, affranta dal dolor, consola Talvolta, o pia: egli le fia vitale Come rugiada all'arso fior che il raggio Del Sol corrusco nel Lion saetta».
Mentre che il giovinetto in queste note Meste d'amore e di dolor sfogava Il secreto dell'anima, la bella Lieve sui fior s'avanza; e a lui girando I grand'occhi cilestri, all'amoroso Questi accenti rivolse, che sul core Dolcissimi gli sceser come l'onda D'un'armonía che dalle labbra voli D'una notturna Peri, allor che il canto Tra i roseti discioglie, armonizzando Col respiro dell'aura che si frange Fra le mai sempre verdi Arabe palme.
«E me la fiamma dell'amor consuma Per te, o gentile. Se a me volgi il guardo, Fremer la vita nelle vene io sento, Vinta all'incanto della tua bellezza Se la notte il suo negro vel distende Per i campi del cielo, in ciel vagheggio Delle tue chiome il nereggiar: se l'alba Ride dall'orïente, il tuo sorriso Nel suo riso vagheggio; e nei profumi Propagati dall'aloe, libar credo Il sospir del tuo labbro».
E sí dicendo, Il vel raccolse dal sembiante, e parve Quale l'astro d'amor che si disvolve Dal vapor d'una nube. Il passeggiero Attonito mirolla, e la credette Una eterea sembianza, od un vagante Dell'etra abitator, che, riposato Dall'aereo vìaggio, al ciel natío De' suoi vanni raggianti il lampo spieghi, A ingemmar d'un novello astro le sfere.
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30 È la prima nel quaderno del 1845, e di quest'anno la dimostra l'arte già piú matura del Poeta. L'edizione Tortonese del 1859, sopprimendo il titolo La Vergine e l'Amante, e solo lasciando in luogo di questo un Romanza Orientale (nell'autografo Romanza Araba) soggiunge l'indicazione «Traduzione dal Francese», in ciò seguíta dalle edizioni posteriori di Milano e di Roma. Dal francese, di chi? Quando Goffredo traduce, o imita da poeti d'altre lingue, ha sempre cura di farne cenno. E qui non lo ha fatto: sia dunque lecito il dubitare di questa assegnazione ad una fonte straniera. |
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