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Goffredo Mameli
Scritti editi e inediti

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  • VERSI ALLA POESIA   INNO.
    • TORQUATO TASSO
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TORQUATO TASSO38

 

Vieni, o gentil, per cui l'animo mio

La vita oblía. Vaga talor nei sogni

Dolci d'amor tu sei, che questa landa

Arida, amara della vita spargi

D'illusïon , d'incanto. Altri le rose

Del bel sembiante in te vagheggi, e il molle

Volgere della cerula pupilla:

Bella a me sei della mia Idea, che tutta

Sé stessa in te riflette e si vagheggia.

Che il mio genio s'inebrii nel profumo

Di questo fior d'amor! Ch'io figga il guardo

Nel tuo guardo, com'aquila che ardente

Punta l'occhio nel Sole, e si sublima!

E qual l'incenso, che insiem arde e olezza,

Ferva l'anima mia, ch'io sciôr vo' un inno

Al piú gentil degl'Itali poeti.

 

A quale mai cortese anima, caro,

Siccome il nome di un'amata, il nome

Di Torquato non scese? Oh, la sventura,

Come il suo genio non compreso immensa,

Sovra il suo capo si posò. La via

Dio gli segnò fra i triboli e le spine,

Ed il suo canto fu simile al canto

Favoloso del cigno, allor che sente

Esaurirsi la vita, alle dolenti

Ore di morte. Fra cotanti affanni,

Ah, chi cortese lo sorresse, e pio

La man gli stese nel crudel viaggio?

Ahi, cercò invano sulla terra un core,

Che, qual eco che facile risponde

Alla canzon del trovator notturno,

Ai battiti del suo cor rispondesse

E se all'amor per Lëonora aprillo,

Nol compres'ella, o lo sdegnò. Anatéma

Sul capo della donna, che potea

Sparger balsamo, oblío, sulle ferite

Dell'infelice, e sparsevi veleno!

Stupido al suono della sua parola,

Come a chi parli una favella ignota,

Guatollo il mondo, e gli sorrise in volto

Non altrimenti che a un deliro, quale

Sopra la gemma sconosciuta il cieco

Passa e calpesta! Ed il suo spirto oppresso

Dall'ingente concetto, ed il suo core

Dai grandi affetti affaticato, affranto,

Fur creduti stoltezza! E quel divino

Per ben sett'anni sospirar fu visto

Nella magion de' stolti; e fuggitivo

Andar ramingo, povero, deserto

D'ogni umano soccorso, or sulle rive

Dell'Eridàno, or su' scoscesi monti

Delle patrie contrade, allor fu visto

Il cantor di Goffredo.

Oh, sola amica

La Dea del canto gli sorrise, in tanta

Onda crescente di sventura; e pia

Gittò talvolta un fior mesto, ma caro,

Nel suo cammino. Ed ella stessa, è fama

Nello squallido carcere scendesse,

Racconsolando il travagliato spirto

Coll'armonía dei numeri divini.




38 Questo componimento dovrebb'essere della fine del 1845. Nel secondo tra i quaderni del medesimo anno, in cui il Poeta teneva ricordo delle sue letture, troviamo, levata dai versetti 8, 9, dell'Ecclesiastico, cap. 4, la imagine biblica dell'incenso che «arde ed olezza»; imagine che si vede anche espressa nei versi 34, 35 della romanza Araba «La Vergine e l'Amante», anch'essa della fine del 1845. E nel Paolo da Novi, certamente abbozzato in quell'anno, nella prima scena dell' atto II, è l'imagine dell'aquila, espressa nella forma che qui si vede nei versi 12, 13. L'imagine della gemma calpestata dal cieco, biblica anch'essa, è pure usata dal Poeta nell'ode Dante e l'Italia.






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