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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA.
    • PARTE PRIMA.   NARRAZIONE DELLA BARONESSA VALERIA CAMPOCHIARO ALL'AVVOCATO NATALE VALENTI.
      • XI
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XI.

 

Donna Maria Letizia rispose a volta di corriere coll'invio di un pacco di libri e annunziando l'arrivo di una cassetta d'altri volumi fra quattro o cinque giorni. Quelli speditimi erano suoi e già usati, gli altri gli avrebbe comperati scegliendoli fra quelli che ella giudicava migliori, e mi pregava d'accettarli in dono.

Del resto, esprimeva a don Gaetano tutto il suo dispiacere udendo che ero stata malata. Sebbene un po' scherzosamente, gli diceva che io dovevo annoiarmi molto ad Altamura sola con lui, e gli raccomandava di mandarmi, appena fossi stata guarita, a Napoli, ove essa avrebbe cercato di distrarmi alla meglio. Alla lettura di queste parole, don Gaetano strofinò la lettera nelle sue mani, sclamando coi denti stretti:

- Non si potrebbe dire più chiaramente che non sono buono che ad annoiarvi. Del resto, è perfino l'opinione dei medici; il meglio che io possa fare gli è di stare lontano da voi. -

So bene che una moglie affettuosa avrebbe, in questo caso, dovuto gettare le braccia al collo al marito e giurargli che la sua compagnia le era più gradita di qualunque libro e di qualsiasi persona. Ma oltrechè non amavo punto don Gaetano, quel resto di rancore che avevo nell'animo, e quel sentimento più di paura che di confidenza che egli mi aveva sempre inspirato, fecero sì che rimanessi impacciata, ed egli avesse il tempo d'andarsene prima ancora che io mi decidessi ad aprire le labbra.

La smania che avevo di vedere quali erano i libri inviati dalla zia, non mi permise di occuparmi a lungo di lui. Mi posi quasi subito a leggere, e fui sorpresa io stessa quando mi si venne a dire che era l'ora del mio piccolo pasto. Così, lo confesso, avvenne per parecchi giorni di seguito: il tempo mi fuggiva con una inconscia rapidità. Nuovi libri arrivarono da Napoli: erano d'ogni sorta, dei più strambi, morali o no, ma tutti divertenti; la zia mi scriveva che per conto suo trovava tutto buono hors le genre ennuyeux, e sperava che io avrei fatto lo stesso senza dare alcuna importanza alle storie più stravaganti e inverosimili. Io non so se vi davo importanza, so solo che talvolta mi commovevo e piangevo sull'eroina infelice e perseguitata, nella quale trovavo spesso delle analogie con me stessa, e quelle lagrime mi sollevavano. La cura del dottor Daniele doveva essere efficace, perchè ne venivo a poco a poco ad obliare i miei tormenti, e grazie a quest'oblio gustavo qualche riposo alla notte, e perdevo quell'assoluta ripugnanza al cibo che era causa della mia crescente debolezza.

Cominciai a potermi muovere per la camera, eppoi ad uscire un poco nel giardino; il dottor Daniele veniva quasi tutti i giorni a visitarmi e si fermava piuttosto a lungo a discorrere meco. Benchè uomo di scienza, non disprezzava la letteratura e conosceva parecchi dei libri che stavo leggendo: ne parlavamo, e i di lui giudizii mi sembravano giusti, sebbene talvolta un po' severi. Nascevano così alcune discussioni puramente letterarie fra noi, nelle quali mi scaldavo senza avvedermene.

Don Gaetano non ci lasciava mai soli. Durante le visite del dottore stava sempre accigliato e malcontento in un angolo, rispondendo un sì od un no burbero, allorchè il giovino medico gli rivolgeva la parola cortesemente; ma non si muoveva se non quando quest'ultimo toglieva commiato. Il pensiero che potesse essere geloso tornava ad assalirmi di quando in quando; ma l'accento di compassionevole ironia con cui parlava meco del discendente dei fattori della sua famiglia, finiva per persuadermi che il suo orgoglio di patrizio gli avrebbe sempre impedito di credere un plebeo a lui preferito: vedevo solo chiaro in esso il desiderio di umiliare il figlio del dottor De Luca.

Che il dottor Daniele nudrisse per me qualche sentimento di simpatia, me lo immaginavo talvolta alle cure minute che mi prestava, alla premura che dimostrava per le cose più semplici che riguardavano la mia tranquillità o la mia salute. Nessuno fino allora, prima dopo il mio matrimonio, mi aveva parlato con voce così rispettosa e così dolce ad un tempo; nessuno mai, dacchè vivevo, aveva dimostrato tanta deferenza pel mio più lieve desiderio; certo, erano cose da nulla, e la ragione mi suggeriva che, riguardandomi come un'ammalata e nulla più, era naturale che egli facesse quanto era possibile per sollevarmi nei pochi momenti, in cui si trovava al mio fianco: tuttavia veniva naturale al mio pensiero un paragone fra mio marito e lui; e nei momenti in cui don Gaetano si mostrava meco più aspro, non potevo fare a meno di dirmi che s'egli avesse avuto un carattere somigliante a quello del dottor Daniele, lo avrei amato con trasporto.

Ma posso dirlo a fronte alta, signor avvocato: l'idea di amare un uomo che non fosse mio marito, non mi è mai entrata nel cervello. Ero rassegnata a vivere senza conoscere nulla della felicità umana, e se il modo amichevole con cui trattavo il giovane medico fu un incoraggiamento per lui, gli è che l'innocenza stessa dell'animo mio mi spingeva a dimostrargli tutto quello che era in me, una sincera amicizia: ero sicura dal canto mio che esso non avrebbe mai osato varcare i limiti della più rispettosa deferenza.

Tutto il rispetto del mondo non bastava probabilmente a tranquillare l'animo del barone: perchè di giorno in giorno si faceva più cupo, più irritato e aveva meco dei modi sempre più villani. È facile a comprendere che quella non era la maniera di guadagnare il mio cuore; quindi per sfuggire l'occasione di parlare con lui m'ingolfavo sempre maggiormente nelle care letture, che sole giovavano a distogliermi dal molesto pensiero dell'avvenire. volevo avvedermi, che talvolta don Gaetano, sorpreso e stordito di quel genere di vita nuova, si aggirava intorno a me inquieto e malcontento.

Un giorno, in cui i casi di una eroina sfortunata provocavano in me un'esplosione di lagrime, egli mi si piantò ad un tratto dinanzi, e strappandomi il libro dalle mani, sclamò:

- Non siete ancora stanca di tenere del continuo il naso sui libri? Che diamine vi trovate per piangere così scioccamente? Vi turbate tanto per certi casi immaginarii, mentre i dolori reali che passano dinanzi a voi vi lasciano fredda come il marmo.

- Non so quali siano i dolori reali che mi passano dinanzi, - risposi meravigliata. - Credo che tutti siano più felici di me in questa casa.

- Ah sì, lo credete? Vuol dire che non avete occhi, del resto non so perchè voi sareste meno felice degli altri in questa casa: vi mancava la salute, pochi giorni sono, ma ora è passato, mi pare: siete meno pallida e meno abbattuta; perchè?

- Vi spiace forse che io stia un poco meglio? - replicai; - allora non eravate sincero, quando mi dicevate che vi doleva di avere contribuito involontariamente a rendermi malata.

- Dio lo sa se ero sincero, - diss'egli con un calore, a cui non mi attendevo; - ma avrei voluto vedervi guarita grazie alle medicine del vecchio dottore e non a cagione delle notevoli occupazioni suggeritevi dal giovane.

- Che v'importa, purchè io guarisca? - sclamai; - vedete bene che la lettura non è cosa nocevole per me, poichè sto meglio.

- Nocevole per lo spirito, volevo dire, lo sapete bene, - gridò con impeto don Gaetano. - Avete l'aria di pigliarmi per uno scimunito e non lo sono ancora! So io che diamine fantasticate in quella testolina bizzarra? Siete il vero tormento della mia vita. Non so comprendere talvolta se vi amo o se vi odio!

- Mi odiate, mi odiate, lo assicuro io, - risposi risentita: - tutto ciò che può sollevarmi v'irrita e vi spinge a molestarmi. Non so perchè mi avete disputata alla morte: mezza via era già fatta, perchè non lasciarmela percorrere intera? -

A queste parole don Gaetano mi afferrò ambo le mani quasi con furore, e fissandomi con occhi accesi, balbettò:

- Taci, disgraziata: non chiedermi perchè t'ho disputata alla morte: mi costringi a dirti che ti amo più assai che tu non possa immaginare. -

Voleva chinarsi verso di me, ma io cercai di allontanare il mio viso dal suo: quella dichiarazione inattesa, violenta, m'incuteva più paura che commozione: le sue mani stringevano le mie in guisa da farmi male: le lagrime mi vennero agli occhi: la sua stretta allora si rallentò, divenne pallido, e si scostò di due passi.

- Non posso dunque parlare senza farvi paura? di che pasta siete? Un soffio vi uccide! Ma non crediate d'essere la sola a soffrire: non vi avvedete neppure che, a furia di tormentarmi, in questi giorni sono forse più ammalato di voi? Ma io non sono un eroe da romanzo, non posso commovervi. -

Mi ravvicinai un poco pentita. Queste ultime parole le aveva dette con accento pieno di scoraggiamento.

- Mi duole udire che soffrite, - gli dissi: - vorrei potervi sollevare, ve lo giuro.

- Davvero? - sclamò, mentre con un moto involontario s'impadroniva ancora delle mie mani.

La sua attitudine era così nuova, aveva l'aspetto tanto esaltato, che il terrore che m'inspirava non era ancora dissipato: ciò sarebbe forse venuto a poco a poco, ma donna Maria Concetta, come se fosse stata appostata per ascoltarci, entrò appunto nel momento, in cui mio marito, fattosi più tranquillo, stava per portare, senza resistenza da parte mia, la mia mano alle labbra. Vedendo donna Concetta feci naturalmente un gesto per ritirare la mano.

Egli si volse di nuovo irritato, ed alla vista della cognata si pose, cosa che non era mai avvenuta fino allora, a lagnarsi aspramente con lei, perchè non ci lasciava mai un momento tranquilli.

Alla brusca intemerata di don Gaetano, ella arrossì alquanto, ma non si mostrò turbata, risentita. Diede anzi alla sua fisonomia il più dolce aspetto, dicendo:

- Ringraziate anzi che sia venuta: vedo che Valeria è tutta tremante: che mai potete dirle per commoverla così? Se continuate a questo modo tornerete a renderla malata. -

Don Gaetano indietreggiò: fissò me, fissò la cognata, e sclamò con accento pieno di collera:

- Ah! il mio affetto non ha altro risultato che quello di rendere malata mia moglie: sta bene, me ne sovverrò. -

E senza lasciarmi il tempo di pronunziare una parola di protesta, se ne andò dando un colpo violento all'uscio.

Le parole di donna Maria Concetta, quantunque dette inopportunamente, non erano del tutto esagerate.

Alcuni giorni prima mi sentivo già meglio, ma quella scena cominciò a turbarmi, ed a poco a poco l'inquietudine che il cipiglio insistente del barone destava in me, mi ricondusse all'usata svogliatezza di spirito e di corpo. Ero decisa a non confessarlo a nessuno, meno di tutti al medico; giacchè, fatta più forte dal regime e dalla tranquillità dei giorni precedenti, speravo di trionfare da me stessa di un male che sapevo ormai più morale che fisico.

Cominciavo a paventare qualche penosa conseguenza dall'assiduità sempre crescente del dottore Daniele: egli continuava a farmi lunghe visite che mi sollevavano lo spirito, ma che don Gaetano doveva vedere sempre più di mal occhio. L'esplosione di sentimento, a cui si era abbandonato, non mi aveva provato che mi amava, - i miei dubbii a questo proposito non potevano essere distrutti così facilmente, - sibbene che era terribilmente geloso, quantunque per amor proprio non lo volesse confessare: e mi dicevo che quando un uomo come don Gaetano è geloso, vi è tutto a temere da lui.

Tentavo bene qualche volta di mostrarmi più fredda col giovine dottore; ma lo vedevo allora così triste e mortificato, che mi trovavo ingenerosa e crudele a suo riguardo. Non sapevo come rifiutare le sue premure: s'egli m'incontrava nel giardino, mi offriva il braccio con tanta insistenza, che non potevo far a meno di accettarlo: allora regolava pazientemente il suo passo sul mio, osservando ogni leggiero mutamento dell'atmosfera per timore che potessi soffrire; non ero avvezza a queste cure; non le avrei volute; ma come potevo fargli intendere di desistere? Avrei dovuto parlare della probabile gelosia del barone con un uomo, il quale non aveva mai pronunziata meco alcuna parola che mi potesse far credere ad un tenero affetto da parte sua?

La mia condizione era davvero imbarazzante: l'attitudine ognora più cupa di don Gaetano mi faceva ad ogni istante temere qualche nuovo terribile risveglio. Dacchè donna Maria Concetta era intervenuta così intempestivamente fra noi, egli non aveva mai più cercato di stare solo con me: fuggiva anzi le occasioni, nelle quali avrebbe potuto parlarmi in libertà, ma era raro che non venisse a trovarmi appena che il dottore Daniele poneva il piede in camera mia.

Un giorno entrò quasi sui talloni del medico; il suo viso annunziava un'imminente tempesta. Si assise in un angolo colle braccia incrociate, e si pose ad osservarmi da lontano con aspetto minaccioso. Il dottore era tanto avvezzo a non udirlo parlare, che non pensava a male. Venne a me colla solita premura e m'interrogò sulla mia salute. Lo assicurai che stavo benissimo, che mi avvedevo d'essere proprio rimessa bene, e speravo che d'ora innanzi avrei recato meno disturbo al mio buon dottore.

La maniera stessa un poco ansante con cui parlavo, doveva smentire le mie parole; il medico non disse nulla, ma mi prese autorevolmente la mano; e mi tastò il polso.

Avevo coscienza che doveva essere agitata. Don Gaetano si levò e si avvicinò a noi. Non fui abbastanza forte da reprimere una commozione più viva; il dottore Daniele se ne avvide, e disse:

- Il suo polso è tutt'altro che buono, signora baronessa. Il gran miglioramento, a cui ella accenna, non mi sembra tanto sicuro. Ha più che mai bisogno di cure.

- Ha bisogno soprattutto di essere lasciata in pace, - interruppe mio marito, mettendosi quasi fra il dottore e me: - le donne sono come certi animali, più si toccano e si molestano, e meno prosperano. Comincio a credere che il vostro sistema non valga meglio di quello di vostro padre, e penso che meno vi saranno medici per la casa, e più mia moglie si troverà bene. -

Il dottore Daniele si era levato in piedi con un poco d'impeto. Vidi i di lui occhi e quelli di mio marito incrociarsi come due lame di pugnale: mi sentii così piena di spavento che vacillai; ma feci ricorso a tutta la mia energìa per non complicare la situazione con uno svenimento. Volli invece dire qualche parola che potesse addolcire l'insulto del barone, ma le mie labbra erano arse e nessun suono ne uscì.

Don Gaetano s'avvide, senza dubbio, dello sforzo che facevo, e con un gesto pronto e imperioso frenò la parola sul labbro del dottor Daniele pallido e confuso; quindi ripigliò a dire:

- Mi trovate forse un po' brusco: ma che volete? sono fatto così. La vostra cura dura da lungo tempo e i risultati ottenuti sono trovati da voi stesso mediocremente soddisfacenti. Voglio provarne una io; e siccome pel momento non v'è pericolo, sono nel mio diritto di pagarvi e pregarvi di sospendere le vostre visite. -

Così dicendo posò dinanzi al dottore un rotolo d'oro, e si ritirò indietro per lasciarlo passare.

Una fiera lotta sconvolse la fisionomia del giovane. Don Gaetano s'era fidato al suo alto stato nel paese, al prestigio del suo nome, al fatto di avere veduto il dottore Daniele fanciullo; ma non aveva pensato che il nipote dei fattori di suo zio, educato in paese straniero, non era uomo da tollerare un insulto con tanta facilità.

Difatti, prese il rotolo d'oro posto sul tavolino, che gli stava di fronte, si allontanò di due passi, e obliando egli pure ogni riguardo dovuto alla mia presenza, gettò con disprezzo le monete ai piedi di mio marito, dicendo con accento quasi minaccioso:

- Signor barone, non riporrò più il piede in casa sua, ma spero che ci rivedremo altrove. -

E uscì precipitosamente, mentre il barone scoppiava in un riso forzato ed amaro.

Quando fummo soli, mi guardò un istante, e vedendo che tremavo come una foglia e trattenevo a stento le lagrime, diede un calcio al danaro, e volgendosi a me con piglio furibondo sclamò:

- Voi, voi non siete buona che a piangere e a tormentarmi: se vi ammalate ancora, guai a voi! -

 




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