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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

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  • UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA.
    • PARTE PRIMA.   NARRAZIONE DELLA BARONESSA VALERIA CAMPOCHIARO ALL'AVVOCATO NATALE VALENTI.
      • XIII
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XIII.

 

A questo punto, signor avvocato, dichiaro che ho potuto essere imprudente ed esagerata forse nei miei timori, ma che la mia intenzione era onesta ed innocente: ne giudichi lei.

Quando don Gaetano mi lasciò, rimasi in preda ai più funesti presentimenti. Dall'attitudine del dottore Daniele, dalla collera di mio marito, argomentai che potesse trattarsi di uno scontro coll'armi, e paventai una catastrofe.

Per chi temevo? È inutile domandarlo: benchè irritato, temevo per l'uomo, di cui portavo il nome, e l'idea di essere cagione io di una sventura mi faceva raccapricciare. I miei timori erano anche avvalorati da questo: sapevo che il dottor Daniele, quantunque tutto dedito alla scienza pacifica della medicina, era un eccellente tiratore. Al suo arrivo ad Altamura s'era parlato assai di un concorso di tiratori svizzeri, a cui egli aveva preso parte appunto allora e nel quale aveva ottenuto il primo premio. Se, trovandosi in mezzo a una popolazione che ha saputo serbare il primato negli esercizii di questo genere, egli aveva potuto vincere, non era forse naturale che io lo supponessi superiore, in questo, al barone, e temessi di vederlo alle prese con lui?

Dominata da questo pensiero, decisi dunque imprudentemente di scrivere al giovine signor De Luca.

Per quanto mi sovvenga, la mia lettera era semplice e per nulla affettuosa; ma volendo cercare di disarmare la sua giusta collera, dovevo naturalmente mostrargli la miglior cortesia e la stima maggiore. Gli dicevo che tutto il malinteso di quel giorno egli lo doveva attribuire a me, anzichè a mio marito; perchè, nervosa e un poco capricciosa, avevo fatto disperare abbastanza il barone per metterlo di pessimo umore. Lo sfogo intempestivo che ne era risultato, doveva riguardarsi dunque come provocato da me, e io mi permettevo di offrirgliene le debite scuse anche a nome di mio marito dolente bensì dell'accaduto, ma avente l'animo troppo altero da confessarlo direttamente. Toccava alla generosità del giovane dottore il non dar seguito al triste episodio, e io ne lo pregavo con fiducia di ottenere quanto chiedevo, giacchè ero persuasa che egli non avrebbe voluto vedermi in preda ad un acerbo rimorso per la parte avuta nell'offesa che gli era stata fatta: rimorso che poteva distruggere affatto la mia salute.

Terminavo ringraziandolo delle cure che mi aveva prestate e assicurandolo che, ove l'animo mio avesse potuto essere tranquillo per quanto riguardava la contesa col barone, io mi sarei in breve interamente rimessa.

Scritta questa lettera, chiamai la Beatrice e le dissi di recarla subito al suo indirizzo. La Beatrice partì; speravo, a dire il vero, una risposta; ma la cameriera stette parecchie ore senza lasciarsi vedere, e quando venne, mi disse che non aveva nulla per me. Me ne dolsi solo quanto l'inquietudine che mi dominava circa lo scontro probabile doveva permetterlo, chè del resto comprendevo anch'io come una corrispondenza potesse complicare e aggravare le cose, in quel momento. Sperai che il dottor Daniele avesse compreso la miglior condotta da tenere e cercai di quietarmi.

Ahimè, m'ingannavo! La risposta era giunta e caduta nelle mani di donna Maria Concetta.

Almeno così ella mi disse la sera del domani venendo misteriosamente in camera mia. Chiuse la porta al suo entrare, e si assise dirimpetto a me con aria solenne.

Cominciò coll'annunziare che doveva parlarmi come mi avrebbe parlato una madre; che avrebbe procurato di contenersi entro i limiti della cortesia usata sempre a mio riguardo: tuttavia non poteva celare che si sentiva inorridita per la condotta da me tenuta, e prevedeva disastri e vergogne in casa a cagione mia. Mi risentii naturalmente di un tale linguaggio, ma ella m'impose silenzio con queste parole:

- Vi giuro che non avrei mai creduta possibile tanta doppiezza in voi. Io vi ho sempre difesa con don Gaetano, ma ora non oserò più levare la voce in vostro favore, sapendo che mantenete corrispondenza clandestina con un giovane.

- È falso, - risposi, comprendendo che alludeva alla mia lettera del giorno innanzi; - non ho scritto al dottor Daniele che per ringraziarlo delle cure che mi ha prestate postochè non ritornerà più in casa. È un atto di cortesia che si usa di frequente nella buona società e che non ha significato di sorta. Bisogna avere sempre vissuto ad Altamura per trovare disonesta una cosa tanto semplice. -

Donna Maria Concetta mi lanciò un'occhiata velenosa; ella era nata ad Altamura e vi aveva sempre vissuto: per lei era il primo paese dell'universo.

- È vero, - replicò essa amaramente; - le signore per bene di Altamura non hanno l'abitudine di ricevere dichiarazioni d'amore sotto forma di lettera. Le figlie dei principi romani è probabile che facciano diversamente: bisognerebbe sapere l'opinione di don Gaetano a questo proposito. Vergognatevi! - continuò, elevando la voce, - la lettera che voi stessa confessate d'avere scritta non poteva essere innocente, poichè vi ha valso una risposta come quella, di cui vi parlo.

- E dov'è questa risposta? - chiesi meravigliata; - io non ho ricevuto nulla e non comprendo quello che volete dire.

- La risposta c'è, e la tengo io, - disse fieramente donna Maria Concetta, fissandomi in viso senza imbarazzo.

Un'ira violenta mi colse; sentii bollire il mio sangue anch'io, e cominciai con voce che tremava di collera:

- Come! vi permettete di ricevere le lettere che mi sono indirizzate? Con quale diritto? Datemela subito, oppure....

- Oppure, - interruppe con calma donna Maria Concetta, - andrete, per caso, a lagnarvi con don Gaetano? Vi consiglio di farlo: la lettera che ho ricevuta per voi è una lettera d'amore insensato, quale nessuno avrebbe osato scrivere ad una gentildonna senza un incoraggiamento colpevole.

- L'avete dunque letta? - sclamai sempre più irritata; - il vostro tratto è degno veramente di una gentildonna.... -

Ma ella non mi lasciò continuare; mi prese la mano per forza, e disse con voce concitata:

- Ringraziate il Cielo che io sia vostra amica. Sì, ho letto una lettera che vi era indirizzata senza scrupolo, senza esitanza, e sapete perchè? Perchè don Gaetano mi aveva raccomandato di sorvegliarvi nelle vostre azioni; il mio dovere, lo so bene, era di mettergli la lettera sotto gli occhi, ma per compassione, per amicizia per voi, intendete? ho voluto vedere prima di che si trattava. E quando l'ebbi letta (dovreste benedirmi) la tenni per me sola. Eccola, - soggiunse, traendo un foglio dal suo seno; - se d'ora innanzi terrete una condotta degna di voi, prometto che vi manterrò il segreto; ma se v'incamminate sopra una via disastrosa per voi e per l'onore della famiglia, vi giuro che non esiterò un istante ad aprire gli occhi di mio cognato. -

Così, ella mi schiacciava sotto il peso d'una generosità che sapeva non essere necessaria: tutta la mia fierezza si rivoltava, glielo dissi senza ritegno niegando recisamente la colpa di cui mi accusava.

- Poichè siete maestra nell'intercettare le lettere, dissi, - potevate sequestrar la mia, e avreste veduto quanto era innocente e insignificante. Nego ricisamente che il dottor Daniele abbia potuto rispondermi parlando d'amore colla libertà, a cui accennate: è un'invenzione vostra, alla quale non presterò fede. -

Il coraggio per parlare in tal guisa mi veniva dall'amarezza risentita al pensiero che non sarei mai giunta a smascherare quella nemica del mio riposo: ella era maravigliata della mia audacia: indietreggiò di alcuni passi, e tenendomi a distanza col suo braccio robusto si pose, per tutta risposta, a leggere ad alta voce la lettera accusatrice.

Debbo confessarlo, era una lettera d'amore! Un amore contenuto, ma appassionato. Chinai il capo confusa, domandandomi come mai le mie parole misurate e fredde avevano potuto produrre una tale esplosione di sentimenti. Il dottor Daniele diceva che mi sapeva infelice, ed io non gli avevo mai parlato della mia infelicità; ma le proprie osservazioni avevano certamente più peso ai suoi occhi delle mie parole. Comprendeva il bisogno che dovevo avere di un affetto sincero, poichè mio marito era incapace di comprendermi e d'amarmi. Aveva pensato un istante ad ucciderlo per farmi libera, ma la mia lettera lo aveva calmato. L'affetto che non sapeva più celarmi eravivo, che si sentiva la forza di sopportare qualunque umiliazione per amor mio. Non avevo che a comandare, a dettargli la condotta che doveva tenere, egli mi avrebbe obbedita, purchè potesse vedermi qualche volta, e recare conforto alla mia travagliata esistenza.

Continuava a lungo in questo senso: la mia lettera aveva proprio fatto perdere il capo al giovane dottore: ne ero offesa ed afflitta nello stesso tempo, e quasi sospettavo che donna Maria Concetta alterasse, leggendole, le sue parole. Non le nascosi la mia diffidenza, insistendo per avere il foglio nelle mie mani.

Ella venne allora a me e mi pose la lettera sotto agli occhi, senza permettermi di toccarla: i caratteri erano quelli del dottore, che conoscevo a causa di alcune ricette che aveva vergate per me: quanto la cognata di mio marito aveva letto, era la verità!

Donna Maria Concetta ripiegò allora il foglio, e, nonostante la mia resistenza, lo ripose nel luogo, donde l'aveva tolto.

- Non l'avrete mai, - diss'ella: - se saprete condurvi bene, lo ripeto, sarà come non avvenuto; in caso contrario, guai a voi! Dovreste avere per me molta riconoscenza, perchè, in grazia mia, tutto è oramai accomodato. Ieri, a quanto mi disse il dottore De Luca, don Gaetano era ito un po' oltre, posto il caso che voi e Daniele foste stati innocenti. Con questo documento alla mano, provai al vecchio dottore che tutto il torto stava dalla parte del suo figliuolo: lo riconobbe e comprese che il meglio che poteva fare era d'indurre Daniele a partire subito da Altamura: se si allontanava in tal guisa, promettevo a lui pure il silenzio.

Stette un istante a guardarmi, quasi attendesse una espressione di gratitudine, ma non sentivo nulla e non volli mentire: qualche cosa mi diceva che, se ella taceva in quel momento, gli era per valersi dell'arma caduta nelle sue mani in congiuntura più opportuna: e, pur troppo, il mio presentimento era fondato! Vedendo la mia freddezza, donna Maria Concetta continuò:

- Daniele l'ho conosciuto fanciullo: ho molt'affezione per lui, e comprendete che, se gli accadesse sventura, ne proverei sincero rammarico. Il dottore De Luca non voleva piegarsi alla partenza immediata di suo figlio, ma io tanto feci e dissi, che ottenni quanto bramavo. A quest'ora Daniele è già in viaggio.

- In viaggio! - sclamai, - ma io voglio riavere la mia lettera: un giorno o l'altro voi metterete sotto gli occhi di don Gaetano quella che tenete in serbo; è necessario che io abbia la mia per giustificarmi. -

Ella mi giurò che era la prima cosa che aveva chiesto al dottore De Luca, ma Daniele aveva rifiutato formalmente di consegnare la lettera a suo padre: forse voleva serbarla per mia memoria.

- E che me ne importa? - dissi con noncuranza; - a me non avrebbe potuto rifiutarla: perchè venite così tardi a parlarmi di ciò?

- Siete un'ingrata, - replicò donna Maria Concetta, come se perdesse finalmente la pazienza: - tutto il giorno mi sono travagliata per voi, ho fatto in guisa che non vi saranno guai a cagione della vostra imprudenza, ho aspettato per parlarvi che don Gaetano non fosse in casa, onde non venisse a disturbarci, a chiedere di che si trattava, e voi invece di ringraziarmi mi rimproverate? Vi assicuro che mi stancate alla fine; d'ora innanzi non vi renderò più nessun servigio, cascasse il mondo. -

Mi lasciò così bruscamente. Era essa sincera? Stetti un poco pensosa ed incerta; ma poi scossi il capo più che mai convinta della sua inimicizia; e il mio istinto sventuratamente non m'ingannava.

 




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