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Goffredo Mameli
Scritti editi e inediti

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  • VERSI ALLA POESIA   INNO.
    • LA BUONA NOVELLA
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LA BUONA NOVELLA68

 

Cecidit, cecidit Babylon magna. . . . . . . . . . .

quia mercatores erant principes terrae. . . Quia

veneficiis tuis erraverunt omnes gentes. . . . . .

Et in ea sanguis prophetarum et sanctorum inventus

est, et omnium qui interfecti sunt in terra.

Apocal. XVIII.

 

Fra gli oppressi, i dispersi fratelli

Si diffuse una grande novella

Non guardate piangendo gli avelli,

Non è ver che sia morta la bella69;

Solamente un gran sonno dormía;

La toccò di sua mano il Messia,

E la bella dal letto balzò.

Da mill'anni coperta, calpesta,

Vivea ancora la fiamma di Vesta,

E in incendio repente s'alzò.

 

E la guida di mistica luce

Che Israello nel santo viaggio

Dall' Egitto a Sionne conduce:

Ed Egitto è ogni suol di servaggio;

Israello son tutte le genti;

E Sionne, pei nuovi credenti,

Unità, libertà, umanità.

Già s'innalza sui vanni mutati

La grand'aquila madre dei fati;

È da lei che la luce verrà.

 

S'han divisa i tiranni la terra,

E le genti gemevano schiave:

Ma gli schiavi levaronsi a guerra;

E quai nauti che veggon la nave

Che è sdruscita, e non vale ristoro,

E si guardan tacendo fra loro,

E crescente flagellali il mar,

S'agitâr sovra i troni i tiranni,

Gli han sentiti corrosi dagli anni,

E tremando fra lor si guatâr.

 

Chi all'antiche mannaie si strinse,

Come belva piagata al coviglio;

Chi, a tradir, popolare s' infinse,

E il leon si fe' serpe al periglio

Ma la scure è sepolta fra i morti;

L'han corrosa le teste dei forti;

Ma son noti i spergiuri dei re.

Al carnefice scivola il piede;

Chi tradisce non trova piú fede;

Via di scampo per loro non è.

 

La caterva dei Siri era assisa

A una mensa; e la mensa posava

Sovra schiavi, e di sangue era intrisa;

La caterva mangiava, mangiava.

A' suoi fianchi eran donne vezzose;

Sulle fronti eran serti di rose,

E il banchetto molt'anni durò.

Ora accadde che udissi un bel giorno

Un ignoto rumore d'intorno,

E l'un d'essi un donzello chiamò;

 

E gli chiese che fosser tai grida.

— «Alla porta v' è un popol» — rispose —

E il rumore è il suo pianto» — «Si uccida».

E pensò, fra le donne e le rose:

— «Oh che noia egli è un popol che geme!» —

— «Alla porta v'è un popol che freme». –

— Ed il Sire stupito s'alzò.

— «All'istante quel popol sia morto!» —

— «Alla porta v'è un popolo insorto» —

Ed il Sire: «Si uccida» gridò.

 

E quel giorno fu grande quiete;

Ed il mondo sembrò un cimitero.

Ed i Siri alle mense piú liete

Ritornâr col sorriso primiero:

E dicean: regna ovunque la pace.

Sciagurati! quel dì fu fugace;

E il domani tremendo spuntò.

Ah, gli uccisi non eran ben morti

Fra la polve, fra il sangue dei forti,

Dio la vita e la forza serbò.

 

Non è un popol che batte alle porte;

Son migliaia di popoli armati.

Dalla morte côrrete la morte;

Questo è scritto nel libro dei fati.

Sangue, sangue voi sempre volete;

Ecco il vostro, bevete, bevete.....

Benedetta la man del Signor,

Che ha permessa la giusta vendetta,

Che ha vibrata la santa saetta,

Che ascoltò degli oppressi il dolor!

 

Ei le genti alla pugna ha condotte;

Ed il Vero n'è l'arma, n'è il duce,

Come il Sol che combatte la notte;

E il suo brando son mari di luce.

Era in ceppi Sansone: le porte

Gli eran chiuse d'intorno: quel forte,

Rotti i ceppi, le svelse dal suol:

Sulle spalle le tolse, e sul colle

Ai confini del cielo piantolle;

Il suo regno si chiude là sol.

 

Il suo regno col cielo finisce,

Ove l'uom si confonde con Dio,

E indïato al gran Tutto si unisce

In quel segno d'un santo disío

Che gli splende raggiante alle ciglia,

Si fa l'uomo una sola famiglia,

Perché giunta è l'età dell'amor.

Incominciano nuovi destini,

Son caduti gli angusti confini,

Che han divisi i fratelli fra lor70.

 

Oh, vedete quel campo di prodi!

Altre volte avean tante bandiere,

Quante sono dei regi le frodi.

Benedette le giovani schiere!

Fêr di mille vessilli un vessillo,

E alla voce d'un unico squillo

Esser liberi o morti giurâr.

Perchè unifica il Verbo d'amore;

E divide chi, l'odio e il dolore

Seminando, ne coglie il regnar.




68 Da un quaderno senza data. Esso contiene esercizi di versione dall'italiano al greco; poi questo componimento di primo getto, come dimostrano parecchi pentimenti e principii di strofe cancellati; finalmente il primo abbozzo del «Fratelli d'Italia» che, come si sa, appartiene al settembre del 1847. Il componimento qui riferito non porta titolo nel quaderno: probabilmente l'editore del 1850 ha avuto sott'occhio un altro esemplare, anch'esso di mano del Poeta. Giustamente, a parer mio, l'edizione Tortonese appone a questo componimento la data: «... 1847».



69 In un foglio volante, tra i manoscritti, leggo questi quattro versi, che sono certamente il primo balenar dell'idea di quest'ode nella mente di Goffredo:

Fra gli oppressi, i dispersi fratelli

Si diffuse una grande novella:

Han fruttato, dei morti gli avelli;

Su Cosenza è spuntata una stella.



70 A questa strofa, nel nostro manoscritto segue quest'altra, che, sebbene non finita degli ultimi tre versi, e condannata da due tratti di penna, ci par bene di riferire:

E si strinsero ad una bandiera

Colorata col sangue dei Santi;

Ed è tinta in quel sangue ogni schiera....

Ah, gli uccisi dai regi fur tanti!

Ma il Signor guarda il sangue, e lo conta;

Coi cadaveri 1'ira s'ammonta;

E chi uccide, di ferro morrà.






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