XIII.
A questo punto, signor avvocato, dichiaro che ho potuto
essere imprudente ed esagerata forse nei miei timori, ma che la mia intenzione
era onesta ed innocente: ne giudichi lei.
Quando don Gaetano mi lasciò, rimasi in preda ai più funesti
presentimenti. Dall'attitudine del dottore Daniele, dalla collera di mio
marito, argomentai che potesse trattarsi di uno scontro coll'armi, e paventai
una catastrofe.
Per chi temevo? È inutile domandarlo: benchè irritato,
temevo per l'uomo, di cui portavo il nome, e l'idea di essere cagione io di una
sventura mi faceva raccapricciare. I miei timori erano anche avvalorati da
questo: sapevo che il dottor Daniele, quantunque tutto dedito alla scienza
pacifica della medicina, era un eccellente tiratore. Al suo arrivo ad Altamura
s'era parlato assai di un concorso di tiratori svizzeri, a cui egli aveva preso
parte appunto allora e nel quale aveva ottenuto il primo premio. Se, trovandosi
in mezzo a una popolazione che ha saputo serbare il primato negli esercizii di
questo genere, egli aveva potuto vincere, non era forse naturale che io lo supponessi
superiore, in questo, al barone, e temessi di vederlo alle prese con lui?
Dominata da questo pensiero, decisi dunque imprudentemente
di scrivere al giovine signor De Luca.
Per quanto mi sovvenga, la mia lettera era semplice e per nulla
affettuosa; ma volendo cercare di disarmare la sua giusta collera, dovevo
naturalmente mostrargli la miglior cortesia e la stima maggiore. Gli dicevo che
tutto il malinteso di quel giorno egli lo doveva attribuire a me, anzichè a mio
marito; perchè, nervosa e un poco capricciosa, avevo fatto disperare abbastanza
il barone per metterlo di pessimo umore. Lo sfogo intempestivo che ne era
risultato, doveva riguardarsi dunque come provocato da me, e io mi permettevo
di offrirgliene le debite scuse anche a nome di mio marito dolente bensì
dell'accaduto, ma avente l'animo troppo altero da confessarlo direttamente.
Toccava alla generosità del giovane dottore il non dar seguito al triste
episodio, e io ne lo pregavo con fiducia di ottenere quanto chiedevo, giacchè
ero persuasa che egli non avrebbe voluto vedermi in preda ad un acerbo rimorso
per la parte avuta nell'offesa che gli era stata fatta: rimorso che poteva
distruggere affatto la mia salute.
Terminavo ringraziandolo delle cure che mi aveva prestate e
assicurandolo che, ove l'animo mio avesse potuto essere tranquillo per quanto
riguardava la contesa col barone, io mi sarei in breve interamente rimessa.
Scritta questa lettera, chiamai la Beatrice e le dissi di
recarla subito al suo indirizzo. La Beatrice partì; speravo, a dire il vero,
una risposta; ma la cameriera stette parecchie ore senza lasciarsi vedere, e
quando venne, mi disse che non aveva nulla per me. Me ne dolsi solo quanto
l'inquietudine che mi dominava circa lo scontro probabile doveva permetterlo,
chè del resto comprendevo anch'io come una corrispondenza potesse complicare e
aggravare le cose, in quel momento. Sperai che il dottor Daniele avesse
compreso la miglior condotta da tenere e cercai di quietarmi.
Ahimè, m'ingannavo! La risposta era giunta e caduta nelle
mani di donna Maria Concetta.
Almeno così ella mi disse la sera del domani venendo
misteriosamente in camera mia. Chiuse la porta al suo entrare, e si assise
dirimpetto a me con aria solenne.
Cominciò coll'annunziare che doveva parlarmi come mi avrebbe
parlato una madre; che avrebbe procurato di contenersi entro i limiti della
cortesia usata sempre a mio riguardo: tuttavia non poteva celare che si sentiva
inorridita per la condotta da me tenuta, e prevedeva disastri e vergogne in
casa a cagione mia. Mi risentii naturalmente di un tale linguaggio, ma ella
m'impose silenzio con queste parole:
- Vi giuro che non avrei mai creduta possibile tanta
doppiezza in voi. Io vi ho sempre difesa con don Gaetano, ma ora non oserò più
levare la voce in vostro favore, sapendo che mantenete corrispondenza
clandestina con un giovane.
- È falso, - risposi, comprendendo che alludeva alla mia
lettera del giorno innanzi; - non ho scritto al dottor Daniele che per
ringraziarlo delle cure che mi ha prestate postochè non ritornerà più in casa.
È un atto di cortesia che si usa di frequente nella buona società e che non ha
significato di sorta. Bisogna avere sempre vissuto ad Altamura per trovare
disonesta una cosa tanto semplice. -
Donna Maria Concetta mi lanciò un'occhiata velenosa; ella
era nata ad Altamura e vi aveva sempre vissuto: per lei era il primo paese
dell'universo.
- È vero, - replicò essa amaramente; - le signore per bene
di Altamura non hanno l'abitudine di ricevere dichiarazioni d'amore sotto forma
di lettera. Le figlie dei principi romani è probabile che facciano
diversamente: bisognerebbe sapere l'opinione di don Gaetano a questo proposito.
Vergognatevi! - continuò, elevando la voce, - la lettera che voi stessa
confessate d'avere scritta non poteva essere innocente, poichè vi ha valso una
risposta come quella, di cui vi parlo.
- E dov'è questa risposta? - chiesi meravigliata; - io non
ho ricevuto nulla e non comprendo quello che volete dire.
- La risposta c'è, e la tengo io, - disse fieramente donna
Maria Concetta, fissandomi in viso senza imbarazzo.
Un'ira violenta mi colse; sentii bollire il mio sangue
anch'io, e cominciai con voce che tremava di collera:
- Come! vi permettete di ricevere le lettere che mi sono
indirizzate? Con quale diritto? Datemela subito, oppure....
- Oppure, - interruppe con calma donna Maria Concetta, -
andrete, per caso, a lagnarvi con don Gaetano? Vi consiglio di farlo: la
lettera che ho ricevuta per voi è una lettera d'amore insensato, quale nessuno
avrebbe osato scrivere ad una gentildonna senza un incoraggiamento colpevole.
- L'avete dunque letta? - sclamai sempre più irritata; - il
vostro tratto è degno veramente di una gentildonna.... -
Ma ella non mi lasciò continuare; mi prese la mano per
forza, e disse con voce concitata:
- Ringraziate il Cielo che io sia vostra amica. Sì, ho letto
una lettera che vi era indirizzata senza scrupolo, senza esitanza, e sapete
perchè? Perchè don Gaetano mi aveva raccomandato di sorvegliarvi nelle vostre
azioni; il mio dovere, lo so bene, era di mettergli la lettera sotto gli occhi,
ma per compassione, per amicizia per voi, intendete? ho voluto vedere prima di
che si trattava. E quando l'ebbi letta (dovreste benedirmi) la tenni per me
sola. Eccola, - soggiunse, traendo un foglio dal suo seno; - se d'ora innanzi
terrete una condotta degna di voi, prometto che vi manterrò il segreto; ma se
v'incamminate sopra una via disastrosa per voi e per l'onore della famiglia, vi
giuro che non esiterò un istante ad aprire gli occhi di mio cognato. -
Così, ella mi schiacciava sotto il peso d'una generosità che
sapeva non essere necessaria: tutta la mia fierezza si rivoltava, glielo dissi
senza ritegno niegando recisamente la colpa di cui mi accusava.
- Poichè siete maestra nell'intercettare le lettere, dissi,
- potevate sequestrar la mia, e avreste veduto quanto era innocente e
insignificante. Nego ricisamente che il dottor Daniele abbia potuto rispondermi
parlando d'amore colla libertà, a cui accennate: è un'invenzione vostra, alla
quale non presterò fede. -
Il coraggio per parlare in tal guisa mi veniva dall'amarezza
risentita al pensiero che non sarei mai giunta a smascherare quella nemica del
mio riposo: ella era maravigliata della mia audacia: indietreggiò di alcuni
passi, e tenendomi a distanza col suo braccio robusto si pose, per tutta
risposta, a leggere ad alta voce la lettera accusatrice.
Debbo confessarlo, era una lettera d'amore! Un amore
contenuto, ma appassionato. Chinai il capo confusa, domandandomi come mai le
mie parole misurate e fredde avevano potuto produrre una tale esplosione di
sentimenti. Il dottor Daniele diceva che mi sapeva infelice, ed io non gli
avevo mai parlato della mia infelicità; ma le proprie osservazioni avevano
certamente più peso ai suoi occhi delle mie parole. Comprendeva il bisogno che
dovevo avere di un affetto sincero, poichè mio marito era incapace di
comprendermi e d'amarmi. Aveva pensato un istante ad ucciderlo per farmi
libera, ma la mia lettera lo aveva calmato. L'affetto che non sapeva più
celarmi era sì vivo, che si sentiva la forza di sopportare qualunque
umiliazione per amor mio. Non avevo che a comandare, a dettargli la condotta
che doveva tenere, egli mi avrebbe obbedita, purchè potesse vedermi qualche
volta, e recare conforto alla mia travagliata esistenza.
Continuava a lungo in questo senso: la mia lettera aveva
proprio fatto perdere il capo al giovane dottore: ne ero offesa ed afflitta
nello stesso tempo, e quasi sospettavo che donna Maria Concetta alterasse,
leggendole, le sue parole. Non le nascosi la mia diffidenza, insistendo per
avere il foglio nelle mie mani.
Ella venne allora a me e mi pose la lettera sotto agli
occhi, senza permettermi di toccarla: i caratteri erano quelli del dottore, che
conoscevo a causa di alcune ricette che aveva vergate per me: quanto la cognata
di mio marito aveva letto, era la verità!
Donna Maria Concetta ripiegò allora il foglio, e, nonostante
la mia resistenza, lo ripose nel luogo, donde l'aveva tolto.
- Non l'avrete mai, - diss'ella: - se saprete condurvi bene,
lo ripeto, sarà come non avvenuto; in caso contrario, guai a voi! Dovreste
avere per me molta riconoscenza, perchè, in grazia mia, tutto è oramai
accomodato. Ieri, a quanto mi disse il dottore De Luca, don Gaetano era ito un
po' oltre, posto il caso che voi e Daniele foste stati innocenti. Con questo
documento alla mano, provai al vecchio dottore che tutto il torto stava dalla
parte del suo figliuolo: lo riconobbe e comprese che il meglio che poteva fare
era d'indurre Daniele a partire subito da Altamura: se si allontanava in tal
guisa, promettevo a lui pure il silenzio.
Stette un istante a guardarmi, quasi attendesse una
espressione di gratitudine, ma non sentivo nulla e non volli mentire: qualche
cosa mi diceva che, se ella taceva in quel momento, gli era per valersi dell'arma
caduta nelle sue mani in congiuntura più opportuna: e, pur troppo, il mio
presentimento era fondato! Vedendo la mia freddezza, donna Maria Concetta
continuò:
- Daniele l'ho conosciuto fanciullo: ho molt'affezione per
lui, e comprendete che, se gli accadesse sventura, ne proverei sincero
rammarico. Il dottore De Luca non voleva piegarsi alla partenza immediata di
suo figlio, ma io tanto feci e dissi, che ottenni quanto bramavo. A quest'ora
Daniele è già in viaggio.
- In viaggio! - sclamai, - ma io voglio riavere la mia
lettera: un giorno o l'altro voi metterete sotto gli occhi di don Gaetano
quella che tenete in serbo; è necessario che io abbia la mia per giustificarmi.
-
Ella mi giurò che era la prima cosa che aveva chiesto al
dottore De Luca, ma Daniele aveva rifiutato formalmente di consegnare la
lettera a suo padre: forse voleva serbarla per mia memoria.
- E che me ne importa? - dissi con noncuranza; - a me non
avrebbe potuto rifiutarla: perchè venite così tardi a parlarmi di ciò?
- Siete un'ingrata, - replicò donna Maria Concetta, come se
perdesse finalmente la pazienza: - tutto il giorno mi sono travagliata per voi,
ho fatto in guisa che non vi saranno guai a cagione della vostra imprudenza, ho
aspettato per parlarvi che don Gaetano non fosse in casa, onde non venisse a
disturbarci, nè a chiedere di che si trattava, e voi invece di ringraziarmi mi
rimproverate? Vi assicuro che mi stancate alla fine; d'ora innanzi non vi
renderò più nessun servigio, cascasse il mondo. -
Mi lasciò così bruscamente. Era essa sincera? Stetti un poco
pensosa ed incerta; ma poi scossi il capo più che mai convinta della sua
inimicizia; e il mio istinto sventuratamente non m'ingannava.
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