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| Goffredo Mameli Scritti editi e inediti IntraText CT - Lettura del testo |
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GLI APOSTOLI65
Noi fra il volgar tripudio Tacenti contristati, Pei vôti archi del tempio Innanzi a Dio prostrati, Pregammo pei fratelli: Ci dissero ribelli, Tolsero a incrudelir. Ma colla fede in core Alzammo il guardo impavido; Nel mezzo del terrore Credemmo all'avvenir.
Tra i fiori nascondeano Della viltà l'impronte: Quelle rose del vizio Strappammo lor di fronte; Parlammo di battesimo, D'una virtú novella, Che come spada penetra E l'anime affratella; Destammo dalle ceneri I prodi e le memorie, Le libertà, le glorie, Il vindice furor. Ma intorno si miraro; Ed eran tanti. Risero, Né loro parve amaro, Diviso, il disonor.
Allor nelle vigilie Delle sudate notti, Siccome da fantasimi I sonni ci fur rotti: Allora mille voci Per giubilo feroci Illusi ci garrîr. Ma colla fede in core Alzammo il guardo impavido; Nel mezzo del terrore Credemmo all'avvenir.
Quando dispersi ed esuli Piú ci provò sventura, Privi di refrigerio, Erranti alla ventura, Pensando alle battaglie Indarno combattute, Ai giuri, ai sacrilegii, Alle spemi cadute, Ai palchi, alle ruine, La corona di spine Sul capo ci posò. Ma nel pensiero affranto Dio favellò; col secolo Non patteggiammo; il pianto Nell'opra si mutò66.
E della prova il calice, Che allontanar tentammo, Sino all'estrema feccia Sereni tracannammo; E dalla nostra croce Escí l'arcana voce Che i cori penetrò. La terra, inaridita Nel sonno di tre secoli, Sentí la nuova vita, Ed a pugnar s'alzò.
E i credenti spiegarono Il lor vessillo al vento, E i tiranni sentirono L'altissimo sgomento; E come il vil che trema Udiron l'ora estrema Sul capo lor suonar: E la nostra bandiera Liberamente altera Fu tolta dalla polvere E posta sugli altar.
Inno al Signor dei liberi Che i popoli a sé chiama, Che i cor non vili suscita E stringe in una brama. Ti calunniâr, t'irrisero I sacerdoti tuoi Nel fango, nella polvere, L' imagin tua non vuoi. Né i popoli e le genti Desti in trastullo ai re. Cogli oppressor non stringi Infame patto in terra: Gli inni che a lor fan guerra Tornano belli a Te.
Noi che la vita in premio Donammo alle lor scuri, Ai tristi eventi immobili, Nell'avvenir securi, Crediamo in Te, snudando Per la battaglia il brando. Signor della vendetta, Tu la battaglia affretta: Allora sulla terra Il regno tuo verrà; Fulgido come il sole Alla redenta prole Quel giorno sorgerà. Sorgerà, ma sui liberi Di unanime pensiero, Quando sarà dei popoli Il solo inno guerriero Dio, patria, umanità67. |
65 Senza data; tra gli autografi di Gofiredo si legge in un piccolo quaderno di sei paginette. Per la ispirazione mi par da ascriversi alla primavera del 1846, allorquando, accennandosi da molti, ed autorevoli, ai tempi maturi, poté parere opportuno al Poeta di ricordare che quei «tempi maturi» avevano avuti i lor profeti ed apostoli. 66 L'edizione del 1850, certo per errore di lettura, e volendo trovare un senso pur che fosse, ci ha dato l'indovinello: Noi patteggiammo il pianto, Né l'opra si vantò. 67 Quest' ode in cui si sente tutto l'ardore di una fantasia che trabocca, inseguendo il pensiero e non meditando la forma, tanto che non osserva nemmeno la regolarità della strofa, ben finisce per me a questo punto, dove l'ha giustamente condotta, pur leggendo male in piú luoghi, l'edizione del 1850. Il manoscritto ha nella sesta paginetta la giunta di una strofa, che, sebbene non condotta al giusto numero di versi, va qui riferita: Ed a color che irridono Striscianti nella polve, Stolti, perchè non sentono L'ora che arcana volve, Agli irrisor gridiamo Per l'avvenir pugniamo Che i nostri figli avran; Crediamo in quella fede Che caccia un brando in man. |
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