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| Goffredo Mameli Scritti editi e inediti IntraText CT - Lettura del testo |
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UN'IDEA49
I.
Dimmi, chi sei, tu che il mio cor, cui muto D'ogni cosa terrena è il riso, ancora Consoli e affranchi? Te nel mesto lume Vagheggiai della sera, e del mattino Te vagheggiai nel biancheggiar. Pei cieli, Quando riposa la natura, e i prischi Vati, rapiti, l'armonia degli astri Sentir credeansi lusingar l'orecchio, Io cercai la tua voce, e avidamente L'estreme note delibar talvolta All'anima ne parve; o fosse il suono Della voce di Dio, che primamente Generò l'universo, ed in eterno Echeggiante nei secoli la vita Ancor gli nutre; o forse d'un'ignota D'una stella lontana abitatrice Il canto fosse... O forse il mio pensiero Era dal lungo dolorar deliro.
II.
E nell'anima, Iddio, come un presagio D'un avvenire piú gentil ti pose, E ne spirò l'immagine e la fede Nel sorriso fuggevole indistinto Di te, che, — qual tra la vigilia e il sonno Nello sguardo un'imago uom si figura, Che non sa s'egli vede e s'egli pensa, — All'anima lampeggi: e non accarna Se lo illude il desío, o se tu sei, O un bello amasse, il mio pensiero, in altra Scorsa esistenza, cui membrar non vale, O un indistinto delle varie parti, Che componeano quella cara Idea, Tu sii, cui la mia mente or s'affatica, Per vagheggiarla, ricomporre invano.
III.
Eppure, in tutta la natia sua luce E vita, all'alma balenò talvolta Ma, o presto troppo dileguasse il suo Rapido apparimento, o alla mia mente In se comprender cosa eterea tanto Possibile non fosse, ahi! sempre ondeggia Nel mio concetto quella cara Idea Confusamente.
IV.
Una già a me si parve, Che all'alma mia ne ritraea gran parte. Era la notte, e in fervide carole S'intrecciava la danza. Io solo immoto Mi rimanea nella comune ebbrezza; E se negli occhi l'agitata folla Talor mi si pingea, la loro impronta Mi somigliava ad una trepid'ombra Variamente confusa. Io la guardava: Sola, distinta, s'aggirava anch'essa In fra quei misti avvolgimenti, quale Fra tempestosi nugoli una stella, Che ad or ad or si pare, ad or s'asconde. Io la guardava ; e mi tornava a mente Quando Torquato a Lëonora in fronte Pose deliro un bacio. E nell'orecchio Quel numeroso mormorío mi tacque, Qual per virtú d'incanto; e quella turba Anche calmossi. Ella sedea fra loro, Tutti conversi verso lei: le dita Sovra il seguace cembalo movea, Accompagnando l'armonia del canto; E la sua voce parea mesta assai... Io piú non la rividi.
V.
E un' altra ell'era, Greca, ed avea le chiome bionde, e gli occhi Grandi e cilestri; e li volgea per uso, Come chi stanco delle cose umane Cerca scordarsi della terra, al cielo. Sul suo labbro l'italica favella Molto dolce suonava; e abbenché lieta, La sua parola m'invogliava al pianto. Io la vidi una volta, e s' è svanita Come un pensiero.
VI.
Ed una piú di tutte!... Anzi, nell'alma la sua imagin s'era Connaturata a quella cara Idea, Come la fiamma colla luce. Oh, sempre, Benché talvolta inavveduto, il suo Pensiero soggiornò nella mia mente! E se talvolta la sua dolce imago Parea che, come all'infuriar del turbo Svanisce in ciel l'arcobaleno, anch'ella In fra le ardenti fantasie, di cui Mi popolava il giovanil bollore La mente, dileguasse, appena stanco Mi riposava dalla lunga febbre, Io ritrovava la sua dolce imago. Non altrimenti sovra il mar si perde, Se fresca brezza l'agiti, il riflesso Dell'astro, e sol piú lucide ne volge L'onde; ma appena ei calma, e l'astro appare, Che dianzi il coloría della sua luce Sconvolta e mista al fluttüar dell'acque.
VII.
Ed una sera, mi rammento, mesta Più ch'altra sera io mai sentissi, entrambi Ragionavamo alla finestra. Un raggio Da una parete opposita refratto Il suo volto imbiancava; e, come d'uso, Di lievi cose parlavamo. Eppure, Come se alcuno ci origliasse, lene Ci uscía la voce dalle labbra: il volto, Senza addarcene noi, s'era atteggiato Come a un racconto di dolore, e il core A lenti e pressi palpiti battea, Simile a umore che compresso bolle. E in quell'istante molti giorni io vissi Anzi, esaurirvi io mi pensai la vita, E che l'anima mia, fatta piú pura Nel contemplarla, dai corporei lacci S'evaporasse. In quell'istante io tutta L'ora solenne della morte intesi. Però molto i' soffria, né m'avvedea; Siccome il prigionier non sente il duolo Delle tese catene, allor che a forza Al verone s'arrampica, e si bea Nel sorriso del Sol, di cui tant'ore Vedovato trascorse. Oh, veramente Io desiai che l'universo intorno Dileguandosi, sola ella restasse, Ed io per vagheggiarla.
VIII.
Oh benedetta Di quella sera la memoria! Iddio Mi plasmava al dolor. L'anima mia, Innamorata dell'eterno vero, Sdegnò le fole in che s'accheta il volgo, Stancando, come l'aquila nel Sole, Avido il guardo. Ah, invan, l'ali battendo, Tentò levarsi a lui, però che il fango A sé la tira; e sol s'ebbe il dolore Dell'inutil conato, e del desío. Eppure, ancor non maledí a sé stessa, Né invidiò il fato della lieta turba Che nel fango natío repe e gavazza; Che il suo dolore ha la sua gioia anch'egli, E grande, e non compresa.......
IX.
Altri s'inebrii d'altre gioie, o l'ore Di compre donne in fra le braccia inganni, O fra i conviti e le vegliate danze, O fra la speme di molt'oro. Al mio Viver fia duce, fia sostegno e gioia, Solo il sorriso d'un'Idea, nel volto O l'idoleggi di gentil fanciulla, O nell'immenso azzurreggiar de' cieli. Ella il ritorno della bionda aurora Popolerà di liete larve; ed ella In fra i silenzi della sera al core Deserto e stanco parlerà la mesta Parola dell'affetto; e pur nell'ora Suprema della vita, allor che l'occhio Si volge intorno desïoso, ed ogni Cosa piú cara si scolora e torna In vanità, quando la vita appare Come un istante di delirio, accanto Ella sarammi. E l'anima fuggente, L'ultima volta in lei rapita, s'anco L'eterno nulla le vaneggi innanzi, Come la fiamma che s'estingue, lieta Cederà al fato, e potrà dire: io vissi.
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49 Di questo Sciolto, che porta la data del 1846, manca tra i manoscritti del Poeta l'autografo. V'è bensì un apografo, del quale ho dovuto contentarmi, ma non appagarmi, scorretto com'è in più luoghi, quanto la stampa del 1850, che per la interpunzione tralasciata o fallace finisce di travolgere ogni cosa. È un passo disperatissimo in ambedue il paragrafo II; dove, per cavarne un costrutto, ho sostituito uno spirò allo spera del terzo verso, che non dava alcun senso. Conoscendo la grafia del Poeta, che spesso fa gli o come gli e, né mette sempre il punto sugli i, ed anche nella fretta non segna gli accenti, ho la certezza di coglier nel segno. Comunque sia, peccato confessato. |
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